Capitolo terzo

Il livello intensivo del dibattito: caratteri ed effetti testuali dell’ipertesto 

 

1. La riconfigurazione del testo

L’ipertesto elettronico nasce nella cultura informatica e assume lo statuto di un oggetto nuovo che si inserisce nell’insieme strutturato della testualità tradizionale modificandolo nel suo complesso e riconfigurandone i singoli elementi. Paolo Ferri, nella sua introduzione a Landow, sottolinea che «di ipertesti cartacei, indici analitici, mappe concettuali, teatri della memoria, è colma la nostra tradizione culturale, mentre la storia dello studio informatico degli ipertesti è piuttosto recente. Ma è proprio questo secondo aspetto del problema, la transizione al digitale, l’apertura del nuovo spazio della scrittura, reso possibile dalle nuove tecnologie, che mette in discussione la natura stessa dei concetti che stanno alla base della nostra tradizione culturale: i concetti di testo, autore, lettore, narrativa, e storia della letteratura»[1].

Sono gli studiosi di letteratura e di semiotica che focalizzano lo sguardo sugli aspetti intratestuali e intertestuali dell’ipertestualità. Il dibattito si sposta così a un livello più intensivo, dove le riflessioni si declinano nell’analisi dei caratteri peculiari dell’ipertestualità e degli effetti prettamente testuali di essa.

C’è concordanza nell’identificare i caratteri su cui si fonda lo statuto dell’ipertesto nella reticolarità e nell’interattività, supportate dalla tecnologia elettronica che, da una parte, permette alla testualità reticolare interattiva, di per sé concepibile anche su carta, di realizzarsi in strutture estremamente complesse e percorribili istantaneamente, e, dall’altra parte, virtualizza il testo corrompendone la stabilità.

Le posizioni si differenziano, invece, sul tema cruciale del dibattito: gli effetti testuali del regime reticolare e interattivo proprio dell’ipertesto. L’ipertestualità, infatti, mette in discussione qualità e spazio della scrittura, testo e soggetti comunicativi e provoca la crisi dei canoni della testualità cartacea, sia rispetto all’organizzazione e alla gerarchia interna delle parti costitutive del testo, sia  rispetto ai ruoli di  autore e lettore. Le riflessioni si polarizzano, in sostanza, intorno a una posizione di continuità con la tradizione culturale degli studi testuali e a una posizione di rottura con essa e di enfatizzazione dell’effetto rivoluzionario dell’ipertestualità. 



[1] P. Ferri da introduzione a Landow

P. Ferri, La virtualizzazione delle pratiche comunicative,

http://www.geocities.com/Paris/Lights/7323/paoloferri.html#_ftnref4

 

2. La specificità elettronica

L’ipertestualità non nasce con l’informatica ma elementi di testualità reticolare interattiva sono presenti esplicitamente o implicitamente in tutta la tradizione della cultura scritta.

Il Talmud o la stessa Bibbia sono ipertesti ante litteram.

Gli articoli e i libri scientifici, tutte le enciclopedie, i dizionari, le edizioni commentate di opere letterarie, le edizioni di opere straniere con traduzione a fianco, e perfino gli elementi dell’apparato paratestuale, note a   margine o a piè di pagina, indici analitici e sommari sono un evidente esempio di ipertestualità esplicita in forma non elettronica.

Chiunque si dedichi ad uno studio approfondito di un tema costruisce percorsi di argomentazioni basati su connettività associativa.

I testi didattici, specie delle ultime generazioni, sono strutturati in percorsi tematici e mappe concettuali che una grafica idonea mette in luce, con un evidente effetto di ritorno delle tecnologie ipertestuali sull’organizzazione compositiva del testo cartaceo.

Tutto un filone di letteratura d’avanguardia, che comprende anche le opere di Borges, Calvino, Perec, ormai considerate classici, utilizza strutture narrative reticolari.

Qualunque testo, infine, non può prescindere da una sua intertestualità implicita o esplicita che attiva percorsi ipertestuali nelle reti di rimandi che costituiscono le enciclopedie culturali di autore e lettore.

La specificità elettronica, tuttavia, aggiunge a una testualità reticolare e interattiva già concepibile su carta un dato quantitativo e di istantaneità che la trasforma in qualcosa di diverso anche qualitativamente, impossibile da realizzare su carta. Tale specificità si fonda sulla possibilità, offerta dalla tecnologia dei link elettronici, di collegare e visualizzare, istantaneamente e senza limitazioni di estensione o complessità, testi e altri materiali multimediali e di memorizzarli in una struttura testuale nuova.

Villamira fornisce la seguente classificazione delle tipologie di base:

Linear structures

Tree structures

Network structures

Single-frame structures

Nelle strutture lineari la navigazione è prevalentemente sequenziale con movimenti di “avanti” “indietro” e “ritorno all’inizio”.

Nelle strutture ad albero sono previste pagine indice che assolvono la funzione di nodo da cui si diramano più sequenze lineari. Gli snodi possono dare luogo a ramificazioni complesse, ma per passare da un ramo lineare a un altro, è necessario passare per le pagine indice.

Nelle strutture a rete non è possibile identificare rami lineari, in quanto i link possono condurre ad una pagina qualunque dell’ipertesto e le sequenze sono solo il risultato di un’esplorazione secondo percorsi scelti dall’utente ad ogni navigazione.

Nelle strutture a quadro singolo l’utente non ha l’impressione di muoversi, in quanto le informazioni sono organizzate in modo da apparire come su di un’unica pagina nella quale tutte le azioni sembrano avere luogo.

Le strutture ipertestuali, solitamente, vengono combinate insieme all’interno dello stesso ipertesto in tipologie ibride, in funzione dei contenuti che si vogliono rappresentare, per cui, grazie ai collegamenti elettronici, possono presentare livelli diversi di complessità, a partire dalla massima semplicità della struttura ad albero che si dirama da un testo principale, fino alle forme più articolate in cui un ipertesto può contenere più ipertesti, in una rete potenzialmente infinita di collegamenti, non più rappresentabile su carta. Secondo Pandolfi e Vannini «nessun ipertesto degno di questo nome può venire stampato e avere ancora un senso» e d’altronde, gli stessi autori fanno notare che, se un ipertesto in linea di principio non ha nulla a che vedere con il computer, per ogni fine pratico, nell’accezione moderna del termine, non ne può prescindere. Il computer è per un ipertesto il medium naturale, laddove la carta stampata è il mezzo migliore per la scrittura lineare. Anzi, «se utilizziamo il computer e la carta per produrre lo stesso tipo di materiale informativo, il computer si rivela molto meno adatto della carta», mentre, parallelamente, tutti i tentativi di rivoluzionare le opere stampate «naufragano contro lo scoglio della poca praticità e restano nell’ambito delle sperimentazioni d’avanguardia»[1]. Un ipertesto a stampa non sarebbe altro che un’opera fatta solo di rimandi e annotazioni, noiosa o illeggibile. Di contro, la lettura sullo schermo di un computer è più lenta e faticosa, per cui, per Pandolfi e Vannini il computer va utilizzato per fare ciò che la carta non può fare, oppure il maggiore dispendio di energie richiesto al lettore non sarebbe giustificabile. I documenti riproducibili su carta vengono identificati, addirittura, con il termine «elettrificati» per distinguerli dai veri e propri documenti «elettronici», prodotti al computer perché, per le loro caratteristiche multimediali o spiccatamente ipertestuali, non sarebbero altrimenti realizzabili.

Nel link si esprime, in sostanza, il quid della dimensione della ipertestualità elettronica. Sul link si gioca tutto il rapporto dialettico tra autore e lettore nella costruzione del testo ipertestuale, nonché lo statuto stesso di una testualità – già virtuale e manipolabile – che, per mezzo dei link, rinuncia anche all’autonomia dei suoi confini per aprirsi verso l’intertestualità.

Cadioli precisa che «i collegamenti tra i testi sono visibilmente suggeriti (attraverso l’evidenza dei marcatori che li rivelano, in risalto rispetto agli altri segni della scrittura) e il testo stesso invita esplicitamente a compiere collegamenti diversi».[2] Il segnale di link anzi, potrebbe essere considerato, secondo Cadioli, come un nuovo elemento paratestuale capace di assolvere, tra le altre, la funzione di proporre le scelte di un autore e di un editore elettronico relative alla presentazione del un testo e di suggerire al lettore specifiche possibilità di lettura. Il lettore ipertestuale, di fronte al link, deve decidere «se imboccare o no la strada suggerita dalla responsabilità e dall’autorità di chi ha creato l’ipertesto mettendo in opera precise scelte interpretative»[3].

Diversi tipi di link consentono una diversa libertà di movimento e di scelta, quindi un diverso potere, al lettore nel suo rapporto interattivo con il testo.

Landow fornisce una rassegna dei tipi di link che i diversi sistemi ipertestuali mettono a disposizione degli utenti, descrivendone usi e limiti[4]. Dal punto di vista della forma sono illustrati il collegamento da lessìa a lessìa, che può essere unidirezionale o bidirezionale, il collegamento da stringa di parole a lessìa e quello da stringa a stringa, il collegamento da uno a molti che consente la scelta della destinazione per mezzo di schermate d’insieme che illustrano una serie di opzioni, il collegamento da molti a uno che permette di arrivare da più punti di partenza alle stesse informazioni rendendole riutilizzabili, e, infine, il collegamento tipizzato, indicato con segnali differenziati in base ai materiali di destinazione.

Marco Lobietti, nella sua tesina per il corso di semiotica del testo tenuto da Umberto Eco cataloga le connessioni identificando, prima, i tipi di segnale di connessione e ponendoli, poi, come veicolo di differenti tipologie di link[5]. 

Le connessioni sono classificabili secondo alcuni grandi gruppi: 

«- Hot words. All’interno di un testo verbale alcuni item sono esplicitamente evidenziati, marcati con un colore diverso oppure con una formattazione del testo particolare.

- Altri elementi attivi possono essere riconosciuti come tali quando passandoci sopra il cursore del mouse si trasforma diventando ad esempio una manina con l’indice teso.

- Pulsanti e bottoni permettono al lettore di passare da una zona all’altra dei documenti».

Le differenti tipologie di link veicolate possono assolvere a funzioni diverse:

«- link puri: sono semplici forme di passaggio che creano un collegamento bidirezionale tra diverse aree dell’ipertesto.

- link dinamici: sono link che una volta attivati caricano un programma che crea degli effetti collaterali all’interno della navigazione. In molti casi questa tipologia di link può modificare sensibilmente i percorsi di lettura in relazione al momento in cui un lettore si appresta a leggere oppure possono conservare una memoria delle letture precedenti e offrire al lettore una serie di passaggi alle diverse aree dell’ipertesto contestualizzate alla storia della precedente navigazione. Il programma che sostiene questa tipologia di link di fatto costruisce letture dell’ipertesto orientate alle esigenze del lettore. I link dinamici si autoprogrammano in modo tale da costruire mappe di lettura che privilegiano certi percorsi piuttosto che altri.

- link condizionati: sono collegamenti attivati solamente dopo che il lettore ha attraversato un determinato numero di lessìe oppure ha superato, nel caso di ipertesti didattici un determinato esercizio».

Per Lobietti, in conclusione, «la ricchezza delle tipologie di link permette la progettazione di differenti modalità di lettura che possono essere orientate e calibrate in rapporto al genere o tema dell’ipertesto oppure alla tipologia di lettore, modificando sensibilmente l’esperienza della lettura. Appare chiaro come l’architettura ipertestuale trovi nell’elemento di collegamento, il link, l’unità concettuale fondamentale e il suo attributo fondativo».

Bisogna tenere conto però, anche del fatto che l’ipertesto presenta, oltre al segnale di link, altri elementi visivi che non si trovano nei testi a stampa, il più importante dei quali, secondo Landow è il cursore che «indica la presenza del lettore-autore nel testo». Si tratterebbe di una segnalazione intrusiva  che si combina con il simbolo grafico della presenza di un collegamento attivabile. Landow evidenzia che «tutte queste indicazioni grafiche rammentano ai lettori che stanno lavorando su un nuovo tipo di testo, dove gli elementi grafici hanno un ruolo di primo piano».

Già a prescindere dall’ipertestualità, in effetti, l’elettronica introduce nell’universo testuale degli importanti elementi di differenziazione rispetto al testo cartaceo; oltre alla presenza degli elementi dell’interfaccia l’elettronica comporta infatti la virtualità del testo, intesa come infinita modificabilità, come immaterialità e come dinamismo del formato di visualizzazione, sia dal punto di vista della forma tipografica, sia dal punto di vista degli strumenti di ricerca sul testo.

Landow afferma che, «a differenza del testo riprodotto per mezzo della tecnologia del libro, che possiede una stabilità spaziale, il testo elettronico presenta sempre mutazioni, perché non esiste in uno stato o in  una versione definitiva: lo si può sempre cambiare. Rispetto a un testo stampato, un testo elettronico appare relativamente dinamico perché è  sempre aperto a correzioni, aggiornamenti e altre modifiche. Quindi, anche in modo indipendente dai collegamenti, il testo elettronico segna l’abbandono della stabilità tipografica che ha avuto effetti tanto importanti sulla cultura occidentale»[6]. Fissità, inamovibilità del testo e molteplicità hanno permesso a ciascun lettore, separato nel tempo e nello spazio dall’autore, di incontrare un testo identico, con una radicale modificazione della cultura chirografica del manoscritto. Il testo elettronico, riassume Ferri, pur mantenendo la “molteplicità” di quello a stampa, ne perde la “fissità” e si caratterizza per il suo essere modificabile e aperto a infinite contestualizzazioni e decontestualizzazioni[7].

La virtualità del testo elettronico, oltre che sotto l’aspetto della manipolabilità della forma va considerata anche sotto l’aspetto della perdita di fisicità del supporto. Il libro a stampa è un oggetto fisico in cui la conservazione del testo e l’accesso ad esso sono riuniti su un unico supporto materiale. Nel testo elettronico conservazione e accesso sono due operazioni distinte, supportate da distinte tecnologie. Il testo è conservato sotto forma di tracce elettromagnetiche o ottiche su un dispositivo di memoria inaccessibile ai sensi umani. L’accesso ad esso è consentito dall’impiego di un dispositivo hardware di output, il monitor, e di un software di visualizzazione. Il testo digitalizzato può, poi, essere richiamato a video secondo i parametri stabiliti di volta in volta dal programma utilizzato o scelti a piacimento dall’utente ed essere animato da appositi strumenti di ricerca.

Secondo Cadioli, nell’ipertesto, in quanto prodotto che può esistere, con tali caratteri, solo in un orizzonte elettronico, i testi perdono una propria forma tipografica e non prendono nessun’altra forma “comune”. Ciascuno può accostarsi al testo digitalizzato selezionando caratteri, corpi, colori, giustezza e numero di colonne, tanto da fare ipotizzare che sia l’unico modo per percepire “solo il testo”, eliminando il surplus di senso connesso al  supporto fisico e all’interferenza interpretativa dell’editore materializzata negli elementi paratestuali. Subito, però la dimensione ipotizzata del “puro testo” si sfalda di fronte alla pratica frequente di stampare le pagine elettroniche; Cadioli si chiede, infatti, se «il fatto di trovarsi davanti singoli fogli – il più delle volte stampati con caratteri poco tipografici e spesso troppo simili a quelli di una macchina da scrivere – non  introduce comunque un’influenza sulla lettura, riproponendo l’importanza del supporto fisico?». Nell’affrontare l’ipertesto, poi, che per definizione non è riportabile su supporto cartaceo, sottolinea che «scomparso il libro, oggetto materiale, resta la presenza, altrettanto ingombrante del software. Con essa fa i conti ogni testo digitalizzato, per cui anche un testo del passato entra in un contorno che, spesso, lo presenta assimilandolo – per tipo e corpo di carattere, colore, impostazione grafica – alle informazioni della guida del programma utilizzato, accostabili sulla stessa schermata in una finestra di varia dimensione. Il “classico” si intreccia con l’ “help” e non è detto che non ne nascano effetti!»[8].

Nel rapporto tra caratteri dei testi classici e dei testi elettronici, un discorso a parte meritano gli e-book, che, nelle realizzazioni in circolazione sul mercato, si propongono di coniugare alcuni vantaggi del testo digitale con una forma vicina a quella del testo cartaceo[9]. All’instabilità degli altri testi elettronici, contrappongono la propria stabilità, sebbene perseguita per ragioni di copyright e non per limitazioni tecniche. Al dinamismo dei testi elettronici contrappongono una certa staticità del formato di visualizzazione. Se, infine, condividono la virtualità dei testi elettronici sotto il profilo della conservazione del testo sotto forma di tracce elettromagnetiche, nel contempo, ripropongono la fisicità tipica del libro, nella peculiarità di forma dimensioni e peso del device, accostabile, per maneggevolezza e portabilità al libro.

L’e-book rimane, inoltre, fino ad oggi, ancorato alla dimensione del testo verbale, laddove l’elettronica porta ad una riconfigurazione radicale del testo anche dal punto di vista dell’elevata percentuale di informazione non verbale che può essere contenuta, in particolare in un ipertesto. La facilità con cui tale materiale può essere introdotto, di per sé, ne favorisce l’inclusione, per cui l’ambiente ipertestuale si configura sempre più, secondo la definizione di Landow, come un «ambiente cognitivo a dimensioni multiple» in cui, elementi linguistici, grafici, visivi e sonori  sono disposti in una rete di itinerari percorribile secondo le intenzioni del lettore[10]. In un tale ambiente, secondo Ferri, l’interazione tra i diversi media è ben più complessa di quel minimo di multimedialità dato dall’accoppiamento di testo e immagine nel testo cartaceo e comporta codici e comunicazione molto differenti da quelli di un libro tradizionale, ancora poco indagati, ma presumibilmente più coinvolgenti l’interattività dell’utente. Se, per evocare uno stato d’animo in un libro tradizionale occorre una descrizione, in un ipertesto può essere utilizzata la musica o un colore di sfondo dello schermo[11].

Per Bolter «L'offensiva del visivo e l'impulso all’ékphrasis sono particolarmente forti nello spazio elettronico dello scrivere, dove i nuovi designer e autori mediatici  ridefiniscono l'equilibrio tra parola e immagine. Come i precedenti media visivi della fotografia, del cinema e della televisione, i nuovi media digitali ri-mediano il libro, il giornale e la rivista, offrendo uno spazio in cui le immagini possono liberarsi dalle costrizioni della parola e narrare storie proprie. I designer ipermediatici ricorrono sia alle immagini sia ai suoni, nel tentativo di trasmettere un’esperienza più autentica o più immediata, di quella che le sole parole non possono offrire»[12].

