Selezione dal city forum dei messaggi di commento critico su City



Messaggi fino al 5 maggio (uscita del libro in libreria)


Il sentimento viene prima del pensiero. Ed è stato probabilmente questo sentimento che ha spinto Baricco a scrivere un´introduzione anomala a City. Mi piace l´idea. Cittá, meta-cittá, pensieri, parole... provengo da un piccolo paese agricolo del mantovano ed ora vivo a Vienna, cittá...in italiano non esiste plurale, cities, o cittá universale. Quante parole ognuno di noi potrebbe pronunciare per una "sua" cittá! Non ho ancora letto il testo, ma mi incuriosisce, molto.

Federica Termenini (federica.termenini@eoinc.at)


Dialoghi
I dialoghi iniziali del testo, mi sembrano tanto quelli che si trovano nelle chat della rete.

Mario Giagnori (mgiagno@tin.it)


perchè non
il prologo mi è piaciuto molto, ma dovrò aspettare domani per comprare il libro intero però il titolo non mi piace: perchè non "città" oppure, visto il senso, "posto"-"luogo", city mi lascia perplessa comunque., letto il libro mi rifaccio viva Nadia

(ndibilio@hotemail.com)


postmoderno
tecnica,eco di letture che ci piace risentire,insomma :Baricco,non se la prenda,lei...post...moderno.(non vedo perchè dovrebbe prendersela, a meno che detesti le etichette, le catalo-gazioni.)tenica e ancora tecnica.

wiatt murmus (wiatt31@hotmail.com)


Un mondo perfetto.
Non so, ma nel leggere la tua idea su City ero affascinata da questo mondo di persone che percorrono strade e poi si perdono. Poi ho letto il prologo e ho provato la stessa sensazione che provo quando leggo le tue storie: la costruzione è perfetta, tutto è perfettamente accordato, ma sembra un mondo di replicanti. Perfetti, quasi umani, ma senza memoria.

Sandra (sandrap@tin.it)


Ben organizzato
Premesso che non ho mai letto nulla di Baricco. Le pagine iniziali lette mi sembrano ben congegnate... e' evidente che uno vuole continuare a sapere cosa accadra'. Arriveranno quei due? Il meccanismo e' piuttosto perfetto. Mi ricorda un po' quelle spiegazioni di Baricco nelle puntate di Totem. In effetti, se vogliamo, c'e' un po' di costruzione, di forma ben formata, tipo 'ABA', ad esempio, come in musica. Anche la frase 'deve morire...' sembra un tema musicale che ricorre...

Paolo (paolods@iol.it)


Messaggi dal 5 al 31 maggio 1999

CITY e il tallone d’Achille.
Lo stile narrativo di City (costruito ad arte,e così immediatamente riconoscibile,come nei romanzi precedenti del resto) è molto coinvolgente,così naturale(in apparenza)e sciolto. La costruzione narrativa è così moderna(era al cinema che pensavi quando l’hai “architettata”?). I personaggi e le storie allegoriche di City esprimono significati autentici. La tua poetica della narrazione(il mondo ha senso se si possiede una storia e la si può raccontare)come valore in quanto tale, tu l’esprimi davvero al meglio,è davvero il tuo talento!(e chiedersi,come ho sentito fare,quanto in ciò è costruzione e quanto effettivo talento,è davvero una domanda da ingenui).Riesci anche,grazie a questa tua vena di lirismo “naturale”,a raggiungere in alcune pagine la vetta della poesia in prosa,però…sé è grazie al tuo stile narrativo(così immediatamente riconoscibile) che si viene subito conquistati è proprio questo,a mio parere, il tuo tallone d’Achille,quando indugi su di esso. In proposito mi viene in mente qualcosa che, sia tu che un altro scrittore, diceste su questo argomento sui “Quaderni di Panta ,La scrittura narrativa raccontata da scrittori “: “…..esistono almeno due tipi di scrittori:quelli immediatamente riconoscibili,…e altri che non si riconoscono a prima vista…Ma qual è il rischio di Borges ,di Pavese,di Hemingway,cioè qual è il rischio degli scrittori che hanno una voce molto riconoscibile? Spesso diventano subito la parodia di se stessi,scrivono cose ridicole,manierate.Hanno scritto cose bellissime e cose ridicole,nelle quali facevano il verso a se stessi.Pagine che erano la loro stessa imitazione”.(Antonio Franchini) “Non esiste il narratore,se non c’è l’altro.Anche se è vero che,purtroppo, andando in là negli gli anni e nei libri,questa foto che hai davanti,questo qui con cui stai giocando a tennis,ha sempre più la tua faccia.Può diventare un gioco perverso.Si può scrivere anche l’Ulisse,quando dall’altra parte chi gioca a tennis sei tu.E’ un match tra te e te…Capisco che con il tempo possa accadere,ma non riesco ad ammettere che succeda a un ragazzo di vent’anni:se becco uno che gioca a tennis con se stesso,lo prendo a pedate,fino a che non mette davanti a sé almeno la foto della fidanzata”.(Alessandro Baricco) In City (nonostante sia bello) io credo,in qualche pagina ci sei un po’ scivolato. Questo te l’ho voluto dire, perché tra gli scrittori italiani sei uno dei pochi che riesce a dare delle emozioni vere, e mi dispiace quando non riesci a capire che qualche volta “giochi a tennis con te stesso”.

Stefy De luca (abcvz@yahoo.it)


SE JACOVITTI FOSSE VIVO , LO ILLUSTREREBBE!
Bravo Alessandro. City mi é piaciuto molto, per due motivi in particolare. Il primo é quello che , essendo io un fan di Jacovitti, ho pensato che se fosse ancora vivo potrebbe tranquillamente illustrare City. Che ne pensi? Il secondo motivo riguarda le pagine di City in cui tu fai un pò il verso a James Joyce. E' stato divertente scriverle? Ho il titolo per il tuo prossimo romanzo: "SITO" una storia virtuale. Complimenti ancora e ciao.

ENRICO PORRO (enrporro@tin.it)



Ebbene sono alla seconda lettura di City. Sarò dura di comprendonio ma, cari miei, ognuno ha i suoi tempi. Che colpa ho se devo leggere i libri per almeno due volte? LA TRAMA DISTRAE!!!Pagherei una cifra per leggere un libro che non parla di niente, dove non SUCCEDE niente dove non ci sono personaggi non ci sono storie drammatiche un libro fatto di niente. La bellezza di City (me ne sto accorgendo anche alla seconda lettura) sta nella sua meravigliosa CORALITA'. Tu stai lì, in poltrona e ti piove da TUTTE LE PARTI VITA vita strana bizzarra insignificante ma vita. E' per questo che non mi è affatto piaciuto Seta. C'è una storia un amore e... basta. Grazie tante ma preferisco City. Un saluto a Jack Folla ovunque tu sia. Mi sento una sopravvissuta a seguire la sera a letto con le cuffie non troppo alte perchè altrimenti si sveglia mia sorella che dorme nel letto accanto al mio parole che sono state dette mesi fa. E' un po' come quando seguivo la lettura di Furore. Micidiale ascoltare uno che legge una storia mentre te ne stai a letto e devi dormire perchè l'indomani ti devi svegliare alle 5,30 e devi pure cercare di tenere le cuffie a basso volume altrimenti mia madre piombava in camera intimandomi di dormire. Il pericolo è il mio mestiere e questo ed altro per sentire una bella favola.

Catia con la C (purtroppo ne sono priva e sfrutto l'Università, che volete non c'ho una lira)


Il periodo blu di Baricco
Sono rimasto sorpreso da City. Se il primo commento che fai, come se guardassi un quadro con occhio critico, "è un Baricco" (magari aggiungendo un "del periodo blu")poi rimane quel senso di disorientamento. Sì, perchè in City ci si perde, e facilmente. In Castelli di Rabbia la città era piccola (e le labbra e gli occhi di June erano un ottimo punto di riferimento), in OceanoMare tutto proveniva e tornava lì, nel ventre del mare, e in Seta avevamo perlomeno un ottima segnaletica stradale. Per City ci vorrebbe una cartina, a girovagare così per quartieri e strade... Ma alla seconda lettura (dopo un esame universitario,comprenderete lo stress che avevo) è stato bello, il girovagare così, senza una meta apparente, apprezzando meglio ciò che il progetto di un urbanista un po' pazzo, un po' genio ci ha messi di fronte. Non bisogna avere fretta di raggiungere la meta: non ci sono appuntamenti ai quali bisogna arrivare in City: bisogna prendersela comoda. Mettetevi delle comode scarpe da passeggio, annullate tutti i vostri appuntamenti e perdetevi tra le vie di City, che forse incontrerete qualcuno di noi, o persone vestite tutte di grigio che piangono, o.

Stefano Marucci (Stmaruc@tin.it)


Riletto
Ridondanti divagazioni per poche essenziali intuizioni. Come la vita, del resto.

ellepunto (ellepunto@excite.com)



Spiacente per le sue fans, ma nemmeno la lettura di City mi fa cambiare opinione su Alessandro Baricco: anzi, questo suo nuovo romanzo rafforza semmai l’idea che egli sia un piccolo scrittore con l’ego siliconato. “Piccolo” di statura, è ovvio, perché il suo talento di affabulatore di storie è invece fuori discussione: basta leggere le brevi narrazioni del primo Barnum per trovarne conferma. Peccato, però, che il più narcisista tra i romanzieri di casa nostra (più di Busi? Più di Busi!) si presenti oggi soprattutto come il trash del Salinger manieristico (quello dei Nove racconti), laddove per trash si deve intendere - secondo la formulazione proposta da Labranca - l’imitazione fallita di un modello alto. Francamente, quella di City è una scrittura venata di fastidioso autocompiacimento. Baricco ricorre ancora una volta a una macchina narrativa di rimandi e di sostegni a svariati generi e linguaggi, secondo la tecnica di una contaminazione letteraria (con un rifacimento-parodia di modelli più o meno nobili) che produce un crossover seducente nel racconto breve (è il caso di Novecento o di Seta), ma difficile da digerire nelle opere di più ampio respiro, come questo ambizioso e francamente deludente nuovo romanzo.

luca.gervasutti (luca.gervasutti@mail.nauta.it)



Personaggi strani(sarebbero degli ottimi fumetti!!!!!) hai una fantasia pazzesca caro Alessandro,anche se l'immagine del pittore Plasson che dipinge il mare con l'acqua di mare(oceano mare) bè...non riesco proprio a togliermela dalla testa...pura poesia...

(paokos@usa.net)


Maya e il suo velo: Una necessità
Sarà deformazione professionale ma: "Di Meno è Di PIU'", specie in alcuni passi. Altri splendidi.Davvero. Ma sempre troppe "citazioni", forse involontarie. Quello che sembra mancare è l'"innocenza". E non solo in City. Smemorati e sarai un Grande. P.S. I tuoi corsivi su La Stampa: Verticali. Castelli di Rabbia: Ottimo innizio. Oceano Mare: Alcune volte poesia,altre distillati dai 9 racconti (i pescibanana esempio più eclatante). Seta: Bastava Castelli di Rabbia.

up (uff.stampa@rds.it)



Dopo il personale realismo magico di “Castelli di rabbia" e la tenera intensità di "Oceano Mare" in “City” prende il sopravvento una letteratura del ‘nonsense’, un realismo allegorico d’accadimenti e inutilità, d’imprevedibili dolori e treni, di meraviglie e funamboli, in cui l'ordito non appartiene che ai personaggi. Il linguaggio diviene vernacolo amaro, spietato e ironico nel sorprendere della realtà un’autenticità che '(…) è vera e non è vera e alla fine ti frega'.

Manuel Sertão (dbr@vip.it)


Cose così
Così. Billy the Kid: 21: Larry "Lawyer" Gorman. Pat Garret: Enchantè: Clay "Bird" Puller: e morirà in un modo bellissimo, perchè vivere una vita, e il destino non incontrarlo mai. La schifosa imperfezione. Significati forti e profondi? Prosa cesellata, bella ed artificiale? Riciclaggio? Forse: ma frammenti che cristallizzano nei pensieri, frullano, e, nel fuggire, svaporano, per incidente, bellezza. Deve essere qualcosa così. Se esiste. La felicità. Basterebbe, così. Grazie.

Andrea (yulla@hotmail.com)


cose cosi'.
lo sto leggendo. ha un ritmo diverso. non ho ancora capito dove si incastra.ma si incastra su se stesso. a volte lo fa ..sembra che le parole prendano il sopravvento e ..esagerino. parole che tornano. cose cosi'. ipertrofico. tutti troppo uguali nel parlare. ...ma forse non conosco questo tipo di musica...

k. (kighe@freemail.it)


Genio Moderno
Ho appena comprato City in libreria e mi riprometto di cominciare a leggerlo al più presto. Ai geni basta poco per rendere un'idea un sentimento, anche molto complesso. Basta leggere le note di copertina di questo libro per capire che Baricco lo è. Un genio di modernità, anche se quella reale comincia ad entrare nei suoi romanzi solo adesso. Continua così Alessandro, chi legge ha bisogno di te, almeno io si.

