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Capitolo quarto

Le valutazioni sui prodotti dell’ipertestualità in ambito letterario


1. L’identificazione di tipologie ipertestuali

Gli studiosi di ipertestualità, sin dalle origini del dibattito, hanno ampiamente discusso sulla natura teorica dell’ipertesto, sui caratteri peculiari di esso e sulle potenzialità applicative della tecnologia dei link. Raramente, però tali riflessioni sono state portate avanti fino all’analisi delle realizzazioni concrete dell’ipertestualità che, nel frattempo, si diffondevano sul mercato dei CD, nelle intranet universitarie e su Internet. È solo negli studi successivi che il confronto è stato esteso dal livello delle potenzialità ipertestuali a quello dei prodotti concreti dell’ipertestualità e della verifica su di essi delle ipotesi teoriche elaborate ai livelli di riflessione più estensivi. In tali studi, tuttavia, si avverte spesso un salto di livello argomentativo tra la disquisizione teorica e l’analisi di prodotti ipertestuali. Manca un grado intermedio, all’interno del dibattito sull’ipertestualità, che si soffermi a puntualizzare una classificazione tipologica degli ipertesti come strumento di lavoro utile alle analisi di dettaglio successive. Si tratterebbe di soffermarsi su un livello di discussione ancora teorico, ma prossimo alle realizzazioni pratiche, in quanto per analizzare e per valutare le applicazioni ipertestuali realizzate è necessario potere procedere a confronti e differenziazioni e ciò richiede l’elaborazione preliminare di un apparato classificatorio che permetta di collocare i singoli prodotti ipertestuali in una griglia concettuale tipizzata.

Ad una classificazione rigida degli ipertesti, tuttavia, si oppongono due ordini di considerazioni. Come fa notare Gasparini, in primo luogo, «il termine ipertesto sottende di per sé soltanto una comunanza di supporto e di caratteristiche tecniche, non dando invece alcuna indicazione di “genere”, né rispetto al contenuto, né riguardo alla fruizione». In secondo luogo, «costruire una categorizzazione che si suppone basata sulla ricorrenza di fenomeni uguali si oppone alla singolarità fenomenologia delle sessioni di lettura»[1].

Nell’ambito della testualità a stampa, l’indicazione di genere attiva automaticamente le modalità di organizzazione dei contenuti e la modalità di lettura, mentre la strutturazione in un metatesto ipermediale di contenuti tanto diversi, non solo impedisce un’indicazione di genere, ma nel contempo attiva una modalità di lettura che costruisce ad ogni sessione un testo diverso – potenzialmente anche nel genere – in relazione alle diverse intenzioni del lettore interattivo[2]. Per Pandolfi e Vannini «le entità di un ipertesto che vengono percepite come “pagine” dal lettore (ossia i nodi) sono in effetti entità dinamiche soggette a modificarsi durante la lettura e ad assumere significati differenti a seconda del contesto in cui vengono lette. Poiché l’ordine di lettura delle “pagine” non è fissato dall’autore ma viene determinato dal lettore una stessa pagina può comparire in momenti diversi di una narrazione o di un argomento. Giocoforza, il significato di quella pagina sarà diverso perché diverso è il contesto di lettura».

Gasparini conclude che «da questo punto di vista, ogni ipotetica griglia tipologica vedrebbe incrociarsi sullo stesso genere  modalità differenti di fruizione o, viceversa, la medesima modalità con più generi». L’esperimento non viene pertanto tentato, sebbene una forma di sistematizzazione sia ritenuta comunque utile come stimolo nonché come passo obbligatorio per la comprensione[3]. L’idea posta a fondamento di un’ipotesi di sistematizzazione, consapevolmente e volutamente parziale, è quella che nel regime ipertestuale, in cui sono almeno tendenzialmente superate le barriere tra testi, generi e ruoli, «l’elemento unificante – e al tempo stesso differenziatore – sia da cercare nel tipo di azione compiuta dal fruitore più che nell’ambito del contenuto»[4]. La classificazione tentata, quindi, si mantiene nell’ottica di una tipologia dei comportamenti fruitivi costruita a partire dal punto di vista del lettore, più che dai concreti oggetti con cui la fruizione si misura. Il riferimento a particolari generi di ipertesti è presentato solo in funzione di esemplificazione rispetto ai modelli di lettura. È evidenziato, invece, per ogni tipologia identificata, il ruolo dello spazio agito, in quanto, «la fruizione di un ipertesto assume spesso i contorni di un’esplorazione spaziale in cui l’obiettivo è il riconoscimento delle coordinate di orientamento  prima ancora che la conoscenza dei contenuti».

Le tipologie di lettura identificate da Gasparini sono sei:

Esplorazione;

Consultazione;

Ricerca;

Leggere per imparare;

Costruzione del testo;

Gioco del labirinto.

L’associazione ad alcune di esse, sia pure in funzione esemplificativa, di particolari tipi di prodotti lascia tuttavia trasparire la presenza latente di tipologie orientate al contenuto che, pur  restando implicite, si intrecciano con quelle orientate alla fruizione.

Alla modalità fruitiva di «esplorazione» non è associata alcuna applicazione in particolare, trattandosi di un tipo di azione preliminare a una scelta di fruizione successiva. L’utente «è mosso essenzialmente dall’intento di fondare un primo elemento di competenza su un ambito tematico che non conosce. La metafora spaziale dell’esplorazione sottolinea la novità del territorio da  percorrere e, contemporaneamente, la volontà di costruire le proprie coordinate di orientamento rispetto a quel territorio»[5].

L’indicazione contenutistica è, invece presente nella modalità di «consultazione», associata ad opere costruite sul modello dell’enciclopedia e del dizionario. «Come avviene nel caso del supporto cartaceo, anche per il titolo elettronico il testo è in questo caso concepibile come un corpus, un insieme di unità da legare secondo il proprio progetto. La coerenza e l’unitarietà del testo, quindi, non sono caratteristiche intrinseche al testo dato, ma dipendono dalle attualizzazione del ricettore». Lo spazio di consultazione è frammentato e la frammentazione è ancora più evidente nel caso di una consultazione in rete di materiali appartenenti a ipertesti originariamente distinti. Secondo Gasparini «partendo dunque da uno spazio frammentato – sia rispetto a i suoi contenuti che alle coordinate che ne costituiscono il profilo – l’utente si prefigge il compito di ricostruire un campo omogeneo. In questo caso, l’unità e la coerenza semantica tra le porzioni contribuisce a identificare anche un’azione spaziale. L’utente arriva infatti a riaggregare – secondo coordinate nuove, che dipendono dai suoi obiettivi – porzioni di spazio originariamente distanti».

La modalità fruitiva di «ricerca» è associata ai prodotti che propongono l’ipertestualizzazione di un’unica opera letteraria di grande estensione corredata da una serie di strumenti che consentono e predispongono la ricerca sul testo stesso e di brani critici su specifici argomenti. Gasparini descrive i vantaggi di tali ricerche in termini di velocità ed economicità del lavoro, nonché in termini metaconoscitivi come offerta di «una sorta di addestramento alla ricerca, in cui si evidenziano alcuni dei percorsi possibili a partire da un testo, spingendo il lettore a interrogare in modo analogo altre opere»[6]. Dal punto di vista della spazialità, «l’impressione che il lettore ha durante la consultazione elettronica, è quella di un annullamento delle distanze e di una compresenza, nello spazio virtuale del terminale, dei testi e degli strumenti per studiarli»[7]. 

La quarta modalità fruitiva identificata da Gasparini è quella del «leggere per imparare» nel cui caso gli ipertesti sono utilizzati  come strumento e sussidio per la didattica e l’apprendimento. A tale tipologia di lettura non è associato alcun prodotto particolare in quanto caratterizzata proprio dalla trasversalità rispetto ai contenuti. Rientrano in questa tipologia anche i manuali a supporto di attività lavorative. Da un punto di vista spaziale si è in presenza, secondo Gasparini della piena manifestazione di uno spazio agito, «luogo di incontro di soggetti che operano sinergicamente per uno scopo e con la loro comune interazione contribuiscono a configurare lo spazio stesso».

La modalità di «costruzione del testo» per Gasparini, «sembra sottolineare particolarmente la dimensione reticolare della scrittura e della fruizione ipertestuale: sia che si tratti di ipertesti chiusi, disponibili su dischetto o su CD-Rom, sia nel caso di esperienze in rete, questo modello di lettura prevede un intervento produttivo dell’utente». L’associazione è con gli ipertesti narrativi, aperti o chiusi, in cui al lettore è affidato il ruolo di costruzione della trama stessa o dell’organizzazione della successione dei suoi elementi. Rientrano nella tipologia anche gli ipertesti aperti di diverso contenuto che prevedono la continua espansione dei confini di un tema attraverso le integrazioni dei diversi utenti e il caso limite delle comunità virtuali, che si formano attraverso il lavoro stesso di costruzione di un testo in rete, ma per le quali la costruzione del testo è solo lo strumento per entrare in uno spazio virtuale di comunanza di interessi.

L’ultima tipologia di lettura individuata da Gasparini è «il gioco del labirinto». Tale modalità, in primo luogo, riguarda «una pratica di lettura esclusivamente ludica, orientata secondo decisioni estemporanee» cui corrisponde il «lettore browser», spinto dalla curiosità, o da un improvviso interesse, a un tipo di fruizione che è  il «meno indagabile a livello di organizzazione testuale, le cui ragioni e modalità sono piuttosto da ricercare a livello sociale, nell’atteggiamento spesso ludico con cui ci si accosta alle nuove tecnologie, o nella mancanza di un’adeguata alfabetizzazione nei confronti dei linguaggi informatici». In secondo luogo, però, secondo Gasparini vi sono casi in cui tale pratica di lettura «si spoglia dei caratteri di disimpegno e di “leggerezza” per rispondere a uno scopo preciso: si tratta dei momenti in cui l’attenzione e l’interesse del lettore si rivolgono all’articolazione del labirinto più che al contenuto delle sue stanze. Si è fatto più volte riferimento alla componente metatestuale presente ed esplicita in ogni ipertesto; può capitare che il fruitore sdoppi la propria attenzione, concentrandosi in alcuni momenti proprio sugli elementi che nel testo elettronico manifestano la struttura, la possibilità di percorrerla e le opportunità, offerte al lettore, di agire sul testo stesso. Durante le sessioni di consultazione di questo tipo, il fruitore, prescindendo assolutamente dai contenuti dei nodi, si concentra sui nessi, sui link, sui percorsi attivabili, sugli elementi grafici che evidenziano le diverse funzioni. Anche perdersi può rientrare in questi progetto particolare, magari per il gusto di riuscire a ritrovare la strada. Lo scopo del gioco permane conoscitivo: si tratta di una conoscenza di secondo livello, che si focalizza sui meccanismi di strutturazione di un testo più che sui contenuti, sul livello sintattico più che su quello semantico»[8]. A tale modalità di lettura, naturalmente, non può essere associato alcun prodotto specifico, proprio per il suo carattere, volto a indagare la struttura dell’ipertesto  e non il contenuto peculiare.

Per quanto rilevante sia la mappa delle tipologie di lettura ipertestuale tracciata da Gasparini, tuttavia, permane l’istanza di un approccio  sistematico che provi a dare conto della variegata realtà delle realizzazioni ipertestuali, anche dal punto di vista dell’oggetto.

Ad ogni sessione di lettura lo stesso ipertesto può essere fruito secondo una modalità differente, come, del resto, il progetto di lettura può modificarsi durante la stessa sessione, sotto la spinta, oltre che dell’arbitrio del lettore, anche dei contenuti incontrati lungo il percorso e della struttura stessa dell’ipertesto che guida il lettore al suo interno nonché delle possibilità do intervento consentite dal software al lettore. Per Pandolfi e Vannini «l’ipertesto rappresenta per la scrittura quello che il principio di indeterminazione di Heisenberg ha rappresentato per la fisica. In entrambi i casi è crollato il mito di una realtà oggettiva e inerte. Lo sperimentatore interferisce con l’esperimento, il lettore con l’ipertesto. In entrambi i casi il significato dei risultati (ciò che si è letto) e il modo in cui questi sono stati ottenuti (le scelte) sono inscindibili»[9].

Tuttavia – traendo spunto dai cenni offerti dagli studiosi di ipertestualità –continua ad apparire non trascurabile la possibilità, accantonata da Gasparini, di tentare la costruzione proprio di quella griglia che dia conto dell’incrociarsi delle differenti modalità di lettura con le differenti tipizzazioni costruite sull’oggetto.

Sul versante oggettuale le classificazioni abbozzate dagli studiosi, talvolta poco più che implicitamente, si attestano su due ordini di criteri parzialmente sovrapponibili: a una distinzione, basata sulla funzione, tra “ipertesti creativi” e ipertesti, variamente indicati, che potrebbero inquadrarsi come “ipertesti strumentali”, si affianca la distinzione, basata sull’origine dei materiali, tra “ipertesti nativi” e ipertesti che potrebbero inquadrarsi come “ipertesti compilativi”.

Il criterio funzionale e quello genetico talvolta si sovrappongono, nel senso che l’ipertesto creativo, con scopi artistico-letterari, è, normalmente, nativo dell’ambiente elettronico, mentre nessuno o pochi dei testi che entrano in un ipertesto strumentale alla conoscenza sono pensati inizialmente in una dimensione ipertestuale. Trasversale alle altre classificazioni orientate sull’oggetto è la distinzione tra ipertesti on line e off line.

Pandolfi e Vannini non effettuano una classificazione tipologica intenzionale, ma dedicano un paragrafo di Che cos’è un ipertesto ad elencare «a chi serve un ipertesto», assumendo essenzialmente un punto di vista di classificazione strumentale degli ipertesti. Presupposto è che «l’ipertesto è un metodo di scrittura o di produzione di documenti. Un software iper, perciò, serve a chiunque scriva per mestiere, per lavoro o per diletto». L’utilità dell’ipertesto si manifesta, quindi, innanzi tutto in ambito saggistico – dove l’autore, più che svolgere una tesi come sequenza rigorosa di premesse e conseguenze, struttura le conoscenze per presentare un argomento nella molteplicità delle sue articolazioni, angolazioni e interpretazioni[10] – e in ambito narrativo – dove l’approccio ipertestuale  offre all’autore possibilità inattuabili su carta di sviluppare molteplicità di trame, di letture, di descrizione di eventi complessi come una serie di storie sincrone, parziali ma capaci di far percepire l’unità della storia attraverso la rappresentazione di tutte le sue sfaccettature. Ancora, Pandolfi e Vannini  procedono con l’elencazione di ulteriori settori di utilizzo dell’ipertesto nella ricerca, nella didattica, nel mondo aziendale, ma rinunciano, in definitiva, al tentativo di una tipizzazione rigorosa dal punto di vista teorico.

