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Capitolo secondo

La valutazione degli effetti dell’ipertestualità


1. Il tema degli effetti.

Tra i temi sviluppati ai livelli più estensivi del dibattito sull’ipertesto si colloca il nodo concettuale che catalizza le riflessioni sugli effetti dell’evoluzione delle tecnologie di scrittura e le riconfigura entro le nuove coordinate concettuali imposte dall’ipertestualità elettronica.

Gli effetti dell’ipertestualità possono essere messi a fuoco isolandoli, di volta in volta, rispetto alle prospettive di indagine adottate e distinguendoli in effetti extratestuali ed effetti prettamente testuali.

Gli studiosi di storia della scrittura adottano una focale grandangolare che mette a fuoco l’impatto dell’ipertesto sulla cultura del libro nel suo complesso. Gli studiosi di psicologia cognitiva si concentrano nella valutazione degli effetti sul sistema percettivo mentre gli effetti sociali sono presi in considerazione dalle scienze della comunicazione.

Agli effetti intratestuali e intertestuali, interni all’universo della testualità, si rivolgono, infine, gli sguardi della teoria della letteratura  e della semiotica.

Si tratta, comunque, di effetti strettamente intrecciati e difficilmente isolabili ma che, proprio per questo, danno spunto nelle riflessioni degli studiosi a feconde convergenze, trasversali alle diverse discipline, su temi che finiscono con l’essere terreno comune delle rispettive pertinenze.

2. Gli effetti sulla cultura del libro

In una serie di studi che si diramano dai lavori di J. David Bolter, Alvin Kernan, Roger Chartier ed Elizabeth Eisenstein, per la prima volta, il libro perde il suo carattere di naturalità per assumere l’aspetto di una tecnologia della scrittura che, come tutte le altre, stabilisce e delimita un proprio spazio. Ogni diverso spazio alimenta diverse modalità cognitive, diverse pratiche di lettura,  diversi stili  di scrittura, nonché diversi generi letterari e diverse teorie della letteratura. In quest’ottica per Landow, «una delle principali conseguenze dell’apparizione del testo digitale consiste nel fatto che, per la prima volta nella storia, siamo capaci di renderci conto di quanto siamo abituati alle proprietà e agli effetti culturali del libro, al punto da attribuirli inconsciamente anche ai prodotti delle culture orali o del manoscritto. In questo modo si tendono a dare per scontati sia il testo a stampa, sia la cultura che si basa su di esso. Si è “naturalizzato” il libro come se le abitudini mentali e comportamentali del lavoro a esso associato fossero sempre esistite. Eisenstein, McLuhan, Kernan, e altri studiosi delle conseguenze culturali della tecnologia tipografica hanno mostrato in che modo il libro a stampa ha plasmato la nostra storia intellettuale»[1].

Lungo queste linee concettuali lo spazio della scrittura e lettura, in quella che soprattutto i teorici statunitensi definiscono “la tarda età della stampa”, starebbe per trasformarsi nello schermo di un computer e nella memoria elettronica in cui il testo è immagazzinato, e l’ipertesto si avvierebbe a divenire la nuova tecnologia caratterizzante di tale età con una rivoluzione paragonabile a quella di Gutemberg in termini di ridefinizione delle modalità di produzione e trasmissione del sapere.         