Gianpaolo Borghini (giampa@dada.it)


confuso e pretenzioso
Mi spiace, ma il libro non mi e' piaciuto; c'e' "troppo" in questo libro

andrea (orso11@freemail.it)


city
Buongiorno, mi chiamo Giuseppe e ho terminato di leggere il Suo libro la notte passata. Il computer mi inibi- sce e so bene quanto poco piacevole potrà sembrare il mio scrivere, per cui cercherò di essere ancora più inutile. CITY m'é parso più che una città una scatola, ma una scatola come me l'immagino io, cioè senza soluzioni. Fino a un certo punto mi ero immaginato che TUTTO stesse nella mente di Gould, non solo Diesel e Poomerang e gli incontri Raging Bull-style. Quindi credevo che Gould fosse una scatola, un'autostrada attorcigliata. Bella l'idea dei due in-più western e pugilistico, ci sono momenti molto affascinanti, in un senso assolutamente cinematografico del termine. Le storie sopravvivono ai loro autori, alla signorina Shell per la precisione, i geni della lampada puliscono cessi nel luogo, nella scatola che un tempo (quand'era bloccato) conteneva un ring. Bello. Credo che miliardi di persone si immedesimeranno in Gould e nella sua solitudine, solitudine: il m.c.m. Notevole il coinvolgimento, il libro prende e bene. Ora devo andare perchè non ho più idee fresche. A presto. La prego di rispondermi, se vuole, io mi chiamo Giuseppe Verlucca.Moreto e sono uno studente di lettere di Torino. Se mi scrivesse una lettera sarei più felice: i computer non li so usare e non mi piacciono. Arrivederci.

Giuseppe Verlucca.Moreto (verlu.gius@usa.net)



Prima impressione a pag 132..... Leggere City è come aprire una scatola e trovarne dentro un' altra E' come perdersi tra gli spazi delle parole e d'improvviso ritrovare la strada che avevi appena lasciato- sospesa- ela meraviglia di averla ritrovata...Forse è perdersi il mofdo per incontrarsi...Vite che si sfiorano e si attraversano come le anime cristalline di fantasmi, e poi si perdono di nuovo portandosi le loro storie con sè...O vivono per sempre parallele, fino alla fine, senza mai incontrarsi.Mi piace pensare a "questo luogo che quasi non esiste" come al castello dei destini incrociati di Calvino, dove le nostre storie si incrociano come le carte dei tarocchi e dove l'unica cosa da fare è provare a raccontare noi stessi,osservare ed ascoltere...e poi di nuovo ripartire. Tutto quello che fa lui (...A.B.) è darci il tempo,così, con le parole, senza neanche farsi scoprire...Ci fa respirare il profumo di queste strade,spiare ogni angolo, spiare una vita, scilvolare tra i pensieri della gente... e poi scappare via con la leggerezza di una parola e continuare a camminare... P.s. ...Adoro il Prof. Mondrian Kylroy e la sua interpretazione delle Nympheas di Monet...

Glenda (glendafappiano@hotmail.com)


L'Aquila
Ho letto "Tutto quello che ho da dire su City". Mi è venuta in mente una leggenda degli indiani d'america che ho sentito in una (stupenda) serie di telefilm: Northern Exposure (titolo italiano: Un Medico tra gli Orsi). Ripensandoci non sono sicuro c'entri gran che. Però è veramente bella. L'Aquila non è stata sempre Aquila. L'Aquila, prima di diventare Aquila, era Yucatangee, il Parlatore. Yucatangee parlava, parlava per tenere lontano il Lupo, ma parlava così tanto che sentiva solo se stesso. Non sentiva il fiume, non sentiva il vento, nemmeno il Lupo. Venne il Corvo e disse: "Il Lupo ha fame, se smetti di parlare lo sentirai. E sentirai anche il vento. E, quando sentirai il vento, volerai." Così egli smise di parlare e divenne il vero se stesso, l'Aquila. L'Aquila che vola alto. E il suo volo disse tutto quello che c'era da dire.

Riccardo (garswels@negroni.it)


Sento odore di Salinger
Capisco le affinità che ti legano a Salinger, ed è chiaro che c'è un pò di Holden in Gould. Ma perché Gould e la Shell parlano con la stessa voce? Lo stesso tono, lo stesso lessico, la stessa struttura sintattica... Quando Holden parla con Sally, o Salinger con Esmé, tu sai ESATTAMENTE chi sta dicendo cosa a chi, senza bisogno di "lui disse", "lei disse". Qui invece potremmo mescolare le battute come carte da gioco, e nessuno sentirebbe la differenza. Io vorrei sentire i due parlare con la loro voce, mentre questo è un monologo.

Valeria Andreoli (valeria.andreoli@galactica.it)


Identità e memoria
Ho letto solo il prologo. Vabbé, ma mi interrogo ugualmente: c'è prpoprio bisogno di questo? Salinger, London, Kerouac, Ginsberg, Fitzgerald... sì bravi, ma cosa hanno profondamente a che fare con la cultura, con le memorie e coi gesti di cui siamo impastati? Va bene il villaggio globale, la TV, Internet che introduce un nuovo concetto di tempo e di comunicazione simultanea, ma non si rischia un po' l'artificioso, il prodotto letterario da laboratorio a voler scegliersi modelli straordinari ma lontani, distanti? Premetto che non sono un antiamericano né un reazionario: mi chiedo solo se esiste ancora un'identità culturale e letteraria italiana o europea, e se questa, qualora ci fosse ancora da qualche parte,può prescindere dal venire ai ferri corti con la questione della memoria... Comunque leggerò l'intero libro e poi vedremo che ne sarà di questa confusa impressione. ciao

Max Bajero (bajero@netanday.it)



Da quello che ho potuto leggere c'è troppo autocompiacimento, Baricco ormai scrive allo specchio, recita (e infatti la sua scrittura imita sempre di più il cinema), mette giù una frase, poi si ferma, si guarda,sbotta il sorrisetto di chi ne sa più degli altri e torna a scrivere. Lo stile è quello di Barnum 2, quel continuo ammiccare. Siamo lontani dal grandioso debutto di Castelli di rabbia. Peccato.

Alberto Albertini (alberto.albertini@italpresse.it)


Messaggi dall'1 al 30 giugno 1999 

per
Carissimissimo Alessandro (giusto per essere un po’più originale,non mi viene niente di meglio in questo momento,mentre tu con quel “Ehi. Sono io.”Altro che originale..!Sono scoppiata in una di quelle belle risate piene!e anche un po’ sguaiate,immagino.Ma come t’è venuta -davvero sono curiosa - così,immediata,all’improvviso oppure c’hai riflettuto prima un po’ su?!e poi dici: “qualcosa di vero ci dev’essere” a proposito del tuo narcisismo,ego siliconato ecc…No!non dubitare più,questa ne è l’ennesima prova! Comunque sia,penso che sia proprio grazie al tuo narcisismo che sei diventato scrittore.E allora,se è per questo, ben ci stà anche il tuo narcisismo) leggengo le critiche che hanno fatto,in questo forum,a City,anch’io ho condiviso quella del tuo -che ho letto t’hanno fatto - “giocare a tennis con te stesso”.Nel tuo messaggio su questo sito hai scritto: “Il fatto è che quando io scrivo godo e mi diverto:perchè non dovrebbe venire fuori?perché dovrei nasconderlo? “ Bene,io penso che il tuo stile narrativo è davvero un’arma a doppio taglio per tè.Se da un lato il tuo stile cosi “costruito”,io credo, e cosi “naturale”(bell’ossimoro) cattura e conquista perché molto bello,dall’altro scade molte volte in manierismo,perché (come hai scritto: “quando io scrivo godo e mi diverto:perchè non dovrebbe venire fuori?perché dovrei nasconderlo? “) in balia del tuo ardore narrativo non riesci a controllarti,ti fai prendere la mano dal “godimento” narrativo e questo autocompiacimento ti impedisce l’autocritica,e finisci a “giocare a tennis con te stesso”. Questa tua insistita ripetitività,il “fare il verso a se stessi” l’ho notato soprattutto nei dialoghi.Come hanno osservato(ho letto) anche altri lettori,in City tutti i personaggi,indistintamente, parlano in maniera così uguale,con la stessa identica struttura sintattica,lo stesso tono, lo stesso lessico (l’effetto è un po’ come se stesse parlando sempre un’unica voce,personalità,psicologia) che davvero,come ha notato uno dei tuoi tanti lettori,”se si mescolassero le battute dei singoli personaggi come carte da gioco, nessuno capirebbe la differenza”. Impressione è di stare assistendo a un’opera teatrale recitata da un unico attore,con la voce sempre identica e monocorde,e per capire quando prende le parti di un altro personaggio bisogna guardare il suo cambio di abiti in scena.E poi,sempre riguardo ai dialoghi,altra cosa che ho notato è che “un certo tono di dialogo”,più spigliato,spontaneo,confidenziale, lo hai dato senza nessuna variazione di forma,identico,invariato a più personaggi(e sé si dà la stessa “identica” voce a più di un personaggio,io penso che si scada nel manierismo). “ E se scrivo un pezzo del western che mi sembra fantastico,perché mai dovrei farlo un po’ più brutto?Perché suoni meno falso? “ Si! E ti pare poco?! “A me non importa che suoni falso.A me importa che suoni.” Ma se suona falso,togli alla storia che stai raccontando le fondamenta senza le quali non risulterebbe credibile la storia,cioè la verosimiglianza. “Perché mai dovrei farlo un po’ più brutto?” Quello che a te risulterebbe più brutto(proprio vero,sul gusto non si discute) agli occhi degli altri potrebbe risultare proprio il contrario:più bello perché più vero! E se tu continui a dare ascolto solo al tuo gusto come lo chiami se non autocompiacimento!Come giustamente dici “la cosa è più complessa di quanto sembri”, e tra noi due sei tu l’esperto(lo scrittore),non certo io. Per questo mi farebbe piacere conoscere il tuo parere in proposito(in modo più esplicito,possibilmente,che non la battuta con la quale hai chiuso il tuo messaggio). Leggendo i messaggi che ti inviano se ne trovano alcuni(avrai notato anche tu) interessanti.Questa osservazione che ti invio non l’ho scovata su questo forum(ma sul sito dell’Espresso “Parliamo di libri” con R.Cotroneo che dialoga con i lettori),e quando l’ho letta l’ho trovata molto acuta,e mi piacerebbe se tu rispondessi a questa osservazione,che può sembrare provocatoria(il titolo è molto divertente “ Ma ci è o ci fà? “) ma che invece penso che sià solo molto perspicace. “…questo suo stile salingeriano(che pervade tutti i suoi libri) che ormai ha fatto suo(io credo)non solo nello scrivere,nel suo modo di essere e di pensare, nella sua visione del mondo. Allora viene naturale domandarsi ma ci è o ci fa ? E possibile che questa maschera salingeriana se la sia così ben costruita addosso da farlo diventare la continuazione di Holden Caulfield ? E questa sua “trasformazione” non può essere una sorta di schizzofrenia ben mascherata ? “ Ciao,Lia. P.S. Mi farebbe molto piacere(quando ti farai vivo tra un altro mese-immagino-sul forum) se risponderai a questa osservazione,come a quelle mie sopra.Se ti sono sembrata un po’ “combattiva” nei tuoi confronti è solo perché ho espresso il mio semplice parere che è diverso dal tuo,ma le critiche e questa mail che t’ho inviato(che pure mè costata una certa fatica-scherzo),te l’ho fatte proprio perché ho letto City e gli altri tuoi libri,e questo vuol dire che mi piaci,se no non continuerei a leggerti,e sarei davvero contenta se queste critiche ti saranno utili,ne terrai conto(come credo sarà,non per l’alto livello delle mie osservazioni-intendo-ma semplicemente perché sei un tipo intelligente).

lisa frontone (fylash@hotmail.com)


Forma e contenuto
City è un libro di grande forma e poco contenuto. Parole per essere recitate ad effetto, spesso anche belle ma francamente scontate. E' un peccato che l'autore si sia innamorato dello stile e abbia dimenticato l'essenza della sua professione: raccontare storie. Gli consiglierei di rileggere le lezioni americane di Calvino. Soprattutto quando si parla di leggerezza e precisione. Saluti.

Raffa (Raffaele_Balducci@conquestgroup.com)


TORINESE?
Hai smorzato le ambizioni? Potevi dievntare Landolfi e ti sei ingelosito del successo di Pennac? Dovevi proprio usare nomi da barzelletta? Non ti sembra tutto un filino provinciale, come dire, torinese?

Paola (Paola_Baracco@conquestgroup.com)


Commento
Onore e gloria per A.B. col suo straordinario City. Di questo libro si potrebbero dire un'infinità di cose, si potrebbero sprecare fiumi d'inchiostro per gli elogi, i pregi e per tutto ciò che di positivo lo caratterizza. sarebbe comunque inutile nonchè noioso. Di negativo o di sgradevole non mi viene in mente niente. Ma c'è però una cosa sola che mi preme dire e ce bisogna dire: City è un'opera d'arte. Si, un'opera d'arte. Avete capito bene. La funzione dell'arte è quella di fare vedere la realtà secondo un'ottica ed una prospettiva a noi sconosciuta prima, è la capacità di trasmettere la vita attraverso un'immagine o parole. In questo io credo che A.B. sia stato sublime: ci ha trasmesso la vita e la realtà nei loro aspetti più reconditi, attingendo dai meandri più segreti dell'esistenza. Il tutto incorniciato da un surrealismo poetico.