Gigliozzi privilegia la distinzione funzionale e afferma che un discorso mosso da interessi di informatica umanistica «potrebbe, quindi, prendere le mosse sia dall’ipertesto “creativo” (il testo informatico nato per fini espressivi), sia dall’ipertesto inteso come strumento per l’analisi letteraria (per chiederci se ci dia qualcosa di diverso, di più, rispetto alla tradizione), sia dall’opportunità – e quindi dai vantaggi ricercati, ottenuti o soltanto sperati – di rendere un testo tradizionale in formato digitale. Un discorso, quindi, che si concentri tanto sull’ipertesto come (nuova?) forma discorsiva, quanto sull’ipertesto come forma testuale, conservativa, ecdotica».

Giovanni Nadiani parla di «letteratura digitale dura» e «letteratura digitale molle». Le esperienze di memorizzazione informatica e trasposizione di testi della tradizione su supporti digitali nonché di presentazione ipertestuale di essi rientrerebbero tra la letteratura digitale “dura”. «Dura (ma non rigida), in quanto malleabile a fatica, “preparabile” informaticamente e sfruttante l’interattività solo entro certi limiti, legata spesso a supporti stabili a ipertestualità “read-only”),  e comunque intangibile nella sua testualità autoriale». Rientrerebbero tra la letteratura digitale “molle” «le esperienze creative attualmente in corso, richiamantesi in qualche modo alla letteratura ma “aperte”, in modi e forme diverse, all’illimitata manipolabilità e potenzialità (ipermediale) data dai mezzi informatici […] in ovvia analogia col concetto di software, con l’elastico, anzi impalpabile insieme di linguaggi e programmi alla base della sua produzione»[11]. 

Cadioli è lo studioso che affronta il tema della costruzione di tipologie ipertestuali avvertendone più di altri la rilevanza. Premette che, «come la forma moderna del libro e prima, naturalmente, il volumen e il codex sono diventati il supporto di testi differenti per uso e finalità, per destinazione e ricezione, così l’ipertesto, in quanto nuova “forma” cui è affidata la trasmissione di un testo (di più testi) – impostasi nella “tarda età della stampa”, secondo una delle espressioni ormai consolidate tra gli studiosi statunitensi di ipertestualità e presente anche in molti titoli di saggi – va considerato sia nei suoi caratteri generali sia nelle sue manifestazioni particolari». Così, continua, «per quanto comuni siano i suoi caratteri generali, l’ipertesto non può tuttavia essere considerato come qualcosa di assoluto: la forma ipertestuale di una letteratura creativa, che nasce per fini artistici, è del tutto diversa, nei suoi tratti, da quella richiesta in altri ambiti, per esempio quelli storici o critici. In questo senso occorrerebbe sempre precisare a quale funzione si riconduca l’ipertesto di cui si sta parlando. La fine della linearità del testo può essere manifesta negli ipertesti creativi, in quelli rivolti a fornire conoscenze, invece, i singoli testi prendono luci nuove dall’accostamento con altri e vengono esaltati in se stessi». Cadioli si muove nell’ambito di una classificazione funzionale di «ipertesti creativi» contro «ipertesti rivolti a fornire conoscenze», ma fa cenno anche alla classificazione di Nelson che identifica un «iperlibro originale», definito fresh,  e un «iperlibro antologico», che collega diverse opere tra loro, oltre a un terzo modello, i «grandi sistemi» che raccolgono, ad opera di curatori, qualsiasi cosa scritta su un argomento che in qualche modo lo riguardi[12]. La classificazione funzionale si intreccia e spesso si sovrappone alla classificazione basata sull’origine dei materiali ipertestuali quando Cadioli sottolinea l’importanza di distinguere tra le diversità di obiettivi e di struttura che possono avere gli ipertesti, differenziando «quelli creativi che sperimentano nuove forme artistico-letterarie in una dimensione non sequenziale – risultato di scelte di un autore che costruisce un ipertesto scrivendo lessie dopo lessie e inserendole in una ragnatela di rimandi – da quelli che accostano tra loro, per via di collegamenti, testi nati in una dimensione tradizionale, dove il carattere lineare della forma era previsto dalla natura del supporto che li avrebbe presentati».

In questo senso Cadioli si rifà all’introduzione dell’Hyper’Galien elaborato dagli studiosi del Cersates dell’Università Charles De Gaulle di Lille, che, riassume, «invita a considerare sia le singole tipologie che entrano in gioco nell’ipertesto, sottolineando l’importanza di ricondurle alla loro tipologia originaria, sia il nuovo statuto che assumono  in relazione con le altre»[13].

Sullo sfondo è percepibile il confronto con la scuola statunitense. Cadioli ammette che, attraverso l’ipertesto creativo, è la stessa idea di letteratura che cambia e che «la lettura diventa creativa, perché la costruzione del testo avviene solo nel momento in cui si esplica l’atto del leggere». Se, tuttavia, tutto quanto si dice sul rapporto tra potenzialità ipertestuali e teoria poststrutturalista ha una sua verità, soprattutto per quanto riguarda la lettura di ipertesti creativi, per quanto riguarda gli ipertesti strumentali alla conoscenza, il ruolo del lettore risulta, invece, immediatamente ridimensionato. A supporto, Cadioli cita Gigliozzi, secondo cui «se possiamo infatti tollerare che un lettore di romanzi riempia i silenzi del testo con la sua voce “inventandosi” in una certa misura il racconto, ci resta più difficile lasciare tutta questa libertà al lettore di un testo scientifico, il quale potrebbe arrivare alla fine del lavoro avendo saltato passi decisivi dell’argomentazione con il rischio di capire poco di quello che ha letto che ha letto e di arrivare a conclusioni indesiderate.»[14] Ma, se all’autore continua a spettare un ruolo guida nella strutturazione dei percorsi argomentativi, conclude Gigliozzi, «subito la libertà lasciata a chi utilizzi le nuove tecnologie sembra destinata a diminuire e i modernissimi link ipertestuali tornano a incarnare le vecchie care note. Sembrerebbe quindi che lettori di tipologie di testo diverse possano godere di gradi diversi di libertà – così come un lettore esperto può essere lasciato più libero di uno più ingenuo nell’analisi di un qualsiasi documento».

La distinzione tra ipertesti creativi e ipertesti strumentali è presa in considerazione anche da Massimo Riva, della Brown University, secondo il quale, «alla luce della mutazione in corso del lettore in scrilettore, appare ormai datato ridurre il dibattito teoretico e critico allo scontro tra i sostenitori del principio (e diritto) d’Autore e quelli della libido (e libertà) del Lettore, si può invece dire – basti guardare alle discussioni sugli ipertesti – che le istanze più “anarchiche” e quelle invece più “conservatrici” tendano oggi a polarizzarsi tra i fautori di un uso sperimentalmente “creativo” o “espressivo” e quelli di un uso sorvegliatamente “accademico” o “scolastico”, quest’ultimo sostanzialmente modellato ancora sulla “civiltà del Libro”, del nuovo scriptorium. Una divisione tutto sommato non nuova nella lunga storia della cultura umana»[15]. Riva tuttavia ritiene che sia forse il caso di evitare le polarizzazioni troppo facili, in quanto «allo stato attuale i sistemi ipertestuali (inclusa quella loro rappresentazione complessiva che è il WWW) sono, in questa fase di convulsa transizione e sperimentazione, il luogo di ogni ibridazione» e proprio l’ibridazione tra creazione letteraria e discorso critico è una delle peculiarità dell’ipertesto.

Landow, tuttavia, ne L’ipertesto, riconosce che «la narrativa ipertestuale ha scopi, modi ed effetti diversi rispetto all’ipertesto didattico e informativo». Si occupa, poi, più o meno approfonditamente di ipertesti critici, di ipertestualizzazioni di testi a stampa e, soprattutto, di ipertesti narrativi e didattici, senza però inquadrare gli argomenti in una cornice di classificazione sistematica.

Il quadro d’insieme che emerge dalle considerazioni degli studiosi, in sostanza, dà l’immagine di un tema che viene appena abbozzato e subito accantonato per passare, caso mai, direttamente alle valutazioni dell’ipertestualità applicata a particolari prodotti o alla verifica delle ipotesi di lavoro elaborate in sede teorica[16].

Sono gli studiosi francesi del Cersates dell’Università Charles De Gaulle di Lille, le cui ricerche Cadioli cita più volte, a insistere sulla centralità di un’analisi tipologica dell’ipertestualità[17]. Affermano che, per quanto concepiti fin dalle origini per essere strumenti di rappresentazione, manipolazione e costruzione di conoscenze, gli ipertesti possono essere considerati come ambienti informatici, una delle vocazione dei quali è, per eccellenza, tipologica. Lo strumento essenziale di tale vocazione tipologica è costituito dai nodi e dai legami che mostrano le relazioni di ogni natura che uniscono gli oggetti o i contenuti diversi di diversi campi di sapere o esperienza; ma l’ipertestualità non si limita a produrre e rappresentare tipologie stabili, per quanto complesse, ma può includere la creazione dinamica di tipologie indefinitamente modificabili nonché il confronto di tipologie eterogenee discendenti da logiche o modelli tassonomici differenti. In tal senso, l’équipe del Cersates identifica una sorta di dimensione metatipologica, che si somma alla dimensione tipologica di base, per cui l’ipertesto finisce per dovere soddisfare due esigenze. In primo luogo, deve  incorporare nella rappresentazione delle tipologie anche la rappresentazione della loro origine, cioè deve legare le tipologie ai contesti tipologici che le hanno prodotte. In secondo luogo deve assicurare i ponti tra gli insiemi così costituiti, permettendo il passaggio e il confronto tra contenuti rispondenti a logiche di strutturazione differenti, tra i contenuti e le metodologie che li strutturano e, infine, tra le metodologie stesse. In un tale ambiente, il singolo documento che entra nell’ipertesto non pretenderà più di essere una realtà univoca e intangibile, ma un’entità problematica aperta, il cui valore euristico sarà misurato sul numero di legami complessi che lo collegano alla storia del suo avvento, alla pluralità delle sue definizioni, alla variabilità delle tipologie poste. Ma questa doppia funzione, tipologica e meta-tipologica, dell’ipertesto non può essere assicurata correttamente se non a patto che i nodi e i legami che formano la sua architettura interna siano stati essi stessi chiaramente definiti e caratterizzati nella loro diversità; da qua, evidentemente, la necessità, per un ideatore d’ipertesto, di stabilire altre tipologie preliminari, quelle che riguardano i nodi e i legami e che dipendono, da una parte, dal tipo di dati che si vogliono classificare ed enumerare, e dall’altra parte dal programma ipertestuale che si utilizzerà. La sistemazione di queste tipologie deve dunque fondarsi su una distinzione preliminare tra le tipologie che dipendono dall’analisi del materiale considerato, e dunque dal contesto referenziale, e quelle che dipendono dalle procedure di navigazione e di localizzazione nell’ipertesto, e dunque dal contesto organizzativo, le une essendo specifiche, le altre generali.

Ancora una volta, il ruolo progettuale dell’autore è ritenuto cruciale ed è riaffermata la rilevanza della struttura ipertestuale a fronte delle facoltà del lettore ipertestuale. Secondo gli studiosi di Lille, in effetti, gli ipertesti hanno per funzione di prefigurare le relazioni di ogni natura che uniscono gli oggetti o i contenuti diversi che compongono uno  più campi del sapere o dell’esperienza. È così che essi permettono al fruitore di navigare più o meno liberamente da un dato a un altro secondo le sue esigenze e di procedere alle ritestualizzazioni richieste dal proprio progetto cognitivo o euristico.

Landow torna sull’argomento delle tipologie quando per Mediamente afferma «che ci sono varie modalità e generi di ipertesto proprio come ci sono diverse modalità e generi di scrittura e di stampa». Qui, a sorpresa, prospetta una distinzione tra ipertesti «estremamente strutturati», come le enciclopedie o i manuali di consultazione per i quali «si vorrebbe impedire a chiunque di aggiungere qualcosa o di cambiare il testo», e ipertesti come l’ipertesto didattico e quello creativo  che « tendono a variare nel loro grado di strutturazione». Il concetto di strutturazione dell’ipertesto è posto in relazione alle funzioni che i documenti possono assolvere in diversi contesti di lettura, ma anche all’ampiezza delle reti e all’origine dei materiali: «Per una teoria dell’ipertesto, possiamo dire che esso viene soltanto letto e il materiale - come in una enciclopedia - è già lì, ma i lettori si creano la loro propria esperienza basata sulle scelte personali. Questo è un modo di considerare la questione. Un altro modo è: dipende da quanto è grande la rete, da quanto è ampia. Se si parla di un’enciclopedia di cultura, di storia dell’arte o di un dizionario in forma elettronica, o si parla solo del dizionario, esso è qualcosa di perfettamente strutturato. Ma se quel dizionario è inserito nel WWW, e chiunque può imbattersi in un elemento di quel dizionario usando un motore di ricerca o un link, allora, lo stesso documento diventa molto meno strutturato perché può essere usato in vari modi»[18]. Allo stesso modo, guardando alla genesi di documenti originariamente creati per la stampa e documenti creati per gli ambienti elettronici, Landow afferma che «ciascuno di essi porta le tracce di come devono essere usati e di come sono stati usati in passato».

La conclusione è che «attualmente sembra che ci sia un contrasto tra gerarchie accuratamente strutturate e ciò che avviene nei testi nel WWW», per cui Landow auspica «che le persone che lavorano con SGML e le teorie delle strutture del testo debbano creare forme dinamiche di strutturazione dei testi in modo che queste strutture solide esistano e allo stesso tempo si modifichino mentre vengono lette in contesti diversi».