Anche se queste linee di riflessione hanno avuto un impatto notevole, però, non tutti gli specialisti sono disposti a riconoscere il ruolo delle tecnologie dell’informazione sullo sviluppo della cultura. I teorici marxisti, ad esempio, operano una marginalizzazione di tutto ciò che è tecnologia, anche se gli studi di Eisenstein, McArthur, Chartier, Kernan e degli altri storici della scrittura mettono a fuoco spesso proprio i fattori di classe e di organizzazione sociale della produzione, per cui, di fatto, secondo Landow, «offrono molto materiale che potrebbe confermare le analisi marxiste». I critici marxisti affermano che il pensiero deriva dalle forze e dai modi di produzione, però, solo in pochi, ritiene, affrontano direttamente «la più importante modalità di produzione letteraria: quella che dipende dalla techne della scrittura e della stampa»[2]. Questo atteggiamento appare a Landow come un «rifiuto di un potente strumento analitico a portata di mano», tanto inspiegabile da portarlo a ritenere che la marginalizzazione della tecnologia non sia strettamente connessa con il pensiero marxista in sé, ma più che altro «derivi da una tecnofobia umanistica ampiamente diffusa». La polemica è girata, quindi, contro quegli studiosi della letteratura che reputano che «prima della rivoluzione digitale la nostra cultura si trovasse in una specie di condizione pastorale e non-tecnologica» quando invece la tecnologia digitale è solo la più recente tra quelle venute a plasmare tutte le culture sin dall’inizio della storia umana. Landow ironizza, sul sedicente atteggiamento luddista di tali studiosi della letteratura, ritenendo che, comunque, «come gruppo, dipendono interamente dalla tecnologia della scrittura e della stampa», e lo liquida affermando che «questo travestimento conferisce un alone di romanticismo alla resistenza degli umanisti, e al contempo presenta le loro inquietudini in modo grottescamente inadeguato». Affermare la neutralità della tecnologia sulla cultura, conclude, significa rifiutare di vedere le condizioni effettive del proprio lavoro per attuare, nei fatti, una strategia della negazione che trasforma la tecnologia in una sorta di tabù, e preclude la comprensione, e ogni eventuale previsione, sulla transizione alla cultura digitalizzata.

Tali posizioni di chiusura sono oggi minoritarie, mentre diffuso è il riconoscimento della non neutralità delle tecnologie della scrittura. Ciò che articola il dibattito sul tema è, semmai, l’assolutizzazione della transizione al digitale come rottura con la tradizione culturale o la sua relativizzazione all’interno dei più lenti e graduali mutamenti che la tradizione culturale subisce nel lungo periodo.

Landow, con la scuola americana, propende per l’effetto rivoluzionario delle nuove tecnologie, mentre gli studiosi italiani si attestano su posizioni gradualistiche e assumono talvolta un atteggiamento, che Carlini definisce continuista, di interpretazione del nuovo come prolungamento del passato. Si tratta di un atteggiamento che, afferma Carlini, «valorizza le nuove tecnologie, ma, come è giusto, non butta nulla dei saperi, delle culture e dei media precedenti» e che ha l’aspetto positivo di costituire un richiamo alla memoria, contro l’ingenuità di credere «che tutto il nuovo sia nuovo, inventato sul momento, quasi dal nulla». Continuità diventa una tranquillizzante parola che «dice che c’era un “prima” e che c’è un “dopo” e che la curva – quella del progresso naturalmente – transita morbida tra i due tempi, senza impennate né bruschi cambiamenti di pendenza». Il continuismo appare ragionevole soprattutto per l’evoluzione dei mezzi di comunicazione, laddove ogni nuovo linguaggio e apparato tecnico trascina con sé qualcosa dei precedenti, senza mai cancellarli totalmente. L’esaltazione della continuità ha però in sé, secondo Carlini, un rischio di conservatorismo, in quanto la negazione delle rivoluzioni può finire per bloccare anche quegli scossoni che sarebbero «auspicabili e salutari»[3].

La maggior parte degli autori, in effetti, prende atto dello scossone provocato dalla transizione al digitale, ma, nel contempo, avverte l’esigenza di collocarne gli esiti all’interno della propria tradizione culturale.

Anche Villamira, che, con Pandolfi e Vannini, si colloca tra gli studiosi italiani che scelgono la prospettiva pragmatica della psicologia cognitiva, crede che «innovare sia un’arte difficile, i cui ingredienti sono costituiti da una profonda conoscenza delle tradizioni, dei valori e delle vecchie tecnologie»[4].

Cadioli apre il suo lavoro evocando l’immagine di tastiera e monitor poggiati sul tradizionale scrittoio che gli suggerisce, metaforicamente una riflessione più sottile: «lo scrittoio informatico sostenuto dallo scrittoio tradizionale può indicare la necessità, per il critico che utilizza l’informatica, di poggiare i fondamenti del proprio lavoro sulla civiltà e sulla cultura che provengono dal passato». In quest’ottica «anche l’introduzione della metafora della navigazione, a proposito della lettura (e della critica) in ambiente digitale rappresenta uno sviluppo di una metafora ricorrente fin dall’antichità per ciò che riguarda il mondo della scrittura e della lettura: ciò che, si potrebbe dire, testimonia di quanto i nuovi contesti siano dentro una diffusa tradizione culturale»[5].

