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Capitolo primo

Le coordinate del dibattito sull’ipertesto


1. L’ipertesto al confine fra la tarda età della stampa e le terre di barbari.

La fine degli anni Novanta è caratterizzata dal dispiegarsi di un ampio dibattito accademico sulle potenzialità e gli effetti presunti dell’ipertestualità che coinvolge trasversalmente studiosi di differenti ambiti disciplinari catalizzandoli tra entusiasti e detrattori.

I termini del dibattito, tuttavia non tengono ancora nel dovuto conto la realtà in contemporanea espansione del World Wide Web che nel frattempo va assumendo i connotati di sistema ipertestuale globale, rendendo talvolta obsoleti gli stessi termini del dibattito  nel corso del suo svolgersi.

«Nel bene e nel male, oggi per noi il Web è l’ipertesto, nel senso che tutte le precedenti applicazioni ipertestuali sembrano, in confronto, sperimentali o provvisorie»[1], afferma Bolter nella seconda edizione de Lo spazio dello scrivere, pubblicato a distanza di dieci anni dalla prima, nel 2001.

Tutta la riedizione del testo di Bolter mira all’aggiornamento delle tesi precedentemente formulate alla luce degli sviluppi del Web.

L’espansione della comunicazione in rete negli ultimi anni ha portato le realizzazioni concrete delle forme di scrittura ipertestuale a dilatarsi ulteriormente rispetto a quelle prese in considerazione da Bolter, tuttavia, il dibattito teorico sull’ipertesto sembra avere esaurito la spinta dirompente che lo aveva generato negli anni novanta, quando, paradossalmente, i prodotti ipertestuali in circolazione erano ancora allo stato embrionale.

Si potrebbe dire che il testo di Bolter che aveva aperto gli studi sull’ipertestualità, all’inizio degli anni Novanta, li chiude, un decennio dopo con la sua riedizione.

Dopo la pubblicazione della seconda edizione de Lo spazio dello scrivere di Bolter, infatti, sono apparsi in Italia pochi altri testi a stampa di portata generale e, la saggistica accessibile sul Web non fa rilevare alcuna espansione quantitativa o qualitativa.

Sembra che davvero si stia consumando una sorta di scollamento tra le riflessioni accademiche sull’ipertestualità e il configurarsi di essa, nella prassi quotidiana condivisa dai fruitori del Web, come una parte integrante del modo di leggere e scrivere della nostra cultura.

É lo stesso Bolter a notare che «sembra, tuttavia, che il modo di espressione stia cambiando più rapidamente nella cultura popolare che nello studio delle forme culturali»[2].

Sembra in effetti che gli anni Novanta abbiano costituito uno spartiacque tra quella che Bolter denomina la tarda età della stampa e un’età caratterizzata dall’avvento del Web e che, proprio sul bordo che separa e sutura a un tempo due differenti modalità di configurazione della testualità, si siano generate le riflessioni degli studiosi sull’ipertestualità.

Oltre il bordo, sostiene Alessandro Baricco nel suo eclettico saggio pubblicato a puntate sull’edizione online di Repubblica tra il maggio e l’ottobre 2006, si estendono le “le terre dei barbari”.

Baricco inserisce tra le quattro epigrafi scelte per introdurre il suo lavoro una frase tratta da La cultura dei vinti di Wolfgang Schivelbush: «Il timore di essere sopraffatti e distrutti da orde barbariche è vecchio come la storia della civiltà. Immagini di desertificazione, di giardini saccheggiati da nomadi e di palazzi in sfacelo nei quali pascolano le greggi sono ricorrenti nella letteratura della decadenza dall'antichità fino ai giorni nostri».

Che quella su cui disserta Baricco come di mutazione epocale lo sia realmente o meno, il dibattito sull’ipertestualità, sembra catalizzare gli atteggiamenti di difesa o di entusiasmo tipici delle età di transizione.

Gli autori che nel corso degli anni Novanta si occupano di ipertestualità, di regola, introducono i propri lavori proponendo una personale definizione di ipertesto o utilizzando definizioni considerate ormai classiche. In ogni caso, definendo l’ipertesto, effettuano una sorta di ricognizione preliminare del proprio oggetto di studio ritenuta necessaria per poter accedere ad ogni argomentazione successiva.

Per Alberto Cadioli tale prassi, tipica di una fase di transizione culturale, è destinata a cadere naturalmente in disuso con il diffondersi della cultura digitale, ma nel frattempo ha la funzione «di invitare proprio “sulla soglia” di studi dedicati alle nuove possibilità offerte dalla cultura, ad un cambio di percezione e di prospettiva, a prepararsi ad esperienze talvolta lontane da quelle sulle quali si sono fondate, per secoli, la scrittura, la lettura, la critica»[3]

Tipico di una fase di transizione culturale è anche l’uso dilagante di molti prefissi e suffissi che, secondo René Berger, modificano «il senso della radice in senso proprio, quelle radici che ci legano al nostro passato»[4]. Il prefisso “iper” avrebbe in particolare il compito di «aprire tutte le grandi dimensioni di uno spazio nuovo» ovvero, secondo Franco Carlini, individuerebbe «una dimensione multipla rispetto alla classica linearità»[5].

È da sottolineare comunque, che, sebbene le accezioni di ipertestualità comprendano quella più prettamente informatica di software per creare nodi e link e quella di prodotto multimediale di tale software, è solo nell’ambito degli studi sul testo, terreno in cui più profonde sono le radici culturali tradizionali, che emerge il bisogno di fermarsi a definire l’ipertesto. L’intento è, plausibilmente, quello di riuscire a gestire l’impatto con le nuove dimensioni della testualità, nella consapevolezza, spesso conflittuale, di dover mettere in gioco il rapporto stesso con la propria tradizione culturale. Accostarsi all’ipertestualità può significare, infatti, dover procedere ad una più o meno radicale rivisitazione del proprio apparato concettuale, per cui appare necessario definire per potere, in un certo senso, dominare il nuovo e stabilire una relazione, sia essa di continuità o di rottura, con la tradizione.

La storia della scrittura, la teoria della letteratura, la semiotica, la narratologia, le scienze della comunicazione avvertono, in sostanza, di trovarsi sulla soglia di una prospettiva nuova e, sia che si tratti di una trasformazione della natura della testualità o, più prudentemente, di una nuova dimensione produttiva e fruitiva del testo, il definire l’ipertesto ritualizza l’accostamento alle nuove aperture focali della riflessione teorica.



[1] Jay David Bolter, Lo spazio dello scrivere, Vita e pensiero  2002,  XI

[2] Jay David Bolter, Lo spazio dello scrivere, Vita e pensiero  2002, 59

[3] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998, 66

[4] In B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999

[5] Franco Carlini, Lo stile del Web, Einaudi 1999, 46


2. Definizioni a confronto

3. Angoli visuali

4. Articolazione tematica del dibattito