da abcity.it

(sezione in italiano)


Su City 


TUTTO QUELLO CHE HO DA DIRE SU CITY

Intanto, il titolo. Il mio ultimo libro l’ho intitolato City. Mi rendo conto che non è una grande idea per uno che, il libro precedente, l’ha intitolato Seta. Immagino che adesso mi toccherà scrivere Sete (pensavo alla storia di una cittadina, nell’Idaho, dove una mattina tutti si svegliano e il fiume si è seccato, la Coca Cola è finita, i radiatori delle macchine sono vuoti, i bambini piangono senza lacrime, le vaschette dei cessi sono  a secco e così via. Fatti i conti, l’unica cosa che rimane, liquida e bevibile, in tutta la città, è roba alcoolica. E tutti lì, con una sete pazzesca. Il finale però non mi è venuto ancora in mente). Insomma, non è stata una grande idea. Però ci tenevo, a City, perché dice cosa questo libro è sempre stato, nella mia testa. Una città. Non una città precisa. L’impronta di una città qualsiasi, piuttosto. Il suo scheletro. Pensavo alle storie che avevo in mente come a dei quartieri. E immaginavo personaggi che erano strade, e alle volte iniziavano e morivano in un quartiere, altre attraversavano la città intera, infilzando quartieri e mondi che non c’entravano niente uno con l’altro e che pure erano la stessa città. City.

Pensavo a quando vai in una città, e poi quando torni ti chiedono se l’hai vista, quella città, e tu dici di sì, ma è evidente che non l’hai vista, veramente, ne hai viste porzioni irregolari e casuali, ma dici che sì, l’hai vista. City. Volevo scrivere un libro che si muovesse come uno che si perde in una città. Poi, tornato a casa, gli chiedevano cosa aveva visto. Ho visto City.
L’ho scritto - il libro - e poi l’ho intitolato City. Mi sembrava la cosa giusta da fare. 
I personaggi - le strade - sono tanti. C’è un barbiere che il giovedì taglia i capelli gratis, uno che è un gigante, un altro che è muto. C’è un ragazzino che si chiama Gould, e una ragazza che si chiama Shatzy Shell (niente a che vedere con quello della benzina). Ci sono dei professori, della gente che gioca a calcio, un bambino nero che tira a canestro e ci becca sempre, e c’è anche un generale dell’esercito. Gente. Strade. Si prendono le strade e si va. 
Per la prima volta, ho fatto questa cosa strana di raccontare storie che accadono ai giorni nostri, e non in qualche immaginario passato. Me l’ero promesso. Così l’ho fatto. Mi son messo di impegno: per dire: il libro inizia con una telefonata. Roba moderna.

Ci sono anche televisori, automobili, pullman, e, a un certo punto, una roulotte. Volevo anche mettere uno che mandava un fax, ma non mi è riuscito. La prossima volta. Comunque, dato che i vizi sono difficili da abbandonare, in City ci sono anche due quartieri, piuttosto grandi, spostati un po’ indietro nel tempo. C’è una storia di boxe, e c’è un western. Già. Il western è una cosa a cui pensavo da anni. Mi chiedevo se era possibile scrivere un western, nel senso di farne un libro e non un film. Stavo sempre lì a immaginarmi come diavolo uno poteva fare a scrivere la sparatoria finale. Scriverla bene, voglio dire, che proprio te la sentivi addosso, e te la bevevi tutta in apnea. Prima o poi dovevo provarci. L’ho fatto, e mi son divertito molto. Se non avessi da scrivere Sete, credo che non scriverei altro che western, adesso. Quanto alla boxe, quello è un mondo pazzesco, bellissimo. Se solo sei uno che scrive, non puoi veramente guardarlo senza sentirti salire una voglia bestiale di provare a scrivere quello che stai guardando. Hai un bel dirti che l’ha già fatto Jack London. Prima o poi ci caschi. Meglio prima, mi son detto. E anche lì mi son divertito molto. Faticoso, ma sai che giostra, per la fantasìa.