Gasparini concorda con gli autori che «sostengono che, poiché il modo di conoscere degli uomini è creato dalla storia, esso si è formato attraverso le pratiche che sono state messe in atto per conoscere. Quindi non si può fare totalmente a meno di forme di comunicazione riconoscibili legate al modo in cui si svolge prevalentemente la comunicazione sociale, ovvero libri sequenziali, tavole sinottiche ed enciclopedie». La peculiarità dei sistemi ipertestuali, allora, sarebbe quella di integrare tutti modi attuali di conoscenza, piuttosto che quella di costituirne dei nuovi. Il che non è certo un elemento da poco dal momento che, comunque, risulterebbe inevitabilmente modificato il modo di apprendere e di fare cultura, come è avvenuto per la stampa, partita come sistema per produrre libri più in fretta. Semplicemente, si tratterebbe di trasformazioni del sistema percettivo che, per quanto prevedibili, si manifestano nel lungo periodo, mentre nell’immediato, analogamente a quanto è avvenuto con la stampa, le nuove tecnologie possono non apparire sufficientemente differenti da quelle precedenti, o apparirlo troppo[6].

I primi tipografi cercavano di riprodurre fedelmente i manoscritti per andare incontro al gusto diffuso, ma anche con funzione rassicurante nei confronti di chi poteva, in questo modo, illudersi che nulla fosse cambiato, che la nuova tecnica fosse solo un miglioramento per produrre, meglio di prima le stesse cose di prima[7]. Il libro, però, alla distanza, ha sostituito il manoscritto e ha comportato, in termini di diffusione e di contenuti, qualcosa di molto diverso dal manoscritto.

Bolter apre il capitolo sulla scrittura nella tarda maturità della stampa con la citazione del celebre passo di Notre-Dame de Paris di Victor Hugo in cui l’arcidiacono Frollo, guardando prima la cattedrale dalla finestra della sua cella e posando poi la mano sul libro stampato aperto sul tavolo, pronuncia la frase «Ceci tuera cela», profetizzando la fine di quella sorta di scrittura di pietra che era stata la rappresentazione per simboli del pensiero umano nelle forme dell’architettura e dell’arte.

Il commento di Bolter è che «in realtà, il libro a stampa non abbattè l'enciclopedia di pietra né cancellò completamente l'antica arte degli amanuensi. Semmai, quello che accadde fu che la stampa rese marginale la scrittura a mano, nel senso che il libro stampato diventò la forma di testo più comune è importante». Allo stesso modo, Bolter constata che oggi «anche se l'informazione cartacea resta indispensabile, non appare più tale» e ammette che «spostando lo sguardo dalla tastiera che abbiamo davanti ai libri allineati sugli scaffali, siamo tentati di chiederci se “questa non distruggerà quelli”. Non c'è, per ora, la risposta definitiva; ma è tipico della tarda maturità della stampa che ci si debba porre questa domanda»[8].

Bolter prende atto dell’ambivalenza della nostra cultura nella tarda maturità della stampa rispecchiata dalla contraddittorietà delle previsioni sul futuro del libro e delle forme a stampa in genere:

«anche se è molto difficile rinunciare qualunque pronostico (cosa che equivarrebbe, di fatto, alla proscrizione dei verbi al futuro), dovrebbe essere almeno possibile resistere alla tentazione di ricavare dalle singole previsioni un quadro che pretende di rappresentare l'unico, vero futuro. Semmai, i pronostici degli entusiasti e degli scettici andrebbero considerati aspetti importanti di quell’ambiguo presente che è la tarda maturità della stampa. Le attese degli uni e degli altri rispecchiano la lotta delle fazioni culturali impegnate a chiarire rapporti della tecnologia digitale con le tecnologie dell'informazione che l'hanno preceduta. Niente ci costringe predire la scomparsa del libro tradizionale tra dieci, venti o cinquanta anni, ma niente c'impedisce di tentare di comprendere l'attuale rapporto tra la stampa i media digitali»[9].

Nella seconda edizione de Lo spazio dello scrivere, Bolter sottolinea la sua presa di distanza dal determinismo tecnologico, di cui era stata oggetto di critiche la prima edizione, e precisa che «le tecniche di scrittura non agiscono sulla cultura come forze esterne, ma rientrano pienamente nella dinamica culturale. Le tecniche di scrittura influenzano le forze sociali e culturali è a loro volta ne subiscono l'influsso»[10].