“Linking”, virtualità e ipermedialità sono, quindi, gli elementi dello specifico elettronico dell’ipertesto per cui esso assume caratteri che lo allontanano sempre più dal suo equivalente cartaceo. La grande mole di informazioni ipermediali immagazzinabili su un supporto ridotto, ma infinitamente modificabili, la accentuata complessità delle possibili strutture reticolari irrealizzabili su carta, e l’istantaneità di spostamento tra i nodi collegati fanno sì che, in definitiva, il concetto di ipertestualità nel mondo della stampa e quello di ipertesto elettronico, pur intersecandosi, divergano sotto aspetti sostanziali.



[1] Alearda Pandolfi  Walter Vannini, Che cos’è un ipertesto, Castelvecchi 1996

[2] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998,   71

[3] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998,   110

[4] Landow 34-46

[5] nota lobietti

[6] G. P. Landow, L’ipertesto, Bruno Mondatori 1998,  96

[7] Paolo Ferri introduzione a G. P. Landow, L’ipertesto, Bruno Mondatori 1998, 4-8                                

[8] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998,   113-115      

[9] P. Ciarfaglia, M Miani, S. Pellegrini, F. Uboldi, U. Vallari, e-book: quando il libro diventa elettronico, 2001

http://www.geocities.com/katanankes/ebook/

[10] G. P. Landow, L’ipertesto, Bruno Mondatori 1998

[11] Paolo. Ferri, http://www.geocities.com/Paris/Lights/7323/paoloferri.html 

[12] Jay David Bolter, Lo spazio dello scrivere, Vita e pensiero  2002, 83

 

3. Lo stile della scrittura elettronica

L’elettronica mette in gioco, come fa notare Gigliozzi, anche la qualità della scrittura e lo stile, due valori finora intrinsecamente legati al mondo della carta e da ricollocare nel nuovo orizzonte logico-culturale in cui il prodotto finale non sarà più un libro ma qualche altra cosa, come un ipertesto elettronico[1]. Anche in questa direzione, tuttavia, è difficile effettuare valutazioni univoche, in quanto le variabili intervenenti sono molteplici e le prove sperimentali risultano inaffidabili o contraddittorie.

Inoltre, le medesime caratteristiche, attribuite dagli studiosi alla scrittura ipertestuale, sono valutate spesso in modo divergente. Da una parte la scioltezza consentita dal computer è considerata quasi un ritorno alla libertà compositiva della scrittura manuale, o addirittura all’immediatezza associativa dell’oralità; dall’altra parte, la stessa scioltezza viene fatta corrispondere a una minore pianificazione mentale del testo e ad una conseguente perdita di incisività delle argomentazioni.

Bisogna inoltre tenere conto del fatto che l’evoluzione ipertestuale delle pratiche della scrittura passa prima attraverso la videoscrittura, il cui stesso impatto è ancora tutto da valutare e i cui effetti sulla qualità della scrittura interagiscono con gli effetti dell’ipertestualità. Per Landow, «la possibilità di tagliare e incollare parti del testo elettronico incoraggia a creare, visto che non sarà necessario sprecare lavoro per ricopiare il tutto». Gigliozzi riconosce che il grande passo fatto con la videoscrittura sta, proprio in questa illimitata facilità di correzione, revisione e inserimento di materiali che ha sicuramente modificato consolidate abitudini di scrittura ma, oltre ai vantaggi di questa situazione, descrive anche qualche rischio. L’eccessiva facilità di inserimento e modifica dei periodi potrebbe, infatti, comportare una perdita di capacità di sintesi e, addirittura, un allentamento del pensiero, che l’ipertesto amplificherebbe oltremodo[2]. Viceversa, per Gatti, proprio l’ipertesto, con la necessità di evitare i brani lunghi, faticosi da leggere, «impone uno sforzo di sintesi e la verifica dell’adeguata comprensione di quanto si vuole esprimere».

Pandolfi e Vannini valutano in modo differente gli effetti dei word processor rispetto alle potenzialità dell’ipertesto. I word processor sarebbero pur sempre figli della tradizione delle macchine da scrivere, e avrebbero di conseguenza solo un impatto ridotto sulla qualità dello scrivere, mentre con l’ipertesto si compirebbe il passaggio determinante che «riporta la scrittura al ruolo di attività creativa che le compete»[3].

Per Carlini si tratta di discussioni non particolarmente fruttuose, in quanto, «che ogni strumento e ogni supporto della scrittura in qualche modo influenzino lo stile non è ovviamente una scoperta, se non altro perché ne derivano vincoli fisici»[4]. L’idea è, semmai, quella che «se influenza c’è del mezzo elettronico sulla scrittura, i meccanismi non sono mai diretti del tipo causa-effetto. L’influenza sembra avvenire piuttosto modificando la percezione del testo, che ora appare più morbido e fluido rispetto a quello prodotto per la macchia da scrivere». Lo spazio visibile sul video, che non corrisponde più alla pagina su cui si è consolidata l’abitudine di scrittura, rischia di far perdere la percezione dell’unità del testo e di alterarne le modalità di fruizione e di composizione. Tant’è vero che, fa notare Carlini, «la gran parte delle persone sente il bisogno di farne una stampa, anche quando non sarebbe strettamente necessario: finché esso non è sulla carta sembra quasi che non esista davvero, viene sentito come effimero e immateriale. Nel caso di documenti lunghi, poi, le correzioni di stile e di contenuto risultano più facili e insieme più approfondite quando l’autore dispone sul tavolo l’intero testo e, dotato di penna o matita, può riaffrontarlo nella sua interezza e dominarlo. Molto meglio e meno frustrante che scorrerlo su e giù per il monitor, venti righe alla volta»[5].

Eco si pone il problema del futuro della critica degli scartafacci, attività filologica che presuppone che un autore abbia lasciato le varie fasi manoscritte del suo lavoro e si chiede se «non sarà che la pratica odierna di scrivere testi direttamente sul computer, in modo che di un testo si abbia solo la versione definitiva e stampata, uccida lo studio delle varianti?». In realtà, siccome il computer incoraggia le correzioni e i rifacimenti, il processo può dare origine a una serie maggiore di varianti. Secondo Eco la faccenda si complica ulteriormente se, come di solito accade, la versione stampata e corretta a mano, non è ritrasferita esattamente al computer nella nuova versione digitale. Tra la versione corretta a mano e la successiva versione digitale memorizzata o stampata per ulteriori correzioni, scrive Eco, «sta una serie di versioni fantasma, tutte diverse l’una dall’altra. Si potrebbe dare il caso rarissimo che l’autore, narcisista e fanatico delle proprie varianti, usando un qualche programma non comunissimo, abbia conservato da qualche parte nella memoria della macchina tutti questi passaggi e pentimenti intermedi, ma di solito non accade così. Quelle copie fantasma sono scomparse, cancellate non appena si è terminato il lavoro.
Ed ecco che il lavoro dei filologi del futuro sarà congetturare come avrebbero potuto essere quelle copie fantasma, e chissà quante belle tesi e altre pubblicazioni erudite ne usciranno».

Per Eco «la discussione mostra che l’adozione di sistemi meccanici di scrittura, anziché semplificare e – appunto – meccanizzare l’attività creativa, possa renderla ancora più sfumata e complessa».

Domenico Starnone, intervistato da Telèma sul suo rapporto con la scrittura elettronica, descrive la propria esperienza di scrittore confermando implicitamente il pensiero di Eco:

«Lavoro per ore e ore in stato di ipnosi. Scrivo, taglio, incollo con logorante piacere. Soprattutto cancello, nevroticamente sedotto dal fare e rifare, dal convincimento che con questo strumento portentoso la parola esatta, la frase perfetta, procedendo per tentativi ed errori, alla fine è davvero possibile. Se mi sento sulla strada giusta vado avanti per giorni, settimane, mesi, e più mi rileggo sullo schermo, più mi piaccio, più sgobbo per piacermi ancora di più. Corro dietro a ogni suggestione, a ogni impennata, a ogni guizzo. E’ stupefacente quante varianti permetta oggi la scrittura elettronica. Infinite, documentarle tutte renderebbe impraticabile la filologia. Senza contare i ripensamenti strutturali, le nuove versioni. Nessun autore del passato ne ha potute concepire tante, nessuna moglie devota di scrittore avrebbe mai potuto sopportare di ricopiare così numerose stesure, nemmeno la moglie di Tolstoj che pure ricopiò Guerra e pace moltissime volte. Il computer dà al grafomane volenteroso un’impressione di potenza creatrice mai sperimentata. E’ bello sgobbare sulla tastiera finché non si arriva alla parola fine. Poi però giunge puntuale la delusione, certe volte la disperazione. Il testo, lindo, pulitissimo, senza traccia di fatica, disposto a manifestarsi solo attraverso la metafisica della schermata, passa per la crudele stampante, diventa carta. Comincio la lettura, e la lettura su carta per me è sempre avvilente. Scopro di tutto: ripetizioni indesiderate, errori grammaticali e sintattici, lessico improprio, frasi o buttate via o troppo leccate e artificiose, una sorprendente mancanza di controllo sulla scansione delle sequenze. Arrivo a pensare che gli appunti a penna da cui sono partito erano di gran lunga migliori. […] Perciò riesco a capire cosa ho combinato, a dare al mio testo l’andamento e la misura che secondo me avrebbe dovuto avere, solo quando posso cancellare con tratti di penna, distribuire punti interrogativi o esclamativi, riscrivere sui margini. So sentire insomma quello che va bene e quello che non va, qual è la giusta successione logica, quale il ritmo di un racconto, di un’argomentazione, solo scorrendo e girando pagine, solo registrandone l’accumulo sulla mia sinistra, il mucchio in attesa sulla destra.
Questa lettura su carta per me è fondamentale e faticosissima. Dopo ritorno a lavorare col computer, riporto correzioni, cancello e rifaccio, riorganizzo, e il gioco della fascinazione ricomincia. Ma è un gioco già più meditato, forse più triste. Ora so che il testo del computer è abbagliante ma ingannevole, quello cartaceo è opaco ma sincero».

Anche Alessandro Baricco riconosce che «il computer modifica la percezione ed effettivamente altera un poco i ritmi e le modalità della creazione». Sugli esiti di tale alterazione non azzarda valutazioni, tuttavia, è convinto che la tecnologia abbia portato qualche cosa di nuovo, di diverso, che abbia reso «un poco differenti le modalità attraverso cui noi scriviamo», ma che «non abbia spostato il cuore, l’asse portante di quello che è la scrittura». Per Baricco, «lo stesso tipo di testo, la stessa idea di testo  che una volta si scriveva a mano, viene scritta con il computer. Ma l’idea rimane la stessa»[6].

Nanni Balestrini, dal canto suo, per quanto dichiari di usare quasi essenzialmente il computer per i suoi lavori, non crede «che la scrittura sia cambiata molto rispetto a quella a penna» e, se da più parti si afferma che si abbia uno stile diverso con un testo scritto a computer, non gli sembra un aspetto così rilevante perché ritiene «che questi strumenti siano al servizio di uno scrittore o di un artista che si vuole esprimere, su cui egli traccia la sua impronta, fa il segno; li utilizza come strumenti e non il contrario; non si tratta di uno strumento che si imprime su un autore»[7].

La conclusione di Carlini è che «la scrittura al Personal Computer rimane largamente all’interno dell’idea classica del testo d’autore. Anche se delle differenze emergono e se in qualche modo è già iniziato il processo di erosione del testo chiuso e definito cui la cultura del libro ci ha abituati, c’è ancora continuità». Allo stesso modo, «l’ipertesto è profondamente all’interno della tradizione della cultura scritta, anche quando le sue caratteristiche appaiono assai diverse da quelle del libro»[8].

Le valutazioni oscillano, in sostanza, ancora una volta, tra rottura con la tradizione culturale e continuismo.

Sul versante opposto al continuismo di Carlini si afferma che gli ipertesti comportano un altro modo di scrivere, oltre che di leggere e di concettualizzare l’organizzazione di un testo. Landow vive la scrittura lineare come un limite, fonte di frustrazioni in quanto, in nome della sequenzialità, impone selezioni, talvolta dolorose, tra i materiali utilizzabili e «comporta ristrettezza, decontestualizzazione e attenuazione intellettuale se non puro e semplice impoverimento»[9]. Certo, riconosce che la selezione è fondamentale per realizzare un’argomentazione efficace, ma si chiede «perché mai non dovrebbero esistere altri modi di scrivere?».

Anche per Pandolfi e Vannini «scrivere e leggere in ipertesto è diverso che scrivere eleggere in sequenza», tanto che l’ipertesto è considerato un metodo di scrittura che nasce proprio «dall’insoddisfazione per i limiti della scrittura lineare tradizionale e dalla convinzione che un medium meno restrittivo avrebbe consentito agli autori di esprimere relazioni e strutture complesse con più facilità e don migliori risultati»[10].

Certo è che, ormai, a prescindere dall’uso di tecnologie elettroniche di scrittura, è entrato nell’uso comune degli studiosi un tipo di argomentazione reticolare delle tesi, con frequenti riferimenti a nodi e collegamenti che dimostra come la cultura dell’ipertesto abbia già prodotto rilevanti effetti di ritorno sul mondo della carta stampata e che abbia cominciato a modificare il sistema percettivo di chi vi si sia accostato.

Colombo ed Eugeni descrivono il lavoro di confronto delle rispettive ricerche effettuate in ambiti disciplinari contigui, affermando che le loro analisi  si ponevano «come “nodi” di un percorso ipertestuale, punti di accesso per una rete di rinvii a questioni teoriche e storiche che facevano capo al singolo oggetto analizzato, ma al tempo stesso lo trascendevano e lo avvolgevano»[11].

Landow avverte l’esigenza di dedicare un paragrafo del suo lavoro alla descrizione del metodo di scrittura usato e al confronto con una eventuale forma compositiva ipertestuale dello stesso lavoro.

La gran parte dei manuali tecnici o didattici su carta sono strutturati per mappe concettuali e per percorsi tematici e realizzati con una grafica particolarmente attenta ad evidenziare nodi e legami tra le parti.

Villamira propone, addirittura, Ipertesto… ma non troppo!!! come «testo cartaceo di accompagnamento» al CD-Rom ipertestuale, e ne ipotizza e auspica una navigazione ipertestuale, ritenendo che la lettura di testi cartacei con modalità ipertestuali sia un’occupazione “interessante” e capace di «rilevare molti più contenuti, nessi e cagioni»[12].

L’influenza qualitativa del nuovo spazio dello scrivere – videoscrittura o ipertesto – sul sistema percettivo di chi scrive e sullo stile della scrittura è, in sostanza, riconosciuta, sia pure entro limiti e con valutazioni variabili, dalla gran parte degli intellettuali; affiora, inoltre, il riconoscimento dell’interazione di tali influenze con i condizionamenti imposti dai contenuti trattati e con i tratti distintivi dello stile personale di ogni autore.



[1] Giuseppe Gigliozzi, Il testo e il computer, Bruno Mondatori

[2] Giuseppe Gigliozzi, Il testo e il computer, Bruno Mondatori 147-148

“Se volessimo riassumere i vantaggi della videoscrittura in una formula, potremmo dire che l’abbattimento della fatica finora necessaria al lavoro dello scrivere e del correggere consente allo scrivente di concentrarsi sugli aspetti fondamentali della scrittura, sui contenuti e sullo stile. Libero da una serie di operazioni accessorie, chi scrive può realmente dedicarsi al proprio lavoro. Poi cominciano i guai. Che alla fine è solo uno, il quale però porta con sé un mucchio di conseguenze: troppo facile … Per descrivere il nostro peggior nemico partiamo, dunque, da quello che, come abbiamo visto, è sicuramente il maggior vantaggio del nostro alleato. Quando ci accorgiamo che qualcosa non funziona in un lavoro, non dobbiamo far altro  che spostare il cursore che lampeggia sul video fino al punto “incriminato” per operare i cambiamenti necessari. Questo è il passaggio veramente rischioso. Una delle operazioni centrali dell’antica pratica scrittoria, la riscrittura, rischia di scomparire: Il suo posto è preso dalla pratica della modifica”. La quale comporta che comunque una parte del brano già scritto, e rifiutato, verrà inglobata nella nuova versione e finirà inevitabilmente per condizionare l’andamento del periodo”.  Gigliozzi, pur ribadendo che mancano dati sperimentali certi, riporta i tratti stilistici comuni, evidenziati nei testi elaborati elettronicamente, da appositi studi sul tema. Si tratta di un aumento della paragrafazione del testo con una maggiore articolazione degli indici, di un accorciamento delle frasi in un periodare paratattico caratterizzato da una diminuzione delle coordinazioni a vantaggio delle ripetizioni.

[3] Alearda Pandolfi  Walter Vannini, Che cos’è un ipertesto, Castelvecchi 1996

[4]  “Chi usava tavolette d’argilla doveva ovviamente scrivere rapido e conciso, prima che la base asciugasse. Chi incideva sulla pietra testi di durata potenzialmente eterna senza dubbio ci pensava bene prima di scalpellare. Lo scrivere a mano sulla carta consente appunti e schizzi anche visivi e viene particolarmente apprezzato nella fase di abbozzo, magari è buono anche nei testi definitivi, per quel di più che la grafia personale può esprimere. La macchina da scrivere ordina i caratteri e le parole in maniera pulita sul foglio, ma obbliga ad avere in testa frasi già ben strutturate, pena troppe correzioni e ribattute. Nella scrittura al computer risalta soprattutto la facilità di correzioni che non lasciano traccia e la rapidità con cui è possibile “tagliare e incollare” (Cut and Paste) interi brani in posizioni diverse”.