Antonio Di Vita (antoniodivita@hotamil.com)


CRITICHE
Corro in libreria appena esce un tuo libro ma qui voglio fare delle critiche, molto specifiche e anche banali. La prima e' che c'e' un errore di stampa a pag. 122: "sul col naso". La seconda e' riguardo al fatto che Gould abbia un Q.I. di 108. 108 e' un valore di poco superiore alla media, la maggior parte della gente che conosci, te, io, abbiamo di certo un Q.I. superiore a 108, non e' roba da geni. Probabilmente e' solo un problema mio, un fastidio, una dissonanza emotiva che avverto ogni volta che trovo qualcosa che contrasta con conoscenze acquisite che so' reali, scientifiche. La terza ed ultima cosa e' che non ho gradito ritrovare nella nota dell'autore la battuta di Jake LaMotta su Babbo Natale. Dico "ritrovare" perche' la sapevo gia' e credo proprio di averla letta da qualche parte scritta da te, non e' bello sentire due volte la stessa battuta. Chiudo qui, non sono una scientifica pignola priva di fantasia, credimi. Mi farebbe piacere una risposta, ciao P.S. Il mio non vuole essere un messaggio per il forum ma personale, non sapendo il tuo indirizzo di posta elettronica spero che cosi' ti arrivi ugualmente.

Francesca Volterrani (volterrani@multi-service.net)


Mahler-Puccini-Baricco (irriverente?)
Io commenterei il tuo libro con le tue stesse parole. Parole che hai scritto a proposito della musica in "L'anima di Hegel e le mucche del Wisconsin". Ma se a "musica" sostituisco il termine "letteratura", se a "Puccini" e "Mahler" sostituisco il tuo nome, mi sembra di intravedere non solo lo scheletro ideale del tuo ultimo romanzo, ma anche la tua, diciamo così, "poetica". Nonchè la risposta alle critiche che piovono continuamente sul tuo narrare... "Intanto fuori la modernità accade. [...] Nello sguardo capace di vederla si dovrebbe rinnovare, moltiplicato per mille, il rapimento che toccava lo spettatore ottocentesco di fronte alle prime grandi metropoli. L'odierno grande villaggio globale è la letterale esplosione del concetto che quelle città iniziavano a mormorare. [...] La modernità è un pacolscenico su cui a ritmo vertiginoso il mondo si disfa e si ricompone vertiginosamente. I linguaggi si disperdono uno nell'altro, le idee trovano forma, con assoluta indifferenza, nei materiali più nobili o nei più volgari detriti della macchina del consumo, qualsiasi linea di demarcazione certa fra arte e seduzione pura e semplice è andata persa. [...] Ciò che si è perso per strada è il piacere della modernità. E' la disponibilità a pensare la modernità come piacere. [...] La gente, con l'istinto della sopravvivenza va dove qualche architetto sa comporre con i cocci del passato affascinanti dimore del presente. [...] Con la sua vocazione ad una pronuncia razionale, severa e luttuosa, quella musica perde qualsiasi capacità di restituire la gioia del moderno, la sua ricchezza la sua spettacolarità. [...] Ma ciò che (un'umanità offesa) si aspetta si aspetta è la complicità di una lingua che pronunci il reale, e non se stessa. Se questo dovesse significare, per la Nuova Musica, sciogliere i nodi dei propri tabù linguistici e trovare una nuova comunicazione, non sarebbe il dramma che le cattedre di composizione nei Conservatori vorrebbero far credere. [...] Con una certezza: la modernità è innanzitutto uno spettacolo. Nessuna voce incline a vietarsi il rischio della spettacolarità potrà riuscire a cantarla." "In Puccini il problema non è più quello di riconoscere la linea di demrcazione dell'arte, e neppure quello di salvaguardare i privilegi della musica colta. Puccini è oltre. Il problema , per lui, era quello di coniare un'idea nuova di spettacolo. [...] L'estrema prodezza in questo senso è "La Fanciulla del West": l'esatta intuizione di un orizzonte realistico-immaginario, quello del western, che poi il cinema avrebbe dimostrato essere ideale confezione fantastica dei sogni di un certo pubblico della modernità. [...] Aperte le porte della cittadella Mahler si trova di fronte la caotica invasione di un'ondata di suoni profughi e celibi. La prima tentazione poteva essere quella di ricomporli nell'unità di una roccaforte unitaria e stabile. Ma, costantemente, essa è braccata, contraddetta e sospesa da un altro istinto: quello della meraviglia. [...] Può darsi che gli sia anche appartenuta la tentazione di domare quella invasione: ma è certo che su di essa trionfò ripetutamente il desiderio e l'istinto , più semplicemente, di raccontarla. [...] Tanto in Puccini quanto in Mahler si abbassa la soglia di rigore e ampi spazi vengono concessi al kitsch... [...] Per quanto i risultati possano suonare deprecabili, anche in quella regressione dimorava un'intuizione esatta: che se la musica ancora custodiva una sua forza di verità, le spettava però sprigionarla scendendo a patti con modi e linguaggi innervati di inautenticità. Un equilibrismo difficile. [...] Nell'orizzonte culturale della musica colta, quella di spettacolarità è una categoria negletta, demonizzata e dimenticata. La si usa per lo più in senso spregiativo per sottolineare le più dubbie concessioni alla retorica o all'effetto puro e semplice. Eppure, nella sua accezione primaria e nobile, essa dimora nel cuore della creatività musicale. La storia della musica è innanzitutto la storia di una inesausta ricerca di spettacolarità. Emozione e sorpresa..."

Alessandro Cappellotto (ode080k1@oderzo.nettuno.it)


City o Forum?
E se la vera City fosse solo questo Forum? E' qui che le strade si incrociano e i destini si mescolano come se il caso contasse qualcosa. Forse il libro era un pretesto, geniale come il resto, per mostrare il riscontro pratico di un assioma mai detto. La vera City e' qui dentro, fra milioni di bit, ognuno con un'anima attaccata, che si dividono in un gioco binario di rette parallele, per mescolarsi alla vita piatta come un foglio e incredibile come un libro.

Giampaolo (gipo_97@yahoo.it)


Le illuminazioni di Baricco
La letteratura di Baricco non è fatta per essere riletta, è fatta per essere raccontata. Quello che rimane ad una prima lettura non è lo stimolo ad una rilettura continua, ma il desiderio di narrare o sentirsi narrare, magari modificate o con l'aggiunta di particolari inediti, le numerose storie o frammenti di queste, che anche in City, come nei precedenti libri, piovono incessantemente. Tutto può e, in qualche caso, deve essere narrato, non solo storie, cioè vicissitudini di una variegata umanità, ma anche quadri (reali) o saggi (immaginari). Quest'ultimo è il caso del Saggio sull'onestà intellettuale la cui materia viene trasformata in una forma narrata. E' l'autore stesso, il prof. Kilroy, che racconta il suo lavoro, oralmente; di scritto ci sono solo le sei tesi, che nel testo vengono fedelmente riportate, le quali costituiscono solo lo spunto, il resto è parola. Sembra questa l'unica forma che consente al saggio di non contraddire se stesso, cioè di non trasformare le idee pure, apparizioni provvisorie di infinito, in idee artificiali. E in City abitano anche la Boxe e il Western, la narrazione del quale è un match insostenibile, un duello tra un peso massimo (il Cinema) e un peso piuma (uno scrittore). Non è che una parte di City sia dedicata a una storia western, bensì una parte di City è un personaggio che si racconta e poi racconta ad altri un western . L'idea di raccontare a se stessi è centrale: Gould racconta solo a se stesso la storia del pugile Larry Gorman. E' un fatto personalissimo, intimo quanto andare in bagno, luogo principe dell'intimità, dell'igiene personale, del confronto con le proprie necessità fisiologiche, primarie, sgradevoli, naturali, irrinunciabili, umane. Che sia la narrazione dell'evento in sé, e non la sua trasfigurazione in scrittura, il cuore della letteratura di Baricco, lo si capisce dalla fine della storia di Larry. Veniamo a sapere dell'evento eccezionale di cui il pugile si è reso protagonista, (scende dal ring nel match per il titolo mondiale) dalle sue stesse parole, raccolte da un'intervista radiofonica. Quella scena la si sarebbe potuta scrivere in mille modi, ma Baricco sceglie che sia il protagonista a raccontarla, semplicemente dicendola, accennata appena: solo parola, suono (la maggior parte del libro è costituito da dialoghi, privi di qualsiasi descrizione d'ambiente, ad esempio le conversazioni telefoniche tra Shatzy e il padre di Gould). La letteratura di Baricco è voce scritta, come se, invece di un registratore, l'autore avesse usato un libro, per dirci ogni tanto delle cose dentro. Come Closingtown è ai confini delle regole del tempo, così City si trova nella cartina della letteratura ai confini della scrittura o della narrazione scritta. La naturale evoluzione di questo modello narrativo è il suo progressivo passaggio da una forma scritta ad una sempre più vicina a quella puramente orale, fino a coincidere col racconto orale (o monologo teatrale). Su ogni ricerca sintattica o lessicale prevale l'intuizione dell'autore. In mezzo ad un linguaggio troppo comune, improvvisamente il lettore assiste a shinings superbi, che illuminano retrospettivamente le pagine lette e gettano una luce istantanea su quelle future. Non c'è nessun interesse a condurre il lettore in quei luoghi, ma solo il desiderio di renderlo partecipe di queste illuminazioni, quasi tutte, come la tristezza bestiale che susciterebbe sorpassare in autostrada una roulotte, affidate unicamente alla possibilità che il lettore condivida la stessa sensibilità percettiva dell'autore (rimasticare un chewingum secco ritrovato in fondo a una tasca del cappotto é incontrare un giorno per strada un vecchio compagno delle elementari che non vedevi da anni). In questo caso il libro di Baricco e il lettore entrano in risonanza: l'effetto di parole per altri insignificanti, si autoalimenta e porta alla commozione. Trasformare in narrazione è un modo per definire un percorso nel labirinto della mente, di Monet mentre dipinge le Nymphéas, della madre di Gould mentre cerca suo figlio. Un'azione, la narrazione e un referente, se stessi o qualcuno a cui si vuole bene. Perché tutto quello che è narrato in questo libro ha come presupposto che chi ascolta è qualcuno a cui si vuole bene, qualcuno che ci vuole bene. Quello che alla fine io credo di aver capito è che ci sono cose di cui non si riesce a scrivere o a parlare (un ragazzo in preda ad una crisi epilettica nel negozio di un barbiere preso a calci da un grassone in attesa di radersi), cose che sfuggono al linguaggio letterario; ci sono cose di cui si riesce soltanto a raccontare a noi stessi, e a quelli a cui vogliamo bene, qualcosa intorno.

Nicola Binucci ()



Messaggi dall'1 luglio al 31 agosto 1999

che gran peccato
carissimo autore, sono una studentessa di lingue e letterature straniere. Ho 24 anni e per via dei miei studi sono costretta - con mio sommo piacere - a leggere molto.Visti però i corsi di studio la mia attenzione è per lo più concentrata sui classici. Ma capita che il destino ci riservi la gioia di poter leggere magnifici contemporanei, proprio come lei. Sono poche le sensazioni paragonabili a quella che si prova alla fine di un bel libro, quando si chiude la copertina o quando si legge l'ultimo verso di una poesia, Yeats o Shakespeare (ecco un mio esempio). Ebbene una piccola letterata in erba come me l'ha provata questa sensazione con i suoi romanzi e con, soprattutto,'Novecento'. Ma ahimè si è andata sempre più affievolendo, fino a scomparire del tutto dopo poche pagine di City. Illeggibile per me. Peggio - per usare un livello di linguaggio accostabile a quello di questo libro -di una e-mail scritta con caratteri distorti come se la tastiera si fosse impossessata della volontà di chi scrive. Prosa sterile per altrettanto sterili concetti. Non ne ho ricevuto niente e nonostante lo sforzo di andare avanti, mi sono fermata. Rispetto troppo i suoi vorticosi monologhi in tv, Proust e la musica classica, o la sua presentazione di 'Schiava d'amore' a 'the end'. Magnifico. La prego ritorni in sè. Grazie per il resto E.


Postmoderno?
Non amo City. Ho vissuto bene la lettura, coinvolgente, pirotecnica. Ma ora che ascolto ciò che mi resta dentro, sento un vuoto simile a quello che provo dopo uno zapping televisivo. Tante belle cose disparate da cui è faticoso staccare lo sguardo ipnotizzato. Non so, sento qualcosa di simile all'accostamento indifferente con cui in TV si passa dal mulino bianco ai bimbi morti. L'impressione è che ciò che tiene insieme boxe, Nympheas, western e onestà intellettuale sia solo una sapiente strategia di montaggio. Ripeto, è un'impressione. Ma il tutto non mi suona vivo, vero, vissuto. Un po' disonesto, forse (per me, 'onestà intellettuale' non è un'ossimoro). Per fare un solo esempio, sento gli accostamenti, in Kundera molto più intensi, più emozionanti in profondità. Più arditi, anche. Mi piacerebbe sentire tuoi (vostri) commenti in proposito. Buon lavoro, di cuore.