Al centro è sempre quello che appare il punto nodale delle riflessioni sull’ipertestualità: l’equilibrio dialettico tra potere del lettore interattivo e capacità condizionante della struttura ipertestuale progettata dall’autore. A questo livello del dibattito le differenze di posizione si attenuano mano a mano che le riflessioni sull’ipertestualità si confrontano con i prodotti dell’ipertestualità. C’è convergenza nell’affermare che da differenti tipologie ipertestuali scaturiscono esiti differenti e le considerazioni sull’articolazione tipologica degli ipertesti portate avanti da Landow su Mediamente non si discostano poi tanto, nei fatti, da quelle degli studiosi del Cersates.

D’altronde, quando Landow parla di uno spettro alle due estremità del quale si collocano testi cartacei e ipertesti, senza nette opposizioni, ma graduali sfumature, buona parte dell’ipotizzato effetto rivoluzionario dell’ipertesto sulla testualità risulta attenuato[19]. È un po’ come riconoscere, anche partendo da posizioni differenti, che di fronte allo studio di un testo concreto ciò che in definitiva conta di più è proprio il testo che, per quanto fluido e rifunzionalizzabile secondo le esigenze di ricerca o piacevolezza di lettura, conserva le tracce dell’intenzionalità autoriale e del contesto di creazione.



[1] B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999,  122

[2] Gasparini parla di una pluralità di letture differenti anche a proposito dei testi stampati, in dipendenza “delle caratteristiche e delle competenze del fruitore e del contesto socio-storico di consumo”, e cita Barthes nella contrapposizione tra “lettura applicata” che “non fa passare niente; pesa, aderisce al testo”,e  “leggere sollevando la testa”come diverso regime fruitivo, molto vicino a quello ipertestuale, caratterizzato dalla negazione del procedere lineare costruito dal testo. (Barthes 1973: 11-12) Anche i “diritti del lettore” prospettati da Daniel Pennac in Come un romanzo sono portati ad esempio del normale regime di lettura in cui le “deviazioni” dall’ordine lineare contribuiscono, addirittura,  a stimolare il piacere della lettura.

“Letture diverse, dunque, che dipendono dal genere del testo, ma anche dallo scopo che presiede all’atto della fruizione. Ma è interessante rilevare come anche per i generi la cui natura autorizzerebbe una lettura sequenziale, che, dal punto iniziale, conduca passo dopo passo fino alla conclusione – i romanzi, ad esempio – sia comunque possibile una scelta di tipo opposto, come sottolineano Barthes e Pennac. Tale molteplicità di percorsi fruitivi si consolida con il passaggio agli ipertesti. In questo caso il genere di appartenenza del titolo multimediale si incrocia in vario modo con lo scopo con cui ci si accosta al testo, a determinare modelli di lettura differenti” 37-41

[3] B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999,  122

[4] B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999,  122

[5] B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999,  124

[6] B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999,  127

[7] B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999,   128

[8] B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999,  35-36

[9] Alearda Pandolfi  Walter Vannini, Che cos’è un ipertesto, Castelvecchi 1996, 34-35

[10] Alearda Pandolfi  Walter Vannini, Che cos’è un ipertesto, Castelvecchi 1996, 33 e 75

[11]Giovanni Nadiani, La critica della traduzione letteraria nell’epoca della letteratura digitale,

in inTRAlinea, Vol. 3, 2000

[12] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998,  77

[13] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998

[14] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998,  78

[15] Massimo Riva (Brown University), Per una comunità della formazione letteraria:il World Wide Web e la nuova italianistica,   http://www.unibo.it/boll900/convegni/ird-riva.html

[16] Bettetini, Vittadini e Gasparini si dedicano alla verifica delle ipotesi sugli spazi logico, visibile e agito mettendole alla prova nell’analisi di un ristretto numero di CD-Rom a contenuto di edutainment. Landow analizza dettagliatamente i classici della narrativa ipertestuale americana.

[17] Nell’Hyper’Galien  mettere indirizzo sito, scrivono  « Conçus dès leur origine pour être des outils de représentation, de manipulation voire de construction de connaissances, les hypertexte peuvent être considérés comme des environnements informatiques dont l’une des vocations est par excellence typologique. En effet, ils ont précisément pour fonction de figurer les relations de toutes natures qui unissent les objets ou les contenus divers composant un ou plusieurs domaine(s) de savoir ou d’expérience. Ils permettent ainsi à l’utilisateur de naviguer plus ou moins librement d’une donnée à une autre, selon ses besoins, et de procéder éventuellement à une (re)textualisation conforme au projet cognitif ou heuristique qu’il s’est fixé. Mais cette vocation typologique de l’hypertexte, dont les nœuds et les liens constituent l’instrument essentiel, ne se limite pas à la production et à la représentation positives de typologies stables, si complexes soient elles: elle peut inclure aussi non seulement la création dynamique de typologies indéfiniment révisables, mais également la confrontation de typologies diverses, hétérogènes, procédant de logiques ou de modèles taxinomiques variés. Dans un tel cas, l’hypertexte ajoute en quelque sorte une dimension méta-typologique à sa dimension typologique fondamentale.

Lorsqu’il est élaboré pour autoriser un tel programme cognitif ou heuristique,

l’hypertexte doit satisfaire à au moins deux exigences conjointes: la première est d’incorporer à la représentation des typologies celle de leur fondation, c’est-à-dire de relier ces typologies aux discours typologiques qui les ont produites: évaluer la pertinence d’une classe d’objets, chacun le sait, revient toujours à interroger la typologie qui l’a produite; la seconde est d’assurer des ponts entre les ensembles ainsi constitués, afin de permettre le passage, et donc la confrontation, entre des contenus  répondant à des logiques de structuration différentes, entre ces contenus et les méthodologies qui les fondent et, finalement, entre ces méthodologies   elles-mêmes.

Dans un tel environnement, par conséquent, le “nœud d’information” ne prétendra plus être une réalité univoque et intangible, mais une entité problématique ouverte dont la valeur heuristique sera à la mesure du nombre de liens complexes qui le rattachent à l’histoire de son avènement, à la pluralité de ses définitions et à la variabilité des typologies qui en ont été dressées.

Mais cette double fonction, typologique et méta-typologique, de l’hypertexte ne peut être assurée correctement que si les nœuds et les liens qui forment son architecture interne ont été eux-mêmes clairement définis et caractérisés dans leur diversité; de là, bien évidemment, la nécessité pour un concepteur d’hypertexte d’établir d’autres typologies préalables, celles qui concernent les nœuds et les liens et qui dépendent d’une part du type de données que l’on veut classer et articuler et, d’autre part, du logiciel hypertexte que l’on va utiliser.

L’établissement de ces typologies doit donc reposer sur une dichotomie préalable, c’est-à-dire la distinction entre celles qui relèvent de l’analyse du matériel considéré, et donc du référentiel, et celles qui relèvent des procédures de navigation et de repérage dans l’hypertexte, et donc de l’organisationnel, les unes étant spécifiques et les autres générales ».

[18] Mediamente, La grande potenza del testo quando diventa ipertesto, intervista a G. P. Landow, Milano 26/11/1997, http://www.mediamente.rai.it/home/bibliote/intervis/l/landow02.htm  

[19] Mediamente, La grande potenza del testo quando diventa ipertesto, intervista a G. P. Landow, Milano 26/11/1997, http://www.mediamente.rai.it/home/bibliote/intervis/l/landow02.htm


2. Un’ipotesi di griglia tipologica
3. Ipertesti on-line e off-line
4. Enciclopedie
5. Saggi

6. Opere ipertestualizzate

La tipologia delle opere ipertestualizzate contiene prodotti diversi per estensione, per genere dei materiali selezionati e per angoli visuali adottati; ad assimilarli nella classificazione è il fatto che al centro di essi si pone un’opera, un testo principale, intorno al quale gravitano i differenti documenti inclusi nell’ipertestualizzazione.

L’opera ipertestualizzata può essere inserita in una biblioteca nell’ambito di un contesto enciclopedico o costituire già in sé un macrotesto entro cui collocare il testo principale e gli studi di varia natura che vi ruotano intorno. Si configura come un ipertesto strumentale alla conoscenza, normalmente compilativo, in cui possono essere collocati anche documenti nativi dell’ambiente ipertestuale e le cui modalità fruitive sono connesse principalmente a finalità di ricerca  sui testi e di studio. La navigazione non si propone, infatti, come fine la costruzione di un nuovo testo, ma di avvicinarsi al testo centrale per approfondirne la conoscenza, conciliando il proprio progetto di fruizione con la struttura ipertestuale costruita da un autore e con l’individualità dei singoli testi che la compongono.

Si tratta di una delle tipologie più interessanti dal punto di vista della teoria degli ipertesti, in quanto, confrontate su di essa, le argomentazioni sul decentramento e sull’indebolimento del testo perdono vigore, mentre proprio il testo, con la sua storia, torna ad essere centro di attrazione per gli studi e si arricchisce, semmai, di nuovi spunti interpretativi e di nuovi strumenti di ricerca.

Cadioli è profondamente convinto che l’ipertesto sia il banco di prova su cui verificare le trasformazioni della critica letteraria in rapporto all’informatica[1] e ritiene che l’ipertestualità possa rivalutare proprio quegli studi tradizionali sui testi di cui una parte dei teorici prospetta l’emarginazione.

Dall’altra parte Riva ricorda che «nella prospettiva di Landow sembra inevitabile che la grande convergenza tra teoria critica (post-strutturalistica) e tecnologia finisca coll’imporsi nella pratica ipertestuale» e comporti come conseguenza «l’abolizione (operativa) dei confini (convenzionali) tra il discorso critico e il suo oggetto, il testo letterario, ovvero una sostanziale ibridazione tra il testo e la sua interpretazione». Riva sviluppa il punto partendo da un’obiezione che spesso viene mossa agli studiosi di scuola statunitense:

«Volendo subito obiettare, ci si potrebbe forse limitare a distinguere (come fa Umberto Eco) tra produzione e interpretazione dei testi e aggiungere che il problema degli ipertesti è in fondo questo: ciò che vale per i sistemi (incluso quello letterario) non vale per i testi (incluso un testo letterario) poiché un testo non è un sistema linguistico (o enciclopedico) e dunque, per quanto possa sollecitare un alto numero di interpretazioni possibili, riduce le infinite o indefinite possibilità di un sistema di generare universi testuali (aperti o chiusi). Il che si potrebbe ritradurre così (ad uso di o direttiva per noi docenti): gli ipertesti sono utili strumenti sistemici di assemblamento/consultazione di informazione (tendenzialmente enciclopedica), ma, applicati (o sostituiti) ai “testi”, hanno limitate (se non dannose) capacità euristiche. Ma il fatto è che i dispositivi ipertestuali mettono in questione proprio la distinzione o i confini operativi tra “testo” e “sistema”, non solo concedendo all’utente (apprendista) di intromettersi e interferire nei meccanismi testuali e dunque “manometterli”, ma forzandoci innanzitutto a capire qual è il sistema (operativo) che soggiace a un “testo”». Per Riva «nella prospettiva che stiamo esaminando teoria (sistemica) e letteratura (i testi, prodotti “imprevedibili” del sistema) si contaminano in una forma nuova di appropriazione critica che, come dice Landow, semplicemente “avviene” o si realizza in ipertesto»[2].

Se Landow parla di convergenza tra teoria degli ipertesti e post-strutturalismo, Cadioli ribadisce che «non è detto tuttavia che le innegabili trasformazioni in corso debbano risolversi solo nella teoria critica del poststrutturalismo, come l’unica capace di caratterizzare l’orizzonte della dimensione ipertestuale. Non è detto che l’ipertesto sia rivolto necessariamente solo al critico-lettore, proteso a nuove esperienze nella pratica della lettura: John Lavagnino arriva addirittura a scrivere che l’ipertesto è destinato “agli studi, non alla lettura”, e dunque per il critico studioso, non per il critico-lettore della linea poststrutturalista o decostruzionista»[3]. In realtà per Cadioli, «lettura e studio non sono affatto in alternativa, tanto più che lettura è termine dai diversi possibili significati, non riconducibile alla sola linea della “critica del lettore”».

A supporto delle proprie tesi Cadioli cita anche le argomentazioni degli studiosi dell’università Charles De Gaulle di Lille che affermano che la critica dell’ambiente ipertestuale «ci ha mostrato che questo associava in realtà, ma in modo incosciente, due insiemi di funzionalità provenienti da due tipi di ipertesti differenti: funzionalità “navigazionali”, da una parte, e, dall’altra funzionalità di costruzione di conoscenza. Questi due approcci ci sembrano indissociabili nel nostro settore di riferimento, dove si opera un continuo va e vieni tra i dati e i discorsi interpretativi»[4].