Bolter torna più volte sul determinismo tecnologico:

«Il punto è che la scrittura non va concepita come un fattore tecnico che influenza trasforma la prassi culturale dall'esterno; essa è sempre una parte integrante della cultura. Probabilmente è meglio impostare il problema in questo modo: la tecnologia non determina la direzione in cui si muovono cultura e società, perché non è un agente esterno rispetto ad essi. Nondimeno, la retorica del determinismo tecnologico è tuttora molto diffusa. Gli scrittori popolari sembrano spesso suggerire che le tecnologie, in particolare quelle legate all'informazione digitale, abbiano appunto quest'effetto. Si afferma che il World Wide Web, la realtà del virtuale o il computer rivoluzioneranno la società, l'economia e perfino il modo di pensare. Anche autori più solidi, come McLuhan e Ong possono a volte sembrare deterministi tecnologici»[11].

La maggior parte degli studiosi che si muovono lungo la linea continuista ritengono che i nuovi media non sostituiranno completamente i vecchi ma convivranno con essi, in un regime di connivenza se non di contaminazione delle diverse forme testuali.

Per Eugeni «la connivenza di più forme testuali porterà sempre di più – lo stiamo vedendo – ad una presa di coscienza dello specifico di ciascuna di esse, e, quindi, ad un utilizzo al meglio da un punto di vista di sfruttamento degli aspetti specifici»[12].

Cadioli sottoscrive l’affermazione di Eco che «i libri rimarranno indispensabili non solo per la letteratura, ma per ogni circostanza nella quale si deve leggere attentamente, non solo per ricevere informazioni ma anche per riflettere e meditare su di esse», e, all’obiezione che nasceranno nuove forme letterarie ipertestuali, replica che «la loro lettura – tutta dentro la cultura digitale – si affiancherà (non sostituendola) a quella indicata da Eco, sicuramente necessaria per i testi scritti prima dell’avvento dell’elettronica»[13].

Eco, in effetti, distingue due tipi di libri: quelli da consultare e quelli da leggere e afferma che «i primi, probabilmente, scompariranno poiché sarà più comodo tenerli su disco. Gli altri rimarranno, perché la lettura è un’attività di tipo diverso ed è più facile leggere un tascabile che lo schermo del computer. Consultazione e lettura sono due cose completamente differenti, l’una non esclude l’altra»[14].

Si potrebbe obiettare che la distinzione tra testi da consultare e da leggere con attenzione non risolve il problema della concorrenza tra testi elettronici e libri a stampa di fronte ai modernissimi e-book[15]. Gli e-book, infatti, sono supportati da appositi device che migliorano la leggibilità del testo elettronico e consentono la tutela dei diritti di autore ed editore. A ciò si aggiungano una serie di caratteristiche che farebbero apparire il nuovo libro elettronico – come fanno notare gli studenti  di un gruppo di studio del corso di laurea di laurea in Scienza della comunicazione dell’Università di Bologna in una tesina sull’argomento – «come  una forma di mediazione tra la forma del libro stampato e quella del documento elettronico»[16]. Si tratta delle caratteristiche di non modificabilità, di staticità di formato, di scarso sincretismo multimediale e di altrettanto scarso uso di link, assunte dagli e-book disponibili sul mercato, che sembrerebbero candidarli a soppiantare i libri stampati  più agevolmente che non i testi elettronici in CD-Rom o in Rete. Tuttavia, tali caratteristiche, che avvicinano l’e-book al libro a stampa e lo pongono in concorrenza con esso, non sono consequenziali a limitazioni intrinseche alla tecnologia, ma a ragioni di politica editoriale e alla resistenza dei lettori al nuovo, fattori contingenti e in prevedibile evoluzione. Più probabilmente, quindi, il futuro dell’e-book potrebbe incanalarsi, oltre che sul binario della concorrenza con i libri cartacei, anche su quello della concorrenza  con le altre forme di testo digitale.