Ancora una cosa vorrei dire. Dato che uno dei personaggi (il ragazzino che si chiama Gould) va all’Università, ogni tanto, in City, compaiono dei professori che, secondo una certa logica, fanno lezione. Ce n’è uno che si chiama Mondrian Kilroy. E’ quello che mi piace di più. E’ lui che, a un certo punto, si mette a scrivere un Saggio, e come argomento sceglie: l’onestà intellettuale. Io ci sto spesso a pensare, a quella faccenda, a cosa significhi essere onesti se sei un intellettuale. E’ una storia complicata. Non sono mai riuscito a capirci molto. Però so che tutto passa da lì, che è lì che si decide quanto facciamo schifo, o quanto, invece, riusciamo a essere uomini giusti. Così ho preso Mondrian Kilroy e gli ho fatto scrivere quel Saggio: mi sembrava un tipo abbastanza ingenuo, e pulito, per poterlo fare. A leggerlo sembra una denuncia dei vizi altrui, ma non è solo quello: è anche un’autodenuncia, e un modo di guardarmi allo specchio. Non è che quello che si vede sia una meraviglia. Ma chiudere gli occhi, quello non mi va di farlo. Così quelle pagine le ho scritte e poi non le ho tolte.

Il prof. Mondrian Kilroy ci ha messo una breve nota, alla fine. Dice: “Un’altra vita, saremo onesti. Saremo capaci di tacere”. Non ho ancora capito bene in che modo, ma essere capaci di silenzio è una cosa che c’entra molto con l’essere onesti, se fai un mestiere come il mio. Forse perfino la capacità di essere assenti. Così, se solo vi capiterà di leggerle, quelle pagine, potrete forse capire perché tutto quello che avevo da dire, su City, l’ho scritto qui, e da adesso me ne starò in silenzio. Già con gli altri libri mi è sempre sembrata una cosa vagamente disonesta parlare in pubblico di ciò che avevo scritto. Con questo, proprio non mi riuscirebbe di farlo. Il prof. Mondrian Kilroy non me lo perdonerebbe mai. Per cui niente interviste o presentazioni o dibattiti. Giusto queste righe, posate in questo posto che quasi non esiste - dedicate a chi le troverà. 
Quanto a sparire del tutto, l’ho detto, al prof. Mondrian Kilroy: non sono abbastanza onesto - o forte - per farlo. Mi spiace. 
Un’altra volta, magari. 
A.B.


Il prologo dalla sezione in italiano



 

Così, nell’ottobre del 1987, la CRB sgomberò una stanza al secondo piano e vi mise dentro otto signorine col compito di rispondere al telefono e di raccogliere i pareri dei lettori. La domanda era: deve morire Mami Jane?
Delle otto signorine, quattro erano impiegate della CRB, due le avevano mandate i servizi sociali, una era nipote del presidente. L’ultima, una ragazza sui trent’anni che veniva da Pomona, era lì con un contratto da stagista vinto rispondendo esattamente a un quiz radiofonico (“Qual è la cosa che Ballon Mac odia di più al mondo?” “Fare la detartrasi.”). Girava sempre con un piccolo registratore. Ogni tanto lo accendeva e ci diceva delle cose dentro.
Si chiamava Shatzy Shell.
Alle 10 e 45 del dodicesimo giorno di referendum – quando la morte di Mami Jane la stava spuntando per 64 a 30 (il 6 per cento residuo riteneva che dovessero andare tutti a fare in culo, e aveva telefonato per dirlo) – Shatzy Shell sentì suonare il telefono per la ventunesima volta, scrisse sul modulo che aveva davanti la cifra 21 e sollevò il ricevitore. Ne seguì la seguente conversazione.

2

 
 

– CRB, buon giorno.
– Buon giorno, è già arrivato Diesel?
– Chi?
– Okay, non è ancora arrivato...
– Qui è la CRB, signore.
– Sì, lo so.
– Lei deve aver sbagliato numero.
– No, no, va tutto bene, adesso mi ascolti...
– Signore...
– Sì?
– Questa è la CRB, è il referendum “Deve morire Mami Jane?”.
– Grazie, lo so.
– Allora vorrebbe gentilmente darmi il suo nome?
– Non ha importanza il mio nome...
– Deve darmelo, è la prassi.
– Okay, okay... Gould... il mio nome è Gould.
– Signor Gould.
– Sì, signor Gould, adesso se posso...
– Deve morire Mami Jane?
– Prego?
– Dovrebbe dirmi cosa ne pensa lei... se Mami Jane deve morire oppure no.