Carlo Carcano (carlocar@iol.it)



Ecco finalmente il nuovo libro di Alessandro Baricco. Mi è stato spedito appena uscito. Nuovo look, nuovo contentuto secondo Baricco, ma comunque la formula magica è sempre quella, trattasi di un libro ambientato in un contesto storico o di un libro descrivente la follia della vita quotidiana nel 1999: Alessandro Baricco riesce a costruire i suoi libri come delle reti fitte, nei quali si alternano personaggi strani (io li chiamerei "deboli", non so se ti piace questo riferimento)in un ambiente oscillante tra maraviglia e angoscia. Insomma, ci troviamo in un mondo atemporale e quasi mitico, il quale però poi viene distrutto attraverso eventi mostruosi. Riesci a darci l'illusione di un microcosmo di personaggi fuori ordine che hanno smesso di pensare la vita in categorie di verità e stabilità. Tutto cambia, tutto è instabile, è l'armonia delle relazioni tra i personaggi di City può esplodere già domani in mille pezzi. Dietro la seducente atemporalità sta alla fine sempre il tempo che passa e la morte crudele. Il libro vive di una polifonia straordinaria che è quella di oggi, in una società che coltiva le infinite Weltanschauungen. Tu ci fai vedere le periferie, i luoghi fuori ordine, il punto dove si ferma il linguaggio e l'uomo rimane solo pensiero debole. Poomerang è il personaggio che nondice e dice allo stesso tempo, e quello che tocca è la sfera dell'impossibile, del tabù.... Questi erano solo un po' dei miei pensieri su City. Approposito: quando viene tradotto in tedesco? Anche Oceano Mare non è ancora stato tradotto. Perché?

Melanie (mpuff@phil-fak.uni-duesseldorf.de)


L'affabulatore
E' cosi' che vedo A.B.: un cantastorie della nostra epoca, un dotto guitto della parola che ama intrattenerci con i frutti della fantasia e della parola. E io mi faccio intrattenere sempre con grande piacere. Un solo rammarico (o curiosita'): City e' insieme una storia e tante storie; cosa sarebbe successo se per ognuna fosse nato un romanzo? E, per chiudere... ve lo immaginate un western scritto da Baricco e con protagonista E.Allegri? Che scommessa!

ByRo (Byro@iname.com)


frammenti infinitamente comprensibili
Città, strade, piazze, crocevia, ma la cosa più bella sono senza dubbio le emozioni, emozioni che arrivano dirette, fluiscono, un po' come flussi di persone che percorrono strade, flussi colti in un attimo del loro divenire, flussi che magari seguono anche loro la regola del tre virgola quattordici... Riguardo al professor Kilroy penso che il problema da lui citato non riguardi solo gli intellettuali, anche se per loro il problema sussiste in maniera sostanziale nessuna delle persone che hanno la facoltà di pensare (quindi: chi escludere?)dovrebbe perlomeno porsi il problema, in quanto a trovare una soluzione... Continuiamo a girare per le città e, chissà, magari la vista di un pallone abbandonato proprio di fronte ai nostri piedi non ci faccia capire qualcosa...

marco (lenzone@hotmail.com)


GLI AUTORI DI UN LIBRO SONO DAVVERO 2?
Sempre mi sono dichiarato daccordo con chi, e parlo di autori di libri che ho avuto la fortuna di incontrare e di seguire attraverso le loro dichiarazioni pubbliche, afferma che gli autori di un libro sono due! Il primo colui o colei il cui nome e cognome o, se capita, pseudonimo, compare in qualche parte della copertina. Il secondo il lettore. Si perchè ogni lettore riscrive a modo suo il libro che legge. Decide quali voci usare, disegna i volti dei protagonisti, da un senso agli spazi, gioca con i colori, assapora gli odori (a proposito di odori fatevi inebriare dall'aroma di zafferano con cui Maggiani inizia la sua "Regina disadorna"). Sempre daccordo, dicevo...a parte questa volta. In City l'autore sei solo tu. Un fatto negativo, pensavo mentre percorrevo le strade delle tue pagine. Alla fine, però, mi sono ricreduto e l'ho fatto quando mi sono andato a leggere le note del risvolto di copertina. City è la tua città, ciò che alberga dentro di te, i pensieri di una vita che nascono, muoiono, si fondono, si perdono, riafforano, si trasformano. Storie su storie, volti, nomi e personaggi. Un viale a senso unico, un viaggio in macchina durante il quale chi guida ti indica ciò che si deve guardare...il suo vedere. E' qui, allora, che secondo me è nascosta la forza-non forza di City. Un percorso di altri che possimo fare nostro. La doppia scia parallela tra le foglie di un marciapiede che ad un certo punto si interrompe tanto che ti chiedi se non sia stato il frutto del passaggio dell'Uomo Invisibile. Ecco a cosa può servire il tuo libro, a farci sentire tutto un poco più visibili, con noi stessi e con gli altri. Un saluto Stefano Pasquinucci

Stefano Pasquinucci (Pasquinucci@lycosmail.com)


Aporia e precisazioni.
I. Un bell’esempio di artigianato di genio. Apri lo scrigno, e ti arrendi alla dolce e invincibile cascata di eteroclità, fascino, delicatezza, forza. Di più: ripensandolo tutto insieme, e contemporaneamente, isolandone qualche pezzo rimasto -chissà perché - più in rilievo, finisce che ci trovi - dentro a questo scatolone luminescente - proprio quello che vuoi tu. Quello che cercavi, senza saperlo, da un po’. Allora ci pensi, e,alla fine, sei costretto ad ammettere che questa sorta di archetipo, nel nostro museo delle idee generali, porta il nome di: talento. Ero partito con l’idea di un’opera artigianale (frutto di un “mestierante”) e ho finito con la certezza di un’opera d’arte(creazione di un “talento”).Conclusione aporetica, forse, ma imprescindibile. E dettata da una sensazione strisciante, che è poi quello che ho trovato sul fondo - blu - dello scrigno - luce -scatolone. Per me - a me - City, elargisce fecondità. In qualsiasi senso. E in qualsiasi verso. Quindi. Grazie. II. P.P.(piccola precisazione) Primo: “critiche” al romanzo – City -, non sono ancora riuscito a trovarne, forse per limite mio - cosa probabile - forse per capacità dell’autore a nascondere eventuali punti critici - cosa che allora ti domandi se c’è effettivamente da criticare - forse perché non avevo voglia di andare a cercare qualcosa da “criticare” - cosa dicutibile, ma siamo in un paese libero. Secondo: è abbastanza evidente che c’è già un sacco di gente che, a torto o a ragione, si è addossata - senz’altro a malincuore - la pesante responsabilità di criticare, più l'autore che il romanzo, a ben vedere, che già fa pensare,comunque; aggiungermi al gruppo, non mi è mai piaciuto. Terzo,e ultimo: così, per fare proprio solo un esempio - stupido, ma è più forte di me - quando, mentre leggete, pensate a quelle Kazzo di feritoie che sono bagliori di promesse, e promettono mondi, e - no dico,e - cominciate a fare il confronto con l’idea di Proust, scusate, ma, davanti a un pensiero - a una catena di pensieri - come questa, veramente, io proprio non capisco come diavolo sia possibile pensare - anche - che il libro sia “autocompiacente”(?), che i personaggi parlino tutti con la stessa tonalità o Dio sa solo cos’altro……ma queste sono solo parole del solito stupido lettore convettivo e convergente. A questo punto, felice di esserlo.

Lorenzo (lorenzo@ipbase.net)


IPERTROFICO
Fai un bel lavoro, Alessandro: prendi il tuo Mac (hai scritto col computer, si sente...) e fai il controllo ortografico. Quante volte hai usato la parola ipertrofico? Quante volte la parola talento? Quante volte la parola genio? Pensa a Freud e rifletti: davvero ti senti così superiore a chi ti legge?

Raffa ()


Realtà e fantasia
L'ho letto, City. L'ho comprato lo stesso giorno in cui è uscito in libreria. L'ho finito due giorni dopo. Sono fatta così. La prima lettura non è mai un lento assaporamento: è un pasto vorace, una corsa folle, un'immersione in apnea. Poi l'ho riletto. Con calma. E ho concluso che è meno bello degli altri, ma più geniale. Tento di spiegare. Quando ho letto la prima volta "Castelli di rabbia" sono rimasta sconvolta. "Sui treni, per salvarsi, leggevano. La fissa esattezza della scrittura come sutura di un terrore...". Non so voi, ma da quel preciso istante io non sono stata più capace di salire su un treno - e ne prendo tanti - senza pensare che chinarmi sulle pagine di un libro fosse una pura, semplice e dolcissima vigliaccheria. Non so voi, ma da allora ho capito cos'era quella specie di paura che mi prendeva quando guardavo fuori dal finestrino. La vita che scorre in un lampo, ecco cos'è. La paura di morire, sempre lei. Con City folgorazioni simili non sono capitate. Non mi ha coinvolto direttamente e intimamente. E' il linguaggio, credo. Troppo contorto, in alcuni punti. Quelle perifrasi sofisticate, difficili da leggere perché poco scorrevoli. Non so come spiegare, ma a volte mi hanno allontanato. A livello emotivo, ovviamente. Le ho trovate costruite e artificiose. Penso che AB sia capace di vera "prosa lirica" (perdonatemi l'ossimoro..): in City dov'è finita? Detto questo, l'idea è geniale. Il confronto continuo realtà/immaginazione, l'intersecarsi continuo dei due piani che li rende indistinguibili, mondi reali e mondi possibili che si sovrappongono perdendosi gli uni negli altri. E il western meraviglioso, e quel pensiero di Shatzy sul trovare la propria strada...Anch'io mi sono rotta di tutte le storie sul trovare la propria strada. Penso anch'io di essere una piazza. O un crocevia. Chissà. Saluti a tutti.

Manuela (e.perrone.sgrtv@rai.it)


anteprima recensione
Questa recensione apparirà su " Letteratura e società" ma fra un paio di mesi,indi,se vi va...La leggete prima. Saluti. Laura Jacobbi. Baricco è uno di quegli scrittori che si ama o si odia, in ogni caso fuori dai confini dell’apatica indifferenza tipica di questo fine millennio. Perché sa usare le parole,perché sa giocare con lo stile, perché ha molte storie da raccontare,perché qualche volta le racconta in tv,perché ha successo,perché passa da un genere all’altro con grande naturalezza,perché è bello,perché è un po’ vanitoso,va a sapere perché… O ti piace o lo detesti. E così è “City”. Un libro che puoi scagliare contro il muro per uccidere fastidiosi insetti estivi o un libro che ti resta dentro a lungo,a cui vuoi persino bene,perché spesso succede così,che uno ci si affeziona ai personaggi e se li porta dentro a lungo,un po’ come il protagonista Gould,un genio di dodici anni si porta sempre con sé due amici immaginari ( il gigante Diesel e il muto Poomerang che non-dice un mucchio di cose interessanti nella testa di Gould),ecco si,alla fine Diesel,Poomerang,Gould, Shatzy,il professor Kilroy,tutti tutti quanti i fragili,duri destini di costoro ti entrano dentro e sembra ti parlino, ma non da fuori, no,da dentro,come vocine amiche nella tua testa di lettore e alla fine lasciarli ti spiace, perché sai che ti mancheranno. City è un libro strano:è un libro che contiene moltissimi libri:c’è un western,un incredibile incontro di pugilato, moltissime lezioni di strani professori sui più svariati argomenti:dalle Ninfee di Monet in quanto oggetti curvi, al mirabile saggio sull’onestà intellettuale,alle verande come luogo simbolico della precarietà dell’uomo. Le verande,si.A un certo punto il prof.Bandini dice: “Gli uomini hanno case ma sono verande”,mondi in bilico,idee in esilio,un po’ dentro e un po’ fuori,creature allo scoperto poste su di uno strano confine. Ecco questo libro è un po’ così : lo è il suo stile,lo sono le storie,l’anima dei personaggi,tutto in questo libro è posto su di un confine bellissimo,debole e scoperto. Questo libro è una Veranda. Quindi se le vostre case letterarie sono molto solide e sicure, non comprate questo libro. Finirebbe sul muro insieme alle zanzare. Oppure chiudetevi la porta alle spalle,entrate nella veranda,in un giorno senza vento,appoggiatevi allo schienale d’una sedia a dondolo e lentamente lasciatevi cullare dalle parole,dalle idee,dai pugni,dalla musica di questo viaggio bellissimo. Quando vi alzerete sarete un po’ storditi, un po’ commossi.E forse migliori. Un po’. Laura Jacobbi

Laura Jacobbi (laurajacobbi@iol.it)


PUZZLES
...è quasi finito...sto per ricomporlo.Quando avrò finito di mettere insieme tutti i pezzi se sarò riuscita a farne venire fuori qualcosa di decente potrò dire di aver letto "City" di Baricco. Un libro trova senso nel pensiero di chi lo scrive o in ciò che riesce a trarne chi lo legge?!