[5] Carlini 36

[6]Mediamente, Scrivere, leggere e pensare al computer, intervista ad A. Baricco, Torino 21/04/1997,

http://www.mediamente.rai.it/home/bibliote/intervis/b/baricco.htm

[7]Mediamente, Riflessioni sulla scrittura elettronica, intervista a N. Balestrino, Roma 16/12/1996

http://www.mediamente.rai.it/home/bibliote/intervis/b/balestri.htm

[8] Franco Carlini, Lo stile del web,  Einaudi 1999

[9] Landow parla delle “frustrazioni che prova chi ritorna al mondo lineare del libro stampato dopo avere scritto in ambienti ipertestuali. Tali frustrazioni emergono quando si comprende come un’argomentazione efficace esiga la rottura delle connessioni e l’abbandono di linee di indagine che l’ipertesto avrebbe potuto rendere disponibili”. Le stesse frustrazioni affiorano quando la linearità della stampa impone l’esclusione di un brano che si vorrebbe introdurre in più punti della linea argomentativa e il suo inserimento in un unico luogo del testo scelto come più idoneo. “Naturalmente, si può anche fare spesso riferimento a un particolare brano, accordando citazioni complete, passi selezionati e parafrasi. Ma di solito l’autore può concentrarsi in questo modo in una sezione citata di testo solo quando questa rappresenta il centro, o uno dei centri, dell’argomentazione”, col risultato di recidere quasi tutte le sue ovvie connessioni con altri punti del testo. “In altre parole, la linearità dell’argomentazione ci costringe a togliere una citazione da altri contesti, apparentemente irrilevanti, ma che, di fatto, contribuiscono a darle senso. La linearità delle stampa fornisce inoltre al brano citato un centro illusorio, la cui forza è intensificata da questo tipo di selezioni”

[10] Franco Carlini, Lo stile del web,  Einaudi 1999, 9

[11] F. Colombo R. Eugeni, Il testo visibile, Carocci, Roma 1998

[12] Villamira, in AA. VV. Ipertesto… ma non troppo!!!, La nuova Italia, 2000, a cura di M. A. Villamira, 146

 

4. La lettura dell’ipertesto in chiave spaziale

Nell’ottica di riconfigurazione del sistema testuale, un importante elemento su cui mettere a confronto le riflessioni degli studiosi è lo spazio in cui si estende la testualità reticolare dell’ipertesto.

Bolter intitola Lo spazio dello  scrivere il suo testo, ormai considerato un classico del pensiero sull’ipertestualità, e mantiene lo stesso titolo per la seconda edizione, anche a dieci anni di distanza.

Bolter, sostiene che l’ipertesto apre un nuovo spazio della scrittura, intendendo con questo termine, ogni spazio, fisico o visivo, definito e circoscritto da una tecnologia di scrittura.

«Poiché lo scrivere, come attività individuale e prassi culturale, è tenuto in così grande considerazione, lo stesso spazio dello scrivere è una potente metafora. Chi scrive esteriorizza i suoi pensieri. Per mezzo della pagina lo scrivente entra in una relazione riflessiva, nel duplice senso della meditazione e del rispecchiamento, e racchiude le idee un involucro materiale. Anche su un videoterminale, la scrittura è un processo materiale, e per una cultura è difficile stabilire dove finisca il pensare e cominci la materialità dello scrivere, tracciare il confine tra la mente è lo spazio dello scrivere. Comunque si scriva – su pietra o su argilla, su papiro o su carta, o su monitor – è facile per lo scrivente finire col considerare la propria mente uno spazio di scrittura. Così il comportamento dello spazio di scrittura diventa una metafora della mente dell'uomo oltre che del suo interagire sociale. Simili metafore culturali sono di solito ridefinizioni di metafore precedenti, cosicché esaminando la storia della scrittura e in particolare l'odierna scrittura elettronica dovremo sempre chiederci: questo spazio dello scrivere è anche una riconfigurazione di quelli che l'hanno preceduto?»[1].

Per Fabrizio Bracco, che adotta la focale della psicologia cognitiva, nella nostra tradizione culturale il territorio fisico trova il suo corrispettivo in una rappresentazione mentale e in un criterio di organizzazione dell’esperienza improntati a una dimensione spaziale. Le metafore di natura spaziale sono spesso utilizzate nella rappresentazione del processo di interazione con l’ambiente, in quanto la stessa esistenza umana può essere intesa come uno «stare nello spazio» e un «agire  in uno spazio». Gli stili di apprendimento e di rappresentazione della conoscenza sarebbero, pertanto, il frutto di milioni di anni di adattamento per selezione naturale alle condizioni ambientali di un contesto sostanzialmente territoriale[2]. Bracco sostiene che anche oggi le forme  di conoscenza plasmate dai mezzi multimediali, ipertesti  e internet; utilizzano metafore che «rimandano direttamente alle connotazioni spaziali della scrittura: si parla di rete, di navigazione, collegamenti ipertestuali».

Spiega Ferri che «tutte le forme di scrittura sono spaziali, dal momento che è possibile vedere e comprendere solamente segni scritti che posseggano un’estensione in uno spazio bi o pluridimensionale. Ciascuna delle tecnologie della scrittura che si sono susseguite nel corso del tempo ci offre uno spazio fisico determinato che ha le sue caratteristiche e che implica differenti forme di creazione, produzione trasmissione e diffusione del sapere. Ogni “tecnologia della scrittura” stabilisce e delimita il suo spazio». Per Ferri «lo spazio di un libro a stampa è un luogo nel quale la scrittura assume un carattere stabile, quasi monumentale e sempre sotto il controllo dell’autore. È lo spazio definito dai volumi che circolano in migliaia di copie identiche. Rispetto a questo lo spazio della scrittura elettronica è caratterizzato dalla fluidità e da una relazione interattiva tra autore e lettore. Concettualmente questi diversi spazi alimentano diversi stili e generi di scrittura e differenti teorie della letteratura».

Secondo Gasparini, «a uno spazio che – nei testi di tipo classico – si presenta come ordinato in modo rettilineo e scandito in tappe successive e concatenate, sembra sostituirsi una spazialità adirezionale e multiplanare»[3].

Colombo ed Eugeni si concentrano nello studio di tale processo, secondo una prospettiva articolata e complessa, da cui rivisitano l’intera storia della testualità adottando il duplice punto di vista dello spazio visibile “del testo” e “nel testo”[4]. La visibilità “del testo” riguarda gli spazi fisici e simbolici, distinti ma correlati, che compongono il testo e lo espongono a una esperienza di ordine visivo. La visibilità “nel testo” riguarda le attività comunicative di produzione e fruizione che sono inscritte e affiorano all’interno di tali spazi testuali[5]. È sulla fruizione, più che sulla produzione, che si soffermano Colombo ed Eugeni.

Lo scopo è identificare quali siano i luoghi di visibilità delle forme di testo contemporaneo, flusso radiotelevisivo e ipertesto, e come, in questi luoghi, venga resa visibile la fruizione testuale.

Relativamente all’identificazione degli spazi di visibilità “del testo”, Colombo ed Eugeni procedono alla ricognizione degli spazi visibili, a partire dai primordi della testualità. Il primo spazio identificato, definito «fisico empirico», è lo spazio materiale in cui il testo è calato. Il secondo spazio, «fisico grafico», è lo spazio su cui sono disposti i segni secondo un modello di disposizione lineare (in orizzontale o in verticale), tipico della parola scritta e di alcune decorazioni, o secondo un modello di disposizione reticolare, tipico della figura. Il terzo spazio è lo spazio simbolico dell’enunciazione che si ritrova in particolare nel testo scritto nel «gioco di voci» acceso dall’atto di lettura. Il quarto spazio testuale, anch’esso simbolico, riguarda non più l’enunciazione ma l’enunciato: il testo rappresenta un mondo simulato, indipendente dall’atto di enunciazione testuale, in cui il fruitore può immergersi.

Flusso televisivo e ipertesto elettronico aggiungerebbero a questi un nuovo spazio, lo spazio logico di organizzazione delle architetture modulari. In tale  nuova dimensione spaziale della testualità è possibile tenere conto, oltre che dei caratteri interni dei singoli moduli testuali, anche e soprattutto delle architetture che li accorpano con una sempre più rilevante funzione metatestuale[6]. 

L’analisi dell’evoluzione storica del testo in quanto «macchina del visibile» mostrerebbe, inoltre, un duplice movimento: da un lato si assisterebbe a una progressiva smaterializzazione del testo, con la perdita di peso degli spazi fisici e l’acquisizione di spessore degli spazi simbolici e dello spazio logico; dall’altro lato, all’interno di ciascuno di questi spazi l’esperienza fruitiva avvolgerebbe e coinvolgerebbe sempre più, sia nella sua forma di percorso sequenziale, sia nelle forme recenti di percorsi reticolari.

Per quanto riguarda la visibilità della fruizione “all’interno” degli spazi identificati, Colombo ed Eugeni ne rivisitano la storia, partendo sempre dalle origini della testualità.

Nel testo antico la visibilità della fruizione affiorerebbe in misura particolare all’interno degli spazi fisici nell’aspetto materiale dei testi e nelle indicazioni di ordine grafico relative ai percorsi di fruizione sia dello scritto  che dell’immagine. Tali indicazioni rinvierebbero a due grandi modelli di fruizione testuale: «da un lato un modello rigidamente sequenziale legato allo scritto, dall’altro un modello reticolare legato all’immagine»[7]. La svolta del XII secolo nel campo del libro avrebbe prodotto, poi, un tentativo di sintesi tra i due modelli, giocato ai livelli fisico-empirico e fisico-grafico del testo scritto, e sfociato nell’acquisizione di alcuni aspetti della reticolarità propria dell’immagine da parte del testo di studio e nel mantenimento, invece, della linearità monosequenziale da parte del testo narrativo.

È con il testo moderno che si stabilizzano i due grandi modelli classici di esperienza testuale: «un modello centripeto e sequenziale, proprio del racconto scritto, illustrato e cinematografico, e un modello policentrico e reticolare, proprio di alcuni tipi di immagine, di testi di consultazione, della stampa periodica dei messaggi pubblicitari»[8]. È il primo modello quello dominante, cui si sono per lo più ispirate la teoria della letteratura e la semiotica testuale per sviluppare le proprie riflessioni, e la cui egemonia sembra oggi messa in discussione dall’ipertesto.

Il modello centripeto e sequenziale si connota per una fruizione avvolgente e coinvolgente e per una tendenziale smaterializzazione del testo, ovvero, secondo Colombo ed Eugeni, per «una obliterazione degli spazi fisici (sia di quello empirico sia di quello grafico) a favore  di un maggiore spessore degli spazi simbolici (del gioco di voci e punti di vista e dell’articolazione del mondo testuale diegetico)». La visibilità della fruizione sembra rimossa e tuttavia, non può esserlo completamente, sia perché una figurativizzazione della fruizione può essere funzionale a orientare il fruitore nel mondo testuale, sia perché il testo può volere tematizzare esplicitamente la propria enunciazione. Si creano, così, all’interno dell’enunciato testuale, dei «luoghi caldi» che pongono il fruitore di fronte alla situazione spettatoriale.

Il modello policentrico e reticolare si connota, invece, per la «notevole rilevanza della spazialità grafica»[9]. Si ritrova, oltre che nei testi iconici, nei testi verbali quali le opere di consultazione o la stampa quotidiana e periodica, nonché nei testi in cui la componente verbale e quella iconica sono congiunte, come nei messaggi pubblicitari, e affiora anche in alcuni “libri anomali” sperimentali e nelle avanguardie poetiche novecentesche.

Il modello policentrico e reticolare sembrerebbe anche quello tipico dell’ipertesto, ma Colombo ed Eugeni approfondiscono la riflessione, affermando che, se da una parte, «la fruizione dell’ipertesto si ricollega al modello di fruizione policentrica e reticolare del testo classico e, per così dire, la rende tridimensionale moltiplicando le possibilità di passaggio da un nodo a un altro», dall’altra parte, però, «al centro stesso dell’esperienza testuale contemporanea, scopriamo un aspetto arcaico e inattuale: l’ipertesto si rivela l’erede del modello di fruizione coinvolgente e centripeto proprio del romanzo classico e del cinema. Anche l’ipertesto è avvertito sotto alcuni aspetti come strumento immateriale di un’esperienza coinvolgente, totalizzante, sostitutiva dell’esperienza reale»[10]. D’altronde, l’altra forma della testualità contemporanea, il flusso radiotelevisivo, pur dando luogo a una fruizione fortemente sequenziale, non riesce più a sviluppare un forte effetto centripeto e favorisce, invece, una fruizione pluricentrica che decostruisce la sequenzialità in percorsi personali da zapping e che frammenta la dimensione centripeta nel policentrismo delle contestuali conversazioni e contrattazioni di senso all’interno delle comunità interpretanti[11].

L’aspetto centripeto non sarebbe più, dunque collegato necessariamente a quello sequenziale, ma per Colombo ed Eugeni, i modelli dell’esperienza di lettura nelle forme testuali contemporanee vanno ridefiniti nel seguente modo: «se in precedenza avevamo un modello centripeto e sequenziale e un modello policentrico e reticolare, ora abbiamo un modello policentrico e sequenziale (il flusso radiotelevisivo) e un modello reticolare e centripeto (l’ipertesto)». Nello spazio logico trovano posto, oltre che le architetture, anche le strategie di accorpamento dei differenti segmenti, pertanto esso, secondo Colombo ed Eugeni, sarebbe decisivo anche per l’inscrizione nel testo delle procedure di fruizione, e quindi per la visibilità della fruizione all’interno del testo.

Su linee di riflessione contigue e spesso complementari si muovono Bettetini, Vittadini e Gasparini che, in ambito di semiotica della comunicazione, mettono alla prova una lettura del testo, e soprattutto dell’ipertesto, in chiave spaziale, partendo dall’ipotesi «che una pagina – al di là della sua natura materiale cartacea o elettronica – sia innanzi tutto un luogo in cui si struttura e si rende visibile un significato che si predispone per l’incontro con il lettore»[12]. Scrivere ipertestualmente diventa scrivere per luoghi, e l’organizzazione topologica che esprime la struttura del contenuto «orienta gli atteggiamenti cognitivi che il lettore assume verso il testo e ne guida la navigazione, il percorso di esplorazione e comprensione del contenuto».

Bettetini Vittadini e Gasparini, rispetto alle analisi di Colombo ed Eugeni, articolano ulteriormente il concetto di spazialità ipertestuale e identificano in essa tre livelli o dimensioni: lo spazio logico in cui si organizzano i contenuti, lo spazio visibile in cui i contenuti sono presentati all’utente e lo spazio agito in cui i contenuti sono fruiti interattivamente.

Lo spazio logico ha una natura prettamente semantica e, proprio per il suo carattere fondativo è opportuno, secondo Vittadini, considerarlo come primo elemento di analisi della dimensione spaziale ipertestuale.

Vittadini, ripercorre l’evoluzione del concetto di spazio logico e lo fa risalire alla teorizzazione di Nelson secondo cui lo spazio logico, in prima istanza, corrisponderebbe al livello di archiviazione dei testi i cui elementi costitutivi sono, oltre ai testi stessi, i legami che li connettono, includendo quindi, nella definizione dello spazio logico sia l’architettura concettuale degli elementi a un livello di esistenza puramente logico, sia la loro esistenza fisica in forma di bites della memoria digitale. Gli sviluppi concettuali successivi, portati avanti gli autori che si occupano di ipertesto come nuova tecnologia di scrittura, metterebbero  meglio a fuoco lo spazio logico distinguendolo dallo spazio fisico e inquadrandolo come struttura intertestuale fondata su collegamenti e relazioni reciproche tra diversi testi. Le conseguenze di tale prima evoluzione sono importanti in quanto il concetto di struttura, «implica l’attribuzione di una funzione rilevante nel processo di costruzione di senso ipertestuale alla rete e alla sua organizzazione logica». Vittadini cita in proposito gli studi di Bolter e di Ruggero Eugeni, che, rispetto alle posizioni più estreme di negazione dell’esistenza di una qualsiasi struttura alla costruzione ipertestuale, individuano proprio nella rete delle relazioni intertestuali la responsabilità della costruzione del senso nell’ipertesto, richiamandosi a una prospettiva di tipo strutturalista o, comunque, riconoscendo anche in una costruzione intertestuale la capacità di veicolare un senso complessivo attraverso le relazioni tra i singoli elementi. Vittadini individua inoltre, una seconda evoluzione che riguarda lo statuto delle connessioni intertestuali su cui si fonda lo spazio logico dell’ipertesto. Se i primi autori citati, in definitiva, tendono a individuare le relazioni intertestuali unicamente nella prospettiva dei link che connettono i singoli testi nell’ipertesto, le riflessioni di Cavallo e Chartier sottolineano la rilevanza, nello spazio logico, ai fini della capacità significante dell’ipertesto, anche della distribuzione e della posizione dei testi all’interno delle architetture logiche[13].

Lo spazio logico si configura, quindi, come il luogo della non-linearità o della multilinearità ipertestuale, ma anche come un’architettura fondata su un più ampio ordine posizionale degli elementi che compongono l’ipertesto. Colombo ed Eugeni spiegano che questo spazio assume la forma dello script ipertestuale ed  è decisivo per l’inscrizione nel testo delle procedure di fruizione e per la visibilità della fruizione al livello del testo. Per Vittadini  è anche lo spazio in cui si colloca la strutturazione del progetto autoriale, in una organizzazione logica di tipo virtuale che «non trova visibilità (se non attraverso indicazioni di tipo metatestuale) nella manifestazione sensibile dell’ipertesto»[14].

Lo spazio logico è, in sostanza, soggiacente rispetto ai moduli testuali, che soli si danno a vedere al fruitore, ma in esso sono inscritti, oltre al progetto autoriale, come evidenziato da Bettetini, Gasparini e Vittadini, anche i percorsi di fruizione, come evidenziato da Colombo ed Eugeni.

Per Colombo ed Eugeni, anzi, le manifestazioni della fruizione negli spazi grafici e simbolici dell’ipertesto divengono «emergenze dello spazio logico all’interno degli altri due tipi di spazio»[15], e ancora, negli ipertesti, «la superficie grafica bidimensionale e il mondo fittizio tridimensionale fanno trapelare in più punti e occasioni le strutture invisibili dello spazio logico».

La dimensione esteriore dello spazio elettronico, costituisce, per Bettetini, Gasparini e Vittadini, il secondo degli spazi considerati, lo spazio visibile,  visualizzato sullo schermo del monitor e articolato in una pluralità di componenti eterogenee con funzioni specifiche diverse.