3

 
 

– Oh Gesù...
– Lei lo sa, vero?, chi è Mami Jane?
– Certo che lo so, ma...
– Vede, lei dovrebbe solo dirmi se pensa che...
– Vuole starmi ad ascoltare un attimo?
– Certo.
– Ecco, mi faccia un favore, si dia un’occhiata intorno.
– Io?
– Sì.
– Qui?
– Sì, lì, nella stanza, mi faccia questo piacere.
– Okay, sto guardando.
– Bene. Vede per caso un ragazzo rapato a zero che tiene per mano uno molto grande, ma veramente grande, una specie di gigante, con delle scarpe enormi, e una giacca verde?
– No, non credo.
– È sicura?
– Sì, sono sicura.
– Bene. Allora non sono ancora arrivati.

4

 
 

– No.
– Okay, allora voglio che lei sappia una cosa.
– Sì?
– Quei due non sono cattivi.
– No?
– No. Quando arriveranno si metteranno a sfasciare tutto, e con ogni probabilità prenderanno il suo telefono e glielo attorciglieranno intorno al collo, o cose del genere, ma non sono due ragazzi cattivi, veramente, è solo che...
– Signor Gould...
– Sì?
– Le dispiace dirmi quanti anni ha?
– Tredici.
– Tredici?
– Dodici... a voler essere esatti, dodici.
– Senti Gould, c’è mica tua mamma da quelle parti?
– Mia mamma se n’è andata quattro anni fa, adesso vive con un professore che studia i pesci, le abitudini dei pesci, un etologo, a voler esser precisi.

5

 
 
 

 – Mi spiace.
– Non deve spiacerle, la vita va così, non ci si può far nulla.
– Davvero?
– Davvero. Non ci crede?
– Sì... credo che sia così... non so di preciso, immagino che sia così.
– È maledettamente così.
– Hai dodici anni, vero?
– Domani ne faccio tredici, domani.
– Splendido.
– Splendido.
– Buon compleanno Gould.
– Grazie.
– Vedrai che sarà splendido avere tredici anni.
– Ci spero.
– Tanti auguri, davvero.
– Grazie.
– Non è che c’è tuo padre nei dintorni, eh?
– No. È a lavorare.
– Già.
– Mio padre lavora per l’esercito.

6

 
 

– Splendido.
– È tutto sempre così splendido per lei?
– Prego?
– È tutto sempre così splendido per lei?
– Sì..., credo di sì.
– Splendido.
– Cioè... mi succede spesso, ecco.
– È una fortuna.
– Mi succede anche nei momenti più strani.
– Credo che sia una fortuna, davvero.
– Una volta ero in una tavola calda, sulla Statale 16, appena fuori città, e mi sono fermata in una tavola calda, sono entrata e mi son messa in coda, alla cassa c’era un vietnamita, non capiva quasi niente, così non si andava avanti, gli dicevano un hamburger e lui diceva Cosa?, forse era il primo giorno di lavoro, non so, così mi son messa a guardare intorno, dentro la tavola calda, c’erano cinque o sei tavoli, e tutta la gente che mangiava, tante facce diverse e ognuno con qualcosa di diverso davanti, la cotoletta, il panino, il chili, mangiavano tutti, e ognuno era vestito esattamente come aveva voluto vestirsi, si era alzato al mattino e aveva scelto qualcosa da mettersi, la camicia quella rossa,

 
 

e il vestito stretto sulle tette, esattamente quel che voleva, e adesso stava lì, e ognuno di loro aveva una vita dietro e una vita davanti, stavano giusto transitando lì dentro, domani avrebbero rifatto tutto da capo, la camicia quella blu, il vestito lungo, e sicuramente la bionda con le lentiggini aveva una madre in qualche ospedale, con tutti gli esami del sangue sballati, ma adesso era lì che scartava le patatine un po’ nere dalle altre, leggendo il giornale appoggiato sul salino a forma di pompa di benzina, c’era uno vestito tutto da baseball, che sicuramente non entrava in un campo da baseball da anni, stava lì con suo figlio, un ragazzino, e continuava a dargli delle sberle sulla testa, dietro la testa, ogni volta il ragazzino si risistemava su il cappellino, un cappellino da baseball, e il padre tac, un’altra sberla, e tutto mentre mangiavano, sotto un televisore appeso al muro, spento, col rumore della strada, che arrivava a folate, con seduti in un angolo due molto eleganti, in grigio, due uomini, e uno dei due si vedeva che piangeva, era assurdo, ma piangeva, su una bistecca con patate, piangeva in silenzio, e l’altro non faceva una piega, anche lui con una bistecca davanti, mangiava e basta, solo, a un certo punto, si alzò, andò fino al tavolo vicino, prese la bottiglia del ketchup, tornò al suo posto e stando attento a non macchiarsi il vestito grigio ne svuotò un po’ nel piatto dell’altro,