Di scuola francese, Michel Bernard[5] sostiene – citando Roger Laufer – che «l’idea dell’ipertesto trova oggi la sua dignità letteraria in tre argomentazioni: la convergenza del post-modernismo e della tecnologia, la multidimensionalità degli archivi genetici e la processualità della lettura/scrittura critica»[6]. Bernard è convinto che «l’idea stessa di letteratura, così recente, così relativa, può sopravvivere ad un cambiamento del mezzo di comunicazione pur conservando le sue virtù estetiche, intellettuali e sociali» e per dimostrarlo sviluppa nelle tre direzioni indicate le argomentazioni di Laufer:

«L’ipertesto tende naturalmente ad inscrivere il testo in una rete documentaria da cui si distingue a fatica. Le varianti editoriali, ad esempio, o le versioni manoscritte, gli intertesti, l’iconografia possono essere posti sullo stesso livello del testo (o perlomeno quello che siamo abituati a considerare tale). Questa tendenza, rafforzata dall’ipertesto, fa esplodere l’unità testuale a vantaggio di una nebulosa strutturata su una rete che dovremo imparare a studiare. Niente di assolutamente nuovo, nemmeno in questo caso. La critica letteraria ha da sempre chiarito le nostre letture facendo ricorso a tutto ciò che circonda il testo: il contesto, l’intertesto, il paratesto, l’avantesto, ecc. Il supporto elettronico è in fondo soltanto la realizzazione dei nostri sogni e dei nostri incubi, dei fantasmi e delle fobie, di tutte le nostre rappresentazioni del testo. Dovremmo soprattutto preoccuparci d’inventariare i nuovi effetti di lettura che nasceranno da questo nuovo statuto del testo letterario. Leggere Erodiade seguendo le diverse tappe della sua elaborazione, con i riferimenti alle fonti storiche dell’autore, come ci propongono gli studiosi della génèse du texte, significa leggere una storia diversa da quella narrata da Flaubert, ma non meno interessante, che ci riconduce al centro di una questione essenziale per la letteratura: la storia di una scrittura. […] L’ipertesto ha inoltre la peculiarità di essere proteiforme, di poter mostrare il testo secondo parametri stabiliti dal lettore. Sul piano tipografico, posso visualizzare il testo studiato con caratteri di diverse dimensioni, con diversi tipi di carattere, in finestre di forma variabile. Ma posso anche leggere in parallelo il testo con le differenti versioni, i manoscritti, i passaggi che riguardano lo stesso argomento, ecc. Queste possibilità non hanno una funzione puramente decorativa, ma condizionano delle letture profondamente modificate, rese in ogni modo indispensabili dall’attuale mole di documentazione». Si tratterà, almeno per i primi tempi, di letture colte, per lettori specializzati che «desiderano approfondire lo studio di un testo modificando i percorsi di lettura, attraverso strumenti di ricerca perfezionati» e che sono in grado di beneficiare dei vantaggi innegabili offerti dall’informatica. Bernard inserisce quindi l’edizione ipertestuale tra gli strumenti informatici a disposizione degli studiosi di letteratura: «la ricerca di un’occorrenza all’interno di corpus di notevoli dimensioni, statistiche lessicali, spostamenti rapidi all’interno della massa del testo, confronti, grafici, memorizzazione di estratti, appunti. Alcune di queste operazioni sono soltanto rese più veloci dal computer, altre sono invece rese possibili solo dal mezzo in questione. La stragrande maggioranza degli specialisti di letteratura che scrive oggigiorno con un unico programma di scrittura, non dovrebbe più affrontare, allo stesso modo, la lettura dei testi se non attraverso gli strumenti moderni di studio e di navigazione. L’edizione ipertestuale affianca il libro come una fonte documentaria, analoga ai dizionari d’autore, agli indici ed alle altre appendici già presenti nelle edizioni colte o didattiche. L’uso delle potenzialità di Internet aggiunge a questi strumenti di lettura la dimensione della comunicazione».

Cadioli constata che la possibilità di avere a disposizione sullo schermo centinaia di testi, e dunque di modificare sensibilmente l’estensione dei riferimenti, è ormai in gran parte realtà, soprattutto per quanto riguarda la letteratura di lingua inglese, ma stanno crescendo anche le librerie digitali di letteratura francese e di letteratura italiana, mentre sono già molto ricche quelle dedicate alla letteratura greca e latina[7]. Si tratta di testi raccolti in CD-Rom o presentati sulla rete Internet, di solito inseriti in una struttura ipertestuale, più o meno complessa, che mette in diretto rapporto parti diverse dello stesso testo e collega al testo documenti di varia natura, tra i quali parecchi materiali iconografici. Ciò confermerebbe la tesi secondo cui la trasformazione avviata dalle tecnologie informatiche comporta, in primo luogo, proprio il massiccio trasferimento del sapere del passato, sotto forma di scrittura o di immagine, nel futuro dell’ambiente digitale.

Bernard ritiene necessario che siano gli specialisti di letteratura a doversi preoccupare fin d’ora di questo nuovo genere di edizione, a meno di non voler lasciare le scelte ad altre categorie come tecnici ed editori, per ritrovarsi poi «con dei dispositivi di lettura e un corpus di testi che non avremmo né pensato, né voluto, né concepito». Per Bernard, in sostanza, «la “rispettabilità” dell’ipertesto, la sua stessa legittimità, devono essere considerate in modo decisivo dalla comunità scientifica degli studiosi di letteratura, nella prospettiva di un cambiamento profondo dei nostri modi di lettura e del nostro corpus testuale».

In questo universo in espansione Cadioli auspica il delinearsi di una nuova figura di filologo/critico/ermeneuta, nella prospettiva di un «nuovo umanesimo» in cui, oltre a trovare posto linee critiche specifiche particolari,  «si possono manifestare comunità scientifiche diverse, in confronto tra loro, che, non alternative, ma distinte (e in fondo estranee) ad altre comunità di lettori con altre esigenze, esprimono e argomentano le proprie scelte, le proprie interpretazioni, la propria lettura della letteratura del passato come di quella del presente, fondandosi sulle esperienze che la tradizione degli studi ha tramandato nelle sue diverse metodologie»[8].

Agli editori Cadioli rivolge l’avviso che «come per i libri e le riviste, così anche per gli ipertesti occorre distinguere funzioni differenti per gruppi differenti di lettori»[9]. Testo e paratesto, ricorda, sono espressioni dell’intenzione dell’autore e dell’intenzione dell’editore e presuppongono un gruppo di lettori reali o la prefigurazione di possibili lettori, una comunità di appartenenza con gli stessi orizzonti di attesa e concorde su una data interpretazione. In tal modo, secondo Eco, che Cadioli cita, «si crea un significato che, se non oggettivo, è almeno intersoggettivo ed è comunque privilegiato rispetto a qualsiasi altra interpretazione ottenuta senza il consenso della comunità»[10].

Cadioli rileva che «per la scrittura digitale, e segnatamente per gli ipertesti sulla letteratura, non si è ancora determinata una comunità di riferimento con i caratteri descritti poco sopra»[11] e accetta anche le considerazioni di chi parla di assoluta democraticità della rete, sulla quale chiunque può intervenire liberamente, esprimendo i propri commenti e i propri giudizi critici, che chiunque altro può decidere se leggere o meno. Tuttavia evidenzia che la questione, a questo punto, non riguarda tanto la democraticità, quanto l’autorità di una comunità di lettori che non si esprima attraverso le sensazioni individuali, ma che sia una vera comunità scientifica[12]: «Le comunità dei lettori diventano rilevanti sul piano scientifico nel momento in cui, uscendo dall’ambiguità che il mercato spesso richiede, impongono decisioni non eludibili quando ci si interroga sulla cultura e sulla letteratura, rifiutando una tanto diffusa (quanto non detta) perdita di qualità, in nome di una maggiore estensione del consumo (confuso con una maggiore “democraticità”).

Cadioli propone allora un ipertesto che abbia come finalità la conoscenza critica dell’autore, del testo, del contesto, della lingua, della società, della vita, della storia non solo linguistico-letteraria dell’opera, ma anche delle sue interpretazioni e trasposizioni in altri media; in definitiva, della sua sedimentazione nella memoria collettiva[13]. Si ritrova così a condividere il pensiero di Jerome McGann, nell’affermazione che «gli strumenti elettronici negli studi letterari non forniscono semplicemente un nuovo punto di vista sui materiali, ma elevano il livello generale di attenzione su di essi a un grado più alto», laddove «quando usiamo libri per studiare libri, o libri rilegati per analizzare altri libri rilegati, la gamma degli strumenti limita i possibili risultati»[14]. Con la loro trascrizione in ambiente digitale e la loro organizzazione in un ipertesto, i più vari materiali che possono entrare nella ricerca filologica e nella storia di un testo sono collocati tutti dentro lo stesso spazio, cosicché, per quanto la loro lettura sia necessariamente sequenziale, è possibile  passare da un documento all’altro, potendo godere di una nuova dimensione non definita dai limiti “materialmente” costrittivi della forma del libro a stampa». Certo, riconosce Cadioli, «sul piano dei principi, molte o tutte le eventuali ricerche potevano già essere progettate (e tante lo erano state) anche per edizioni in volume: tuttavia la facilità dell’interazione e del confronto dei molteplici materiali apre sollecitazioni nuove, che non vanno in direzione dell’avventura individuale e attualizzante, con l’eliminazione della dimensione diacronica e filologica, ma che invece, come scrive ancora McGann, propongono il recupero di una memoria storica». L’informatizzazione degli archivi e la reistoricizzazione degli studi sarebbero allora due movimenti che, secondo Cadioli, «si stimolano continuamente l’un l’altro verso nuove imprese».

In quest’ottica Cadioli matura una nuova definizione per l’ipertesto critico che arricchisce e ripensa, dentro la specifica prospettiva dello studio e della critica della letteratura, l’immagine dello scrittoio con la quale aveva aperto Il critico navigante e che, sostiene, «relega ai margini le altre definizioni ipertestuali più generali (e generiche): l’ipertesto critico è uno scriptorium multimediale»[15]. Si tratterebbe di uno scrittoio che non è fisico ma che esiste come luogo di lavoro e di confronto individuale e collettivo e che «permette la riproposta, dentro scenari tecnologici di trasformazione fortemente innovativi, della critica letteraria come attività di “conservazione” dei testi e come pratica di “riscrittura”, cioè di una reinterpretazione che avviene nel presente e che coinvolge, almeno sul piano etico, il rapporto del critico con il proprio presente».

Per Bernard, in fondo la storia della letteratura non è altro che «il frutto di questa dialettica tra la fedeltà al passato e l’aggiornamento continuo delle nostre conoscenze e dei nostri valori» e «il cambiamento non può essere pensato come una catastrofe in cui andrà perduta una buona parte della sostanza della nostra letteratura (né più né meno di quanto sia accaduto nella trasmissione della letteratura medievale, ad esempio)». Vero è che «il mezzo elettronico sostituirà il libro e noi perderemo, nel corso di questa trasformazione, la sostanza di una parte delle opere del nostro patrimonio letterario», ma è anche vero che si tratta di una trasformazione che conosce già dei precedenti e che proprio la capacità trasformarsi  «è il contrassegno di ogni cultura viva».

Bernard si chiede «Cosa leggeremo domani sul supporto ipertestuale?» in relazione al fatto che  l’ipertestualizzazione può presentare diversi gradi di difficoltà e qualche rischio per alcune tipologie di opere. Ripartisce poi le opere su cui lavorare in tre cerchi: opere che presentano caratteristiche ipertestuali, opere non troppo legate ad effetti di linearità, narrazioni lineari.

«In modo più generale, le opere che Umberto Eco definisce «aperte», nel senso che lasciano una grande libertà al lettore e non impongono delle “istruzioni per l’uso”, possono essere trasferite su un supporto ipertestuale molto più facilmente delle altre, in cui l’autore guida il lettore in modo più serrato. […] Alcune opere, anche molto antiche, come le raccolte di massime, precetti, pensieri o brevi frammenti, possono adattarsi bene ad una presentazione ipertestuale». Di contro Bernard rileva che «il gusto per le opere frammentarie, che si prestano a letture dagli itinerari multipli, è molto aumentato negli ultimi anni». Altre opere che potrebbero non soffrire troppo della loro ipertestualizzazione sono le raccolte di poesia in cui ogni singolo testo può essere letto separatamente, anche se l’organizzazione della raccolta, quando è voluta dall’autore, è sicuramente importante. Bernard evidenzia che «la “granularità” di una raccolta di sonetti è molto simile a quella richiesta da un supporto elettronico e i legami (link) ipertestuali possono riprodurre materialmente i legami tematici sui quali si fonda la lettura della poesia. Il passaggio è più delicato per quanto riguarda il “saggio”, ammesso che questo termine possa designare effettivamente un genere letterario». Alcuni testi fortemente strutturati hanno un senso solo nella continuità della dimostrazione al contrario di altri, come le raccolte di articoli, che possono eventualmente essere letti come frammenti e costituirsi in sequenze diverse da quelle previste dall’edizione originale.

I problemi sorgono nell’ipertestualizzazione di narrazioni lineari in senso stretto come nel caso del romanzo balzachiano o delle opere teatrali, che Bernard stima rappresentare quasi i tre quarti del nostro patrimonio letterario. «Si tratta di testi che si possono leggere soltanto dall’inizio alla fine, perché diversamente non otterrebbero il loro effetto. Il libro, o l’ascolto pubblico, sono gli unici mezzi di comunicazione adatti a questi testi, per i quali sono stati appositamente ideati. La loro presentazione sotto forma di ipertesti è utile solo allo studio, alla rilettura selettiva o alla ricerca mirata».

Nell’opera ipertestuale intesa come “scrittoio multimediale” la disponibilità delle diverse edizioni di un testo, accompagnate da commenti, note e immagini, in un unico spazio, non dà semplicemente luogo ad un archivio sofisticato, ma costituisce un macrotesto, nel quale, i documenti sono a un tempo autonomi e in funzione contestuale agli altri, per cui un’ipertestualizzazione comporta sempre la soluzione di due ordini di problemi relativi da una parte alla informatizzazione del testo originario e dall’altra alla strutturazione macrotestuale.

In primo luogo, è necessario compiere delle scelte preliminari sulla memorizzazione del testo centrale. Tali scelte riguardano la selezione dell’edizione o delle edizioni di riferimento, l’eventuale inserimento delle versioni manoscritte e il procedimento di trasposizione informatica del testo o dei testi selezionati.

In secondo luogo, bisogna procedere alla costruzione di una struttura macrotestuale di nodi e legami che relazioni tra loro e all’opera principale i materiali da collegare nell’ipertesto.

Landow dedica un paragrafo de L’ipertesto all’ipertestualizzazione dei testi a stampa.

Qui, ma anche altrove in chiave esemplificativa, illustra le regole generali per procedere all’ipertestualizzazione di un’opera e suggerisce dettagliati accorgimenti di carattere pratico, ma, qui come altrove, dedica un’attenzione approssimativa  al valore in sé del testo originario nonché della struttura macrotestuale che lo accoglie. Preliminarmente si interroga sul motivo per cui valga la pena effettuare la conversione dei testi letterari in ipertesti e risponde che «trasformiamo il testo stampato in testo digitale e poi lo ipertestualizziamo per diverse ragioni: per renderlo più accessibile o consultabile, e per fornirlo di un arricchimento intellettuale, sperimentale o estetico difficile se non impossibile da raggiungere attraverso la stampa». Successivamente si occupa della trasposizione informatica del testo che può essere ottenuta semplicemente leggendolo attraverso lo scanner o salvandolo in un formato adatto, se già scritto digitalmente. Infine, in coerenza con le suggestioni post-strutturaliste, suggerisce il procedimento di sezionare l’opera in «unità testuali sotto forma di piccoli brani» dato che «gli ipermedia spingono a concepire i documenti in termini di unità di lettura brevi e distinte». Il problema dell’integrità del testo originario, è risolto senza drammatizzare troppo in quanto, se i testi sono già divisi in sezioni, queste «possono costituire la base per blocchi di testo, e bisognerebbe certamente approfittare anche dell’eventuale presenza di sottosezioni e altri elementi che siano in qualche modo utili all’ipertestualizzazione»; negli altri casi, «la versione ipermediale deve contenere collegamenti tra le sezioni precedenti e quelle successive, in modo da conservare una certa affinità con la struttura originaria»[16].