L’unità costitutiva dello spazio visibile della struttura ipertestuale è «la pagina multimediale», che condivide lo statuto di spazio di scrittura della pagina cartacea. Anche la pagina cartacea, infatti, dal manoscritto medievale al testo moderno, si mostra come uno spazio organizzato visivamente e articolato, in un primo momento, con la divisione delle parole, la punteggiatura, la rubricazione, le miniature e l’apparato paratestuale, e, in un secondo momento, con l’utilizzo di una serie di strumenti quali titoli, capitoli, paragrafi e indici e con l’inserimento di figure, illustrazioni e fotografie a supporto e integrazione delle parole.

Vittadini parla dello spazio visibile qualificandolo come sintattico, «ossia costruito dal rapporto organizzativo tra parti differenti, in cui ciò che è peculiare non è tanto il valore semantico o figurativo, quanto la natura relazionale». Non solo, ma la peculiarità relazionale ha una duplice rilevanza sullo spazio ipertestuale: da un lato, infatti, gli elementi reciprocamente connessi  definiscono i confini di tale spazialità, cioè l’estensione della rete di rimandi tra i nodi. Dall’altro lato, è anche la strutturazione spaziale a costruire gerarchie di rilevanza e di priorità tra i codici utilizzati e tra i diversi nodi e a contribuire, così, alla definizione del senso.

Vittadini ricorda che «anche il testo tradizionale ha una forma visibile che evidenzia, pur nella sua evoluzione, una natura sintattica, in cui lo spazio a disposizione, oltre che il luogo di manifestazione del contento, ha la funzione di connettere la complessità degli elementi e di rendere riconoscibile lo statuto di ciascuno di essi». D’altra parte, però, questa forma di organizzazione visiva della pagina, nell’ambito dell’ipertesto, diventa un luogo di scrittura per immagini in cui, accanto al testo verbale, sono presenti testi iconici o musicali organizzati nella pagina multimediale in più livelli di informazioni percepibili contemporaneamente. All’interno di ciascuna pagina, secondo Vittadini, sono rintracciabili dei nessi tra gli elementi che la compongono che costruiscono almeno due piani di relazioni: «il primo riguarda il rapporto tra i diversi media utilizzati per presentare il contenuto, il secondo concerne le relazioni che connettono il singolo modulo alla totalità della rete ipertestuale». In sostanza, «le caratteristiche esteriori del testo elettronico sembrano dunque articolare una sorta di “sintassi interna”, in cui i singoli elementi che appaiono sul monitor (immagini, testi, icone grafiche) presentano una serie di relazioni con la rete degli altri componenti della pagina ipertestuale. Accanto a questa dimensione centripeta dello spazio visibile sussiste una componente centrifuga, che delinea una sorta di “sintassi esterna” dell’ipertesto. Essa è rappresentata dalle icone, dagli intertitoli e da tutte le forme di indici e mappe. Queste componenti della pagina multimediale ne mettono in evidenza il carattere di nodo, costitutivamente connesso al altri testi, che condividono l’appartenenza a una struttura reticolare». Le relazioni che il nodo intrattiene con gli altri moduli e con la struttura complessiva della rete sono evidenziate dalla collocazione dei link nello spazio della pagina. Ne risulta «uno spazio che, nella sua frammentazione condensa non solo codici e linguaggi diversi, ma anche un gioco continuo di rinvio metonimico tra il particolare e la struttura complessiva»[16].

Secondo Vittadini «pare dunque delinearsi una contrapposizione tra la spazialità del testo classico e quella ipertestuale. Nel primo caso lo spazio sembra coincidere integralmente con la manifestazione del testo: il testo si esibisce nella sua interezza; la sua articolazione spaziale è garanzia della sua conoscibilità. Viceversa, lo spazio elettronico si palesa solo per sineddoche; la parzialità della sua esibizione rimanda alla relatività della conoscenza».

I singoli elementi visualizzati sullo spazio dello schermo possono anche essere collocati all’interno di una rappresentazione grafica di ambienti di navigazione che tendono a ricreare ambienti fisici reali. «Tuttavia, nonostante l’adesione a logiche di tipo figurativo, emerge la sostanziale autonomia dello spazio sintattico dalla dimensione prettamente figurativa e rappresentativa. Tali ambienti propongono, infatti, una visualizzazione indipendente dal contenuto, finalizzata esclusivamente a rendere più familiare all’utente la navigazione. L’articolazione spaziale delle informazioni, dunque, non è vincolata alla componente rappresentativa, che funziona, appunto, come metafora dell’organizzazione logica e strutturale dei contenuti». Si tratta, in ogni caso, di un’organizzazione spaziale della pagina o dell’ambiente grafico che «è in grado di veicolare non solo un insieme di contenuti, ma anche una struttura e un modello di organizzazione del sapere all’interno del quale essi sono inseriti diventando una rappresentazione parziale della struttura complessiva. Questo aspetto risulta particolarmente evidente nelle sue implicazioni rispetto alla “sintassi esterna” nelle mappe degli indici». La mappa è l’unico strumento che, se portata in evidenza, offre la reale possibilità di vedere la struttura dello spazio ipertestuale. La mappa, infatti, esplicita la spazialità dell’ipertesto e consente una lettura integrata dei tre livelli in cui, secondo Bettetini Vittadini e Gasparini, si articola il concetto di spazio. Nella mappa si manifesta l’organizzazione dei contenuti strutturati nella dimensione dello spazio logico e visualizzati nella dimensione sintattica dello spazio visibile, secondo una prefigurazione delle dinamiche di fruizione nella dimensione dello spazio agito in cui avviene l’interazione con il lettore. Secondo Vittadini «la geografia dello spazio sintattico è, in questo senso una geografia mobile, in cui ciascun elemento ridefinisce il proprio statuto e la propria collocazione in funzione del percorso di lettura dell’utente»[17].

Il terzo livello d’indagine della dimensione spaziale dell’ipertesto è lo spazio agito, in cui , secondo Gasparini «l’oggetto dell’attenzione si amplia a considerare non più soltanto l’organizzazione semantica del testo e le modalità di esplicitazione in cui essa viene presentata (spazio logico e spazio visibile), ma anche la costituzione di uno spazio specifico per l’interazione tra testo e fruitore. L’ipotesi è – in questo senso – che l’ipertesto preveda e predisponga al proprio interno una serie di dinamiche di fruizione articolandole come azioni spaziali»[18].

Gasparini sottolinea come «l’ipertesto  a differenza dei supporti di tipo classico – predispone alcuni spazi concreti prettamente dedicati all’interazione: a livello globale, lo stesso monitor si presenta come una finestra sul luogo in cui il testo si manifesta e in cui la sua stessa manifestazione è subordinata all’azione dell’utente. Più nel dettaglio, la superficie visibile di ciascun ipertesto presenta zone (più o meno individuabili) atte in modo specifico alla messa in scena e allo sviluppo del dialogo con l’utente»[19].

Secondo Pellizzi l’ipertestualità sta creando una nuova forma di spazialità culturale, ovvero un luogo dove muoversi nella doppia modalità rappresentata dalla presenza simultanea di puntatore e cursore che scompongono il visitatore nelle sue due componenti essenziali: atto e potenza, stasi e processo:

«Il puntatore, che muta di forma, che è sensibile agli oggetti che incontra e li trascina in qualche morbida trasformazione, rappresenta la nostra distanza, il poter fare e il saper fare, il ricercare, l’esser fuori. Il cursore, che lampeggia pedissequo, o che evidenzia un oggetto facendolo diventare blu – colore cristianamente spirituale, ma giottescamente reale – mostra dove siamo, non dove potremmo essere, quale oggetto abbiamo sotto mano e non come potremmo usarlo. Rappresenta il nostro essere dentro, la nostra «località» virtuale, il nostro lasciar segno ed essere segno. In un certo senso cursore e puntatore sono le due metafore del nostro duplice modo di usare il computer, che è costitutivamente, e indissolubilmente, esperienziale e riflessivo, immersivo e indiretto. Diversi studiosi, con definizioni e prospettive differenti, hanno indicato questa duplice modalità di partecipazione al mondo digitale: l’interattività può essere immediata, plastica, corporea, mimetica, e quindi richiamare a una sorta di unità di tempo, di luogo e di azione che coinvolge emotività, propriocezione, decisione; oppure disporsi su molti piani, dividersi in tempi, spazi e intenzionalità differenti»[20]. Pellizzi sottolinea come «nello strumentario digitale ci sono infatti, a vari livelli, molti altri simboli, segni o sintomi dell’essere–dentro e dell’essere–fuori. Basti pensare allo schermo e alle finestre: un quadro che include altri quadri. Lo schermo è un vecchio sistema di incorniciamento, che ha ereditato alcune delle forme e delle funzioni del quadro dipinto. Delimita e rappresenta uno spazio altro in una superficie bidimensionale e in una scala differente rispetto allo spazio ospitante […] lo schermo espone le interfacce, incornicia le cornici. La finestra invece è inclusa, è dentro: quando è in primo piano, e attiva, rappresenta il visitatore non meno del cursore, ma ritagliandone lo spazio operativo sullo schermo». Con l’ipertesto, secondo Pellizzi, nello spazio attivo di quelle superfici i due aspetti che si sono descritti convivono, ovvero nell’uso del computer si alternano stati e processi e la presenza del visitatore si divide e si contempera nell’uso di dispositivi di entrata, di uscita, di collegamento, di determinazione spaziale, di scelta di opzioni, di interrogazione, di bricolage.

Per Gasparini allora la lettura diventa «muoversi attraverso un luogo in modo attivo, non solo per cercare dei contenuti, ma anche per conoscere lo spazio in cui quei contenuti sono ospitati»[21]. Negli spazi metatestuali dedicati all’interazione però si rendono manifeste le strategie di organizzazione dell’ipertesto ed è sollecitata  una risposta fruitiva con il risultato dell’esplicitazione del rapporto tra i due soggetti comunicativi.

È proprio qui che si evidenzia «la dialettica tra libertà di fruizione e costrizioni imposte dall’autore».

Bettetini sottolinea come spesso tale problematica sia rappresentata in negativo, come riconoscimento di effettive limitazioni alla totale libertà di navigazione, anziché come analisi delle dinamiche che caratterizzano «l’inevitabile incontro di due progettualità» nell’atto di fruizione. In quest’ottica è invece  importante chiedersi «dove risiede, insomma il progetto autoriale che il lettore di un ipertesto è chiamato a riconoscere e con cui deve confrontarsi perché la sua navigazione si configuri come un effettivo atto di comunicazione? Non solo, ma come si inscrive questo progetto nell’ipertesto e come si rende manifesto e percepibile all’utente?».[22] È a tali domande che l’analisi della presenza, delle caratteristiche e funzioni svolte dagli spazi logici, visibili e di fruizione contribuisce a prospettare delle risposte. 



[1] Jay David Bolter, Lo spazio dello scrivere, Vita e pensiero  2002, 25

[2] F. Bracco, in AA. VV. Ipertesto… ma non troppo!!!, La nuova Italia, 2000, a cura di M. A. Villamira,  54-55

[3] B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999, 102

[4] L’accezione di testo su cui si concentrano gli autori è quella di textum, tessuto, distinta da quella di testis, testimonianza. L’accezione generale che forniscono di testo è “strumento di definizione dell’esperienza umana attuata mediante la fissazione di particolari stimoli significativi (parole, immagini, suoni) su un supporto che li renda fruibili da un soggetto collocato a distanza (spaziale e temporale) rispetto a chi costruisce il testo”. Nel suo ruolo di testimonianza, ogni testo comporta la fissazione di un atto comunicativo che può essere semplicemente mnemonica, di sedimentazione nella memoria individuale, che può essere culturale, di attestazione all’interno dei nodi salienti del sapere collettivo, e che può essere tecnologica, in termini di riproducibilità tecnica. In ogni caso, consente un’oggettualizzazione dell’atto comunicativo che comporta la sua ripetibilità, o almeno il riferimento a esso come dato non mutevole. Nell’accezione di tessuto, l’aspetto rilevante è il fattore di coesione, al livello dei contenuti e al livello grafico. “L’interesse principale dell’accezione di textum consiste nella messa in evidenza della coerenza come fattore decisivo nel riconoscimento del testo. Il che, naturalmente, rimanda al problema dell’interpretazione e di quel primo, fondamentale gesto ermeneutico che consiste nel riconoscere un insieme di fenomeni come un tutto coerente”. La nozione di textum si sovrappone ma non si identifica con quella di testis. L’esempio è quello dell’ “opera aperta” di Eco, che, come pluralità di sensi dell’opera a dispetto di una visione monocratica che ne imporrebbe una univoca lettura, si riferisce al textum, in quanto dice che la struttura di coerenza del testo consente una pluralità di livelli interpretativi e di percorsi. Nel confronto con quanti spingevano la sua posizione alle estreme conseguenze, liberando il senso del testo in un gioco totalmente non vincolante con le pulsioni di lettura del suo fruitore, Eco ha contrapposto, però, la nozione di testo come luogo in cui l’intentio auctoris e l’intentio operis non si sovrappongono necessariamente con l’intentio lectoris, operando così, uno slittamento dal livello del textum al livello del testis, dove i significati sono bloccati dall’opera nel suo contesto di fruizione, non dalla struttura comunicativa che le soggiace. Per Colombo ed Eugeni, “forse la questione consiste nel distinguere tra uso del testis e interpretazione del textum, ossia fra un utilizzo “materiale”, che obiettivamente appare soggetto alle confluenze del sociale, e un utilizzo espressamente comunicativo, compiuto attraverso un’operazione che mira a riconoscere il senso”. La conclusione è che “textum e testis sono due aspetti logicamente distinti ma di fatto fortemente intrecciati del testo come atto comunicativo”. F. Colombo R. Eugeni, Il testo visibile, Carocci, Roma 1998, 24-30.

Le tappe della storia del testo visibile sono scandite dagli autori in una serie di tappe suddivise in dettagliate articolazioni che partono dalle prime espressioni di testualità nella preistoria e arrivano alle nuove tecnologie di espressione della testualità F. Colombo R. Eugeni, Il testo visibile, Carocci, Roma 1998, 42-101

[5] F. Colombo R. Eugeni, Il testo visibile, Carocci, Roma 1998, 41.

[6] F. Colombo R. Eugeni, Il testo visibile, Carocci, Roma 1998, 99 

[7] F. Colombo R. Eugeni, Il testo visibile, Carocci, Roma 1998, 60

[8] F. Colombo R. Eugeni, Il testo visibile, Carocci, Roma 1998, 82

[9] F. Colombo R. Eugeni, Il testo visibile, Carocci, Roma 1998, 85

[10] F. Colombo R. Eugeni, Il testo visibile, Carocci, Roma 1998,  98

[11] F. Colombo R. Eugeni, Il testo visibile, Carocci, Roma 1998,  92-93

[12] G. Bettetini, N. Vittadini, B. Gasparini, Premessa a G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999,  IX

[13] N. Vittadini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999,   50-54

[14] N. Vittadini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999,56-57

[15] F. Colombo R. Eugeni, Il testo visibile, Carocci, Roma 1998, 101

[16] B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999,   71-73

[17] B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999, 84-85

[18] B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999,  93

[19] B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999,   93-94

[20] Federico Pellizzi, L’ipertesto come forma simbolica,

http://www3.unibo.it/boll900/numeri/2001-i/W-bol/Pellizzi/

[21] B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999,  94

[22] B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999, 144

 

5. La reticolarità connettiva

Nella riconfigurazione del rapporto fra testo, spazio della scrittura e soggetti comunicativi, la nozione stessa di testo assume una connotazione nuova e alcune teorizzazioni ne ipotizzano addirittura l’estinzione. Cadioli cita in proposito un brano in cui Mario Ricciardi si chiede se sia ancora possibile utilizzare la categoria “testo” separata dall’organizzazione materiale in una sequenza lineare, ritenendola, piuttosto, significativa «di una parentela, di un passato, ma non più in grado di rappresentare correttamente un processo in atto così radicalmente diverso, tale da modificare anche i due attori fondamentali della comunicazione letteraria, l’autore e il lettore, e i loro ruoli, storicamente distinti»[1]. Per Landow, «più di qualunque altro termine cruciale nell’ambito di questa discussione, la parola testo ha cessato di abitare un unico mondo. Esistendo in due mondi molto diversi riassume in se significati contraddittori».

Colombo ed Eugeni ridimensionano, di contro, la portata della contrapposizione tra il binomio testo classico-sequenzialità lineare e il binomio ipertesto-connettività reticolare affermando che «è senz’altro vero, dunque, che la modernità conosce un modello dominante di fruizione testuale: narrativa, centripeta e lineare. Pure, nello stesso tempo, si affinano modalità alternative, teorie e pratiche di una lettura e di una visione policentriche e reticolari»[2].

Per Antinucci la linearità del testo a stampa si fonda sulla necessaria linearità del linguaggio verbale che «mappato nel tempo (e non nello spazio) deve tradurre linearmente tutti i livelli della sua strutturazione: dai suoni che compongono le parole, alla sintassi che le organizza nella frase, all’insieme di frasi che costruiscono il discorso, tutti gli elementi vanno disposti in una sequenza prima-poi»[3]. Anche i microlivelli di una struttura testuale sono intrinsecamente lineari, ma la strutturazione lineare a tutti i livelli testuali, che Antinucci denomina «panlinearità», non solo non appare necessaria, ma spesso risulta meno appropriata alla comunicazione di contenuti fortemente strutturati rispetto alla non-linearità dell’ipertesto.

In ogni caso, con l’ipertesto, si passa sostanzialmente da una strutturazione testuale lineare, improntata a un ordine sequenziale e, tutto sommato, temporale di disposizione degli elementi, a una struttura reticolare, organizzata spazialmente, in cui l’elemento caratterizzante è la non-linearità o la multilinearità delle connessioni che formano la rete. Vittadini spiega che la scelta terminologica non è casuale: «Gli autori che si rifanno più esplicitamente alla prospettiva decostruzionista tendono a usare il concetto di non-linearità, poiché dall’assenza di un ordine lineare dei testi nella rete ipertestuale fanno discendere l’assenza di una struttura che gerarchizzi e ponga in una relazione stabile i testi fra loro. Gli autori che si rifanno a posizioni più moderate, invece, tendono a usare il termine di multilinearità enfatizzando la compresenza di molteplici linee di successione dei moduli attivabili attraverso il processo di lettura. Il concetto di multilinearità o non-linearità dell’ipertesto, quindi, è utilizzato di volta in volta per definire l’assenza di una struttura vincolante rispetto alla produzione di senso dell’ipertesto o la presenza di una struttura dinamica e molteplice, ma comunque responsabile, della dimensione semantica della rete intertestuale. Questa oscillazione terminologica risente anche del fatto che la responsabilità della comprensione dell’ipertesto, e quindi della sua capacità di produrre senso, sia fatta risalire alla struttura o all’atto di fruizione da parte dell’utente»[4].