 
 

quello che piangeva, e gli sussurrò qualcosa, non so cosa, poi chiuse la bottiglia e ricominciò a mangiare, loro nell’angolo, e tutto il resto attorno, con un gelato all’amarena pestato per terra, e sulla porta del bagno un cartello che diceva fuori servizio, io guardai tutto quello ed è chiaro che c’era solamente da pensare che vomito, ragazzi, una cosa da vomitare tanto era triste, e invece quello che mi successe fu che mentre stavo lì in coda e il vietnamita continuava a non capirci un accidente io pensai Dio che bello, con addosso perfino un po’ di voglia di ridere, accidenti com’è bello tutto questo, proprio tutto, fino all’ultima briciola di roba schiacciata per terra, fino all’ultimo tovagliolino unto, senza sapere perché, ma sapendo che era vero, era tutto dannatamente bello. Assurdo, no?
– Strano.
– C’è da vergognarsi a raccontarlo.
– Perché?
– Non so... la gente non la racconta, di solito, una cosa del genere...
– A me è piaciuta.

9

 
 

– Dài...
– No, davvero, specialmente la storia del ketchup...
– Ha preso la bottiglia e gliene ha versato un po’...
– Già.
– Tutto vestito di grigio.
– Buffo.
– Così.
– Così.
– Gould?
– Sì.
– Sono contenta che hai telefonato.
– Ehi, no, aspetta...
– Sono qui.
– Come ti chiami?
– Shatzy.
– Shatzy.
– Mi chiamo Shatzy Shell.
– Shatzy Shell.
– Sì.
– E lì non c’è nessuno che ti sta arrotolando il filo del telefono intorno al collo, vero?
– No.
– Ti ricorderai, quando verranno, che non sono cattivi?
– Vedrai che non verranno.

10

 
 

– Non contarci, quelli arrivano...
– Perché dovrebbero, Gould?
– Diesel adora Mami Jane. E lui è alto due metri e quarantasette centimetri.
– Splendido.
– Dipende. Quando è molto arrabbiato non è affatto splendido.
– E adesso è molto arrabbiato?
– Lo saresti anche tu se facessero un referendum per uccidere Mami Jane, e Mami Jane fosse il tuo ideale di madre.
– È solo un referendum, Gould.
– Diesel dice che è tutta una truffa. L’hanno già deciso da mesi che la uccideranno, fanno così solo per salvarsi la faccia.
– Forse si sbaglia.
– Diesel non sbaglia mai. Lui è un gigante.
– Gigante quanto?
– Tanto.
– Io una volta stavo con uno che poteva schiacciare a canestro senza neanche mettersi sulla punta dei piedi.
– Veramente?
– Però di mestiere strappava i biglietti in un cinema.

11

 
 

– E lo amavi?
– Che domanda è, Gould?
– Hai detto che stavi con lui.
– Sì, stavamo insieme. Siamo stati insieme per ventidue giorni.
– E poi?
– Non so... era tutto un po’ complicato, capisci?
– Sì... anche per Diesel è tutto un po’ complicato.
– È così.
– Suo padre ha dovuto fargli costruire un cesso su misura, gli è costato una fortuna.
– Te l’ho detto, è tutto un po’ complicato.
– Già. Quando Diesel ha provato ad andare a scuola, giù, alla Taton, è arrivato lì al mattino...
– Gould?
– Sì.
– Scusami un attimo, Gould.
– Okay.
– Resta in linea, d’accordo?
– Okay.