Semplici regole di buon senso, secondo Gigliozzi, che testimoniano invece «una sorta di intraducibilità di un testo nato nell’universo del libro in una nuova forma»[17].

Lungo la linea argomentativa volta, invece, proprio alla valorizzazione del testo principale, il procedimento di digitalizzazione del testo è maggiormente problematizzato.

Sul processo di codifica si sono concentrati studiosi italiani e stranieri dando vita a un ampio dibattito teorico[18]. I termini della questione sono racchiusi nella serie di interrogativi, reputati ineludibili ed elencati da Cadioli: «se è vero che esistono ottimi programmi  per l’analisi testuale, quali testi – e con quali caratteristiche – sono disponibili sullo schermo? Dietro questa domanda si cela un secondo quesito non trascurabile: il passaggio dal supporto cartaceo a quello digitale è automatico, senza conseguenze per il testo? E per aggiungere una domanda ulteriore e altrettanto rilevante, pur nell’apparente banalità: chi deve compiere la “trascrizione” dalla carta al supporto digitale?»[19].

Per Cadioli, alla corretta trascrizione, sono legate «la conservazione o la perdita di importanti informazioni, e questo comporta la consapevolezza che il supporto-libro e il supporto-schermo richiedono formalizzazioni diverse»[20]. Allo stesso modo per Gigliozzi «dev’essere ormai chiaro: qualunque operazione noi compiamo, ponendosi nello spazio del trattamento dell’informazione (trattamento automatico dell’informazione), si carica delle caratteristiche di una transcodifica che deve essere portata a termine consapevoli dei rischi che essa comporta: ogni traduzione implica il rischio di perdita (o almeno di trasformazione) di informazione».

Anche Bernard ritiene che «ogni cambiamento di supporto comporta un’alterazione del messaggio. Il testo letterario, quando diventa testo elettronico, cambia aspetto, struttura, funzione e quindi senso», per cui il fatto di vederne le pagine sullo schermo di un computer non potrà costituire un’esperienza neutra:

«Non si sfoglia infatti un testo elettronico come un codex, ma lo si svolge come un volumen. Il rapporto tra il lettore e lo spessore dell’opera, il ruolo che egli assegna a ogni sua unità sono profondamente cambiati. I termini indicanti le manipolazioni come “girare”, “segnare” o “girare una pagina”, “sottolineare”, “annotare”, “rimandare a”, “leggere trasversalmente”, e oggetti come “pagine”, “copertina”, “sommario”, “note”, “margine”, “dorso”, “segnalibro”, sono diventate non solo delle metafore, ma anche delle forme della nostra attività intellettuale». La civiltà del libro in sostanza, per Bernard  «non può liberarsi impunemente di un mezzo così legato al suo immaginario e ai suoi meccanismi di pensiero».

Cadioli rileva che la moltiplicazione delle offerte di titoli in rete o su CD-Rom è ormai un fatto ma gli spunti di riflessione che riguardano direttamente la realizzazione  degli ipertesti, la loro qualità, la loro incidenza nella cultura attuale, fondata ancora prevalentemente sul libro a stampa sono numerosi a partire proprio dalla conversione dei testi in formato digitale. Cadioli riprende la metafora della navigazione, affermando che si potrebbe parlare, oltre che di spunti di riflessione, di “avvisi ai naviganti” sulle condizioni e sugli eventuali pericoli della navigazione[21].

Il primo “avviso”, che Cadioli  rivolge proprio agli addetti al trattamento dei testi provenienti da epoche passate e da acquisire in formato elettronico, è che «anche la meno pretenziosa edizione digitalizzata (che entri o meno in un ipertesto) fin dall’origine destinata a una critica non testuale (ma l’ipotesi, in ambiente informatico, ha poco senso, perché, con un software adeguato, è sempre possibile compiere analisi del testo) dovrebbe citare come minimo l’edizione cui fa riferimento (quella cioè sulla quale è stata operata la trascrizione), il tipo di trascrizione e di codifica, le eventuali varianti apportate al testo, le scelte condotte»[22].

Il secondo “avviso”, connesso alla conversione del testo principale, è  rivolto ai fruitori dei testi disponibili in rete affinché vigilino sull’affidabilità dei testi digitalizzati, la maggior parte dei quali, rileva Cadioli, «ha scarse o nulle indicazioni bibliografiche e si propone come il risultato di un benemerito volontariato culturale che tuttavia non risolve i problemi di una corretta edizione dei testi»[23]. Si tratta di un problema di cui sembrano essere pienamente consapevoli anche i responsabili di Liber Liber, che affiancano a molti testi da loro inseriti in rete un apposito indice.

Il procedimento di digitalizzazione, definito «memorizzazione informatica» per Fabio Ciotti, deve realizzare «la trasposizione completa esaustiva e fedele del testo su un supporto materiale (disco magnetico, nastro, disco ottico, schede di memoria) ed in una forma tale da renderne possibile il caricamento nella memoria Ram del computer ed il trattamento automatico». La trascrizione digitale più semplice si attua grazie alla riproduzione a mezzo scanner del testo memorizzato prima sotto formato immagine, e poi, grazie ad un apposito programma di riconoscimento carattere, convertito in formato testo. Al polo opposto di complessità c’è la trascrizione segno dopo segno – con il contestuale inserimento di appositi marcatori basati su un codice prestabilito – dei caratteri dell’edizione di riferimento, in modo che il computer possa riprodurli esattamente nella forma grafica e tipografica originaria.

La codifica implica quindi un lavoro di interpretazione a partire dalla scelta dell’edizione di riferimento o della rappresentazione grafica del testo manoscritto, fino alla trascrizione finale. Cadioli sostiene che la codifica «deve misurarsi con l’idea stessa di testo», e ancora una volta, ribadisce, «la riflessione, per altra via torna a riproporre la distanza tra i critici che assumono l’applicazione informatica della letteratura come realizzazione della cultura del postmodernismo e quelli che, riflettendo sulla trasformazione portata dall’informatica agli studi letterari, invitano invece a non eludere la presenza di un autore e di una sua intenzione»[24].

Tito Orlandi afferma la necessità di non perdere l’intenzione dell’autore, pur riconoscendo che ogni codifica del testo, a partire dal manoscritto, porti con sé, inevitabilmente, un’interpretazione, in quanto, «l’azione della codifica elettronica viene ad inserirsi all’interno (e non dopo!) del processo semiotico di comunicazione fra autore e fruitore di un testo»[25]. Ciò comporta che, prima di codificare un testo in formato digitale, bisognerebbe verificare che anche la codifica precedente assunta come riferimento, sia stata effettuata in modo corretto. Il problema si poneva, infatti, già nei passaggi da un supporto a un altro nel passato e, fa notare Cadioli, «paradossalmente, e in modo radicale, nel passaggio dall’orale allo scritto)»[26].

La sicurezza del rigore della trascrizione può essere assicurata solo quando il linguaggio di marcatura riesca esplicitare, secondo Gigliozzi, «il “sapere implicito” che un testo ci veicola, che noi riconosciamo grazie alla nostra intelligenza e al nostro sapere, ma che rimane escluso dal mondo a una dimensione dell’informatica fino a che non sia stato tradotto e memorizzato nei termini adatti alla computazione». Di fronte all’implementazione di uno dei modelli attraverso i quali è possibile rappresentare quel testo, versione alla quale potere rivolgere esclusivamente le domande previste dal modello che l’editore ha preparato, si configurerebbe secondo Gigliozzi una situazione frustrante per uno studioso abituato ad analizzare il documento di partenza, a riconoscerne parti e relazioni tra parti e a costruire (magari solo nella propria mente) un proprio modello del testo. In questo caso per Gigliozzi «otterremmo dal testo digitalizzato meno di quello che normalmente otteniamo da un testo di carta. Di qui la necessità dell’utilizzazione di standard che consentano di intervenire nuovamente sul testo per implementare nuove versioni e per codificare nuovi aspetti, dichiarando e documentando ogni passo del nostro lavoro in modo che qualunque studioso possa comprenderlo e usufruirne, evitando, al tempo stesso, che le nostre codifiche – magari un nostro intervento compiuto con una scopo preciso, destinato a ottenere certi risultati particolari – si trasformi in una corruzione del testo».

Cadioli mostra una certa fiducia nell’evoluzione dei  linguaggi di codifica e segnala che «la comunità scientifica internazionale è da tempo rivolta a discutere la possibilità di fissare uno standard per la codifica, capace di dare garanzie sia sul piano della precisione sia su quello della durata nel tempo, in quanto applicabile alle varie, e tra loro differenti, piattaforme di lavoro sviluppate con sistemi operativi e linguaggi diversi»[27].

Il secondo ordine di problemi che si pone nell’ipertestualizzazione di un’opera riguarda la costruzione della struttura macrotestuale cui è affidato il  testo elettronico. Agli autori delle opere ipertestualizzate Cadioli indirizza un ulteriore “avviso”: quello che il testo elettronico permetta davvero di navigare, sia cioè pienamente utilizzabile e non di “sola lettura” o bloccato su percorsi modesti per numero e per qualità[28], ma, soprattutto, evidenzia che, «andando oltre le rilevanti questioni di codifica dei testi, si apre uno scenario altrettanto importante e, spesse volte, altrettanto trascurato, come è spesso trascurata la riflessione sugli ipertesti di critica: quello della qualità dell’ipertesto in quanto, prima di tutto, insieme di materiali diversi raccolti e organizzati in rete»[29].

Landow prospetta la strutturazione del macrotesto in termini di collegamenti tra testo principale e testi collegati. Rileva che l’assenza delle limitazione legate allo spazio fisico disponibile permette commenti più lunghi e sostanziosi rispetto alle note di un’edizione a stampa, per cui, «un ambiente ipertestuale riconfigura sempre, entro certi limiti, lo status del testo principale e del commento sussidiario: i collegamenti rendono facilmente reperibili le informazione in nota, e quindi queste note più consistenti possono essere legate senza problemi a un numero molto maggiore di punti all’interno e all’esterno di quel particolare testo, rispetto a quel che sarebbe stato possibile o conveniente in un’edizione a stampa»[30]. Inoltre, i testi collegabili non si limitano ad apparati testuali, commenti esplicativi e contestualizzazioni, ma, per Landow, «dovrebbe ormai essere ovvio che tali commenti portano inevitabilmente ad altri testi primari»[31]. 

La strutturazione macrotestuale si riduce comunque a un problema di progettazione dei collegamenti tra testi da risolvere facilmente con il semplice ricorso all’inserimento nell’ipertesto di “lessìe intermedie”, di cui «la prima indichi brevemente una proposta di collegamento tra due testi; la seconda fornisca in sequenza lo schema di eventuali relazioni complesse, lo schema, insomma, di ciò che a stampa poteva essere la struttura di un saggio scientifico o un libro; la terza una schermata d’insieme (overview) dei confronti rilevati; e l’ultima il testo completo del secondo autore»[32]. A ogni livello (o lessìa), il lettore non solo dovrebbe essere in grado di tornare al «cosiddetto» testo principale, ma dovrebbe anche poter raggiungere i materiali collegati senza dover seguire una sequenza prefissata. Il valore dell’ipertesto rimane, così, in sostanza, ancora una volta, ancorato alla valorizzazione della libertà del lettore.

Lungo la linea argomentativa volta alla valorizzazione della struttura macrotestuale come costrutto autoriale gli studi si focalizzano invece sull’elaborazione di ipotesi di modellizzazione di ipertesti d’autore.

Cadioli ricorda che Toschi lamenta il fatto che oggi sia spesso vincente «la scelta consumistica dell’ammassare indiscriminatamente ciò che si ritiene conoscenza»[33] e prospetta che il contrario di tale “scelta consumistica” sia «l’assunzione di responsabilità precise nella progettazione di un ipertesto, tanto più se di natura critica». Per Cadioli  «la scelta delle edizioni dei testi, del corredo critico, degli apparati intertestuali o extratestuali non può non rispondere a un progetto elaborato consapevolmente e, dunque, frutto di un autore (che, naturalmente, può essere anche rappresentato da un’equipe coordinata). Chi si trova davanti all’ipertesto ha la facoltà di leggere quali documenti vuole tra quelli offerti, e come vuole, ma la loro raccolta rappresenta necessariamente il punto di vista critico che ha presieduto alla loro scelta, e che dovrebbe essere un elemento manifesto di presentazione e di caratterizzazione. Toschi  parla di “ipertesto d’autore” e afferma che «il racconto che struttura i dati di un ipertesto è parte fondamentale dell’analisi che si è fatta e delle spiegazioni che se ne vogliono fornire»[34].

Per Gigliozzi «ci troviamo di nuovo a oscillare tra i due eterni poli d’attrazione (scrittore e lettore, il testo scritto e il testo letto, uno e molti), il testo fluttua dalla sua massima concretezza alla sua massima evanescenza e l’operazione di modellizzazione con il suo continuo sbocciare di modelli possibili pare prenderne atto. L’ipertesto perde il suo prefisso e da ipertesto diventa metatesto o un macrotesto. Un testo che si costruisce con altri testi (raggruppa e collega al proprio interno testi e classi di testi), ognuno dei quali gioca il proprio ruolo nell’intreccio dei rinvii. Un macrotesto “critico” del quale ci manca la retorica esattamente come ci manca la “retorica dell’ipertesto creativo”. Se l’edizione critica “perfetta” è quella che fornisce tanti materiali da permettere a chi viene dopo d’arrivare, con quegli stessi materiali, a conclusioni diverse, l’edizione digitale potrebbe essere quella che garantisce un altissimo numero di modellizzazioni, offrendosi come spazio fertile sul quale costruirne altre. L’editore non può immaginare tutti i mondi possibili del proprio testo, ma sarà responsabile dell’attendibilità (e dell’esplicitazione) d’ogni piccolo tassello».