ELENA (elenalog@iol.it)


non ho capito........
E' decisamente un bel libro, ben scritto, tutto quello che vuoi... ma io non ho capito... Tutti i libri normalmente ti lasciano un messaggio, e questo in alcuni tratti lo fa anche city... ma il messaggio chiave, quello di Seta, quello di Oceano Mare... io non l'ho capito...; forse mi sbaglio ma Gould dovrebbe essere la risposta al mio quesito, e proprio lui non ho capito... perchè?? Aspetto che qualcuno mi risponda... tra tutti voi che scrivete qualcuno avrà pure voglia di parlarne... Attendo ansiosa

Katia (paszucca@tin.it)


America
Forse "... è il destino, quello..." "... tu potevi guardarli negli occhi, e se guardavi bene, già la vedevi, l'America, già lì pronta a scattare...". Ho guardato bene fin da "Prima della prima" eppure da quando ho "conosciuto" (dal punto di vista letterario) Alessandro Baricco ho una domanda che mi tormenta: ma perchè cavolo uno scrittore che prende per mano e ti accompagna a scoprire i più nascosti sentimenti che hai dentro, deve ambientare tutte le sue storie in... AMERICA? Eppure leggo nele note dell'autore di City ringraziamenti a persone che al più di americano hanno il visto sul passaporto... Provo quella strana sensazione di disagio che mi suscitò la scoperta che aziende calzaturiere delle mie parti producevano scarpe per una notissima casa americana che a sua volta rivendeva i prodotti in Italia ma a prezzi esagerati. Purtoppo quelle scarpe le avevo già ai piedi!

Francesco (fr.gianfreda@anet.it)


Perplessita'
City mi ha lasciato perplessa. Lo trovo un po' lungo, direi quasi eccessivo. Dopo un po' e' come se nauseasse.

Laura ()


E` gratis!
Ciao a tutti! Sono una delle lettrici d'oltre oceano e la nostalgia di casa la combatto anche leggendo i libri di Baricco. Ho appena finito di leggere City e quello che mi rimane e`l'immagine di un mondo cinico, squallido e violento. Non voglio credere che tutto sia all'insegna delle tre EMME: morte, merda e money; e tuttavia penso che alcuni passi di City siano davvero geniali. L'altro giorno ero in una Farmacy a comprare una cornice per una fotografia. Arrivata alla cassa il commesso mi ha detto che potevo prenderne un'altra. Ho risposto che non mi serviva. L'uomo, un pochino stupito mi ha detto: - Ma e`gratis! In quel momento mi sono rivista la scena di Shatzy e Gould al fast food. Sono uscita con due cornici nel sacchetto e un sorriso amarognolo sulle labbra.

Valeria (Garinov@freewwweb.com)


Ebbravo Barì
chi l'ha detto poi, parafrasando Mondrian Kilroy, che un'idea deve diventare organica? city non lo diventa, nemmeno alla fine, va bene, va bene, mi sono divertito moltissimo a leggerlo.

g@p (newgap@tin.it)


pag.190
Camminò i passi del ritorno accostandoli al rimbalzo immaginario di un pallone ipotretico a cui dava movimento con la mano, spingendolo nel vuoto, sentendone i rintocchi sul selciato, caldi e regolari come battiti di cuore rimpallati via da una vita quieta. Questo è un vero finale di city. Qual'è la terza foto appesa allo sportello di Gould a pag.320 ? Abbiamo solo tre possibilità: * Shatzy Shell * le gemelle Dolphin * la madre Bariccodipendenti, rispondente al quiz!!! A presto.

marco (noccioli@iol.it)


Niente titolo
Ciao Sandro, grazie per avermi ringraziato per averti scritto sul forum. Come sai ho varie cose da dirti su City, ma visto che c'è questo sito magari qualcuna la dico qui. Tra tutte le cose che ho da dirti ne scelgo una: il western. O , meglio, l'accoppiata boxe+western, che mi è davvero piaciuta molto. Voglio dire che mi è piaciuta molto soprattutto come accoppiata, cioè INSIEME boxe e western mi sembra che abbiano avuto più valore che la semplice somma del valore della boxe più quello del western. Forse si moltiplicano? Fatto sta che mi sono domandato fin dove potresti spingerti a mescolare questi schemi narrativi (la boxe ovviamente lo è). Voglio dire che probabilmente queste mescolanze potrebbero, se ben studiate, valere come tessuto narrativo in proprio, senza cioè il bisogno di immergerle in un'altra storia che tutto comprenda. Per quanto tu sia sempre attento a lasciare delle attese senza risposta, anche City è una storia che in qualche modo tiene tutto insieme. Non sto dicendoti che tutto dovrebbe andare a rotoli (magari lo penso, ma non lo dico a te), ma solo che la coesione reciproca di alcuni moduli potrebbe essere già sufficiente a legare le parti in un tutto. Va bene, sono stato abbastanza confuso? Se no, dimmelo che ci riprovo. Un saluto a te e a tutti quelli del forum.

Dario Voltolini (dvoltolini@altavista.net)


Ma da dove ti viene questo genio?
City rappresenta il trionfo del romanzo italiano di questa fine millennio, come Baricco può essere definito il degno rappresentante dell'arte romanziera italiana nel III millennio. Una perfetta combinazione tra l'ironico malessere di una vita in un mondo da rimodellare per essere vissuto con piacere, patita da Gould, e un amaro e distaccato cinismo, per conservare la propria dignità e difendere il proprio essere, ovvero il sentimento che muove Shell. Un quadro reale di una realtà in cui l'evasione in un mondo parallelo, come la boxe e il western, rappresenta l'unico stimolo per continuare ad andare avanti. Grazie, Baricco, genio moderno per avermi fatto conoscere altri personaggi, come Poomerang e Diesel, che rimarranno in me per sempre, insieme al professor Bartleboom, Jun, Mormy e il mitico Novecento.

Ivo Furano (ivo_net@hotmail.com)


Baricco mi scusi
Perchè quest'esterofilia continua? Non era meglio "una cosa tipo" SARA FINI, NIENTE A CHE VEDERE CON QUELLO DEI TORTELLINI! Grazie per questo spazio!

elena (0558997239@iol.it)


Americano?
Caro Baricco, sono un tuo collega meno noto (mi conosci ma sto anonimo...) Perché scrivi aggettivi come "dannato" e "fottuto" e avverbi come "dannatamente"? Non lo sai che stanno male, essendo direttamente presi dall'americano? Danno un'aria di traduzione (sbagliata) dall'americano. "Fucking" si dovrebbe tradurre "del cazzo", mica "fottuto"! Va beh, va... Il bello è che sono sicuro che lo sai ma sai purtroppo anche che piacciono ai lettori (diseducati) e allora li usi. Per me questa è cattiva fede. E poi: troppe storielle non indispensabili al libro, alla fine stancano. Non è detto che la letteratura debba essere un fuoco d'artificio continuo. E poi: davvero basta con Carver e Salinger, i due più sopravvalutati del XX secolo! Ciao, un tuo collega segreto.

Anonimo Italiano (mondo@netcity.it)


Messaggi dall'1 al 30 settembre 1999


varie ed eventuali
Scusa Michele, anzi scusatemi tutti, evidentemente mi sono spiegata o espressa male e me ne dispiaccio. Io sinceramente il messaggio -soprattutto nei libri di Baricco - non lo ho mai cercato, anche perché ci sono cose più interessanti da sentire grazie ai testi. Il fatto é che la domanda di Marzia mi aveva incuriosita visto che lei il "fine" lo ha sempre trovato, così ho cercato la mia risposta e ci ho dovuto un pò pensare. In effetti devo ammettere che nel mio leggere, City è stato il libro di questo autore che ho affrontato più celebralmente, fatto che per me è quasi un controsenso visto che spesso sento le idee come le emozioni quando leggo. Di questo testo sono molte le immagini stupefacenti, ma non sono riuscita ad entrare, a spiegarmi tutte le idee fondamentali magari spinta da una diversa visione delle cose: forse per questo - o anche influenzata dai miei studi, cercando un pò di testare quella visione scientifica del tutto in cui così poco credo - nel secondo approccio al libro sto scovando tanti particolari su cui mi fermo e rifletto cercando di capirmi... Anche io ho letto l'articolo da Barnum e solitamente sono completamente d'accordo, soprattutto perché penso che dei bei libri che si leggono non si ricordi tanto la storia vera e propria quanto le emozioni, le folgoranti idee, i richiami mentali; ma in questo caso la cosa non é stata per me così naturale... che sparisca pure City, eventualmente, ma se glielo facessi fare adesso non sentirei totalmente mio il piacere di questa lettura e mi sembra quasi di doverglelo, al libro intendo, uno sforzo diverso per comprenderlo maggiormente. Scusate se questo commento é un pò troppo personale ma volevo spiegarmi. Comunque grazie tante per il commento, che non trovo per nulla arrogante. Always

Annalisa (astraatsky@hotmail.com)


pensieri
City l'ho letto più o meno tre mesi fa. Durante l'estate ci ho un po' pensato e un po' me lo sono dimenticato, e adesso ho l'impresssione di averci dormito sopra a sufficienza, tutto il superfluo oramai é evaporato ed é ora di dire quello che penso. A dire il vero non so se sia giusto lasciare un messaggio di questo tipo: non so se é possibile viaggiare nel viaggio di un altro, figurarsi se é possibile giudicarlo. Però ti leggo ti ascolto e ti stimo e quindi ho deciso di approfittare dell'unica occasione che (probabilmente) avrò mai per parlarti. Fine dei convenevoli. City é diverso; al di là dell'ambientazione, che é evidente che é diversa, quello che mi ha colpito é il fatto che ad essere diversa é l'"atmosfera" che ne scaturisce. Non so bene come fare a spiegarlo, comunque quest'atmosfera é il risultato del tuo modo di raccontare. E quindi dovrei concludere che qualcosa é cambiato nel tuo modo di scrivere; almeno, questa é l'impresssione. La "lancinante meraviglia dolorosa" dei tuoi precedenti c'é anche qui, ma in maniera più cervellotica: non resti a bocca aperta mentre leggi; prima di essere inchiodato dallo stupore ci devi ragionare sopra per un po'. E questo é strano, se permetti, dev'essere un'altra delle tue magie. Comunque, il Baricco che conoscevo io c'é, ma tra le righe. Forse ce n'é uno nuovo. Mentre pensavo a queste cose mi é venuta in mente la musica brutta dei Grandi; che tu dici in un Barnum, é una cosa a cui credono in pochi. Mi sono chiesta se anch'io stavo cercando un giro di parole pur di non dire che City é brutto: beh, non credo. Perché mi é piaciuto e i personaggi: Gould, il professor Taltomar, Shatzy, Diesel e Poomerang, quelli del western (che era perfetto...) li ricordo con affetto, anche se devo pensare un po' più a lungo per ricordarmi le loro facce. Beh, grazie se mi leggerai e grazie per quello che hai inventato.

FAZ ()