In entrambi i casi, la nozione semiotica di catena di significanti, è inadeguata per la descrizione di un ipertesto, che si presenta invece, secondo Vittadini, come un contesto capace di autorizzare ricostruzioni di senso diverse. «La multilinearità dell’ipertesto conferisce da un lato visibilità alla polisemia del testo; dall’altro sembra autorizzare una lettura della rete intertestuale costruita nell’ipertesto come di una rete senza ordine, centro, inizio e fine», in cui, secondo Landow, gli elementi significanti,  verbali, visivi e sonori sono organizzati secondo itinerari di attraversamento, dal lettore stesso attivati, in un «ambiente cognitivo a dimensioni multiple»[5].

In effetti, Landow, malgrado una visione volta ad evidenziare le relazioni tra ipertesto e decostruzionismo, definisce l’ipertesto come una forma di testo «che permette una lettura multilineare: non una lettura non-lineare o non sequenziale, ma una lettura multisequenziale»[6].

Cadioli d’altro canto riconosce che «essendo l’ipertesto una combinazione di più testi, tutti interagenti tra loro, si viene a sviluppare una rete di possibili percorsi che non presuppongono una linearità precedentemente stabilita e stabilizzata»[7], e, citando Pierre Lévy, afferma che «un ipertesto è una matrice di testi potenziali, di cui solo alcuni si realizzeranno per effetto dell’interazione con un utente»[8]. La linearità, però si ristabilisce «strada facendo», lungo ogni percorso, «attraverso l’allineamento – fosse anche casuale – di testi diversi». Anche per Gasparini «l’ipertesto recupera la linearità nella dimensione “micro” della fruizione: la navigazione si presenta, infatti, come un percorso a tappe libere, in cui però il singolo nodo è in genere progettato per una lettura che segue le modalità classiche, almeno fino alla eventuale segnalazione di un ulteriore approfondimento»[9], per cui «la non-linearità o multilinearità dell’ipertesto emerge, a livello di manifestazione, solo attraverso il reticolo di possibilità di navigazione che viene linearizzato dall’atto di fruizione».

Non è allora la linearità di lettura, né tanto meno la sequenzialità, che l’ipertesto distrugge, «piuttosto esso elimina la normatività, la costrizione monodirezionale secondo cui è normalmente costruito un testo, orientandosi invece alla organizzazione del materiale testuale in base al presupposto della possibilità di una pluralità di letture»[10]. Mentre una parte delle riflessioni teoriche sull’ipertesto, quindi, fa corrispondere alla non-linearità della scrittura la non-linearità della lettura, e decreta il dissolvimento della tradizionale esperienza del leggere fondata sulla sequenzialità, per Gasparini, all’interno di ogni singolo atto di lettura, «viene costruita una nuova sequenzialità, frutto della concatenazione delle scelte individuali dell’utente»[11] e per Cadioli, l’ipertesto, che muta la sequenzialità della struttura del libro, non altera la linearità dei singoli testi che lo compongono, i quali, «per essere pienamente compresi, continuano ad essere letti linearmente (e se a un certo punto di essi c’è un pulsante e li si abbandona, non si può certo dire di averli letti)»[12]. L’affermazione di Cadioli è rafforzata dalla citazione di Luca Toschi, secondo il quale «con il testo elettronico non si assiste alla fine, come molti sembrano intendere, della sequenzialità, bensì alla possibilità di creare numerose sequenzialità, sulla base di associazioni plurime».

Per Landow si tratta di falsi problemi , in quanto «non serve a nulla fare opposizioni nette, opposizioni binarie; perciò, non si possono realmente giustapporre, opporre diametralmente, testo stampato ed ipertesto, o testo stampato e testo digitale e considerarli come bianco e nero, come due cose opposte, poiché esse si compenetrano. Si tratta, in realtà, di un modo di pensare in termini di spettri, che in certe aree di interattività – delle nozioni del sé, della proprietà intellettuale, dell’impermeabilità – i testi stampati esistono ad un’estremità dello spettro e un po’ più in là abbiamo l’ipertesto. Il testo digitale si trova a metà strada. Non si può pensare ad opposizioni assolute, non ha molto senso»[13]. Allo stesso modo, per Landow  non ha molto senso chiedersi se sia la scrittura ipertestuale a figurare tra i sottoinsiemi di quella lineare o viceversa, in quanto è la complessità stessa del testo, anche se questo è lineare, a generare una natura di consultazione ipertestuale.

L’ipertesto, tuttavia, oltre che per la multisequenzialità, si caratterizza per la possibilità di intervenire sul testo con la creazione delle connessioni elettroniche e il fulcro delle riflessioni è, in definitiva, tutto nella valutazione di quanto la facoltà di associare i testi sia da attribuire al libero arbitrio del lettore, e di quanto, invece, debba farsi risalire alla organizzazione strutturale dell’ipertesto, frutto pur sempre di un progetto autoriale. Secondo Gasparini, infatti, «se la caratteristica della multilinearità identifica nell’ipertesto la presenza e la possibilità di più tragitti all’interno del corpus testuale, la cosiddetta “connettività” definisce la modalità con cui, all’interno di un singolo percorso, vengono legate le singole porzioni di informazioni, a ricostituire, quindi, una sorta di “sequenzialità seconda” interna alla navigazione individuale»[14].

È sulla connettività che convergono e si confrontano le riflessioni sugli aspetti più teorici dell’ipertestualità. La reticolarità ipertestuale, infatti, a un livello più intensivo si qualifica come connettività, in quanto la rete si presenta come una struttura organica di connessioni tra unità diverse. Gasparini evidenzia che, «se solitamente si parla di struttura reticolare riferendosi alle modalità di presentazione e di organizzazione dei contenuti, sia a livello infra che intertestuale, la stessa nozione può essere indagata anche rispetto alla fruizione ipertestuale»[15], per cui, «a ben vedere, la connettività può essere considerata da due punti di vista: in primo luogo, essa designa il peculiare tipo di lettura, in cui ogni utente costruisce un proprio percorso attivando determinate porzioni rispetto al continuum a sua disposizione, decidendo l’ordine e istituendo tra le parti un nesso di un determinato tipo; in secondo luogo, la connettività è il risultato del lavoro dell’autore ipertestuale, che ha delineato una serie di agganci possibili tra i nodi. Sul primo versante si può leggere la connettività come specchio dell’attività cognitiva; sul secondo, l’istituzione di nessi funziona in senso metatestuale, come disvelamento del progetto di organizzazione dei materiali»[16]. 

Per Gasparini la connettività, in sostanza, lega i processi conoscitivi dell’utente e il ruolo autoriale di progettazione dell’ipertesto. Per quanto riguarda l’aspetto cognitivo, legato alla fruizione, Gasparini afferma che mentre il pensiero lineare specifica i passi compiuti, il pensiero associativo è discontinuo e procede, oltre che in senso lineare, anche e soprattutto  creando delle connessioni tra dati apparentemente distanti. In questo modo, «la discontinuità, intesa come rottura di un ordine inteso implicitamente come naturale, trova un efficace terreno di manifestazione e di prova nella consultazione ipertestuale, in cui il passaggio da un nodo all’altro avviene in modo associativo. Addirittura tale caratteristica può essere interpretata come la cifra stilistica peculiare del testo elettronico, al punto che le metafore spaziali impiegate per indirizzare la navigazione (dagli indici alle mappe), che fanno invece riferimento all’istituzione di punti fissi, non riescono a nascondere che la principale proprietà dell’ipertesto è la discontinuità – il salto – l’improvviso spostamento della posizione dell’utente nel testo»[17].

Per quanto riguarda il ruolo della connettività nella progettazione dell’ipertesto, Gasparini sottolinea che «la predisposizione di una connessione tra dei blocchi informativi equivale alla rappresentazione del collegamento concettuale tra le due porzioni: l’ipertesto in questo caso non comunica soltanto un insieme di informazioni, ma anche l’esistenza di un legame tra le unità. In questo senso, è possibile sostenere la presenza di una forte componente metatestuale negli ipermedia: mentre parla del proprio contenuto, il testo elettronico parla contemporaneamente della propria struttura e rende ragione dell’organizzazione reciproca delle lessie».

La connettività, allora, da una parte agisce sulla costruzione testuale e, su questo piano, apre i confini del testo verso l’esterno, esplicitandone l’intertestualità, e libera al suo interno le argomentazioni dalla rigidità sequenziale, favorendone una più fluida articolazione intratestuale. Dall’altra parte, essa agisce sul piano della fruizione testuale e materializza, nell’atto di attivazione dei collegamenti, l’intervento del lettore sul testo, ma assume anche una funzione di guida rispetto ai possibili percorsi di lettura.

L’indagine quindi può essere portata avanti al livello delle relazioni intertestuali e intratestuali che legano i nodi, in un’ottica di riconfigurazione della testualità e del rapporto tra autore e testo, e al livello della fruizione ipertestuale, in un’ottica di riconfigurazione dell’atto di lettura e del rapporto tra gli attori della comunicazione testuale. Si tratta comunque di livelli di indagine che si intersecano e interagiscono nelle considerazioni di ogni autore, ma con differenze di accento e una diversa enfasi sull’uno o l’altro dei versanti dovute all’assunzione di differenti  prospettive culturali.



[1] M. Ricciardi, Studi umanistici e nuove tecnologie, in Oltre il testo: gli ipertesti, a c. di M. Ricciardi, Franco Angeli, Milano 1994, 20. Citazione in A. Cadioli, Il critico navigante, Marietti, Genova 1998, 74

[2] Per Colombo ed Eugeni “questa reticolarità in parte si esprime a livello testuale; essa viene resa visibile e praticabile dai dispositivi propri del livello grafico do alcuni tipi di testo: stampa periodica, annunci pubblicitari, poesia d’avanguardia ecc. In parte policentrismo e reticolarità vengono esperiti a livello contestuale e intertestuale: la percorrenza della metropoli, il collezionismo la bibliofilia. In parte, infine, il modello policentrico e reticolare di fruizione rimane un desiderio residuo: la pulsione inappagata e inappagabile di una lettura utopica, ovvero (letteralmente) priva di un luogo testuale che la renda al tempo stesso visibile e attuabile”. Riguardo alla reticolarità contestuale Colombo ed Eugeni ricordano che “la città è stata fin dall’antichità un luogo di lettura e di visione:le scritture di apparato e le immagini dipinte, affrescate o in bassorilievo che ornavano in varie forme e su differenti supporti i luoghi urbani, incontravano lo sguardo dei soggetti impegnati nella deambulazione. Questo tipo di lettura e di visione viene meno (almeno per quanto concerne la scrittura) nei primi secoli del medioevo, ma riprende potentemente a partire dal Rinascimento”. A partire dalla fine del Settecento l’ambiente urbano si spettacolarizza  sempre di più. “La Rivoluzione industriale e il nuovo aspetto della città intensificano la presenza di forme testuali o paratestuali disseminate nella rete di strade urbane… L’affiche pubblicitaria nelle sue molteplici forme apre numerose finestre iconiche e testuali all’interno dell’agglomerato urbano… Lo spazio urbano diviene sempre più uno spazio narrativo, universo di una esperienza non sequenziale ma reticolare, ricca di svolte, imprevisti, sorprese”.

La reticolarità intertestuale dell’età moderna riguarda “tutto un insieme di fenomeni che richiedono una fruizione non concentrata sul singolo libro o immagini, ma piuttosto sulla costruzione di percorsi significativi tra di essi”. Nasce la mitologia della biblioteca privata, e, tra Ottocento e Novecento si diffonde il collezionismo privato, ma anche pubblico nelle biblioteche e musei.

La reticolarità testuale e intertestuale utopica riguarda “alcune teorie della lettura che propongono un uso policentrico e reticolare del testo narrativo classico, di per sé centripeto e sequenziale. Si tratta di letture “utopiche”, ovvero non sostenute da  nessuna indicazione del testo, tali quindi da non appoggiarsi a nessuno spazio testuale che le renda visibili e le orienti… La lettura diviene esperienza di continuo rimando, di costante spaesamento, di ideale navigazione”.

F. Colombo R. Eugeni, Il testo visibile, Carocci, Roma 1998, 86-89

[3] F. Antinucci, Sistemi ipermediali per l’apprendimento,

http://www.infosys.it/INFO90/obbligo/ipertest.html

[4] N. Vittadini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999, 56-57

[5] Landow b

[6] Mediamente, La grande potenza del testo quando diventa ipertesto, intervista a George P. Landow, Milano 26/11/1997,

http://www.mediamente.rai.it/home/bibliote/intervis/l/landow02.htm

[7] A. Cadioli, Il critico navigante, Marietti, Genova 1998, 73

[8] P, Lévy, Qu’est que le virtuel ? Edition La découverte, Paris 1995 [Il virtuale, tr. it. di M. Calò e M. Di Sopra, Cortina, Milano 1997, 30, citazione in A. Cadioli, Il critico navigante, Marietti, Genova 1998, 73

[9] B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999, 103

[10] B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999, 103

[11] B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999, 103

[12] A. Cadioli, Il critico navigante, Marietti, Genova 1998, 73-74

[13] Mediamente, La grande potenza del testo quando diventa ipertesto, intervista a George P. Landow, Milano 26/11/1997,

http://www.mediamente.rai.it/home/bibliote/intervis/l/landow02.htm

[14] B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999, 106

[15] B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999, 108-109

[16] B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999, 106

[17] B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999, 107

 

6. La connettività al livello delle relazioni intertestuali e intratestuali

(riconfigurazione della relazione tra autore e testo)

Al livello delle relazioni intertestuali e intratestuali, la connettività è ciò che attribuisce ai nodi che compongono la rete un senso ulteriore rispetto alla somma delle singole parti e rispetto alle realizzazioni cartacee di forme di testualità reticolare.

Secondo Cadioli, che si consideri la scrittura o la lettura non sequenziale, «l’ipertesto è qualcosa d’altro di una serie di testi affiancati: non è un’antologia, per quanto ben fatta», ma  i materiali che lo compongono interagiscono e ciascuno di essi influisce sull’attribuzione di senso ad ogni altro. Lobietti, esprime il concetto affermando che «nell’universo ipertestuale, l’attività di semiotizzazione delle unità discrete non si arresta, poiché ogni testo trova la sua ragion d’essere solo se esso si costituisce come il trampolino di lancio verso un nuovo tratto».

Secondo Bettetini il vero apporto originale dell’ipertesto alla conoscenza sta proprio nel fatto che «la sua essenza è quella di essere un documento costituito da rimandi tra le parti che lo compongono e da legami interni alle varie parti». Per Landow «l’ipertesto, che costituisce un sistema intrinsecamente intertestuale, mette in evidenza l’intertestualità in un modo che le pagine rilegate di un libro non possono riprodurre» permettendo di esplicitare «tutto il materiale pertinente che si agita intorno all’opera nella percezione di un lettore colto». Entrambe le prospettive culturali enfatizzano l’esplicitazione dei rimandi intertestuali come prerogativa basilare dell’ipertesto, ma l’accento è diversamente posto, una volta sui percorsi di lettura, descrivendo l’intertestualità ipertestuale come «libertà di creare o percepire le interconnessioni»[1], e una volta sulla struttura delle connessioni stesse, per cui «occorre parlare non tanto di scrittura non sequenziale quanto di “struttura” non sequenziale che offre la possibilità di una lettura non sequenziale» [2].

Secondo Bettetini, la struttura connettiva «si configura non solo come un reticolo di possibilità di percorso per il lettore, ma anche come l’esplicitazione di una rete di relazioni che legano i testi, ciascuno dei quali acquista un senso anche in quanto collegato ad alcuni e non a tutti». Cadioli è sulla stessa linea quando afferma che «per quanto inseriti in un ipertesto, i documenti non collegati tra loro non entrano in tutte le potenziali selezioni e dunque, non essendo raggiungibili, sono inesistenti ai fini di certi percorsi, pur essendo vitali per altri. Accade così che l’ipertesto offra ad un autore la libertà di inserire come vuole e dove vuole i blocchi di testo più vari, costruendo una rete, e che il lettore la possa percorrere a suo piacimento – senza costrizione preordinata – e tuttavia solo nei limiti stabiliti dalla rete tracciata».

La connettività ipertestuale, quindi, come sottolinea Bettetini, «nonostante alcune teorizzazioni estreme, non è mai una connettività totale (ogni nodo connesso a tutti gli altri) ma è orientata ed è il frutto di atti di selezione e gerarchizzazione dei testi. Alcuni testi sono connessi solo ad alcuni altri e, soprattutto, alcuni nodi sono connessi a un numero maggiore di testi, (quindi più “frequentabili” e più importanti nell’economia della rete). Alla base di ciascun ipertesto esiste, quindi una rete di relazioni intertestuali, e questa ragnatela si iscrive in una dimensione che, da un lato, precede logicamente e processualmente la manifestazione sensibile dell’ipertesto, e d’altro lato, la motiva e la guida. Si tratta di quel livello di esistenza dell’ipertesto che è stato definito come spazio logico». Esisterebbe cioè, alla base dell’architettura ipertestuale una logica che «suggerisce l’idea che i testi siano relazionati tra loro in modo non casuale e che quindi non siano libere e casuali neppure le possibilità di rimando intertestuale e la polisemia di ciascun testo». I singoli testi, allora, «sono racchiusi in un’organizzazione topologica certamente multilineare, ma soprattutto caratterizzata da una forte reiscrizione valorizzante di ciascun testo rispetto agli altri. Inoltre, gli stessi percorsi di comprensione e di interpretazione dei singoli testi, non sono solo dipendenti dai rimandi contestuali, ma sono anche subordinati all’interpretazione della struttura topologica che li accorpa». Bettetini svolge le sue considerazione sull’intertestualità ipertestuale operando anche un confronto con l’intertestualità consentita dalla testualità tradizionale, sequenziale e cartacea da cui emerge che «in primo luogo l’ipertesto può essere interpretato come una struttura macrotestuale composta di unità microtestuali che, come in un testo tradizionale, non si sommano le une alle altre, ma contribuiscono a produrre il senso del testo grazie alle specifiche interrelazioni che si istituiscono fra di loro. A differenza di un testo pienamente sequenziale, però, in questo caso le interrelazioni sono costruite secondo una struttura connettiva (basata su un meccanismo di associazione) che esplicita tutti i possibili legami individuati da un autore tra i vari moduli testuali e che – in uno spettro definito di possibilità – ne consente attivazioni diverse secondo il tipo di percorso privilegiato dall’utente. Più precisamente, l’ipertesto è un testo che combina brani sequenziali in una struttura connettiva in cui ciascun elemento non viene più ordinato secondo una sequenza, ma viene collocato all’interno di una mappa, in cui potenzialmente non è necessario scegliere cosa includere nel macrotesto e cosa escludere, ma piuttosto decidere dove collocare ogni elemento. Il secondo elemento di distinzione rispetto a un testo tradizionale è il fatto che in quest’ultimo vengono istituiti dei legami espliciti e impliciti non solo all’interno delle parti costitutive del testo, ma anche ad altri testi, o a componenti di una supposta enciclopedia di riferimento del lettore il cui reperimento e consultazione o recupero memoriale viene delegato all’utente. Si tratta insomma di legami che, interni al testo nella loro radice, non lo sono nella loro destinazione. L’ipertesto, invece, corrisponde al tentativo di includere nello stesso oggetto di consultazione – in un macrotesto reticolare – non solo le origini, ma anche la destinazione dei legami intertestuali e di esplicitare, o meglio di esibire, la dinamica dei collegamenti intratestuali potenzialmente inclusi nell’esposizione lineare di un particolare contenuto, trasformando anch’essi per gran parte in legami intertestuali.