La modellizzazione di una struttura macrotestuale per gli ipertesti letterari è al centro degli interessi di Cadioli che assume, come costante punto di riferimento in tale direzione, le ricerche portate avanti nell’ambito del Cersates dell’Università Charles de Gaulle di Lille, e, in particolare, i due progetti di ipertestualizzazione messi in cantiere, l’HyperDecameron e l’Hyper’Galien.

L’HyperDecameron, diretto da Claude Cazalé Bérard, si propone come modello di edizione critica informatizzata, come data-base multimediale ad accesso libero su Internet e come struttura di ricerca interattiva per gli specialisti del settore. L’obiettivo è quello di verificare e dimostrare l’efficacia euristica di tale modello in un campo di ricerca ancora dominato da metodi e strumenti tradizionali e riservato a un ristretto numero di ricercatori, e di misurarne la ricaduta sul piano epistemologico[35].

Analogamente, l’Hyper’Galien concepito e realizzato da Katell Briatte e Alain Deremetz, si propone di provare le potenzialità dell’ipertesto dell’ottica del commentario critico di opere letterarie antiche e di portare la riflessione sui vantaggi e i limiti dell’ambiente ipertestuale nel quadro di una ricerca più globale concernente l’impatto delle nuove tecnologie sui modi di rappresentazione, di legittimazione e di trasmissione dei saperi[36].

Entrambi i progetti sono rivolti all’uso dell’ipertestualità nell’ambito degli studi letterari tradizionali sui testi e in entrambi si riscontra la volontà di concentrare  l’attenzione su una rigorosa strutturazione ipertestuale che, oltre a dialogizzare il testo e fluidificarlo nella dimensione navigazionale, lo mantenga al centro dell’ipertesto e ne rispetti l’integrità di opera.

Nell’Hyper’Galien è posta in rilievo la costruzione dei legami già dalla presentazione in cui si afferma che il prototipo propone soprattutto uno strumento di creazione, di gestione e di tipizzazione dei legami[37]. La definizione e caratterizzazione nella loro diversità dei nodi e dei legami, anzi, è ritenuta la condizione che permette di assicurare la doppia funzione, tipologica e meta-tipologica, dell’ipertesto.

Per Briatte e Deremetz il modello nodo-legame su cui posa la maggior parte degli ipertesti prodotti oggi è ereditato, essenzialmente da quello che prevale nella fisica classica. Il nodo corrisponderebbe a un’entità, una cosa, un oggetto, un concetto che contiene l’informazione e il legame a una relazione, un’associazione, un attributo, un valore. Questo modello, largamente messo in discussione, tende progressivamente ad essere soppiantato da un modello ispirato alla meccanica quantistica, secondo il quale i nodi e i legami si costituiscono reciprocamente, i nodi ponendosi anche come complessi relazionali e i legami veicolando anche dei contenuti di informazione. Si comprende allora, secondo Briatte e Deremetz, che le tipologie di nodi e legami non possono essere indipendenti, ma in interdipendenza reciproca[38].

Per quanto riguarda i nodi d’informazione, nell’Hyper’Galien sono identificati tre grandi tipologie che potrebbero essere schematizzate ne seguente modo:

unità di informazione di tipo “fonte”, relative all’opera centrale, caratterizzate dalla possibilità di relazionare il testo originale e la traduzione con l’opzione di visualizzazione  della sola traduzione, o di traduzione e testo originale, gestita per mezzo di un menu;

unità di informazione di tipo “commento”, caratterizzate per la presenza di un titolo di unità, e per l’indicazione dell’autore e della data del commento;

unità di informazione di tipo “glossario”: caratterizzate dal formato ridotto, che ne consente la visualizzazione congiuntamente alla lettura del testo.

Tra le unità di tipo commento sono incluse le annotazioni che i lettori hanno la facoltà di inserire. È, inoltre, presa in considerazione l’ipotesi di un ulteriore tipo di unità che accolga la bibliografia contenuta nell’edizione cartacea di riferimento, così come i rimandi bibliografici proposti dagli utilizzatori[39].

La concezione dei legami ipertestuali, progressivamente affinata dagli autori dell’Hyper’Galien, è incentrata sull’idea di rendere esplicito il senso del tradizionale “Cf.” delle note a piè di pagina, fortemente polisemico, per “dare a vedere” al lettore l’approccio interpretativo all’opera. Pertanto a un procedimento di etichettature dei legami è preferita la creazione di tipologie di legami basate sulle relazioni tra le unità di informazione. Concepire una tipologia delle relazioni poste tra le informazioni significa infatti, per Briatte e Deremetz, dare conto dei tipi di operazioni mentali messe in atto nei processi interpretativi[40]. 

La tipologia dei legami proposta è la seguente:

Legami bidirezionali:

 Legami “reciproci”

Interpretativo (testo → discorso critico) ↔ Referenziale (discorso critico → testo)

Enciclopedico (testo → glossario) ↔ “Istanziativo” (glossario → testo)

 Legami “reversibili”

Intertestuale (testo ↔ testo)

“Problematico” (discorso critico ↔ discorso critico)

Legami monodirezionali:

Richiamo di nota (testo → nota)

Bibliografia (discorso critico → bibliografia) [41]

Nell’HyperDecameron è posto in rilievo il tentativo di modellizzazione della struttura di una edition savante ipertestuale delle opere letterarie.

Cazalé Bérard parte dalla considerazione che l’architettura ipertestuale non gerarchica, basata sulla costruzione di una rete di relazioni multidirezionali in numero potenzialmente illimitato, da percorrere secondo modalità navigazionali, permette di rispondere in modo più efficace, rispetto ad altri tipi di procedure e di configurazioni informatiche, a un’esigenza di ricerca basata su libere associazioni che non aveva finora trovato soluzione operativa concreta. Ritiene, tuttavia, che si corra il rischio di ridurre il testo letterario a una combinazione di unità discrete e di informazioni slegate, secondo un modello, tipico dell’enciclopedia multimediale, in cui, però, proprio l’intenzione dell’autore finirebbe con l’essere ridotta ad essere un’interpretazione tra le altre.

Bisogna allora distinguere, afferma Cazalé Bérard, tra i differenti tipi di ipertesti, quelli che esplorano un campo di conoscenza e quelli centrati intorno a un testo o a un autore e che servono da struttura e modalità di funzionamento per un’edizione elettronica. È su quest’ultimo tipo di architettura ipertestuale che si basa il progetto dell’HyperDecameron. In questo tipo di configurazione, spiega Cazalé Bérard, l’ipertesto si sviluppa intorno a un testo che si presenta, quindi, come una costellazione di fattori intervenienti a diversi livelli e fasi della sua realizzazione (disponibili ad essere situati cronologicamente e valutati sia quantitativamente sia qualitativamente, grazie a un insieme di programmi ad hoc) e di dati metatestuali e contestuali (bio-bibliografici, linguistici, letterari, storico-sociali, ideologici), implicati nel suo ambiente di produzione e di ricezione. In tal modo, conclude, si può costituire un nuovo  tipo di edizione critica multidimensionale e multimediale, e, a tali condizioni, l’ipertesto può permettere di trovare nel testo gli elementi organici della sua rielaborazione, finalmente reintegrati e visualizzati secondo una prospettiva diacronica conforme alle esigenze espresse dalla ricerca filologica e letteraria; ma, nello stesso tempo, può permettere di identificare e di esplicitare i legami logici o analogici, strutturali o contestuali e di sviluppare le virtualità associative create dalla molteplicità delle letture; infine, può permettere di registrare, di mettere in memoria e  in circolazione proposte interpretative e scambi di cooperazione all’interno del gruppo di utilizzatori del nuovo prodotto editoriale[42].

La modellizzazione proposta è illustrata in tre tavole relative alle tre dimensioni identificate nell’approccio testuale.

Si tratta, come spiega Cazalé Bérard, di tre griglie sovrapponibili e complementari – livello intratestuale, livello intertestuale, livello extratestuale – raffiguranti i differenti campi da esplorare in un trattamento della testualità, il più completo possibile, che intenda beneficiare delle acquisizioni degli approcci filologico, critico e genetico 

La funzione della struttura ipertestuale sarà, infatti, quella di fornire un accesso a questi livelli di analisi e di permettere la relazione dei dati che essi contengono: questi campi non sono separati che dalla necessità della sperimentazione (come in qualunque esperienza di laboratorio), dal momento che sono profondamente integrati e correlati nel funzionamento del testo – se possibile sotto la sua forma manoscritta e autografa – che è il cuore stesso di tutto il sistema, allo stesso tempo punto di partenza di tutto il processo e sbocco di tutta la ricerca[43].

I materiali da accogliere nell’ipertesto, sono raccolti e sistematizzati lungo due assi che si incrociano. Lungo l’asse della temporalità, dati e documenti sono distinti secondo una dimensione diacronica o sincronica; lungo l’asse della spazialità, sono distinti secondo il rapporto paradigmatico o sintagmatico che li relaziona. All’incrocio degli assi è il testo, considerato, di volta in volta, nell’aspetto intratestuale, intertestuale extratestuale.

Al livello intratestuale, il testo è considerato nella sua formazione, anche editoriale, e nella sua struttura linguistica e logica. Nella ricostruzione della dimensione diacronica, in chiave paradigmatica, è possibile registrare tutte le varianti e le stratificazioni redazionali del testo ricavabili da manoscritti,  scartafacci ed edizioni al fine di visualizzare il processo genetico del testo e, in chiave sintagmatica, è possibile seguire l’organizzazione progressiva del testo dai paratesti al testo stesso, nonché le trasformazioni semantiche conseguenti ai fenomeni di riscrittura. Nella ricostruzione della dimensione sincronica è possibile confrontare, paradigmaticamente, gli elementi della struttura linguistica, ricercando frequenze e concordanze e descrivere, sintagmaticamente, le relazioni proprie della struttura narrativa o argomentativa. Per un tale tipo di approccio intratestuale è necessario mettere a disposizione dell’utente oltre che i dati oggettivi anche idonei programmi di consultazione.

Al livello intertestuale il testo è considerato nel contesto dell’universo della testualità, in rapporto agli altri testi precedenti e successivi dello stesso autore o di altri autori. Secondo la dimensione diacronica, sul piano paradigmatico si può mettere il testo in rapporto con i dati offerti dall’autore, come elementi autobiografici, autocommenti, autocitazioni e interviste, mentre sul piano delle relazioni sintagmatiche  si può ricostruire l’intertesto d’autore, cioè il rapporto del testo con le altre opere dell’autore e con i generi cui l’autore ha fatto ricorso in termini di riscritture o trasformazioni tematiche. Secondo la dimensione sincronica, paradigmaticamente, si può considerare l’intertesto anteriore o contemporaneo per selezionare i temi e eventualmente anche le illustrazioni dei testi che l’autore può avere sfruttato. Sintagmaticamente si può ricostruire il sistema del sapere e il contesto ideologico nel quale l’autore si colloca.

Al livello extratestuale il testo è considerato in rapporto al contesto culturale che lo circonda, e su cui influisce. Sul piano diacronico paradigmatico sono inseriti dati biografici, bibliografici, informazioni sulla fortuna del testo, recensioni e su quello sintagmatico la storia della critica, i movimenti nei quali il testo è stato coinvolto, le varie interpretazioni. Sul piano sincronico paradigmatico si inseriscono  le riscritture suscitate dal testo e su quello sintagmatico le trasposizioni del testo in altri media da trattare con sistemi multimediali.


[1] Cad 27

[2] «Una delle forme più tipiche di questa contaminazione (o ibridazione) tra discorso critico, creativo e (auto)-pedagogico (fino ai limiti del non-sense) è quella che Ulmer chiama “mystory”, una sorta di scrittura-collage che combina critica e espressione, privato e pubblico, svariati generi e forme del discorso, nel tentativo di cancellare i margini tra logica e immaginazione, tra cultura alta e cultura popolare, tra oralità e scrittura ecc. ecc., una forma che, nella sua concretizzazione cartacea, già prelude ad una piena realizzazione ipermediale».

[3] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998, 38

La citazione di J. Lavagnino è leggibile in Reading, Scholarship, and Hypertext Editions http://www.stg.brown.edu/resources/stg/monographs/rshe.html   

[4] La critique de l’environnement hypertextuel mis en oeuvre dans notre projet “Orphée” nous a montré qu’il associait en réalité, mais de manière inconsciente, deux ensembles de fonctionnalités relevant de deux types d’hypertextes différents: des fonctionnalités navigationnelles d’une part, et d’autre part des fonctionnalités de construction de connaissance. Ces deux approches nous paraissent indissociables dans notre secteur de référence, où s’opère sans cesse un va et vient entre les données et le discours interprétatif. Nous nous proposons donc d’analyser, dans le cadre d’une pratique interprétative et de manière discriminante, les deux ensembles de processus mis en oeuvre, afin d’en proposer une traduction optimisée en termes de fonctionnalités à l’intérieur d’un système d’information de type hypertextuel.

http://www.univ-lille3.fr/www/Recherche/cersates/hypertex.html  

[5]

[6] Laufer, Roger - L’écriture hypertextuelle: pratique et théorie à partir d’une recherche sur Rigodon de Céline, in «Littérature», Paris, 1994, n. 96, pp. 106-121.

[7] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998, 25

[8] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998, 144

[9] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998, 136

[10] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998, 136

[11] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998, 137

[12] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998, 139

[13] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998, 40

[14] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998, 40-41

[15] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998, 144-145

 [16] G. P. Landow, L’ipertesto, Bruno Mondatori 1998, 197-198

[17] Giuseppe Gigliozzi Le strutture del testo letterario

http://crilet.let.uniroma1.it/library/biblio.htm  

[18] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998, vedi note di pagg da 123-133.

[19] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998, 26

[20] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998, 125

[21] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998,   121-122

[22] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998, 126-27

[23] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998, 131

[24] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998, 124

[25] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998, 124

[26] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998,   125

[27] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998, 126-27 Numerosi i linguaggi nati per codificare i documenti: l’International Organization for Standardization (iso) ha indicato come standard per composizione e l’edizione di testi in ambito elettronico lo Standard Generalizated Markup Language (sgml) definito da Ciotti «un metalinguaggio che fornisce la sintassi per la creazione di linguaggi di markup descrittivi consistenti e strutturati».