Riporto la recensione che ho fatto di City su "Gela on line". Spero che non la troviate stupida (soprattutto AB). Scrivetemi. Saluti Alessandro Lana. -------- Quando mi capita di pensare ad Alessandro Baricco (e dei suoi libri ovviamente), l’impressione prevalente che avverto è di una grande leggerezza. Provo a spiegarmi. Baricco è uno che non ci sta. Non ci sta a fare la parte del “più grande talento giovane della letteratura italiana contemporanea”. Non ci sta a scrivere storie che finiscono lì e buonanotte. E non ci sta a scrivere romanzi semplici. (Ancora c’è chi si fa spiegare il finale di Castelli di Rabbia). Ricordo che, in un’intervista di molti anni fa, disse che il suo sogno era di scrivere prima o poi un libro sull’infinito. Ma credo sia quello che faccia ogni volta o che almeno provi a fare. Succede anche in questo, il quarto, uscito da qualche mese. Dicevo della leggerezza. Viene fuori per via di molte cose. Avete in mente il Macondo di García Márquez? E’ un po’ la stessa cosa. Quel villaggio era niente. Le sue case poggiavano appena sull’immaginario meraviglioso dello scrittore colombiano. Senza un luogo e senza tempo. E quindi senza destino. Cosa c’è di più “leggero” di un non-destino? Baricco è così. Si diverte un mondo ad inventarsi storie di “castelli”, “oceani” e “city” che, per citare Sallustio, “non avvennero mai, ma sono sempre”. Già dal nome, City evoca scenarî metafisici, senza riferimenti precisi. Stavolta però lo scrittore torinese si è sforzato di metterci dentro delle cose dei giorni nostri come telefoni, televisori, automobili. Computers ancora no. Li costruisce così i suoi libri: sono pur sempre il suo rifugio, il posto dove vuole tornare sempre. La leggerezza dei libri di Baricco va insieme alla sua musica. Impossibile parlare di Baricco senza parlare della sua musica. Non si capirebbe niente. Intanto bisogna dire che egli è anche un musicologo (spero abbiate visto qualcosa di Totem e de L’amore è un dardo in tv) e... si sente. Ogni romanzo ha i suoi ritmi, le sue cadenze, le sue ripetizioni. Mi limito a fare il caso di City. Chi lo aprisse per la prima volta non conoscendo gli altri romanzi, penserebbe che i tipografi hanno fatto un casino. Poi leggendo si accorgerebbe che doveva essere così, con tutti quegli spazi bianchi, gli stampatelli, i corsivi e la scarsa punteggiatura (stavolta non ha lasciato, come in Castelli, pagine vuote o con una sola parola o riga): è la sua lingua, la sua musica. A proposito della musica di City, mi è successa una cosa. Ho dato un’occhiata al sito Internet del libro. In una pagina Baricco parlava della musica che ascoltava scrivendo la parte western, la colonna sonora scritta da Ry Cooder per il film The Long Riders. Ascoltandola anch’io, l’ho riconosciuta. Lo scrittore è riuscito ad inciderla sulle pagine. Forse è solo suggestione, ma in fondo è la stessa cosa. In City egli utilizza appieno la tecnica del “flusso di coscienza”. I lunghi monologhi di Shatzy sono formidabili, lasciano senza fiato. Chi è Shatzy? Vero, non ho detto quasi nulla dei personaggi e della trama. Ma a dire la verità, lo stesso Baricco pensa che la trama non sia così importante nei libri, “distrae”. Comunque, Shatzy è una ragazza di trent’anni che, dopo una breve esperienza come intervistatrice telefonica per una casa editrice di fumetti, si ritrova a fare da baby-sitter a Gould, un genio che passa tutto il tempo all’università. Shatzy è una ragazza un po’ stramba, piena di manie e di fissazioni, una che tiene sempre in tasca un biglietto con su scritto: Salva il pianeta terra dalle unghie dei piedi laccate. Il suo sogno è fare un film western, così ogni tanto attacca il registratore e parla di Closingtown. Non è che Gould sia da meno. Ogni volta che va in bagno, riprende la radiocronaca di una vecchia storia di boxe (con la consulenza di Rino Tommasi, ovviamente…). E poi ci sono personaggi da cartoon come Poomerang, il muto, e Diesel, il gigante che non riesce a trovare un mezzo abbastanza adatto per poter viaggiare. Nei quartieri e nelle strade di City s’incontrano altre storie, altri personaggi. Quello che sta più caro all’autore è il professor Mondrian Kilroy, un tipo ingenuo, uno che si commuove spesso, anzi piange proprio a dirotto. Tiene lezioni memorabili e scrive un saggio sull’onestà intellettuale. Leggetevi la lezione n.11 sulle Nymphéas di Monet, avrete un’idea della grande sensibilità artistica dello scrittore. Il Saggio sull’onestà intellettuale è una critica-autocritica di Baricco, in particolare del mondo letterario e del mestiere dello scrittore. Ci sono affermazioni del tipo: “Gli uomini esprimono idee che non sono le loro”, a denunciare quell’atteggiamento a volte sofistico degli intellettuali, che evidentemente infastidisce molto Baricco (ma dal quale onestamente non si dichiara immune). Forse per questo il saggio termina con la nota: Un’altra vita, saremo onesti. Saremo capaci di tacere. E allora taciamo. E leggiamo.

Alessandro Lana (a.lana@ntv.it)


Messaggi dall'1 ottobre al 30 novembre

Book, non City
"Libro", non "City": sarebbe un bel nome, ma forse suona troppo assoluto. "City" sembra un intrico di strade di giardini di gente incontrata per caso, quindi un tutto eterogeneo che non si può catturare. Invece "Libro" è troppo assoluto. Sembra "Bibbia", e in effetti l'etimologia è la stessa. Io "City" lo chiamo "Libro", perché l'ho letto in movimento. Una città non te la porti dietro. Al limite, se proprio l'hai amata, allora te la porti DENTRO. Invece, un libro sì: in cartella, in borsa, in mano. Te lo porti dietro. Ogni mattina e ogni sera, rientrando in treno da Ginevra, ne leggevo qualche pagina e mi ritrovavo invaso e invasato da tutta quella umanità di personaggi, che invece della carne hanno la carta e invece del sangue hanno l'inchiostro. Ne usciva una musica morbida, un po' come quella che ti ronza nelle orecchie nei giorni di stanchezza: una musica intorpidita, che aveva odore e anche qualche brutta malattia, del genere parole da aforisma. Gli aforismi sono un virus che si prende quando si legge troppo e male. Mi sentivo nudo, mentre leggevo "Libro": tutti intorno a me toccavano il mio involucro di pelle e mi sentivo i loro sguardi tanto vicini che mi solleticavano con le loro ciglia. Volevo starmene solo, per soffrire fino in fondo questo romanzo. Ma non potevo, perché tutto intorno a me era movimento, mentre un romanzo è fermo, rimane sospeso nell'acqua del tempo, fluttua, non si muove, è idroscrittura. Per cui, come ultima soluzione, richiudevo le pagine e serravo il volume contro di me, per creare un angolo di solitudine. Tutto quel susseguirsi di storie e canzoni che formavano la pianta di una città, restava rinchiusa e silente in trecento pagine. Era un libro, non una città. Era "Book". Ha un bel suono. Se lo leggi all'italiana, sembra un mobile dell'IKEA. Uno di quelli che trovi nelle stanze degli studenti universitari. Forse un tavolino, su cui appoggi i libri di MD e di AB. O forse uno spazio dentro di noi che assomiglia ad un western alla svedese.

Andrea Trombin Valente (andrea@swissmail.com)


Uno stile che travolge
Sono affascinata dallo stile, o dagli infiniti stili di AB. Oltre a perdermi nella trama delle sue pagine mi lascio stupire e trascinare da pagine di vera genialita' di stile come il monologo di Shatzy Shell sulle scale quando Gould decide di partire. Pagine senza un punto dove ti sembra di stare tu buttando fuori tutta la rabbia che hai dentro e segui senza fiato quello sfogo che diventa tuo. Splendido!

Cristina ()


Ma che titolo vuoi!
La prossima volta che scrivi un libro e ti vuoi divertire con le tue menate letterarie (quelle lunghe dissertazioni senza punti, tutto frasi e ghirigori di parole di incontri di box che poi non interessano a nessuno), ecco, caro Baricco, scrivitele tra parentesi, magari in corsivo se vuoi, così noi lo sappiamo già da subito che sono menate, e se vogliamo ce le leggiamo, se no tagliamo corto fino alla fine della parentesi e andiamo avanti con i tuoi bei racconti. Non prenderla come una critica. Lo è. Anzi. È un consiglio, non lo vendo, è gratis. E ci fai anche una bella figura. Non sai quante critiche e persone deluse ho sentito su questi incontri di box, scritti in sto modo assurdo. Che in oceano mare ci avevano un senso, ma qui no. Comunque so che non te ne fregherà più di tanto. Il tuo modo di scrivere mi piace. Ho comprato tutti i tuoi libri. Anche le mucche. Ne parlo… Io mi chiamo Riccardo Paracchini, sono un Vegetale Ignoto. Se vuoi scrivere per Vegetali Ignoti fatti vivo, Baricco!

Riccardo Paracchini (paracchini@supereva.it)



Il mondo visto dagli occhi acuti e vispi di bambino. Voci, parole, volti; suoni, molti suoni. Chiunque entri nelle pagine di uno dei racconti di Baricco non può che venire rapito da fasci di luce a creare un votice. Ci si perde dentro, si passa da un'immagine ad un'altra, talvolta senza riuscire a capire dove ci si trovi. Ma poi, magicamente, la luce si fa nitida, e come in un lampo ti appare davanti la verità. E come in un'epifania, tutto ti appare chiaro, e tremendamente bello. Più che storie le definirei sensazioni, che cercano una trama in ognuno di noi. Ed ecco che pian piano si compongono, come tanti pezzi di un puzzle, e formano nella nostra mente un quadro perfetto. Un quadro d'autore: questo Alessandro Baricco.

stefania (stefai@libero.it)



Eccolo: City è il simbolo della varietà, della bellezza, della naturale incoerenza delle cose e delle situazioni. E grande è questo uomo che riesce a scrivere su tutto ciò; a trasportare nella carta quel meraviglioso miscuglio di pensieri, anche i miei.

giulia (giuliajay@yahoo.com)



penso che City sia un libro molto particolare, che ti fa spaziare con la mente dentro e fuori la realtà delle cose e quello che vedi ogni giorno intorno a te. Baricco ha definito questo libro una città, ma io penso che esso sia molto di più perchè è insieme vita, arte, filosofia, fantasia, speranza e tutto quello che ci può essere nella testa di un uomo. Sono contenta di aver letto "city" perchè ho imparato un altro modo di vedere le cose. P.S. dopo city ho letto quasi tutti gli altri libri di Alessandro Baricco.

Manuela (manu81@yahoo.com)


Belle cose
Stavo pensando che tutto ciò che sai di non potere avere e vuoi è Seta. Anche City non l'avrai mai veramente. Va bè, comunque complimenti a chiunque lascia qualche riga del suo tempo in questo sito, senza preoccuparsi di chi le leggerà e cosa penserà. Ho già scritto qualcosa qui sopra, e il sapere che qualcuno ha preso in considerazione il mio piccolo messaggio è già esaltante. Non riesco a immaginare cosa possa provare il signor Baricco a vedere quanta gente interessante prende in considerazione i suoi di messaggi. Veramente belle cose.

Elena (paola@persiceto.it)


fantastico
ho iniziato a leggere city e sinceramente non capivo la storia da dove partiva e dove voleva arrivare, ma è sempre così. ogni libro di Baricco che ho letto mi ha sempre creato qualche problema di comprensione all'inizio, forse perchè leggevo con troppa razionalità cercando di voler comprendere tutto subito. invece ogni volta scopro che mi devo lasciar prendere dalla storia e basta, poi come sempre arriva il punto in cui tutto mi appare chiaro. Baricco sei un genio, il tuo modo di scrivere mi sorprende ogni volta e mi piace sempre più. a chi mi chiedeva durante la lettura di city ma com'è? la mia risposta era: strano ma stupendo. aspetto con ansia il prossimo romanzo. Comunque il mio libro preferito è in assoluto OCEANO MARE, in un anno l'ho letto quattro volte!

elisa (epaso@tin.it)


A Mariangela.
Ciao Mariangela, mi fa piacere che tu abbia risposto al mio messaggio. La mia comunque era una perplessità non un accusa o una critica. Leggere le due parentesi mi ha fatto sentire scoraggiato, e io ho espresso questo sentimento di impotenza scrivendo. Certo non volevo offenderti, ne sapevo che era stato un errore. Come è andata veramente puoi saperlo solo tu. Io, per quel che ne so, mi fido di quello che scrivi. Pace (scherzo :-). Per quanto riguarda la storia di Diesel e Poomerang invece mi farebbe piacere dire due parole su quello che penso. Il mondo dei libri di Baricco è sempre un po' surreale, è sempre un posto che non c'è. E l'unico vero posto che non esiste è la mente, dove personaggi di tutti i tipi, immaginari o reali, vivono in totale anarchia; senza gerarchie di sorta. Ognuno legge e interpreta il libro secondo le proprie personali sensazioni, e nessuno può derubarci di questo. Certo è che dal punto di vista letterario tutti i personaggi sono immaginari, anche Gould e Shatzy, così come Diesel e Poomerang. Pensa al western di Shatzy: è inventato da Shatzy, in realta non esiste. Eppure è lì, reale tanto quanto Shatzy. La differenza tra i due diventa soltanto formale. La storia è una continua partita scacchi all'interno della mente, dove immaginario e reale possono convivere apparentemente allo stesso livello. Una partita a scacchi che finisce quasi sempre in stallo. Nessuno può ne deve vincere in una partita così. Questo succede spesso nei libri di AB. Anche in Castelli di Rabbia avviene lo stesso meccanismo di invenzione, se hai capito il finale. A mio parere, che Diesel e Poomerang siano invenzioni di Gould (così come la storia del pugilato) non cambia molto, anzi, arricchisce tantissimo lo spessore narrativo ed emotivo del libro. Per me è stato stupendo. Ho letto tutto il libro con questa convinzione inconscia dentro che si faceva sempre più sicura. Qualcosa non torna, qualcosa non torna, mi dicevo. Ad un certo punto *tac*, il padre lo dice, e ciò che era inconscio o quasi conscio, diventa cosciente. Tu sei libera di pensare quello che vuoi e di viverci quello che vuoi. Per me la storia sta in piedi benissimo così. E' perfetta. Se per te non lo è, lasciami almeno la libertà di pensare che l'idea ti spaventa. Ti terrorizza pensare che Diesel e Poomerang non siano reali, non è così? Saluti affettuosi, Michele.

Michele (Michele.Giuliano@flashnet.it)


Messaggi dal 30 Novembre 1999 al 1 Giugno 2000

È un caso che fra i messaggi che ho letto (ben pochi, qua e là), ci siano solo complimenti? Ho letto City tempo fa, non ho saputo resistere alla tentazione di comprarlo, ma mi è sembrato un libro incompleto. Ci sono elementi esasperati che non hanno ancora trovato il loro equilibrio, ma soprattutto i personaggi sono un unico grande Baricco. Baricco dilagante dalla prima all'ultima pagina. Come se non ci fosse stato tempo di completare bene i profili e di differenziare i registri. Ciao

Francesca (faleri@humnet.unipi.it)



Ha ragione AB quando dice che il cinema non potrà mai raggiungere la complessità narrativa di un libro e CITY ne é la dimostrazione. CITY é come una strabordante baked potato (scusa il paragone) dove alla fine si perde il gusto unico del romanzo e si sbuca a tutto gas nel turbinio di strade e di vite di una vera città. La cosa più "strana" é che questa città sembra vivere indipendentemente dalla narrazione quasi fosse un universo parallelo che ci hai aperto. Grazie per aver reso possibile la comunicazione con un luogo così speciale. Ah, un'altra cosa: ho sempre stampata in mente la bocca di Jun e ogni tanto riesco quasi a toccarla.