Gli studenti di Bologna prospettano allora, sulla base di tali considerazioni, uno scenario in cui l’e-book si collocherebbe «in una posizione originale all’interno della dialettica vecchio vs. nuovo che lo caratterizza» e affermano che «se è vero che l’e-book riprende un formato vecchio, è possibile che le sue future evoluzioni possano spingerlo verso le nuove forme di testualità, nel qual caso la concorrenza da affrontare sarebbe quella dei CD-Rom e dei siti Internet, mentre la sostituibilità con il libro stampato diverrebbe minima».

Roncaglia espone con una certa compiutezza lo stato del dibattito dall’interno della posizione continuista. Considera poco produttivo il livello della pura contrapposizione «fra “apocalittici” e “integrati”, fra i profeti di una “barbarie digitale” in grado di distruggere in pochi anni un bagaglio culturale costruito faticosamente nel corso di secoli, e gli apostoli di un progresso tecnologico capace di guidarci in maniera quasi automatica verso una terra promessa nella quale scompaiano per incanto la maggior parte delle nostre limitazioni»[17]. Pur riconoscendo che la contrapposizione di norma, allo stato attuale del dibattito, non sia così schematica, conserva egualmente l’impressione di due schieramenti che parlino lingue diverse, o che si riferiscano a diverse realtà con poca chiarezza sulle assunzioni e sui concetti di base utilizzati. Si fronteggiano in una schematizzazione del dibattito due cluster concettuali: «dal lato della “cultura del libro” troviamo così una famiglia di connotazioni associate ad espressioni quali libro a stampa, tradizione tipografica o gutenberghiana, testualità, linearità, astrazione, ragionamento deduttivo, monomedialità, contesti chiusi. Dal lato della “nuova cultura” multimediale troviamo invece espressioni quali multimedialità, ipertestualità, ipermedialità, multilinearità, immersione, ragionamento analogico, contesti aperti». Si tratta però di schematizzazioni teoriche che lasciano Roncaglia perplesso di fronte a una domanda: «siamo sicuri che il modello migliore per comprendere questa rivoluzione sia la contrapposizione radicale fra il ‘vecchio’ e il ‘nuovo’, o, semplificando, fra il libro e il computer?». Roncaglia preferisce leggere il rapporto fra cultura del libro e nuove tecnologie «attraverso il modello del superamento-conservazione anziché attraverso quello del superamento-sostituzione. Suggerisce inoltre di guardare con una certa diffidenza «alla costituzione, anche a livello concettuale, di due schieramenti rigidi e contrapposti che oppongano connotazioni tipiche della “cultura del libro” a connotazioni tipiche della “cultura dei nuovi media”».

Che la contrapposizione sia superficiale e fuorviante, per Roncaglia, emerge proprio dall’esame della composizione delle due galassie concettuali considerate: «i passaggi logici che portano ad accostare fra loro i concetti raccolti in uno di questi cluster terminologici, e a contrapporli a quelli raccolti nell’altro, restano spesso inespressi. Se cerchiamo di esplicitarli (e di verificarne la fondatezza), le sorprese non mancano». Appare invece assolutamente naturale la sintesi fra cultura del libro e nuovi media e il rapporto fra libro e computer, fra testo lineare e ipertesto, sembra prospettare alleanze più che conflitti se solo si sceglie la strada di «partire dal testo e accompagnare la tradizionale lettura del testo con una serie di operazioni di approfondimento, ricerca, integrazione che utilizzino il computer come ambiente di lavoro».

Secondo Giuseppe Gigliozzi, in definitiva, «allo stesso modo in cui una simile domanda sarebbe stata vana nel Quattrocento, non varrà la pena neanche per noi chiederci se siamo prossimi a una (chissà se prematura) morte del libro. l’unica cosa è stare a vedere»[18]. Si potrebbe, al massimo, ipotizzare che «l’informatica stia facendo, nei riguardi dell’intellettuale contemporaneo che, dolcemente e quasi senza accorgersene, sta abbandonando l’universo Gutemberg per entrare in un mondo ancora tutto da definire, la stessa manovra compiuta dai primi stampatori», cioè far credere che le nuove tecniche non  portino a una sostituzione della cultura del testo, ma a un rafforzamento di essa, producendo, meglio di prima, le stesse cose di prima. In realtà, però, continua Gigliozzi, «l’universo nel quale, volenti o nolenti, ci siamo venuti a trovare dal momento in cui le nuove tecnologie hanno cominciato, di soppiatto, a cambiare le carte in tavola è uno spazio in cui nulla può più essere uguale a prima. Avevamo cominciato a rendercene conto nel momento in cui, osservando l’ineliminabile necessità di rinunciare al nostro sapere implicito, ci siamo accorti che l’informatica, più che una comoda alleata, si rivelava una poderosa macchina argomentativa che dispiegava le sue regole sopra quelle del nostro universo tradizionale. Prima di accostarci all’informatica “sapevamo” cosa fosse una parola, cosa fosse una scheda bibliografica, cosa fosse una struttura narrativa; dopo l’incontro con il nuovo spazio metodologico siamo stati costretti (e ci pareva di farlo solo per pura comodità) a ridefinire gran parte della nostra conoscenza».