Ciotti http://www. The SGML Web page http://www.sil.org/sgml  

Un altro linguaggio utilizzato per la codifica di testi è l’html (Hyper Text Markup Language) dello stesso gruppo dello sgml ma semplificato, utilizzato sioprattutto per la compilazione delle pagine da immettere nella rete Internet, grazie anche alla facilità con cui si possono creare collegamenti ipertestuali.

[28] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998, 132-33

[29] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998, 134

[30] G. P. Landow, L’ipertesto, Bruno Mondatori 1998, 103

[31] G. P. Landow, L’ipertesto, Bruno Mondatori 1998, 105

[32] G. P. Landow, L’ipertesto, Bruno Mondatori 1998, 105

[33] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998, 134

[34] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998,   135

[35] Cet hypertexte doit constituer à la fois un modèle d’édition savante informatisée, une base de données multimédia en libre accès sur le réseau Internet et une structure de recherche interactive pour des groupes de spécialistes. […] Il s’agit, en somme, de vérifier et de démontrer l’utilité et l’efficacité euristiques d’un modèle d’édition critique informatisée, disposant d’un système de base de données hypertextuelle et multimédia, accessible sur réseau - dans un domaine de recherches encore dominé par des méthodes et des instruments traditionnels, réservés à un petit nombre de chercheurs - et d’en mesurer les retombées au plan épistémologique.

http://www.univ-lille3.fr/www/Recherche/cersates/boccace/present.html  

[36] Le projet Hyper’Galien a pour objectif de tester les potentialités de l’hypertexte dans l’optique du commentaire critique d’oeuvres littéraires antiques

http://www.univ-lille3.fr/www/Recherche/cersates/HyperGalien/hypergal.html  

Les objectifs que nous nous sommes fixés étaient de deux ordres:

1) en terme de produit, nous souhaitions offrir aux futurs lecteurs un texte ouvert leur proposant une pluralité d’interprétations, mais restant susceptible de s’enrichir de leurs propres annotations, et ce d’une manière beaucoup plus dynamique que la page blanche du support imprimé.

2) à titre heuristique, nous souhaitions mener une réflexion sur le mode de constitution du discours critique, en éclairant plus particulièrement les points suivants :

étudier les modes d’appropriation du texte dans un travail de lecture de type coopératif

étudier les moyens de conserver la pluralité des interprétations et des points de vue

utiliser cette pluralité pour enrichir la réflexion individuelle de chacun

réfléchir enfin sur la possibilité d’établir des passerelles conceptuelles entre les disciplines.

Ces deux objectifs permettaient en outre de nourrir notre réflexion sur les avantages et les limites de l’environnement hypertextuel, dans le cadre d’une recherche plus globale concernant l’impact des nouvelles technologies sur les modes de représentation, de légitimation et de transmission des savoirs.

http://www.univ-lille3.fr/www/Recherche/cersates/HyperGalien/ed_elec.html  

[37] Le prototype Hyper’Galien comporte une ensemble de piles Hypercard proposant le texte traduit, le texte grec, des commentaires, un glossaire, des citations d’autres ouvrages de Galien ou d’auteurs anciens cités par lui. Il propose surtout un outil de création, de gestion et de typage des liens.

http://www.univ-lille3.fr/www/Recherche/cersates/HyperGalien/hypergal.html  

[38] Le modèle noeud-lien sur lequel repose la plupart des hypertextes produits de nos jours est hérité, pour l’essentiel, de celui qui prévaut dans la physique classique. Il est utilisé sous des vocables divers dans diverses disciplines telles l’informatique, les sciences de l’information, la linguistique ou la psychologie, le noeud correspondant tantôt à une entité, une chose, un objet, un concept etc... qui contient de l’information et le lien à une relation, une association, un attribut, une valeur etc...;

Ce modèle, largement discuté de nos jours, tend progressivement à être supplanté par un modèle inspiré par la mécanique quantique, pour lequel les noeuds et les liens se constituent réciproquement, les noeuds étant aussi des complexes relationnels et les liens aussi des contenus d’information. On comprend dès lors que leurs typologies ne puissent être indépendantes, mais en interdépendance réciproque

http://www.univ-lille3.fr/www/Recherche/cersates/HyperGalien/mod_nd_li.html  

[39] Les points sur lesquels notre réflexion s’est concentrée durant le développement de ce projet concernent la définition des unités d’information et l’identification des types de relation entre les informations. L’analyse des contenus de l’édition papier a permis de dresser une première typologie des informations. Nous avons identifié trois grands types d’information, qui ont donné naissance à autant de types de “piles” dans Hypercard:

les piles de type “source”: elles sont caractérisées par l’existence d’un champ indiquant la source, ainsi que par deux champs textuels pouvant contenir l’un le texte original, l’autre la traduction. La possibilité d’afficher la traduction seule, ou la traduction et le texte original, est gérée au moyen du menu;

les piles de type “commentaire”: elles se caractérisent par la présence d’un titre d’unité, et par l’indication de l’auteur et de la date du commentaire;

les piles de type “glossaire”: leur principale caractéristique est leur taille réduite, la définition étant souvent amenée à être affichée conjointement au texte, en laissant possible la lecture de celui-ci.

Les zones laissées au lecteur pour ajouter ses propres annotations incitaient à la création d’une pile “commentaire”. Mais la volonté de faire du produit une édition ouverte nous a amenés à offrir à tout utilisateur la possibilité de créer une ou plusieurs piles de commentaires personnels. En terme de programmation, cela signifie que toute pile créée par l’utilisateur doit partager l’interface générale du système.

La préface et la notice introductive ont donné lieu également à la création de deux piles de type “commentaire” et nous étudions actuellement la possibilité d’introduire une fonction “sommaire” synchronisée avec le texte.

Enfin, nous avons été amenés à créer une pile “bibliographie”, destinée à contenir les informations contenues dans les rudiments de bibliographie de l’édition papier, ainsi que des renvois bibliographiques proposés par les utilisateurs.

http://www.univ-lille3.fr/www/Recherche/cersates/HyperGalien/typ_noeud.html  

[40] L’analyse de nos pratiques interprétatives nous a conduit à affiner progressivement notre conception de la notion de lien hypertextuel. Il nous est apparu en effet qu’il était nécessaire de rendre explicite le sens du traditionnel “Cf.” des notes de bas de page, fortement polysémique, si l’on voulait “donner à voir” au lecteur le processus interprétatif à l’oeuvre.

Notre première hypothèse fut qu’il suffisait de donner un nom au lien pour que le sens d’une relation soit explicite. Nous avons très vite fait le constat que la seule labellisation des liens était inadéquate, et pour deux raisons principales:

·                     La première est qu’un lien n’a de sens que pour celui qui le connaît déjà, et/ou dans le cadre d’une opération spécifique; en effet, le nom que j’ai donné au lien que j’ai créé peut rester obscur pour un autre lecteur, mais peut aussi perdre son sens pour moi si j’aborde le texte avec une autre problématique. Se contenter de donner un nom au lien risquait donc d’obscurcir ou de figer le processus interprétatif.

·                     La seconde est que tout nom de lien ne pouvant être “ambigu”, car deux relations ne peuvent porter le même nom, une tentative exhaustive de ce type s’avère infinie et, en tout cas, perd en lisibilité ce qu’elle gagne en précision.

L’idée de donner au lien le nom de la carte de destination (c’est-à-dire d’un “noeud d’information”) ne levait pas non plus le problème de l’ambiguïté, plusieurs liens pouvant pointer de la même source vers la même cible, avec une valeur complétement différente.

Incités en cela par la démarche réflexive qui sous-tendait notre projet, nous avons été conduits à préférer à l’opération de labellisation des liens celle de leur “typologie“. En effet, concevoir une typologie des relations crées entre des informations nous a semblé inclure utilement une prise en compte des types d’opérations mentales engagées dans les processus d’interprétation.

http://www.univ-lille3.fr/www/Recherche/cersates/HyperGalien/typ_lien_gen.html

[41] Nous avons finalement choisi de dresser la typologie de liens suivante:

Liens bidirectionnels:

Liens “réciproques”

·                     Interprétatif (texte -> discours critique) <=> Référentiel (discours critique -> texte)

·                     Encyclopédique (texte -> glossaire) <=> “Instanciatif” (glossaire -> texte)

Liens “réversibles”

·                     Intertextuel (texte <-> texte)

·                     “Problématique” (discours critique <-> discours critique)

Liens monodirectionnels:

·                     Appel de note (texte -> note)

·                     Bibliographique (discours critique -> bibliographie)

http://www.univ-lille3.fr/www/Recherche/cersates/HyperGalien/typ_lien.html

[42] L’architecture hypertextuelle, non hiérarchique, basée sur la construction d’un réseau de relations multidirectionnelles et en nombre potentiellement illimité, à parcourir selon des modalités de navigation guidée ou experte, permet de répondre de façon semble-t-il efficace, par rapport à d’autres types de procédures et de configurations informatiques, à une exigence de la recherche qui n’avait pas, jusqu’alors, trouvé de solution opératoire concrète: le mode de relations par analogies et par associations, le «vagabondage» au hasard des suggestions ménagées par l’auteur de l’hypertexte, qui privilégie les sauts «du coq à l’âne», les effets de choc suscités par des rapprochements imprévus de l’utilisateur, mais aussi la possibilité d’exercer sa curiosité en procédant à de nouvelles liaisons entre faits ou données: un mode de fonctionnement naturel de l’esprit, auquel il n’était cependant pas possible de donner une représentation constamment modifiable et révisable, et qui fût en outre communicable visuellement et en partie simultanément, dans les conditions de l’édition traditionnelle.

Ne court-on pas le risque, cependant, dans le domaine littéraire de réduire le texte introduit dans une structure hypertextuelle à une combinatoire d’unités discrètes, à une série d’informations déconnectées du système programmé par l’auteur, conformément au mode de fonctionnement bien adapté aux encyclopédies multimédia aux multiples entrées? Précisément dans la mesure où le système hypertextuel repose sur l’absence de hiérarchie, de linéarité, de centre, et développe au contraire la multilinéarité, les noeuds, les liens, les réseaux de structures modulaires et modulables, les programmes de lecture indéfiniment recomposables selon les exigences ou les règles imposées par l’auteur ou l’utilisateur de l’hypertexte, peut-on dire qu’il y ait encore un respect de ce qu’on suppose être l’intention de l’auteur du texte sélectionné, ou bien celui-ci se trouve-t-il réduit à l’état d’une hypothèse interprétative parmi d’autres? Quelle place est alors réservée à la tradition textuelle, à la dimension philologique dont l’importance est indéniable? La lecture d’un texte littéraire peut-elle se réduire à un jeu anonyme - c’est-à-dire sans responsabilité scientifique - exploitant dans le désordre les possibilités sémantiques qui reposent dans les structures du langage?

En fait, il faut sans doute distinguer différents types d’hypertextes : ceux explorant un domaine de connaissance, un champ du savoir et ceux “ centrés “ autour d’un texte ou d’un auteur et servant de structure et de mode de fonctionnement à une édition électronique à finalité scientifique : c’est ce type d’architecture hypertextuelle qui concerne notre propos. Dans ce type de configuration l’hypertexte va se développer autour du texte, du ou des manuscrits selectionnés et recodifiés en vue du traitement informatique : le “ texte “ se présente alors comme une “ constellation “ - pour reprendre l’expression pertinente de R. Mordenti - une constellation de facteurs intervenant à differents niveaux et phases de sa réalisation (disponibles pour être situés chronologiquement et évalués tant quantitativement que qualitativement, grâce à un ensemble de programmes ad hoc), de données métatextuelles et contextuelles (bio-bibliographiques, linguistiques, littéraires, socio-historiques, idéologiques), impliquées dans la constitution de son environnement de production et de réception. Dès lors les conditions et les matériaux sont réunis pour établir un nouveau type d’édition critique multidimensionnelle et multimédia.

A ces conditions, l’hypertexte peut permettre de trouver dans le texte les éléments organiques de son élaboration, enfin réintégrés et visualisés selon une perspective diachronique conforme aux exigences exprimées par la recherche philologique et littéraire ; mais, en même temps il peut permettre d’identifier et d’expliciter les liens logiques ou analogiques, structurels ou contextuels, et de développer les virtualités associatives crées par la multiplicité des lectures ; enfin, il peut permettre d’enregistrer, de mettre en mémoire et en circulation des propositions d’interprétation, à échanger de façon coopérative, à l’intérieur d’un groupe d’utilisateurs du nouveau produit éditorial.

http://www.univ-lille3.fr/www/Recherche/cersates/boccace/fondement_theor/HT_litt.html

[43] On peut propose comme modèle de base de description et de classement des données textuelles trois grilles trois superposables et complémentaires - (niveau intratextuel, niveau intertextuel, niveau extratextuel) - rassemblant les différents champs à explorer dans un traitement de la textualité, aussi complet que possible, qui entend bénéficier des acquis des approches philologique, critique, et génétique. La fonction de la structure hypertextuelle sera, en fait, de fournir un accès à ces niveaux d’analyse et de permettre la mise en relation des données qu’ils contiennent: ces champs ne sont séparés que pour les besoins de l’expérimentation (comme dans n’importe quelle expérience de laboratoire), alors qu’ils sont profondément intégrés et corrélés dans le fonctionnement du texte - si possible sous sa forme manuscrite et autographe - qui est le coeur même de tout le système, à la fois le point de départ de tout le processus et l’aboutissement de toute la recherche.

http://www.univ-lille3.fr/www/Recherche/cersates/boccace/fondement_theor/3d_appr.html

 


Il tentativo di modellizzazione degli ipertesti letterari è uno dei nodi cruciali affrontati da Cadioli ne Il critico navigante.

Cadioli   afferma che «non esiste una modellizzazione di un ipertesto critico e forse, si potrebbe aggiungere ora, non può nemmeno esistere, almeno in senso coattivo. La necessità di avere dei punti fermi non è tuttavia una pretesa troppo ambiziosa»[1]. In questo senso, allora, raccoglie i suggerimenti di Claude Cazalé Bérard ed elabora una nuova tavola, «più specificatamente indirizzata allo studio dei testi moderni e contemporanei, per una più esplicita valorizzazione della “storia editoriale del testo”».