Da un lato, infatti, i vari moduli che compongono l’ipertesto possono essere intesi come parti di un potenziale testo sequenziale e lineare sull’argomento considerato connessi da relazioni intratestuali. Dall’altro lato, poiché, come si è detto, la scrittura sequenziale costituisce comunque una dimensione dell’ipertesto almeno a livello del singolo nodo, permane l’esistenza di rimandi intertestuali esibiti, esplicitati e percorribili “per salti” dall’utente». Anche il testo tradizionale possiede uno “scheletro” di rimandi inter e intratestuali, l’ipertesto, però, lo esibisce e, secondo Bettetini ne amplifica la struttura in tre sensi. «Innanzitutto, attraverso la sua esplicitazione nella forma dei legami che la rende “visibile”  e percorribile. In secondo luogo estendendola al di là della composizione delle frasi fino all’inclusione di interi testi. Infine, includendo nell’oggetto di consultazione gli strumenti della sua interpretazione».

La prospettiva culturale cui aderisce Bettetini, con gran parte degli studiosi italiani sottolinea, quindi, la validità del concetto di struttura nell’analisi della testualità ipertestuale, in cui, sebbene non sia più possibile individuare un singolo ordine lineare e sequenziale, i diversi ordini lineari possibili, tuttavia, sono pur sempre parte di un più ampio ordine posizionale degli elementi e di una serie di scelte autoriali. Per Cadioli, l’autore di un ipertesto deve  «stabilire dove collocare il legame tra i testi e cosa collegare tra loro, quali testi, cioè, inserire in una relazione. Si tratta di decisioni che portano immediatamente nel campo delle scelte ermeneutiche, inevitabili in ogni lettura, tanto più se selettiva (come è quella di individuare i documenti  da inserire nell’ipertesto); altrettanto inevitabili nella scrittura ad hoc di materiali da utilizzare; e ancor più inevitabili nella decisione del punto in cui inserire i collegamenti tra le varie componenti dell’ipertesto. Anche in questo caso, dunque, come per il libro a stampa, è presente il suggerimento ermeneutico di qualcuno che sta “sopra” gli altri lettori e che agisce per loro». Il ruolo dell’autore nella costruzione dell’ipertesto è così riaffermato con forza da Cadioli quando rileva che «poiché un ipertesto prevede sempre che qualcuno abbia collegato qualcosa a qualcos’altro, sebbene costruito con testi di altri, può essere “firmato”, se esibisce il carattere riconoscibile di chi ha compiuto, secondo personali criteri di giudizio, critici, ideologici, culturali eccetera, la selezione dei materiali entrati nel progetto ipertestuale. In questo senso, quando cioè è  possibile  individuare che la combinazione dei testi non è data da una raccolta casuale ma risponde  a un’idea – ciò che significa, in ambito critico, a criteri metodologici ed ermeneutici – allora  si può senz’altro parlare di “ipertesto d’autore”, secondo la formula suggerita da Luca Toschi». Non importa il fatto che il lettore attivo possa percorrere la rete a suo piacimento, «importa che il lettore si trova davanti a una rete di testi che non ha comunque scelto e organizzato lui».

Le riflessioni di Landow, invece, si attestano su posizioni estremistiche non lontane dalla visione decostruzionista, peraltro più volte citata in termini di convergenza con le teorie dell’ipertestualità. Landow enfatizza la rottura della linearità e la connettività del testo leggendole come decentralità, frammentazione, dispersione, e incompiutezza, in un’ottica di indebolimento, se non di distruzione, della testualità tradizionale e della figura dell’autore. L’ipertesto, infatti, per Landow, riconfigura l’autore, oltre che avvicinandone la figura a quella del lettore, anche indebolendo il testo e riducendone la presunta l’autonomia, da Landow considerata spesso solo  apparente, in quanto dovuta alla «difficoltà da parte dei lettori  di vedere i legami tra i documenti» che l’ipertesto invece esplicita.

Al riconoscimento di una struttura logica per quanto flessibile, frutto di un progetto autoriale,  si sostituisce alla base dell’ipertesto l’enfatizzazione di un elemento casuale, frutto delle connessioni operate da ogni singolo lettore al di fuori di ogni organizzazione o gerarchia. Pertanto, il principio organizzativo della connettività ipertestuale non starebbe più nella struttura del testo, ma nel criterio di indagine seguito di volta in volta dal lettore, sempre provvisorio e infinitamente modulabile e modificabile in base all’interesse conoscitivo del momento o alla personale enciclopedia culturale di riferimenti. Secondo Landow «tra le tante caratteristiche dell’ipertesto, è fondamentale quella di essere composto da parti di testi collegati tra loro ma privi di un asse organizzativo principale», per cui il metatesto sarebbe una realtà «rizomatica»[3] che «non possiede un centro» ma che «può essere esperito come un sistema infinitamente decentrabile e ricentrabile proprio perché trasforma ogni documento che possieda più di un collegamento in un centro provvisorio, una guida utilizzabile per orientarsi e decidere il percorso da seguire in seguito». I rapporti gerarchici intertestuali e quelli intratestuali tra testo e note andrebbero quindi riconsiderati nel senso che «il collegamento ipertestuale pone insomma il testo che si sta leggendo al centro dell’universo testuale, istituendo un nuovo tipo di gerarchia in cui il potere del centro si estende su una periferia infinita. Tuttavia, poiché nell’ipertesto quel centro è sempre virtuale, temporaneo e decentrabile – in altre parole, è creato soltanto dall’atto di leggere quel particolare testo – esso non tiranneggia mai altri aspetti della rete come farebbe un testo stampato». In particolare «il collegamento elettronico elimina immediatamente l’opposizione binaria fra testo e nota su cui si basa la relazione di status tipica del libro stampato» e «qualunque testo collegato assume un’importanza che prima non avrebbe potuto avere». In sostanza, per Landow, «l’ipertesto proclama che il marginale ha tanto da offrire quanto il centrale. L’ipertesto, infatti, ridefinisce il centro, rifiutando di assicurare centralità a qualunque lessìa per un tempo superiore a quello di uno sguardo: la centralità, come la bellezza e l’importanza, risiede in colui che osserva».

Bettetini, pur ritenendo eccessiva, in Landow, «l’accettazione entusiastica delle tesi di derivazione derridiana sul decentramento e sul progressivo esautoramento del testo», condivide che «la lettura dell’ipertesto, così come può sovvertire l’ordine sequenziale tra i nodi, è anche in grado di rivalutare il rapporto gerarchico tra testo e note» e che «analogamente a quanto rilevato riguardo ai rapporti tra testo e note, si osserva che ogni singolo percorso fruitivo definisce i contorni e confini di testo e contesto». Anzi, soprattutto per quanto riguarda la fruizione in rete, è lecito affermare che il contesto si amplia fino ad abbracciare anche l’enciclopedia (nell’accezione più ampia) del lettore. La reticolarità implica, infatti, un continuo interscambio tra dimensione micro e dimensione macro – tra parti del testo e tra testi – e tra dimensione individuale e dimensione sociale. La connessione in rete crea uno spazio di azione comune in cui i profili di ogni oggetto slittano verso l’esterno in un processo di inglobamento reciproco, in cui durante la fruizione diventa testo ciò che è attualizzato e contesto quello che rimane come sfondo, come opzione potenziale rispetto al proseguimento della navigazione».  In Landow tutto ciò si estremizza e approda a un testo, privo di asse organizzativo e di gerarchia tra i nodi, che si presenta necessariamente come un testo frammentato in cui i nodi «assumono vita propria e diventano più autonomi, in quanto dipendono in misura minore da ciò che li precede e li segue secondo una sequenza».

La connettività, così, oltre a frammentare il testo, produce, secondo Landow, la sua la dispersione in altri testi, offuscandone i confini e privandolo della sua unicità. Infatti, «la singola lessìa ipertestuale ha legami piuttosto deboli – o meno determinanti – con le altre lessie della stessa opera (per usare un termine che ormai minaccia di diventare obsoleto); in compenso si associa con maggiore prontezza al testo creato da altri autori. A dire il vero può associarsi a qualunque testo le venga collegato, e in questo modo dissolve l’idea della separazione intellettuale di un testo dagli altri, nello stesso modo con cui certi composti chimici distruggono la membrana delle cellule di un organismo». Secondo Landow, «si deve insomma abbandonare l’idea di un testo unitario e sostituirla con quella di un testo disperso». Già il testo elettronico, indipendentemente dai collegamenti, perde la stabilità del testo tipografico e, per il suo carattere virtuale, non esiste in una versione definitiva, la connettività, inoltre, aggiunge un secondo importante elemento di variazione che condurrebbe al definitivo abbandono della stabilità  e, quindi, della unicità del testo. «Il collegamento elettronico, che stimola la creazione di connessioni, amplia immediatamente un testo fornendo numerosi punti da cui si possono diramare altri testi».

I concetti di interno e esterno perdono così significato in quanto, «nei sistemi ipertestuali i collegamenti all’interno e all’esterno di un testo – le connessioni intratestuali e intertestuali fra punti del testo (lessie, immagini comprese) – diventano equivalenti, e di conseguenza i testi si trovano ravvicinati e i loro confini sovrapposti e confusi». Con la dissoluzione dei confini del testo l’opera, come oggetto chiuso, sfuma in una testualità sempre aperta intrinsecamente intertestuale. Tuttavia, per Landow, «l’indebolimento dei confini dei testi, può essere visto in due modi: come correzione dell’isolamento artificiale di un testo dai suoi contesti, o come violazione di una delle caratteristiche fondamentali del libro». Tale  caratteristica, la monologicità, si fonda sulla separazione del testo dagli altri testi, e si estrinseca nella sua autosufficienza e inconfutabilità. Landow cita in proposito W. J. Ong, quando afferma che «non esistono modi diretti di confutare un testo. Anche dopo una confutazione totale e distruttrice, esso dirà ancora esattamente le stesse cose di prima»[4]. Con l’ipertesto, invece, è l’integrazione ad essere incoraggiata, piuttosto che l’autosufficienza e, «collocare un testo in una rete di altri testi significa costringerlo ad esistere come parte di un dialogo complesso» e non «come l’incarnazione di una voce o di un pensiero che parla senza interruzioni».

Decentralità, frammentazione in lessie autosufficienti e dispersione del testo in altri testi comportano anche l’inadeguatezza delle idee di compiutezza e di prodotto finito, nel senso che il testo non è più racchiudibile tra i concetti di inizio e fine che implicano necessariamente la linearità, o quantomeno l’isolamento tipico di un testo cartaceo, sia pure reticolare. Landow rileva che, «al contrario della stampa, l’ipertesto offre almeno due diversi tipi di inizio. Il primo riguarda la singola lessìa, il secondo l’insieme di lessie di un metatesto». Landow ricorre, per illustrare il concetto, agli Aleph borgesiani  e addirittura alla tradizione esegetica biblica della storia sacra in termini di tipi e figure di Cristo. Aleph e figure bibliche rappresenterebbero «punti di accesso quasi magici a una realtà reticolare» immaginati dalla cultura occidentale in epoca pre-informatica, ma paragonabili alla singola lessìa ipertestuale, nel momento in cui la fruizione del lettore vi si accosta, ponendola come punto di accesso alla reticolarità dell’ipertesto.

Il lettore deve, comunque, iniziare da un punto la lettura e, anche se Bettetini fa notare che solitamente «gli inizi sono fortemente scanditi come tali», dalla scelta del punto di inizio della fruizione ipertestuale dipenderanno le azioni successive, per cui la designazione di un inizio comporta l’inizio  di una catena o di un percorso in un processo che ha durata e senso. Allo stesso modo, «così come l’ipertesto rende difficile determinare l’inizio di in testo, sia perché cambia la nostra idea di testo, sia perché permette ai lettori di “iniziare” la lettura da più punti, esso modifica anche il senso della fine. Non solo i lettori possono scegliere diversi punti come fine, ma possono anche continuare a fare a fare aggiunte al testo, ampliarlo e renderlo qualcosa di più di ciò che era quando hanno iniziato a leggerlo». Bettetini evidenzia che «tale relativizzazione pone qualche problema di carattere teorico circa la possibilità di una esplorazione completa del testo», ma  per Landow ciò che potrebbe apparire come un limite dell’ipertestualità, cioè l’impossibilità di una conoscenza esaustiva, in particolare nel caso di reti aperte, diviene la garanzia del suo valore in termini di ricchezza polisemica  attivabile dal concreto atto di fruizione.

La compiutezza del testo, impossibile a livello metatestuale, va riferita, allora, al singolo atto di lettura come appagamento dello scopo che guida il lettore all’attivazione del percorso. Come afferma Bettetini, «la lettura di un ipertesto può dirsi completa quando siano state recuperate le informazioni ricercate, e non quando sia stata percorsa la totalità del materiale disponibile, come per i testi su supporto cartaceo».

Per Landow è proprio questa possibilità di relativizzazione dell’estensione, del senso e della compiutezza del testo rispetto alla  modalità di fruizione, che modifica l’equilibrio tra l’autore e il lettore, riconfigurandone il rapporto e avvicinandone i ruoli; per Bettetini si tratta di una tensione alla dialogicità del testo che può essere riscritta «non tanto in un orizzonte di relativismo, quanto piuttosto in quello di un naturale e positivo orientamento verso l’intertestualità, come risultato di ogni processo di studio e di ricerca – non solo con supporti ipertestuali – che miri a una visione critica e completa di un argomento. L’ipertesto, in quest’ottica, sarebbe lo strumento e il mezzo per facilitare e anche per materializzare questo tipo di fruizione».



[1] G. P. Landow, L’ipertesto, Bruno Mondatori 1998

[2] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998 

[3] “Il rizoma è fondamentalmente un controparadigma, non qualcosa che possa essere realizzato in ogni momento o cultura; esso può, tuttavia , fungere da ideale per l’ipertesto, e l’ipertesto (almeno quello ideale, alla Nelson) vi si avvicina più di qualunque altra creazione umana”. Landow 66

Lobietti riassume il concetto: «Il rizoma si pone come strumento cognitivo alternativo al dualismo e in opposizione a tutto ciò che è dialettica. Deleuze e Guattari oppongono al pensiero dialettico quello rizomatico che privilegia il molteplice, la relazione e la connessione. Porre in questo modo l’accento su possibilità cognitive, che fanno della non sequenzialità e del decentramento i punti fondamentali, vuol dire in qualche modo avvicinarsi al sistema di scrittura ipertestuale. Ciò che caratterizza il rizoma di fatto costituisce le proprietà dell’ipertesto. Il sistema rizoma si caratterizza per questi elementi:

- Principi di connessione e eterogeneità: qualsiasi punto del rizoma può essere collegato con qualunque altro e deve esserlo. In opposizione all’albero e alla radice che fissano un punto. L’albero linguistico di N.Chomsky inizia con un punto e procede per dicotomia. Nel rizoma ogni tratto si trova collegato; anelli semiotici d’ogni specie vi si trovano collegati mettendo in gioco non soltanto regimi di segni differenti ma anche statuti di situazioni.

- Principio di molteplicità: non c’é un unità che serva da asse. Una molteplicità non ha né soggetto né oggetto, ma solo determinazioni, grandezze, dimensioni che non possono crescere senza che essa cambi natura. Nel rizoma non vi sono punti e posizioni simili a quelle che si trovano in una struttura ad albero. Non vi sono che linee.

- Principio di rottura asignificante: un rizoma può essere rotto o spezzato in un punto qualsiasi, ma riprende seguendo questa o quella linea. Ogni rizoma comprende linee di segmentalità a partire dalle quali è stratificato, ordinato, territorializzato, ma possiede anche linee di deterritorializzazione per mezzo delle quali incessantemente fugge. Vi è rottura nel rizoma ogni volta che i suoi tratti esplodono in una linea di fuga, in un’apertura verso un’altrove. Il rizoma è il catalizzatore del divenire del testo, che va a costituire un universo dei discorsi.

- Principio di cartografia e decalcomania: un rizoma non è soggetto alla giurisdizione di alcun modello strutturale o generativo. estraneo ad ogni idea di asse genetico come di struttura profonda. Il rizoma è perciò una carta che concorre alla connessione dei campi; può essere strappata, rovesciata e adatta a montaggi di ogni genere grazie alla sua natura elastica, fluida e topologica. Una delle caratteristiche più importanti del rizoma è il fatto di essere ad accessi multipli. La carta ha entrate multiple mentre il calco rimanda sempre ad una pretesa competenza, ad un unico autore». G.Deleuze e F.Guattari, Rizoma, Pratiche editrice, Parma-Lucca, 1977 e G.Deleuze e F.Guattari, Millepiani. Capitalismo e schizofrenia, Castelvecchi, Firenze 1997

Per Lobietti, però, «l’interfaccia si pone come istanza autoriale, intendendo l’autore non come organizzatore e ordinatore di un intreccio possibile, ma come dispensatore di una molteplicità di percorsi e di intrusioni all’interno dei tratti rizomorfici dell’ipertesto». Il lettore interattivo, allora «rimane controllato e addomesticato dall’interfaccia» e l’infinita apertura del testo «viene in realtà ristretta grazie al ruolo dell’interfaccia per evitare l’esplosione entropica del testo».