Sylvia (talula47@hotmail.com)


momenti
Entrare nell'intrigo di spazi sovrapposti tra loro comunicanti di City, mi ha messo un pò paura. Si tratta di rivivere delle esperienze personali, qualcosa che sta dentro di noi, le nostre mille aspirazioni che si intersecano per fondersi insieme in mille e mille personaggi. Piani sovrapposti dunque, che si incontrano sia trasversalmente che longitudinalmente in un gioco che sa di caleidoscopio ed ogni giorno assume forme diverse con personaggi diversi. Mi è piaciuto molto City, per questo tessuto atipico che ha la trama, per questo essere non essere del libro.

Tiziano Marciani (tmarcia@tin.it)


SBARICCO!
Sai qual'è il mio problema attuale? Non riesco a sognare, sono infarcita di quotidianità. E' per questo che quando leggo Baricco sulla copertina di un libro il mio apparato emotivo si mette in movimento. Con City mi hai tradito, mi hai tenuto in aderenza con la vita di tutti i giorni. Fallimenti personali e collettivi, fragilità intergenerazionale e nessuna Leggenda Personale. Più che un romanzo sembra un mosaico, una sorta di archivio dei ricordi o un pro-memoria dei desideri. Troppo di tutto. Tiepido e delebile.

Antonella (antonellha@hotmail.com)


mhmhmhmh
In parole povere, e ciao intanto, ci spiace confessare che di tutta l'opera il western di S. ci ha appassionato mooolto più di tutto il resto. Va bene che si tratta di 2 o 3 libri in uno, e già ciò ci pare alquanto presuntuoso (e forse commercialmente era più valido farne proprio 3), Gould ricorda un pò troppo uno dei cari bambini prodigio di Salinger. Forse il concetto non ti è nuovo....Insomma che delusione! Come scrittore TU non saresti neanche male probabilmente, se la smettessi di scimmiottare chi sappiamo. Anche se non hai mai fatto un mistero della tua ammirazione nei suoi confronti adesso lascialo in pace! Non mi sembri "vero", come dire c'è qualcosa di perennemente artificioso nel tuo stile. Per me. Con questo continuo a seguirti in ogni caso, la tua evoluzione è ormai un fenomeno letterario.

Sara (tsugumi20@hotmail.com)


Numeri & lettere
22 & AB City. Allora non sono l'unico...

Luca (rubikluk@freemail.it)



L'ho cominciato quando è uscito: l'avevo comprato immediatamente. Sono stata costretta a interrompere la lettura verso la cinquantesima pagina, confusa, esterrefatta, delusa soprattutto. Ma non volevo darmela vinta. L'ho ripreso in questo giorni e mi sono imposta di arrivare alla fine. Che dire? Sentivamo il bisogno di una tale esibizione narcisistica? Di questa ostentazione di tecnica fredda e dispersiva? Che Baricco sa scrivere e bene lo sapevamo. Ma che differenza con le storie che ha raccontato negli altri romanzi.

Laura Spizzichino (lspizzi@bigfoot.com)


messaggio
Ho finito di leggere City da circa un mese, e varie macchie di colori emergono dalla mia memoria. Mi vengono in mente i visi, gli occhi, i movimenti dei personaggi che ho immaginato. Devo ancora decidere se mi è piaciuto. Ha lasciato in me uno strano senso di frammentazione, come se tutto ciò che esiste si potesse dissolvere nella polvere di una distesa desertica. Nessun messaggio per Baricco. Penso che le cose che uno scrittore sente di rendere immortali siano, per questo motivo, sempre degne di rispetto. Però... aspetto con impazienza il film di Seta, confidando nella fedeltà. Ciao

Dona (camillet@sslmit.univ.trieste.it)


Non sempre c'e' un titolo per le cose che si scrivono
Scrivo non convinto che questa sia la dimensione giusta in cui avrei voluto vedere uno dei tuoi scritti... d'altro canto visto che il sito è stato creato APPOSTA per CITY, non vedo perchè non esprimerti i miei apprezzamenti. Due parole soltanto: i libri sono VERAMENTE case, mentre sta' roba è una gran bella VERANDA, o almeno così la vedo io, per cui direi esperimento riuscito, fine della storia! Per quelli che invece continuano a scomodare Sailinger, rispondo (mio malgrado) che se mi tolgono il caffè, ed il caffè a me piace tanto, non smetto di bere ma provo a gustarmi un percolato... se poi il percolato sia buono o no è un discorso, ma dire che ricorda il caffè è un'ovvietà degna di pena capitale. Solo questo volevo dirti AB, se mai ti soffermerai a leggere queste due righe... io adesso torno a pescare due pesci-banana.

MMP (mparnig@newholland.com)


Messaggi dal 1 Giugno 2000 al al 31 Dicembre 2000

La mia prima recensione
Sono una giovane studentessa che ha avuto la "fortuna" di dover fare la recensione di un libro per il giornale d'istituto. Ho scelto City. Non c'è un motivo preciso per cui ho scelto questo libro ma tutta una immensa serie di ragioni o meglio di sensazioni che ho provato leggendolo. Sensazioni e idee che vorrei che molti capissero e condividessero. Sono cosciente del fatto che è una cavolata ma ho avuto l'impressione di leggere un "pezzo" a quattro mani. Si, in City ci sono due motivi base, due melodie, due storie che pur essendo distinte si intrecciano ma hanno diversi accompagnamenti Gould-Larry, Shatzy-Western. Poi volevo definirlo come un meraviglioso casino, un idea allo stato puro citando così il mitico prof. Mondrian Kilroy. In City c'è musica intrecciata con filosofia. Mi pace pensarlo così questo romanzo anche se magari mi sto sbagliando. Se alla fine verrà fuori che non ho capito un "emerito" su sto' romanzo anyway lunedì consegnerò la recensione, la mia prima recensione (povera cavia!) che sarà eventualmente totalmente sballata ma certamente profondamente sentita.

Olimpia Loddo G (olimpialoddo@tiscalinet.it)


Ho sbagliato, ma non troppo
Visto che non mi pubblicano il messaggio che ho scritto quando ero a pagina 96, ci riprovo ora che sono a pag.166. Volevo solo dire che stavolta ha ragione lui, e io ho sbagliato. City è un libro complesso di cui non avevo capito proprio nulla. Forse perchè non avevo cercato nulla. Però vorrei aggiungere che, caro AB, ci hai messo un po' troppe cose dentro, mi sembra un diario personale illustrato. Magari mi sbaglio, ma mi sembra che tu abbia raccontato te stesso attraverso i tuoi personaggi. Un'ultima cosa: se essere un grande boxer è sapere quando è il momento adatto per mollare tutto (a proposito leggetevi Mr Vertigo di P. Auster, in cui c'è una scena divertentissima su questo argomento), chi è un grande scrittore? Bye Bye darling US

()


City
Ciao gente, a me City non è piaciuto, in realtà non c'è un motivo, solo non mi è restato dentro, capite cosa voglio dire? Ci sono libri che poi ti accompagnano per tutta la vita, altri che leggi e il giorno dopo ti sei dimenticato, per quanto bene possano essere scritti. Bè, City, per me, appartiene a questi ultimi. Però (c'è sempre un però), il tizio che l'ha scritto ha insistito nell'affermare che siamo noi a non averlo capito, che ne riparliamo tra qualche anno, ecc. Allora mi sono armata di santa pazienza e ho ricominciato a leggerlo. Strano, ma aveva ragione. E' un libro molto più complesso di quello che sembra ed in realtà parla proprio di complessità, di ordine e disordine. Tutti i personaggi vagano tra questi due estremi. Forse chi ha una sensibilità maggiore della mia se n'era accorto immediatamente, ma a me è servita una seconda lettura... cioè, fino a p.96, poi vedrò se sarà il caso di perseverare fino alla fine. Ah, dimenticavo. Continuo a pensare che sia un libro da non comprare. Ciao Ciao.

Lagopesole 2000 (laura_sms@wappi.com)


a piedi nudi
nella casa di Gould ho trovato due citazioni, una, un'intervista a AB, in cui dice ad un certo punto... "se fai qualcosa che davvero è Creazione, hai lavorato ai margini del caos."... e ancora, anche se non è questo l'ordine originale delle affermazioni, "zona della verità... margine del caos... mappa disegnata in parole... stare lì in bilico per più tempo possibile... E' che sanno di magia..." La seconda citazione, che in qualche modo conferma la prima e la completa, è di C. Monet, quando racconta delle sue ninfeee dice che "L'essentiel du motif est le miroir d'eau dont l'aspect s'altère à chaque moment, à cause des lambeaur reflètent, et qui lui donnent sa lumière et son mouvement... paysages d'eau et de reflets... malgré tout je veux réussir à traduire ce que je ressens." Creare una storia o un'immagine consiste in pratica nel compiere un'operazione impossibile per la fisica, è cioè fermare la luce, fissarla su una superficie senza farle perdere la proprietà che la definisce, che è il movimento. Mi è venuto in mente che sto parlando di metafisica... a piedi nudi... come si fa con le cose sacre... Grazie AB da AD... ti dedico in giusto scambio la costellazione di cassiopea che c'era in queste notti estive di turchia e la musica solo piano di philip glass che ha accompagnato questo messaggio agli abitanti di city

AD ()


Leggerezza
Leggevo "Lezioni Americane", di Calvino, e improvvisamente ho pensato a lei. Forse e' per altre ragioni che i suoi libri l'ho letti almeno sei volte l'uno senza stancarmi, ma io credo centri anche questa storia della leggerezza. Che non esclude la complessita', a cui lei tiene tanto. Leggerezza, ed esattezza, arricchiscono la sua prosa di un alone magico. Nessuno si annoiera' mai leggendo un suo libro, neanche City. City e' piu' complesso, e' vero, ma la leggerezza di ogni sua pagina addolcisce le curve della complessita' che lo denota. Molte persone, almeno da quanto ho sentito in Chat, preferiscono il Baricco di "Oceano Mare" o di "Seta". Io credo, come ho scritto in un messaggio, che la gente cresca. E magari e' un po' scontato dirlo, ma penso che non si cresca mai abbastanza, soprattutto se fai un lavoro creativo, come lo scrittore. Bene, lei, in City, e' un lei cresciuto. Prima o poi tocca a tutti di diventare grandi. Capita. Magari grazie ad un libro che parla proprio di un ragazzino. Ma anche "da grande", lei e' riuscito a mantenere quella freschezza, scusi, leggerezza, che l'ha sempre distinta. Sia nello scrivere, che nel raccontare. Mi sono stufata di dirle grazie. Ma grazie. P.S. Sto leggendo "Complessita'". Grazie del consiglio.;)

Maria Laura (rml.lini@ri.tws.it)


Western
Ho un rammarico: che Sergio Leone non sia più tra noi. Sai che capolavoro sarebbe venuto fuori con una tale sceneggiatura...

Ivo (ale.ivo@isiline.it)


IL RITMO
Parliamo di ritmo. Solo due parole. Se l'universo fosse un foglio rosso (prendo un colore a caso), noi il rosso non lo potremmo scorgere, distinguere, osservare... Ne saremmo immersi. Noi stessi saremmo il rosso... Ed ecco che il rosso, che è in ogni cosa, di colpo sparisce, come se mai fosse esistito. L'abbiamo attorno e non lo vediamo. Ciò che può aiutarci a ri-trovare quel rosso è il ritmo. In ognuno di noi c'è un ritmo. Più questo sarà in sintonia con quello di ciò che ci circonda (e parlo proprio a livello di microparticelle), maggiore sarà la possibilità di sentire il rosso. Ora, nel tuo bel libro hai giocato col ritmo, specialmente nei dialoghi. Hanno un ritmo perfino le parole non dette di chi, muto, affida i suoi pensieri allo scrittore lettore. In "Oceano Mare" o in "Novecento" il ritmo è tutto d'un fiato, ti porta fino all'ultima sillaba e non si sente, il lettore, strappato dalla sua quotidianità, ma accompagnato si... In "City" il ritmo non è però quello di una città. Tra uno stacco e l'altro, questo un po' si perde. Come ritrovarlo? Le pause nel ritmo sono pericolose, è come se ti togliessero il terreno da sotto i piedi. Questa è una sensazione che ho avvertito leggendolo. Non sono riuscito a leggerlo nello stesso periodo, l'ho dovuto spezzettare, come se fosse un libro di tanti libri... Come una città, è vero, ma nelle città sembra esistere un ritmo comune, diverso da città a città, che nel tuo ultino libro sembro non avere avvertito. Hai scalato un'impresa dalla vetta avvolta nel ritmo. Forse un po' ti sei perduto nei suoi quartieri e, da bravo comunicatore quale sei, incosciamente, ce l'hai offerto... I complimenti sono superflui, il successo che hai avuto, più che meritato forse basta (?). (Se pensi che molto spesso parecchi hanno successo senza "lavorare" poi molto...) Grazie dei tuoi libri. Sei uno scrittore che, a leggerti, potresti benissimo essere morto, (toccati pure!) di un'altro passato, già un classico. Con alcuni succede: Saramago, Kundera, ecc. Se ti va, due parole sul ritmo mi sarebbero d'utilità. Ciao a te a tutti i lettori, avidi di perpetuare la conoscienza, non solo attraverso le emozioni degli autori, ma anche direttamente, per mezzo della propria esistenza.