Tuttavia, gli effetti dell’incontro/scontro dell’informatica con le discipline umanistiche non si sarebbero prodotti in una sola direzione, ma avrebbero provocato trasformazioni in tutti e due i campi per cui «mai come in questa fase è necessario che ognuno, pur ripensando profondamente il proprio sapere, resti saldamente legato alle radici più solide della propria conoscenza», in quanto «solamente in questo modo sarà possibile governare una trasformazione che nasce dalla necessità di trovare un terreno di confronto con l’informatica e con l’elaboratore, ma che, una volta evocata, finirà per tracciare in modo nuovo i sentieri che percorre il nostro vecchio e consolidato sapere»[19].



[1] G. P. Landow, L’ipertesto, Bruno Mondatori 1998

[2] G. P. Landow, L’ipertesto, Bruno Mondatori 1998

[3] Franco Carlini, Lo stile del web,  Einaudi 1999, 26-27

[4] M. A. Villamira, in AA. VV. Ipertesto… ma non troppo!!!, La nuova Italia, 2000, a cura di M. A. Villamira,  12

[5] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998

[6] B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999, 27-28

[7] In effetti dai lavori degli studiosi che si sono occupati delle complesse transizioni dal manoscritto alla cultura della stampa emerge che solo intorno al ‘700 le trasformazioni connesse alla nuova tecnologia realizzarono il passaggio dalla società orale a quella della stampa. I cambiamenti avvennero in contesti politici ed ebbero implicazioni politiche, e, in ogni caso, nessun cambiamento potrebbe essere interpretato in chiave deterministica  perché la medesima evoluzione tecnologia può produrre effetti diversi, se non contraddittori.

[8] Jay David Bolter, Lo spazio dello scrivere, Vita e pensiero  2002, 11

[9] Jay David Bolter, Lo spazio dello scrivere, Vita e pensiero  2002, 17

[10] Jay David Bolter, Lo spazio dello scrivere, Vita e pensiero  2002, 5

[11] Jay David Bolter, Lo spazio dello scrivere, Vita e pensiero  2002, 34

[12] MediaMente, Dall’alba del testo all’ipertesto, intervista a R. Eugeni, Milano 9/11/1996

http://www.mediamente.rai.it/home/bibliote/intervi...  

[13] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998,   12-13

[14] Telèma, Le notizie sono troppe imparate a decimarle subito, intervista con Umberto Eco, n. 4 primavera 1996,

http://www.fub.it/telema/TELEMA4/Eco4.htlm   

[15] Un e-book è un testo che si legge tramite lo schermo di un particolare device o di un computer e che può essere acquistato su Internet. Anche se gli e-book possono essere pubblicati gratuitamente e letti su schermi a bassa risoluzione o stampati, gli elementi che li qualificano come nuova forma di testo elettronico sono proprio la lettura su schermo di particolari device e la distribuzione commerciale.

[16] P. Ciarfaglia, M Miani, S. Pellegrini, F. Uboldi, U. Vallari,  e-book:  quando il libro diventa elettronico, Gennaio 2001 http://www.geocities.com/katanankes/ebook/       

[17] Gino Roncaglia Oltre la ‘cultura del libro’? http://www.merzweb.com/ipertesti/iter.htm

[18] Giuseppe Gigliozzi, Il testo e il computer, Bruno Mondatori, 145-146

[19] Giuseppe Gigliozzi, Il testo e il computer, Bruno Mondatori


3. Gli effetti cognitivi
4. Gli effetti sociali