M. Lobietti, Lo spettacolo della scrittura ipertestuale. Strategie narrative nelle interfacce,

http://www.kweb.it/hyperpage/lobietti.html e http://www.dsc.unibo.it/studenti/tesine/lobietti.htm

[4] G. P. Landow, L’ipertesto, Bruno Mondatori 1998, 117

 

7. La connettività al livello della fruizione interattiva

(riconfigurazione della relazione tra autore e lettore)

Al livello della fruizione, il dibattito sulla connettività ipertestuale si è sviluppato soprattutto sul tema della lettura ipertestuale, vista come conquista assoluta della libertà del lettore, da parte dei critici post-strutturalisti e in termini di equilibrio interattivo tra i ruoli del lettore e dell’autore, da parte degli studiosi più moderati.

Più volte Landow pone le proprie argomentazioni sull’ipertesto in termini di convergenza con le teorie letterarie post-strutturaliste, sebbene, obietta Cadioli, al fine di ricondurre i contributi degli studiosi a segmenti della linea critica che unirebbe Barthes a Derrida, spesso «sono state operate opportune selezioni tra gli autori e dentro l’opera di ciascuno di essi».

In particolare, Landow afferma che, nell’ambito del rapporto tra i ruoli di autore e lettore, «la figura dell’autore ipertestuale si avvicina a quella del lettore, anche se non arriva a identificarsi completamente con essa; le funzioni di lettore e di autore si intersecano sempre di più e in modo molto più profondo di quanto non accadesse prima».[1] Cadioli replica che, «in realtà, caso mai, è la figura del lettore ad accostarsi a quella dell’autore (e non viceversa) », e che, se lo stesso Landow ammette che l’identificazione dei ruoli non è completa, può essere il caso, allora, di chiedersi se persiste comunque una presenza autoriale. Se, obietta ancora Cadioli, «in Ipertesto la risposta non c’è», il problema rimane pur sempre di fondamentale importanza.

Per Bettetini l’esistenza di un progetto di organizzazione del testo preesistente all’atto di fruizione non può essere messa in crisi neanche dal ruolo di primo piano che il lettore assume nell’attualizzazione del testo, in quanto, la stessa interattività ipertestuale non può che «essere prevista a monte e quindi tradotta in una serie di strategie testuali. Anzi, il particolare tipo di attività consentita al lettore ipertestuale complica il compito di costruzione del progetto». Il lettore deve acquisire, infatti, una serie di competenze che vanno dal sapere articolare i percorsi all’interno dell’ipertesto, nella maniera più rispondente ai propri interessi, alla capacità di predisporre l’ipertesto a utilizzi successivi, ampliandone i contenuti e istituendo nuovi collegamenti. L’atto fruitivo concreto, inoltre, deve comprendere «l’attivazione di una serie di dispositivi tecnici per rendere materialmente possibile l’interazione» e, ancora «la pluralità di competenze che il lettore ipertestuale deve acquisire è confermata anche dalla ricchezza e dalla plurivocità dell’esperienza fruitiva: di fronte alle opere multimediali, i lettori sono al tempo stesso spettatori e ascoltatori» con una diversificazione della stessa dimensione fisica del consumo.  Tuttavia, la constatazione  del carico di compiti e di responsabilità che il testo elettronico attribuisce al lettore porta, oltre a rivestire il polo soggettivo di importanza crescente, anche a rivalutare, contemporaneamente, il polo autoriale. L’autore del progetto, infatti, «non solo deve costruire dei luoghi in cui si possa manifestare la presenza dell’enunciatario;  non solo deve progettarne il cammino entro i propri confini; ma, anche, deve prevedere la molteplicità delle scelte e, addirittura, evidenziare le scelte in quanto molteplici».

È proprio nell’articolazione di appositi luoghi metatestuali per l’interattività, nello “spazio agito”, più che altrove, che, secondo Bettetini «il testo rivela la propria natura di spazio dialogico, in cui due soggetti si incontrano e, insieme, compiono delle azioni».

A questo proposito ancora una volta, Bettetini identifica nelle riflessioni sull’ipertesto un catalizzatore di concetti, ampiamente discussi in aree disciplinari contigue, che vengono ad assumere una nuova connotazione e una forma tecnologicamente più appropriata. Qui l’archetipo, cui le considerazioni sull’ipertesto danno nuovi sviluppi, è costituito dagli studi in cui «accanto a un’idea di lettura come esperienza, propria dell’individuo, si sviluppa il concetto di lettura come lavoro testuale, che prevede la simulazione dello scambio comunicativo all’interno del testo stesso».

La concezione comune è quella che Bettetini ricostruisce, sintetizzando le diverse posizioni sul tema, in termini di «consapevolezza che neanche il testo, inteso come macroscrittura, è in grado di dar conto completamente del proprio senso; quest’ultimo, infatti, si costruisce solo durante l’interazione con il lettore. Il processo della lettura, allora, afferma la presenza e la responsabilità di un polo soggettivo che entra in contatto con un polo oggettivo (il testo, appunto)», visto però come «un dispositivo in grado di progettare e – in larga parte – predisporre al proprio interno il percorso di lettura più idoneo».

La lettura si configura, quindi, in primo luogo, come risposta a un testo, il quale però postula già al suo interno un “lettore implicito” come «polo virtuale del ricettore all’interno del testo». La partecipazione attiva del lettore reale consente, poi, «l’attualizzazione del significato, che il testo in sé prevede soltanto  al livello potenziale»[2]

Negli ipertesti poi è presente un’ulteriore caratteristica «che contribuisce a delineare in modo diverso la rappresentazione simbolica del dialogo, è l’esistenza di un duplice livello – testuale e metatestuale – in cui il secondo, sempre presente a fianco e all’interno del corpus testuale vero e proprio, esplicita il patto collaborativo tra utente e sistema.

Nei testi tradizionali l’interazione tra i due interlocutori avviene in modo simbolico ed è figurativizzata solo in alcuni casi particolari, tramite l’identificazione di una delle due figure  con un personaggio vicario interno alla diegesi; il regime ipertestuale propone invece una costante manifestazione del livello interattivo dello scambio comunicativo».[3] L’ipertesto, allora, secondo Bettetini, «non si limita a predisporre un simulacro, individuabile da un insieme di tracce tecniche lasciate dal lavoro di scrittura; all’istanza simbolica  che rappresenta il ricettore si affiancano una serie di dispositivi che costituiscono una vera e propria protesi a disposizione dell’utente per estendere le proprie concrete capacità di azione anche all’interno del testo». Si tratta del cursore e degli altri elementi grafici dell’interfaccia che consentono al fruitore di entrare materialmente nel  testo e di occuparvi un posto di primo piano, lasciando una serie di tracce, così come nei testi a stampa avviene per il soggetto dell’enunciazione.

Lobietti tratta dell’importanza strategica dell’interfaccia di navigazione, sia nella progettazione, sia nella lettura di ipertesti, in quanto strumento capace di coniugare l’istanza autoriale di disciplina della tendenza entropica dell’ipertesto, con la libertà del lettore. In primo luogo, l’interfaccia ridurrebbe i pericoli dell’infinita apertura dell’ipertesto rappresentando una prima forma di organizzazione e di gerarchia dei testi e una guida capace di lasciare intravedere la molteplicità dei percorsi di lettura, e di suggerire o ammiccare verso alcuni temi principali; in secondo luogo, le interfacce si porrebbero come luogo di costruzione di inedite forme di narrazione e di ricezione dei testi, consentendo la manipolazione e l’interazione del lettore con gli oggetti messi disposizione e facendogli recuperare,  il gusto del testo con la partecipazione al suo costituirsi  in una sorta  di nuova forma di narratività. In questo modo,  «l’interfaccia non agisce semplicemente come interprete tra uomo e macchina, non si pone solamente come elemento paratestuale di mediazione, bensì permette di determinare percorsi di lettura, fornendo un’esperienza di lettura che da un lato conserva i principi rizomatici (accessi multipli, apertura infinita etc.) dall’ altro lato ricompone la godibilità il testo, elaborando una strategia che attraverso alcuni accorgimenti accorcia la distanza tra il testo elettronico e quello tradizionale, sequenziale»[4].

Il superamento della distinzione tra l’atto individuale di produzione, proprio dello scrittore, e la funzione privata, di accoglimento, propria del lettore è interpretato da Bettetini, coerentemente alle proprie tesi, come «il risultato ultimo della presenza di quel livello metatestuale, attivo in ogni ipertesto».[5]

Riconfigurata in termini di interattività all’interno di una struttura testuale, l’assoluta libertà del lettore, esaltata negli ambienti vicini al decostruzionismo, risulta quindi notevolmente ridimensionata, per cui, secondo Cadioli, «converrà dire, più modestamente e con minori entusiasmi poststrutturalisti, che l’autore dell’ipertesto ha una sua non secondaria presenza così come il lettore ha una maggiore libertà, più o meno nascostamente vigilata (e comunque più ampia in rapporto al numero delle combinazioni possibili), nel decidere quale navigazione condurre tra i flutti ipertestuali: proprio nell’equilibrio tra queste due componenti si sviluppa l’interattività ipertestuale». E in effetti, per Cadioli, la parola che, meglio di ogni altra, indica la novità della fruizione ipertestuale è proprio “interattività”, «ma solo se la utilizza con la consapevolezza che si parla di qualcosa di diverso dall’interattività che da sempre è richiesta in ogni atto di lettura». Così, «se qualsiasi testo, manoscritto o a stampa, ha bisogno di un lettore attivo che lo faccia funzionare (e per questo viene definito da Eco “macchina pigra”), molto di più un ipertesto digitale deve la sua “esistenza” a scelte continue da parte di chi lo sta leggendo, non solo per la costruzione del senso, davanti a un percorso già tracciato, ma per la costruzione dello stesso percorso testuale tra tante opzioni possibili».[6]

Il parallelo con la fruizione dei testi a stampa è portato ancora più avanti da Cadioli con l’argomentazione che  «sul piano della lettura individuale, naturalmente, ogni lettore è autore di un ipertesto fatto a propria misura: ma questo accade anche per chi utilizza i libri a stampa, una volta che abbia deciso di non seguire una lettura sequenziale, tanto più se ha la possibilità di utilizzare a suo piacimento una ricca biblioteca. La vera piena libertà ipertestuale si manifesta quando il lettore è autore in proprio dell’ipertesto, che costruisce – segmento dopo segmento – con i più vari materiali, manipolando, aggiungendo, risistemando ciò che è già stato scritto da altri, e che collega a proprio piacimento in una rete».[7] Negli altri casi, rispetto alla stessa lettura dei testi a stampa, «la navigazione ipertestuale può sembrare addirittura meno libera, in quanto, meno dipendente all’immaginazione individuale, è coinvolta nel gioco di combinazioni messe in opera dai potenziali  collegamenti»;[8] il lettore può soltanto scegliere quali combinazioni attivare. 

Si delinea così la distinzione tra due diverse tipologie di ipertesti che consentono al lettore diversi gradi di libertà fruitiva.

In proposito Bettetini fa notare che «le due funzioni di costruzione dei collegamenti e loro memorizzazione e di rilettura e scoperta dei legami associativi istituibili tra diversi testi è, attualmente, quasi sempre scissa in due tipologie di prodotti, anche se non mancano casi – e soprattutto progetti – di riunificazione. Da un lato si hanno i sistemi autore, software per la creazione di ipertesti che consentono la scrittura nel senso dell’organizzazione delle pagine e dell’istituzione dei legami. Dall’altro lato si collocano i prodotti ipertestuali finiti, commercializzati su supporti ottici, su dischetti magnetici o diffusi attraverso la rete».[9]

Landow non pone nella dovuta considerazione tale distinzione, in quanto le sue riflessioni traggono solitamente spunto dai sistemi in uso presso alcune università, che prevedevano la possibilità dell’intervento scritto del lettore, puntando alla creazione di quaderni e opere collettive. Ma, secondo Bettetini, proprio alla differenza tra ipertesti aperti e chiusi è connesso il diverso margine di libertà offerto all’utente. Solo nei primi «il fruitore può avere, in certa misura, il ruolo di co-autore, potendo aggiungere commenti, note, o interi nodi e link».

Tuttavia anche negli ipertesti chiusi che consentono al lettore di scegliere soltanto i propri percorsi di esplorazione, senza poter, di fatto, incrementare il testo, secondo Bettetini, «è evidente la differenza rispetto alla testualità di tipo tradizionale. La struttura modulare e reticolare dell’ipertesto chiede al lettore di articolare la propria fruizione secondo parametri diversi, in base ai quali il passaggio da un nodo all’altro non è motivato dalla contiguità spaziale degli stessi, ma, piuttosto, da un rapporto di tipo semantico istituito dallo stesso fruitore, in base allo scopo della propria navigazione».[10]

A questo punto, secondo Bettetini, in relazione alle due tipologie di competenze attribuite al lettore di ipertesti aperti o chiusi, il concetto di interattività ipertestuale può essere declinato nelle due dimensioni di dialogizzazione e di navigazione dell’ipertesto stesso.

La dialogizzazione comporta la possibilità di intervenire sull’ipertesto, trasformandolo in qualcosa di nuovo ad ogni ulteriore fruizione, «si può effettuare sia rispetto ai singoli moduli, attraverso la possibilità di apporre note e commenti, sia rispetto all’intero ipertesto, aggiungendo propri moduli informativi o nuovi legami. In questo caso sia i singoli moduli che l’intera struttura ipertestuale vengono rimessi in gioco a ogni incontro con il lettore, in un rapporto reciproco di arricchimento e di interrogazione attraverso la possibilità di selezionare, prelevare e associare i moduli testuali in modo da contribuire alla strutturazione della mappa».[11] 

Per Bettetini «strutturare un testo (come avviene per quello elettronico), componendone il contenuto in nodi ed esplicitando – anche a livello grafico – i possibili nessi tra i blocchi, significa, in un certo modo, materializzare e dare consistenza a quei processi che, nei testi a stampa, avvengono in maniera celata nel lavoro di scrittura e lettura».

A differenza che nei testi a stampa, nei manoscritti medievali, la dimensione dialogica della fruizione testuale veniva comunemente materializzata nella pratica di apporre note e commenti al testo, per cui Bettetini sottolinea che «l’ipertesto offre la possibilità di riprendere anche modalità di rapporto con il testo, sempre legate alla scrittura, ma antecedenti alla stampa. L’introduzione della stampa, infatti,  determina una fondamentale “riduzione” rispetto alle modalità di fruizione del libro manoscritto. Prima della stampa il testo era soggetto a diverse forme di manipolazione e modifica attraverso le glosse e i commenti a margine che spesso venivano inseriti nelle successive trascrizioni. Un atteggiamento tipico della cultura orale, insomma, si conservava vivo in questo uso di “dialogizzare” il testo, mentre con la stampa il testo diventa qualcosa di definitivo, che non permette più cambiamenti. Una dimensione che può essere di nuovo sviluppata con l’ipertesto».

La dialogizzazione della lettura, in realtà, fa notare Cadioli, si attua  sempre  nell’attività di «lettori esperti o impegnati nello studio di testi» e la lettura critica, ma anche quella destinata al solo piacere, presuppongono connessioni mentali tra testi diversi e autori diversi. L’ipertesto elettronico però attua una vera e propria «riorganizzazione fisica, e non mentale, del testo», in quanto, secondo Cadioli, «la trasformazione introdotta dall’ipertestualità si fonda sullo spostamento e sulla manifestazione visibile di procedimenti che, nella lettura tradizionale, avvenivano nel segreto della mente e negli ambiti ristretti di coloro che potevano passare da un testo all’altro sulla base delle loro conoscenze e della disponibilità di libri letti e posseduti»[12]

Negli ipertesti chiusi l’interattività si manifesta all’interno della struttura ipertestuale in una dimensione navigazionale che, secondo Bettetini, «di per sé  corrisponde alla possibilità di muoversi all’interno delle informazioni secondo percorsi non-lineari, anche senza il preciso obiettivo di giungere alla consultazione di un’informazione».

Si tratta di un utilizzo dell’ipertesto in qualità di fruitori anziché di co-autori, in quanto il contenuto è indipendente dall’intervento del lettore, ma «proprio la pluralità dei percorsi ugualmente abilitati costituisce la differenza più marcata rispetto al testo tradizionale, anche sotto il profilo dell’interazione prevista all’interno del corpus testuale». La fruizione, nella sua dimensione navigazionale, comporta, infatti, «la costruzione di un ordine sequenziale di secondo grado rispetto alla molteplicità dei cammini possibili».

Bettetini evidenzia a questo punto che, nel caso degli ipertesti chiusi, la lettura ipertestuale coincide col sapere articolare i percorsi si ricerca e di consultazione in maniera rispondente al fine. «La lettura di ipertesti afferma, in un certo senso, la natura di esperienza dinamica, la cui cifra distintiva sta proprio nello svolgimento di un tragitto, in cui risulta fondamentale la capacità di non perdersi, perché proprio l’orientamento è la condizione per la costruzione del senso. Nella fruizione degli ipertesti diventano allora ancora più evidenti i giochi tra la memoria testuale (il ricordo dei luoghi già attraversati) e le aspettative rispetto agli svolgimenti successivi. In particolare, considerando come fattori determinanti nelle concrete dinamiche fruitive di ipertesti l’interattività da un lato e, sul versante opposto, la rilevanza del modello della stampa, si costituiscono due tipi di lettori» che Bettetini  definisce citando la letteratura in proposito[13]  lettore omo-diretto e lettore etero-diretto. «Il primo  ha una sorta di capacità dinamica di ridefinire continuamente il proprio ruolo di lettore nel corso dell’esplorazione ipertestuale (anche a costo di mettere in discussione l’idea di inizio e fine in un romanzo ipertestuale, ad esempio); viceversa, il lettore   etero-diretto è portato ad aderire al modello testuale e fruitivo tradizionale e a regolare le proprie aspettative e le proprie azioni fruitive su quel modello e, quindi, è destinato a perdersi o a rimanere sovente  frustrato di fronte a esperienze testuali non canoniche (sia a stampa che ipertestuali)».