roberto (robcan@libero.it)


Messaggi Gennaio maggio 2001


Un intruglio di personaggi!
Ciao Ale, spero tu possa ricevere il mio messaggio! So che ne avrai tanti e quindi già penso ti sia impossibile leggere il mio, ma c'è sempre speranza, no? Il tuo ultimo libro mi è piaciuto un casino, non solo perché sei riuscito a decrivere tante realtà diverse in un'unica cosa, ma anche i personaggi stessi sembrano non essere lì, ma invece tu sei riuscito a farceli stare anche se sono molto differenti tra loro. sei proprio un genio a descrivere il genere umano, lo devo ammettere. Mi raccomando, continua così! Ciao da Roby

Roby (r.tesei@aesinet.it)


jazz
Ciao, mi chiamo Fabio e devo dirti che il titolo del tuo libro mi piace molto. Sono d'accordo che ad una prima lettura si può rimanere delusi dalla tua ultima opera, ma alla lunga viene fuori tutta! Studio architettura e la struttura del tuo romanzo ti porta come a spasso per le strade di una città, in cui trovi, via via, semafori, giardini pubblici, incroci, palazzi, spazi vuoti e pieni, cinesi e western, pugili e professori universitari, gente scazzata dalle proprie capacità e gente che quelle capacità se le sogna solamente. Ma forse che la city sia solamente un luogo d'incontro per gente che vorrebbe essere tutt'altro? Se ne potrebbe parlare per molto tempo ma... volevo solamente dirti che leggendo le risposte del forum, una mi ha consolato parecchio, quella in cui: Novecento e il Jazz ... E' strano perché sono molti quelli che mi dicono che quel che scrivo c'entra con il jazz, e il fatto vero è che io ODIO il jazz :), cioè diciamo che mi annoia spesso, insomma non mi interessa un granché, comunque a me piace da matti una battuta di Novecento e cioè "Quando non sai cos'è allora è jazz", e secondo me quello che penso del jazz è tutto lì dentro. AB Anche a me il jazz non piace e se lo dici in giro ti prendono per matto. La cosa più strana è che mi piace Conte e Capossela. Chissà... in fondo non m'importa molto perchè oggi è una splendida giornata di sole!

fabio anedda (hegba@libero.it)


Un giorno ideale per i pesci banana...
Tanti i riferimenti (o omaggi?) a Salinger: Gould e' un bambino prodigio, come i fratelli Glass; Diesel e P. sono personaggi immaginari come "Jimmy Jimmirino" (v. "9 racconti"); "e cose cosi'..." E' un romanzo semplicemente perfetto!

Laur@ (venturi.laura@tin.it)


On The Road
Qualche giorno fa, ho finito di leggere il tuo romanzo. Da allora, l'elemento che, piu' di altri, mi ha dato da pensare consiste nel fatto che nessuno dei protagonisti sia riuscito a raggiungere quello stato di benessere assoluto al quale sembravano tendere. Gould, per esempio, si rende conto che non e' il Nobel che vuole, cosi scappa e finisce a lavare i cessi di un supermercato. E' felice, adesso? No, perche' potra' pure soffocare il proprio talento, potra' pure arrivare in capo al mondo, ma il suo desiderio di "normalita'" non si realizzera' mai: rimarra' inesorabilmente solo, e Diesel e Poomerang che lo aspettano all'uscita, alla fine del suo turno di lavoro, sono li' a testimoniarlo. Shatzy, poi, non si sa bene cosa voglia (forse non lo sa nemmeno lei): passa da un lavoro all'altro, da un letto all'altro, e, l'unica cosa che trovera', sara' la morte in un incidente banale. Persino il campione Larry Gorman, uomo bello e ricco, preferisce che il cronista spenga il microfono prima di rispondere alla sua ultima domanda. E allora, la domanda che io pongo a te (ma anche a tutti quelli che hanno avuto la pazienza di leggere le mie parole) e' questa: era proprio impossibile trovare una macchina per quella roulotte gialla? E ancora: quella che chiamano felicita', esiste veramente o e' solo un'illusione, un pretesto? E di te che mi dici: quello che fai, quello che sei ti rende felice? Perche'? Forse non sono altro che domande idiote (d'altra parte non mi sono mai vantato di essere intelligente) e magari non ho capito niente del libro, ma e' stato bello pensare di avere scoperto qualcosa... lungo la strada.

Cesare F. (czar.1@tiscali.it)


Messaggi dal Giugno al Dicembre 2001

city
è il tuo libro che mi è piaciuto di meno. È folgorante in alcune scene, ma mi sembra caotico e, forse, alla fine non sapevi bene neppure tu come farlo finire (la morte di Shatzy, Gould che sparisce e finisce a pulire cessi, venire a sapere verso la fine che Diesel e Poomerang sono solo prodotti della mebte di Gould). Non è un libro da buttare, tutt'altro. È solo che mi sembra ci sia troppa carne al fuoco e troppa confusione (volute?). Però il Prof. Taltomar è forte (mi ha fatto pensare a Soriano e alle sue partite di calcio su campetti di periferia in Argentina) e le scene di pugilato meglio di Hemingway (sarà che lui é stato un po' sopravvalutato, ma ho letto la fine del western con furia per poter arrivare alla conclusione della storia di Larry "Lawyer" Gorman. Se riuscirai un giorno a scrivere un romanzo al livello di questi due episodi, allora sará il "romanzo italiano" (the great italian novel) per eccellenza. Molti dei tuoi saggi o articoli di Barnum sono pezzi da antologia (il migliore per me è quello su Bruce Springsteen, ma sono tutti di livello). Ecco un buon motivo per un fiorentino residente in Toscana per comprare a volte il giornale di Torino. Ci scriverai ancora? Saluti e... non mollare perché leggere i tuoi libri qui in Germania mi fa essere orgoglioso di essere italiano.

Maurizio Romani (mauromani@lycos.de)


un vento gelido
Un giorno ho comprato la versione economica di City. Non ho scoperto un libro, ma un universo. E' così pieno di significati che deve essere riletto... , mi ha riempito il cuore. Caro Alessandro non dimenticare mai la tua onestà, la verità e la tua city. ciao ciao Gould

Bettina (elilivio@tin.it)


SFIDA
City è una sfida che Baricco pone ai suoi lettori, una roba tipo:

Doreen (sbelard@tin.it)


Dell'onestà intellettuale
L'ho finito stamattina, "City", e nel caos delle tante storie che contiene (qualcuno più bravo di me in quanto a "critica letteraria" lo ha definito proprio così: "un'enciclopedia di favole")una mi è rimasta impressa e non mi lascia in pace: è quella arrabbiata e triste del prof. Kilroy. Grazie a lui ho capito tante cose sull'effetto dannoso del successo su scrittori e artisti inizialmente onesti; sul pericolo dell'etichettare a tutti i costi; su come è facile tradire/dimenticare i propri sogni. E a proposito di etichette volevo chiederti: non ti sembra che ultimamente gli scrittori si celino dietro l'etichetta "generalizzante" di ROMANZO per poter poi pubblicare anche cose che col genere "romanzo" non hanno nulla a che fare? Non ti sembra che si usi il sottotitoletto "romanzo" con troppa facilità o con eccessivo zelo, come a voler convincere il lettore che quello che avrà sotto gli occhi è un libro che vale la pena di leggere? Ho l'impressione che dietro a questo si nascondino anche gli interessi dell'industria editoriale. Tu che sei del mestiere potresti illuminarmi sull'argomento? Grazie a te per aver inventato il prof. Mondrian Kilroy e avermi messo dei dubbi

Antonio (antoniodyd@hotmail.com)


il particolare nell'universale...ma senza troppe pretese!
Questo libro, secondo me è stato criticato fin troppo ingiustamente. L'ho letto 2 mesi fa( in tre giorni!) ma lo sto riprendendo di recente. L'ho trovato accattivante... come dire, musica e parole fuse per raccontare la storia di nessuno, che allo stesso tempo è la storia un pò di tutti noi, dentro intendo. Il western, è quel romanzo che tutti abbiamo dentro ma che non osiamo scrivere (perchè in fondo "costruiamo case, ma siamo delle verande", Larry è il pugile che ci prende a pugni l'anima, il nostro spirito combattivo, Poomerang e Diesel, sono quegli amici immaginari con cui ci troviamo a dialogare, ma che ci hanno insegnato a dimenticare. Ogni personaggio, ogni lezione, ogni storia ha qualcosa da dare (e da non dare) al lettore. Inoltre mi ha stupito molto la descrizione della felicità, pochi sono riusciti a rendere un sentimento con le parole, giocando più sulle cose non dette che su concetti parabolici (se così si può dire). Talvolta la narrazione si prolunga all'infinito e può anche stancare... ma è il prezzo che si paga nel voler scendere nel particolare... insomma, per me City è un libro da riscoprire, ma prima bisogna immergersi nel traffico di una città senza nome e fermare lo sguardo su un tacco nero che si perde fra mille piedi, e mille volti, ognuno con la sua storia.

Laura (iociccio@tin.it)


Ultimi messaggi (fino a dicembre 2003)

city
come tutti i racconti di baricco ti trascina in un mondo parallelo e fuori dal tempo.il personalissimo uso della punteggiatura va ben oltre il semplice "ordine" della frase:è regolazione del pensiero e ritmo del respiro!

alessandra (surena@libero.it)


commento su city
ho finito da poco di leggere "city" e devo dire, in tutta onestà, che non mi è piaciuto. Più che un libro l'ho trovato un esercizio di stile, parere che ho condiviso anche con altri lettori del suo libro; credo che lei sia riuscito a rendere in maniera difficile qualcosa di più semplice, il che è l'esatto contrario di quello che io mi aspetto da un libro, da un autore. Io ho bisogno di qualcuno, di uno scrittore intendo, che sappia rendere con parole semplici e dialoghi scorrevoli anche i concetti più tortuosi. grazie

anna lianza (annalianza@tiscali.it)


e se la tesi...
Caro Alessandro, scopro solo adesso che è troppo il tempo passato dall'ultima volta che ho visitato questo sito... il forum è ricominciato ed io me lo sono perso per un bel po'. Non voglio usarlo per cedere all tentazione di sommergerti di complimenti...mi correggo: voglio farlo in maniera differente. forse ti farà piacere sapere che City mi è piaciuto talmente tanto che l'ho proposto per la mia tesi di laurea in lettere moderne(lettarature comparate). L'argomento è stato accettato per una tesi sulla città nella letteratura postmoderna... peccato solo che analizzarlo e smontarlo e compararlo con un altro testo (The Crying of Lot 49- T. Pynchon) stia togliendo il ricordo della grazia e l'eleganza tipica della tua narrazione che ho assaporato durante la prima lettura. Sperando di non pronunciare nulla di "atroce" all'interno della mia tesi...un grosso abbraccio.

Carla (tatabumbum@yahoo.it)


Studiare le mappe?
e se tu la città la conoscessi? voglio dire tu credi di conoscerla, ti sei studiato tutto a meraviglia, sai la mappa a memoria, sai perfino le concidenze dei semafori e parti a tutta birra per quella città. poi prima ancora di arrivare di sorprende un odore e ti dici:- Ma che odore é questo? Benzina mista a platani con aroma di caffè? - già sei disturbato e arriva il rumore: non è fragoroso, è sottile ma ti piomba addosso e ti rimane appicciacato. vabbe, dici, io vado avanti. e entri. ti ricordi le mappe di prima? si? ecco puoi scordartele... qui non coincide, non è che non corrisponde nulla, ma il fatto è che te sai che prima o poi ti perderai, perchè non puoi andare in una città e stare fermo in un cantuccio, se sei lì dovrai pure andare da qualche parte, e vedere qualcosa per la madonna! E poi tu vedi dei paesaggi lontani in quella città che avevi solo immaginato o letto nei libri e sai che sarebbe un peccato non andare fin là e guardarli solo dalla distanza, solo che arrivarci fin là è un casino della madonna. uno prende la mira dell'obbiettivo, ma chi lo sa se ci arriva. C'è il tragitto da fare, che non è così immediato. vabbè uno sceglie se fare o non fare il tragitto, poi vede se si fa troppo male, e magari torna indietro. magari poi tornando indietro si vede che non è così male (o forse si vuole credere questo). City è un viaggio in una terra che non esiste se non ci fai il viaggio. Il posto di City è lì, visitatelo. poi se non vi piace potete anche tornare indietro. o provare a ritornarci, questo sarebbe bello: tornare in un luogo che non ci piace, pe metterci in gioco gente. vabbè... Ciao sognatori di un sito letterario. Ciao anche a te Alessandro Baricco, fatti sentire qualche volta... così per chi ti vuol bene alla distanza...

Claudio Gamb. (poinullacomeprima@interfree.itrfr)