Chi scrive


Il mio sogno è fare un western.
Ho incominciato a farlo quando avevo sei anni e conto di non schiattare prima di averlo finito.

Maria Teresa Di Pace è nata a Palermo nel 1963.

Si è laureata in scienze politiche presso l'Università degli studi di Palermo nel 1987 e ha conseguito il diploma di specializzazione presso l'Istituto superiore di giornalismo di Palermo nel 2007 con una tesi sul dibattito degli anni Novanta sull'ipertestualità in campo letterario. 


Adesso fa western. Da troppo tempo forse, e ogni tanto pensa di scendere dal ring nel bel mezzo del Mondiale. Ha pure provato a farlo chiudendo il sito per un anno.

Alla fine questo sito non è un duello, dice.  

Melissa Dolphin spalanca gli occhi.

- Certo che lo è, idiota.


L'altra presentazione




Una volta un amico della mailinglist di Oceanomare.com mi chiese di scrivergli due righe sul mio rapporto con City, come se le scrivessi per uno dei miei figli dimenticandomi di percorsi "semantica" e simili, ma facendolo col cuore. Era tanto tempo fa e il sito era ancora l’idea di una parte sperimentale di una tesi che, alla fine prese altre strade.
Bella richiesta.
City era talmente intrecciato con la mia vita da non riuscire più a distinguere se facesse da filtro al mio sguardo sulla vita o se il mio sguardo sulla vita fosse il filtro con cui guardavo City.
Ho letto City mentre ero incinta e avevo la varicella. Non andavo al lavoro e avevo in abbondanza tempo e disorientamento e una certa pesantezza.
City l'ho letto con questo disagio e ha aggiunto disorientamento al disorientamento e pesantezza alla pesantezza.
Soprattutto mi ha lasciato quella sensazione di incompiuto, di pezzi mancanti. E il bisogno di ricostruire il puzzle. 
L'occasione e' arrivata con la tesi su ipertestualità elettronica e letteratura.
Rileggere City e' scoprirsi Phil Wittacher. Devi fare il suo percorso e a un certo punto di accorgi che City parla di te che leggi e di come lo stai leggendo e che stai guardando negli occhi quel gran figlio di puttana di Arne Dolphin e i suoi indiani, le sue carte da poker e i suoi orologi. 
Cominci col dire “compongo l'immagine smontando e rimontando il puzzle”.
Lo monti.
Poi ti accorgi che il puzzle e' fatto di cubi e le immagini che puoi comporre con le diverse facce sono piu' di una, come nel gioco per bambini.
Intuisci pero' che, a differenza del gioco, qui puoi montare la facce in modo che le immagini si compongano simultaneamente. Un cubo di rubik.
E giri e rigiri fino a che ti pare di aver composto le immagini sulle sei facce del cubo.
Ma
qui succede che guardi il tuo cubo di rubik 
e vedi sei facce: 
Gould e Shatzy
Il western
La boxe
Il fumetto Ballon Mac
Le lezioni dei professori di Gould
La collezione degli episodi alienati: al fast food, al ristorante cinese, al negozio del barbiere, davanti all'università, l'intervista per la tivù.
Vedi anche che le facce hanno una luce particolare, uno stile in cui riconosci lo sguardo di Ruth.
Immagini di dover provare una sensazione di conquista. Per un attimo, forse, la provi anche.
E poi capisci che sei in trappola e non ne esci.
Perche' ti accorgi che stai pensando che ogni cubo che compone una delle sei facce del cubo di rubik ha sei facce e che le facce interne dei cubi che formano le facciate del cubo principale potrebbero formare altre immagini. e pensi che ci sono cubi, all'interno che non vedi affatto e intuisci che, continuando a girare, porti alla superficie anche una faccia che sta spezzettata li' dentro 
ed e' la tua.
I cubi City sono diversi, uno per ogni lettore.
E poi capisci che succede la stessa cosa con le facce della tua vita, con tutto quello che leggi in quello che fai e nelle persone che frequenti e nei luoghi che vedi.
E senti che City parla di te anche in altri sensi.
E non importa piu' sapere se guardi la tua vita attraverso City o guardi City attraverso la tua vita.
Perche' sai che costruiamo tutti vite che sono racconti di storie.
E sorridi con una certa folle benevolenza anche di questo.

“Morire e dare nomi - non si fa altro di sincero, probabilmente, per il tutto il tempo che si campa”.
(da Questa storia di Baricco)