 
 
 

Shatzy Shell mise la linea in attesa. Poi si voltò verso il signore che in piedi, davanti al suo tavolo, la stava osservando. Era il capo dipartimento sviluppo e promozione. Si chiamava Bellerbaumer. Era di quelli che succhiano la stanghetta degli occhiali.
– Signor Bellerbaumer?
Il signor Bellerbaumer si schiarì la voce.
– Signorina, lei sta parlando di giganti.
– Esatto.
– Lei sta telefonando da dodici minuti e sta parlando di giganti.
– Dodici minuti?
– Ieri ha conversato allegramente per ventisette minuti con un agente di Borsa che alla fine le ha proposto di sposarla.
– Non sapeva chi era Mami Jane, ho dovuto....
– E il giorno prima è rimasta attaccata a quel telefono per un’ora e undici minuti correggendo i compiti a un dannatissimo ragazzetto che poi come risposta le ha dato: perché non fate crepare Ballon Mac?
– Potrebbe essere un’idea, ci pensi.
– Signorina, quel telefono è proprietà della CRB, e lei è pagata per dire una sola maledettissima frase: Deve morire Mami Jane?

13

 
 
 

 – Cerco di fare del mio meglio.
– Anche io. E quindi la licenzio, signorina Shell.
– Prego?
– Sono costretto a licenziarla, signorina.
– Sul serio?
– Mi spiace.
– ...
– ...
– ...
– ...
– Signor Bellerbaumer?
– Dica.
– Le secca se finisco la telefonata?
– Quale telefonata?
– La telefonata. C’è un ragazzo in linea, che aspetta.
– ...
– ...
– Finisca la telefonata.

14

 
 
 

– Grazie.
– Prego.
– Gould?
– Pronto?
– Mi sa che devo staccare, Gould.
– Okay.
– Mi hanno appena licenziata.
– Splendido.
– Non ne sono così sicura.
– Se non altro non strozzeranno te.
– Chi?
– Diesel e Poomerang.
– Il gigante?
– Il gigante è Diesel. Poomerang è l’altro, quello senza capelli. È muto.
– Poomerang.
– Sì. È muto. Non parla. Ci sente ma non parla.
– Li fermeranno all’ingresso.
– In genere non si fermano mai, quei due.
– Gould?
– Sì.
– Deve morire Mami Jane?

15

 
 

– Vadano tutti a fare in culo.
– “Non so.” Okay.
– Mi dici una cosa, Shatzy?
– Devo andare, adesso.
– Solo una cosa.
– Dimmi.
– Quel posto, quella tavola calda...
– Sì...
– Pensavo... deve essere un posto niente male...
– Così...
– Pensavo che mi piacerebbe farci il mio compleanno.
– In che senso?
– Domani... è il mio compleanno... si potrebbe andare tutti a mangiare lì, magari ci sono ancora quei due vestiti di grigio, quelli del ketchup.
– È una strana idea, Gould.
– Tu, io, Diesel e Poomerang. Pago io.
– Non so.
– È una buona idea, giuro.
– Forse.
– 85.56.74.18.
– Cos’è?

16

 
 

– Il mio numero, se ti va mi chiami, okay?
– Non sembra che hai tredici anni.
– Li compio domani, a essere esatti.
– Già.
– Allora d’accordo.
– Sì.
– D’accordo.
– Gould?
– Sì?
– Ciao.
– Ciao Shatzy.
– Ciao.
Shatzy Shell premette il pulsante blu e staccò la linea. Ci mise un po’ a infilare in borsa le sue cose, era una borsa gialla con su scritto Salva il pianeta terra dalle unghie dei piedi laccate. Prese anche le foto incorniciate di Walt Disney e di Eva Braun. E il piccolo registratore che si portava sempre dietro. Ogni tanto lo accendeva e ci diceva delle cose dentro. Le altre sette signorine la guardavano, mute, mentre i telefoni squillavano a vuoto, congelando preziose indicazioni sul futuro di Mami Jane. Quel che aveva da dire, Shatzy Shell lo disse togliendosi le scarpe da tennis e infilandosi quelle col tacco.

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 – Così, per la cronaca, tra un po’ entreranno da quella porta un gigante e un tipo senza capelli, muto, spaccheranno tutto e vi strozzeranno con i fili dei telefoni. Il gigante si chiama Diesel, il muto Poomerang. O il contrario, non mi ricordo bene. Comunque: non sono cattivi.

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