L’atto dinamico di fruizione porta, infatti, il lettore, ad ogni passaggio della navigazione, a fare una serie di inferenze rispetto allo sviluppo successivo che possono riguardare sia il tipo di materiale visivo o verbale, sia il contenuto del nodo, sia le successive connessioni del nodo. In sostanza, nella navigazione attraverso i percorsi di un ipertesto chiuso «al lettore è richiesto, a un livello macrostrutturale, di ricostruire la coerenza del testo: essa sarà il frutto del procedere stesso del lettore, delle sue scelte di attualizzazione di parte del materiale a disposizione. In questo compito, il fruitore è aiutato dagli elementi grafici, anche se non esiste una “grammatica” paragonabile a quella del testo tradizionale, in cui la sintassi tra le diverse porzioni è istituzionalizzata e garantisce  una sorta di dominio spaziale del testo, antecedente alla lettura in profondità. È importante, a questo livello,  che il sistema consenta la riconoscibilità degli elementi che istituisca un legame biunivoco tra aspetto grafico e funzione».

Il quid del regime ipertestuale, secondo Bettetini, «risiede proprio nell’esplicitazione del livello metatestuale, di quella “cornice” che offre al ricettore  le chiavi di accesso alla struttura del testo e le indicazioni per percorrerlo». La sintassi ipertestuale, esplicitata nello spazio visibile, veicola l’organizzazione dei contenuti, da una parte, e prefigura le dinamiche di navigazione, dall’altra parte, rendendosi visibile principalmente nella mappa dell’ipertesto, ma anche nell’articolazione di appositi luoghi metatestuali, come gli indici, i menu, le indicazioni di stato e di processo, gli strumenti di navigazione.

Per Cadioli «la necessità di ricorrere alla mappa rivela la difficoltà di servirsi, per quanto riguarda l’ipertesto digitale, di altri strumenti di riferimento, ormai da qualche secolo stabilizzati nel testo a stampa»[14]. Si tratta degli elementi paratestuali, che nell’ipertesto conservano alcuni caratteri del passato, ma che introducono, nel contempo, condizioni nuove. Nell’ipertesto scompare la numerazione di pagina e la conseguente possibilità di un indice tradizionale. I testi non si offrono più in sequenza, ma sono disposti e connessi in una rete, per cui lo strumento idoneo a dar conto delle divisioni territoriali e dei possibili collegamenti assume la forma di una «mappa grafica».

Le mappe possono visualizzare diversi livelli di profondità, dall’immediato contesto del nodo a improbabili rappresentazioni globali, che, per la loro complessità finirebbero per coincidere con l’oggetto stesso da sintetizzare.

Per Bettetini  «le mappe recano però in sé una sorta di contraddizione o, per lo meno, qualcosa che le distingue radicalmente dalle rappresentazioni cartografiche, così come siamo abituati a pensarle». Per quanto sia abusata la metafora della navigazione o del viaggio, nell’utilizzo di un ipertesto, infatti, essa funziona fino a un certo punto. Nello spazio reale, gli spostamenti richiedono un certo tempo, per cui ogni distanza è percepita anche in termini cronologici. Nello spazio virtuale di un ipertesto, invece, l’esperienza della distanza è molto diversa, in quanto l’attraversamento di qualunque collegamento richiede sempre lo stesso tempo. Tutti i testi collegati vengono allora percepiti come se si trovassero alla stessa distanza dal punto di partenza, con un sostanziale annullamento degli intervalli spazio/temporali tra due siti. «La mappa ipermediale, dunque, non da indicazioni sulle distanze, ma segnala in quale punto si trova l’utente e, al contempo, in quali altri punti potrebbe trovarsi». In ogni caso rappresentano il principale strumento di orientamento del lettore nell’ipertesto.

Bettetini parla della necessità di una retorica intesa come corretta progettazione dei percorsi ipertestuali in uno spazio che assume la connotazione di spazio agito di fruizione interattiva del testo e ritiene che l’accostamento fra retorica e navigazione, «fonda la propria legittimità su due ordini di considerazioni. A un primo livello, la semplice constatazione che l’ipertesto possa essere considerato una forma particolare di testo, porta alla possibilità di considerarne anche gli aspetti di organizzazione formale. Su un piano più specificamente pertinente alla questione della spazialità, poi, l’idea di una retorica relativa in modo particolare alla fruizione poggia sull’ipotesi che il funzionamento dello scambio comunicativo sia legato soprattutto alla presenza, all’interno del testo – qualunque sia la sua natura – di un insieme di regole e strategie che riguardano il momento della lettura».

Per quanto, però, allo stato attuale, tale progettazione sia sempre meno deregolamentata, e sempre più codificata nella forma delle home page che orientano il lettore rispetto alla struttura e ai percorsi possibili, per Cadioli le nuove modalità paratestuali dell’ipertesto non sono, ancora completamente codificate. Gli elementi paratestuali di presentazione, che Cadioli definisce «editoriali», come la collocazione del prodotto in una collana, la presentazione dell’editore, le indicazioni del curatore, le prefazioni, sono necessari a dare riconoscibilità ad un oggetto che è il frutto di una serie di scelte, in qualche modo autoriali, confluite intenzionalmente e selettivamente nella struttura dell’ipertesto. Eppure questi elementi, già scarsamente presenti nei CD-Rom che sono pur sempre prodotti editoriali chiusi, sono per lo più considerati inutili in Internet, dove tuttavia, rileva Cadioli, «il paratesto esiste, ma, paradossalmente, ha assunto la forma del messaggio pubblicitario, più consono alla dimensione commerciale che presiede alla sopravvivenza e allo sviluppo dell’intera rete». Anche per Cadioli, la riflessione sul paratesto nell’ipertesto deve, comunque, prendere in considerazione aspetti nuovi, sconosciuti alla dimensione del libro a stampa ma connaturati alla tecnologia ipertestuale. «È il caso del segnale di collegamento (link), punto chiave della dimensione ipertestuale, elemento che, messo in risalto, indica l’esistenza di un passaggio verso altri documenti della più varia natura. È possibile considerare questo segnale come un nuovo elemento paratestuale? Quando si trova un colore diverso, un’evidenziazione, una marcatura qualsiasi che indica una “soglia” che può essere varcata, questo segno blocca la lettura e suggerisce un’informazione che rimanda ad altro e che si può accettare o respingere. È cioè una “interruzione” che sottolinea implicitamente come a quel punto l’autore dell’ipertesto suggerisca la possibilità di un approfondimento o di una divagazione. il segnale del collegamento può dunque corrispondere al richiamo di nota, ma ciò che offre, una volta attraversata la soglia che delimita, è molto di più del segnale di un’annotazione». Per Cadioli «la funzione ermeneutica del paratesto rappresentato dal bottone del collegamento può non essere immediatamente evidente, ma è proprio lì che si sviluppa il cambiamento della condizione della lettura», in quanto, il segnale di collegamento «comporta una profonda trasformazione dell’attesa del lettore, che, incontrandolo, deve decidere cosa fare, se imboccare o no la strada suggerita dalla responsabilità e dall’autorità di chi ha creato l’ipertesto mettendo in opera precise scelte interpretative».[15] Si tratta comunque di scelte che coinvolgono il lettore in quello che è un progetto autoriale, anzi, «ogni volta che si mette in risalto la libertà del lettore, gli studiosi più avvertiti non possono fare a meno di indicare il ruolo dello scrittore che, per certi versi, può essere considerato ancora più “forte”  di quello espresso nella scrittura tradizionale». Cadioli, addirittura ridimensiona l’onnipotenza del lettore, anche nel confronto con la libertà del lettore del testo a stampa, che si configura nella possibilità di mettere in moto l’immaginazione, mentre quella di un lettore ipertestuale si manifesta nella “necessità” di dover scegliere il proprio percorso tra blocchi di testo collegati da altri.

Per Landow sono le stesse potenzialità dell’ipertesto a generare, se gestite approssimativamente, problemi di sovraccarico cognitivo e rischi di  disorientamento. L’ipermedia come mezzo di comunicazione «dà la forte sensazione che i suoi collegamenti rappresentino relazioni coerenti, significative e soprattutto utili. Conseguentemente, l’esistenza stessa di un collegamento spinge il lettore ad aspettarsi che tra i materiali collegati esistano relazioni significative». Se tale aspettativa viene frustrata non può che aumentare la sensazione di confusione e disorientamento. Anche per Landow allora è necessario, infatti, per neutralizzare gli effetti negativi del disorientamento, lo sviluppo di una retorica e di uno stile di scrittura ipertestuale che tengano conto delle qualità tipiche dell’ipertesto come mezzo di lettura e scrittura basato su tecnologie informatiche:

«Dato che ipertesto e ipermedia sono fortemente caratterizzati dal collegamento, uno strumento della scrittura che offre la possibilità di cambiare direzione, la retorica e la stilistica di questa nuova tecnologia comportano di solito un cambiamento: di luogo, di rapporto o di direzione, potenziale o reale. Prima di decidere quali tecniche rispondano meglio a questo cambiamento, dobbiamo renderci conto che queste, tutte insieme, tentano di risolvere molti problemi  interdipendenti». Utilizzando l’analogia con il viaggio Landow afferma che «il primo problema riguarda le informazioni sull’orientamento, necessarie a individuare la propria posizione all’interno di un insieme di testi collegati fra loro. Il secondo concerne le informazioni sulla navigazione, necessarie per trovare il percorso giusto attraverso i vari materiali. Il terzo riguarda le informazioni circa l’uscita o partenza e il quarto quelle riguardanti l’arrivo o ingresso». Le tecniche che Landow propone per fondare una retorica  e una stilistica del cambiamento di direzione sono rivolte, quindi, ad aiutare i lettori ad orientarsi e a spostarsi sui percorsi dell’ipertesto, ad informarli alla partenza sulle possibilità di collegamento e, all’arrivo, sulle coordinate del documento di destinazione.

La creazione di tali strumenti di navigazione può essere prerogativa del sistema o, laddove i sistemi siano carenti, come nel caso del web, sarà compito degli autori inserire manualmente le funzioni di orientamento nell’ipertesto. Se negata a un livello di astrazione più alto, la rilevanza del ruolo autoriale è minuziosamente esplicitata da Landow al livello più concreto della progettazione degli strumenti navigazionali.

Le icone di intestazione, coadiuvate da schemi di colori di sfondo forniscono al lettore informazioni sull’identità e la posizione nell’ipertesto del documento selezionato e risultano particolarmente utili sul web, dove i lettori, tramite i motori di ricerca, possono giungere direttamente a qualsiasi documento, ignorandone anche l’eventuale appartenenza ad una struttura più ampia. Si tratta di strumenti connessi alla «retorica dell’orientamento», mentre strumenti della «retorica della navigazione»[16] sono le schermate d’insieme, che assumono spesso la forma di mappa grafica tematica, fungono da guide e facilitano la navigazione fra i materiali visualizzando la struttura dell’ipertesto con i relativi possibili percorsi. Le funzioni di anteprima annunciano al lettore le destinazioni dei collegamenti potenzialmente attivabili e configurano quella che Landow definisce «una specie di retorica della partenza». Anche questa funzione assume una connotazione particolare sul web, dove, data l’impossibilità di collegamenti da uno a molti, gli autori sono obbligati alla creazione manuale di menù di collegamenti per predisporre funzioni di anteprima.

Più difficile è realizzare una «retorica dell’arrivo» che evidenzi la porzione del documento di destinazione cui rimanda il link attivato nel documento di partenza. Sul web è possibile condurre il lettore ad una particolare posizione in un documento, ma non viene mostrata l’esatta estensione dell’ancora di arrivo.

In ogni caso, per Bettetini, i segnali di orientamento non possono essere intesi in senso assoluto come istruzioni universalmente valide per la lettura di un testo, in quanto, «più che essere connesse al singolo testo, esse sono legate al fruitore», dal quale dipende sostanzialmente «la decisione del termine finale della navigazione». Si può dire allora che il regime elettronico relativizza gli indicatori di percorsi, «subordinandoli all’individualità di ogni atto di lettura».

La relativizzazione va effettuata, tuttavia, anche rispetto alle tipologie differenti di ipertesto, che coinvolgono in misura diversa il lettore nel processo di costruzione del senso e gli richiedono modalità di lettura diverse. In quest’ottica, secondo Landow, l’esperienza stessa del disorientamento può essere valutata in maniera non necessariamente negativa, o insormontabile, ma, come nel caso degli ipertesti narrativi, addirittura piacevole.

Affiorano, quindi, in primo piano i contenuti e assumono rilevanza le differenti tipologie di ipertesti che il dibattito sull’ipertestualità aveva lasciato sullo sfondo focalizzando l’attenzione - per il versante teorico - sul tentativo di inquadrare la natura dell’ipertesto e di definirne i caratteri, e - per il versante applicativo - sulla tecnologia dei link come forma attuativa dell’ipertestualità.




[1] Storia della letture in appunti più “Questo cambiamento, quasi una fusione di ruoli, non è che l’ultimo stadio della convergenza  di due attività un tempo molto diverse. Sebbene oggi si dia per scontato che chi legge sappia anche scrivere, una volta questo non accadeva, e gli storici della lettura sottolineano che per millenni, molte persone capaci di leggere non erano in grado di scrivere il proprio nome” Landow, 127 Per Landow “l’ipertesto, che crea un lettore attivo, forse anche un po’ invadente, spinge tale convergenza di attività ancora più avanti, ma in questo modo usurpa il ruolo dell’autore, affidandone una parte al lettore”.

[2] L’area della semiotica che si focalizza sulla lettura come parte della propria pertinenza è l’ambito della semiotica dell’enunciazione e della semiotica dell’interazione comunicativa.

“L’interesse per l’enunciazione si traduce nella ricerca, all’interno del testo, delle tracce che rimandano al processo produttivo del testo stesso. Il concetto di enunciazione implica il passaggio dallo stato potenziale del sistema di significazione alla sua attualizzazione  all’interno di un testo. Tale passaggio è vincolato alla manifestazione della soggettività del “produttore”, la cui presenza al livello del testo può essere attivata a livelli diversi: da quello prettamente simbolico dell’enunciatore a quello  figurativizzato del narratore interno alla diegesi.

Passando al versante della semiotica dell’interazione comunicativa citata poco sopra, si rileva come essa si concentri sull’idea che l’interazione comunicativa si traduca in un modello dello scambio che viene trasferito all’interno del testo. Da qui la rilevanza del ruolo attribuito al ricettore: il testo, infatti, mima al proprio interno l’istanza comunicativa; il progetto che esso sviluppa lungo  il suo corso è un progetto di costruzione e di trasmissione del senso. Spetta al ricettore prendere parte attiva alle dinamiche presenti nell’opera , attualizzando le strutture potenziali del testo”.

Per Gasparini,, la saturazione dei vuoti che costituiscono “l’implicito testuale” che ogni opera tralascia di manifestare proprio per coinvolgere il lettore a colmare quelle lacune, è operata dalla capacità immaginativa del lettore, e, parlando del lettore ritiene che non si possa prescindere dal contributo di Roland Barthes. S/Z, saggio articolato sull’analisi di “Sarrasine” di Balzac, infatti, “esplicita fin dalle prime pagine l’idea di un lettore attivo, inteso anche come scopo e come misura di valore di un certo tipo di letteratura”. Riassume Gasparini: «L’incontro con il libro costruisce un a rete potenzialmente illimitata di rimandi intertestuali; la logica della lettura è, infatti, di tipo (associativo (contrapponendosi alla logica deduttiva e razionale che determina invece l’articolazione del testo nella fase autoriale) L’attività proposta da Barthes si configura allora come la produzione di un altro testo, “costellato”, “spezzato”, “riletto”: in questi atti l’opera è salvata dal rischio della ripetizione, esplicitata nella sua pluralità e liberata dai vincoli della sua temporalità  interna (il prima e il dopo della cronologia del racconto), per essere collocata in un tempo mitico (in cui non esistono prima e dopo). La fruizione a cui fa riferimento Barthes è un “leggere sollevando la testa”, un interrompere la linearità dello scritto per seguire il filo delle proprie sollecitazioni e curiosità». B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999,   41

[3] B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999,  99-100

[4] Secondo Lobietti, “Appare chiaro che lo status dell’ interfaccia riassume in molte parti il ruolo e la posizione dell’ autore. In un certo senso essa dispone l’ intreccio, partendo dalla fabula; organizza la forma dei contenuti, portando il lettore verso la costruzione di un percorso di navigazione attraverso il mare dei materiali elettronici facendo in modo da riavvicinarlo alle modalità di lettura del testo cartaceo tradizionale, frustrando in questo modo però le potenzialità delle connessioni libere e anarcoidi. L’ unico modo per liberare l’ ipertesto dal senso di frustrazione prodotto dall’ interfaccia è che essa riesca attraverso l’ uso di metafore narrative appropriate a recuperare un godimento del testo. Tale godimento dell’ ipertesto potrebbe essere efficacemente raggiunto attraverso la costituzione di una strategia narrativa dell’ interfaccia. necessario fare in modo che l’ interfaccia riconsegni un ruolo attivo e performativo al lettore proponendo pratiche stranianti. Essa deve in qualche modo fare uso di effetti di straniamento.

La strategia dell’ interfaccia straniante riconsegna godibilità alla lettura ipertestuale. Essa ricompone, come nell’ azione teatrale, dei gesti e delle azioni a cui l’ utente-spettatore si sottomette con fiducia perché l’ effetto straniante fa emergere particolari delle pratiche che altrimenti l’ abitudine lascerebbe celati. Il lettore utente partecipa, guidato dalla regia dell’ interfaccia, all’ attualizzazione di un testo attraverso la sua molteplicità di rimandi” .

M. Lobietti, Lo spettacolo della scrittura ipertestuale. Strategie narrative nelle interfacce,

http://www.kweb.it/hyperpage/lobietti.html e http://www.dsc.unibo.it/studenti/tesine/lobietti.htm

[5] B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999,   98

[6] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998,  74-75

[7] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998,  82

[8] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998,  88

[9] B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999,  10

[10] B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999,  12

[11] B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999,  11

[12] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998,  88

[13] B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999,  97

[14] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998,   102

[15] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998,  110

[16] B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999