La tavola propone una lettura diacronica della storia del testo e delle sue edizioni e una lettura sincronica volta a comparare i livelli intratestuale, intertestuale ed extratestuale  di ogni fase della storia del testo e delle sue edizioni. La storia del testo vero e proprio è tenuta distinta da quella editoriale, anche se  Cadioli riconosce che «la distinzione “storia del testo” – “storia editoriale del testo” sia puramente strumentale, così come il percorso di lettura sincronica che la tabella propone dalla prima colonna a sinistra all’ultima a destra. Spiega Cadioli:

«Le prime tre colonne, da sinistra e dall’alto in basso, propongono un avvicinamento critico al testo e alla sua storia, che è il loro traguardo e che è indicato nella prima delle due colonne centrali. L’esame critico parte dalle zone più lontane (“extratestuali”) per arrivare agli aspetti più strettamente inerenti alla scrittura (“intratestuali”), dopo avere attraversato i territori della letterarietà (“intertestuali”). Il percorso – dalla creazione alla pubblicazione –  passa dunque dalla storia e dalla cultura di un’epoca, dai dati biografici dell’autore, dall’orizzonte di attesa di un pubblico al rapporto con altri testi della tradizione o contemporanei (rivisitati, riscritti, messi in parodia), allo studio delle varianti e all’analisi (facilitata dalle applicazioni informatiche) dei dati linguistici, stilistici, narrativi, tematici, alla riproduzione dei manoscritti, all’individuazione di lettori impliciti nel testo. È il complesso dei dati che riguardano il primo elemento della triade testo-edizione- interpretazione, ai quali si riconducono, in un primo tempo, la critica genetica e, quindi, le metodologie critiche più strettamente legate all’analisi linguistica, stilistica, testuale, semiologia e narratologica. La seconda parte della triade – che mette in gioco, tra altre, le metodologie critiche della bibliografia testuale, dell’ermeneutica, della sociologia – è invece presente nelle ultime tre colonne a destra, che hanno origine dalla storia editoriale del testo e che da questa via via si allontanano. Il percorso indicato investe gli aspetti più inerenti al testo (“intratestuali”) – quelli che presiedono la sua trasformazione in libro e possono determinare la sua lettura, come i caratteri peritestuali (l’aggettivo fa evidente riferimento a Genette), l’apparato iconografico, la selezione di porzioni di testo eccetera – il ruolo del libro nello spazio e nel tempo in cui è presentato (sono gli aspetti “extratestuali”, come la critica, l’interpretazione, la diffusione nell’immaginario collettivo, e  ciò che Genette chiama «epitesto»), e infine la sollecitazione “intertestuale” di riscritture o di trasposizioni in altri ambiti, siano essi visivi, musicali, o ancora letterari. L’intertestualità, più vicina al testo nel momento della scrittura e dell’analisi testuale, è più lontana dalla sua storia editoriale, perché presuppone per lo più che la diffusione pubblica del libro sia già avvenuta: è specialmente un testo di successo a sollecitare la parodia o ad essere oggetto di una trascrizione cinematografica e televisiva. Da qui, naturalmente, il percorso dovrebbe tornare al testo, la cui lettura può essere modificata dalla conoscenza di elementi testuali (la trama, per esempio) raggiunta attraverso altre forme»[2].



[1] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998, 51-51

[2] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998, 58-59


Secondo Cadioli, «si viene configurando in questo modo la storia complessiva di un testo: la sua genesi documentata attraverso i materiali sui quali lavora la critica genetica (appunti, brogliacci, redazioni successive), la definizione del manoscritto, la definizione della sua prima edizione e delle edizioni successive, le possibili letture. Ciò che non è concesso registrare “storicamente” – cioè la lettura individuale – può essere indagato nelle sue manifestazioni collettive: dagli interventi critici pubblici alle annotazioni diaristiche private di quei lettori che, per la loro posizione, sono espressione di una più ampia comunità i lettori, dai suggerimenti “pubblicitari” (soprattutto nelle edizioni contemporanee) ai dati sulla diffusione. Ciò che spesso resta escluso dal libro a stampa – non tanto la documentazione dell’intertestualità con altre opere precedenti o contemporanee, quanto la sollecitazione di riscrittura e le trasposizioni del testo in altri media: dall’arte figurativa, al teatro, e, in età contemporanea, dal cinema alla televisione – può entrare a pieno titolo nell’ipertesto. Tutti i più vari elementi che contribuiscono a definire la storia del testo possono dunque entrare a far parte della struttura di un ipertesto  critico […], possono trovare non solo un nuovo supporto, ma una ricollocazione che, grazie all’interazione, aumenta il valore dei singoli elementi. La novità ipertestuale non è infatti data, naturalmente, dalla somma di tanti documenti – possibilità, tuttavia, di grande rilievo – quanto dalla ricchezza di senso generata dalla presenza contestuale di materiali diversi, fondamentali per la conoscenza di un testo e della sua storia complessiva. L’ipertesto filologico, l’edizione (critica) ipertestuale, l’ipertesto con la storia editoriale di un testo sono riconducibili in un’unica organizzazione ipertestuale, alla cui realizzazione devono partecipare, naturalmente, équipes diverse di specialisti»[1].

Un ulteriore spunto interessante Cadioli lo fornisce quando precisa che «benché le potenzialità della dimensione ipertestuale permettano di raccogliere nella struttura reticolare la più ampia messe di materiali, può essere necessario costruire ipertesti critici parziali, con il consapevole obiettivo di approfondire solo singoli aspetti delle tavole sopra riportate». L’osservazione potrebbe sembrare banale, ma in questa fase, ritiene Cadioli, «anche ciò che è prevedibile merita di essere ricordato: il miraggio della completezza e della possibilità di “inserire” tutto rischia di eliminare quell’importante funzione che hanno le pubblicazioni dei risultati parziali di una ricerca. Definiti idealmente alcuni punti di riferimento, presa coscienza della potenzialità della dimensione ipertestuale, è opportuno prevedere la progettazione di ipertesti critici che – come qualsiasi ricerca affidata a un libro a stampa – abbiano una loro originalità nel proporre, a chi si occupa di letteratura, i più vari suggerimenti. In questa direzione, agli ipertesti che si propongono come nuove e più complete edizioni di testi si affiancano ipertesti che valorizzano altri attraversamenti: quelli solo tematici, quelli solo stilistici, quelli che pongono al loro centro la cultura letteraria di una data epoca»[2]. Il critico assume di volta in volta un punto di vista e in funzione di quello seleziona i materiali con i quali costruire l’ipertesto o rilegge quelli che un ipertesto già realizzato gli mette a disposizione[3].

Di particolare rilevanza ai fini del dibattito teorico sono le potenzialità dell’ipertesto nell’ambito delle discipline filologiche e bibliografiche tanto da fare affermare a Cadioli che, «esaltato dai sostenitori della morte dell’autore, l’ipertesto si propone come uno degli strumenti di maggiore importanza per una critica, come quella filologica, che si fonda sullo studio della trasmissione del testo di un autore e che, per quanto ormai consapevole dell’impossibilità di raggiungere la definizione di quell’unicum che a lungo è stato considerato come “testo originale” cerca di definire i caratteri di ciò che si è tramandato e di storicizzarne la tradizione»[4].

Proprio dalle discipline filologiche e bibliografiche, infatti, più che da altre metodologie critiche, viene il riconoscimento della necessità di esaminare le varie edizioni nelle quali il testo è stato trasmesso nel tempo con la consapevolezza che gli stessi interventi della critica, per lo più in rapporto a specifiche edizioni, non possono essere presi come la risposta univoca a un testo assolutizzato. L’ipertesto filologico oltre a consentire la disponibilità sullo scrittoio informatico di testi di difficile reperimento, permette la visualizzazione simultanea delle diverse fasi redazionali sullo schermo e contribuisce, così, afferma Cadioli, «a liberare da quel “feticismo” del testo definitivo ormai respinto per la sua inconsistenza scientifica». Su questo punto le considerazioni di Landow si trovano su una linea di convergenza, quando afferma che «la conoscenza dei sistemi ipertestuali potrebbe modificare le ipotesi sulla testualità quel tanto che basta per liberare gli studiosi  di testi antichi da alcuni dei loro pregiudizi»[5]. Per Landow, infatti, «la tecnologia digitale mette in dubbio i presupposti della teoria del testo a stampa e costringe a riconsiderare  i modi in cui si ripubblicano i testi originalmente concepiti sia per la stampa, sia per precedenti regimi di informazione». L’enfasi posta dalla tecnologia della stampa sull’unitarietà del testo avrebbe generato «l’idea che esistesse una versione “perfetta” di tutti i testi proprio nel momento culturale in cui la presenza di edizioni a stampa multiple minava questo ruolo». Solo la rivoluzione digitale avrebbe consentito la presa di coscienza di tale situazione e, a questo punto, secondo Landow, «la capacità dell’ipertesto di unire tutte le versioni o varianti di un particolare testo potrebbe offrire il mezzo per riequilibrare il rapporto tra unicità e variazione nei testi pregutemberghiani». Anche Raul Mordenti, utilizzando l’idea di diasistema di Segre,[6] constata che: «non si può allora fare a meno di chiedersi, in conclusione, se non sia esistito un rapporto forte (e forse fondante) fra il valore dell’”originale”, come unico e solo testo a cui si può e si deve pervenire, e la tecnologia della stampa, come procedura di moltiplicazione (ma dunque di valorizzazione) di un testo e di uno solo; e d’altra parte non si può fare a meno di domandarsi se la tecnologia informatica, e le possibilità che le sono connesse di un passaggio continuo ed utile fra testo ed apparato, non fondi a sua volta una diversa scala di valori e di obiettivi per la scienza filologica, sostituendo alla fissità del Testo con la T maiuscola la plurale mobilità di tanti e diversi testi diasistema»[7].

Landow va poi oltre e imbocca la strada post-strutturalista, traendo la conclusione che «l’ipertesto offre la visione di un testo inteso come un campo di varianti disperse e non come un’entità falsamente unitaria» e che «questa nuova concezione più fluida e frammentaria del testo, forse più autentica di quella delle edizioni convenzionali, mette in dubbio l’effettiva possibilità di  edizioni “critiche”, se non ci si debba invece accontentare di ciò che McGann chiama gli “archivi”, essenzialmente collezioni di frammenti testuali (o versioni) da cui assemblare, o far assemblare al computer, la versione richiesta da una certa strategia di lettura o da un interrogativo scientifico»[8].

Cadioli tuttavia, pur riconoscendo che «si va sempre più affermando, dunque, l’idea dell’ipertesto come nuova forma di presentazione dei testi la cui tradizione può essere chiamata “fluida”», sottolinea un’ulteriore funzione che assume l’ipertesto nell’ambito della critica bibliografica.

A volte, infatti, le informazioni che possono essere tratte dalla lettura dei segni tipografici sono altrettanto preziose  di quelle date dalle stesse parole e l’ipertestualità può dare conto dei diversi passaggi che portano dal manoscritto arrivato a uno stampatore o a un editore al libro stampato, cioè all’oggetto fisico. Da questo punto di vista, afferma Cadioli, «la struttura ipertestuale non ha di per sé il compito di fornire un’edizione critica o di documentare una tradizione “fluida”, quanto di permettere l’intreccio tra i risultati di ricerche differenti, raggiunti grazie alle indicazioni metodologiche della bibliografia e della critica testuale, alle sollecitazioni della storia sociale della lettura e della letteratura, alle riflessioni della teoria della ricezione».

In conclusione, secondo Cadioli, «si potrebbe dire schematicamente che nell’ipertesto deve entrare la storia del testo, sia registrandola con l’atto interpretante della trascrizione (prassi tipicamente filologica) sia documentandola attraverso la presentazione, laddove possibile, degli “autografi” messi a disposizione di tutti per confronti, letture particolari, ricerca di informazioni che nemmeno la trascrizione diplomatica può dare». Se il testo assume una fisionomia diversa in rapporto all’edizione in cui è inserito, l’ipertesto «può anche documentare – presentando sullo schermo la riproduzione digitale del “supporto fisico” a stampa – la scelta della forma di libro voluta dall’autore in rapporto ai lettori da lui prefigurati, la scelta compiuta dallo stampatore o dall’editore contemporanei all’autore, la scelta degli editori successivi, riportando, con i testi i paratesti delle varie edizioni, e dando dunque anche una “storia editoriale”  del testo. In ciascuno di questi interventi è da riconoscere una potenzialità interpretativa diversa e, nell’evidente impossibilità di dar conto delle letture individuali, l’ipertesto può documentare le sollecitazioni di lettura che le differenti edizioni suggeriscono. Ciascuna  edizione si rivolge infatti a un gruppo di lettori già esistente o raggruppabile intorno ad essa: questa “comunità letteraria”, non sempre facilmente riconoscibile attraverso indagini di tipo storico o sociologico, può essere descritta in alcuni suoi caratteri esaminando la presentazione del testo, i suggerimenti per il suo uso, le modalità di lettura proposte da apparati paratestuali. Tutti i dati raccoglibili in questa direzione entrano nell’ipertesto che diventa dunque uno strumento di studio rilevante, mettendo gli studiosi a contatto con l’ossimorica “fisicità virtuale” del “libro oggetto”, con la sua copertina, i suoi preliminari, la grafica della pagina, il frontespizio, le eventuali illustrazioni e così via, e documentando il legame che intercorre tra l’autore, il testo, le edizione la  comunità dei lettori, le potenziali (e, se documentate, reali) letture di questi. Si tratta di uno studio che comporta un continuo passaggio tra le singole scelte compiute dalla triade scrittore-editore-lettore, o, si potrebbe dire meglio, di uno studio che intreccia i diversi aspetti della triade testo-edizione-interpretazione (o costruzione del senso)».



[1] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998,  50-51

[2] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998,  61-62

[3] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998,  61-62

[4] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998, 47

[5] G. P. Landow, L’ipertesto, Bruno Mondatori 1998, 100

[6] Segre scrive :”Un testo è una struttura linguistica che realizza un sistema. Ogni copista ha un suo sistema linguistico, che viene a contatto con quello del testo nel corso della trascrizione […] Il compromesso tra il sistema del testo e quello  del copista realizza un diasistema”. Biblio in Cadioli 44

[7] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998,  44

http://www. Univ-lille3.fr/www/Recherche/cersates/boccace/Extratexte/Crit…/mordenti.htm  

[8] G. P. Landow, L’ipertesto, Bruno Mondatori 1998, 101-102 


7. Narrativa