Capitolo primo

Le coordinate del dibattito sull’ipertesto

 

1. L’ipertesto al confine fra la tarda età della stampa e le terre di barbari.

La fine degli anni Novanta è caratterizzata dal dispiegarsi di un ampio dibattito accademico sulle potenzialità e gli effetti presunti dell’ipertestualità che coinvolge trasversalmente studiosi di differenti ambiti disciplinari catalizzandoli tra entusiasti e detrattori.

I termini del dibattito, tuttavia non tengono ancora nel dovuto conto la realtà in contemporanea espansione del World Wide Web che nel frattempo va assumendo i connotati di sistema ipertestuale globale, rendendo talvolta obsoleti gli stessi termini del dibattito  nel corso del suo svolgersi.

«Nel bene e nel male, oggi per noi il Web è l’ipertesto, nel senso che tutte le precedenti applicazioni ipertestuali sembrano, in confronto, sperimentali o provvisorie»[1], afferma Bolter nella seconda edizione de Lo spazio dello scrivere, pubblicato a distanza di dieci anni dalla prima, nel 2001.

Tutta la riedizione del testo di Bolter mira all’aggiornamento delle tesi precedentemente formulate alla luce degli sviluppi del Web.

L’espansione della comunicazione in rete negli ultimi anni ha portato le realizzazioni concrete delle forme di scrittura ipertestuale a dilatarsi ulteriormente rispetto a quelle prese in considerazione da Bolter, tuttavia, il dibattito teorico sull’ipertesto sembra avere esaurito la spinta dirompente che lo aveva generato negli anni novanta, quando, paradossalmente, i prodotti ipertestuali in circolazione erano ancora allo stato embrionale.

Si potrebbe dire che il testo di Bolter che aveva aperto gli studi sull’ipertestualità, all’inizio degli anni Novanta, li chiude, un decennio dopo con la sua riedizione.

Dopo la pubblicazione della seconda edizione de Lo spazio dello scrivere di Bolter, infatti, sono apparsi in Italia pochi altri testi a stampa di portata generale e, la saggistica accessibile sul Web non fa rilevare alcuna espansione quantitativa o qualitativa.

Sembra che davvero si stia consumando una sorta di scollamento tra le riflessioni accademiche sull’ipertestualità e il configurarsi di essa, nella prassi quotidiana condivisa dai fruitori del Web, come una parte integrante del modo di leggere e scrivere della nostra cultura.

É lo stesso Bolter a notare che «sembra, tuttavia, che il modo di espressione stia cambiando più rapidamente nella cultura popolare che nello studio delle forme culturali»[2].

Sembra in effetti che gli anni Novanta abbiano costituito uno spartiacque tra quella che Bolter denomina la tarda età della stampa e un’età caratterizzata dall’avvento del Web e che, proprio sul bordo che separa e sutura a un tempo due differenti modalità di configurazione della testualità, si siano generate le riflessioni degli studiosi sull’ipertestualità.

Oltre il bordo, sostiene Alessandro Baricco nel suo eclettico saggio pubblicato a puntate sull’edizione online di Repubblica tra il maggio e l’ottobre 2006, si estendono le “le terre dei barbari”.

Baricco inserisce tra le quattro epigrafi scelte per introdurre il suo lavoro una frase tratta da La cultura dei vinti di Wolfgang Schivelbush: «Il timore di essere sopraffatti e distrutti da orde barbariche è vecchio come la storia della civiltà. Immagini di desertificazione, di giardini saccheggiati da nomadi e di palazzi in sfacelo nei quali pascolano le greggi sono ricorrenti nella letteratura della decadenza dall'antichità fino ai giorni nostri».

Che quella su cui disserta Baricco come di mutazione epocale lo sia realmente o meno, il dibattito sull’ipertestualità, sembra catalizzare gli atteggiamenti di difesa o di entusiasmo tipici delle età di transizione.

Gli autori che nel corso degli anni Novanta si occupano di ipertestualità, di regola, introducono i propri lavori proponendo una personale definizione di ipertesto o utilizzando definizioni considerate ormai classiche. In ogni caso, definendo l’ipertesto, effettuano una sorta di ricognizione preliminare del proprio oggetto di studio ritenuta necessaria per poter accedere ad ogni argomentazione successiva.

Per Alberto Cadioli tale prassi, tipica di una fase di transizione culturale, è destinata a cadere naturalmente in disuso con il diffondersi della cultura digitale, ma nel frattempo ha la funzione «di invitare proprio “sulla soglia” di studi dedicati alle nuove possibilità offerte dalla cultura, ad un cambio di percezione e di prospettiva, a prepararsi ad esperienze talvolta lontane da quelle sulle quali si sono fondate, per secoli, la scrittura, la lettura, la critica»[3]

Tipico di una fase di transizione culturale è anche l’uso dilagante di molti prefissi e suffissi che, secondo René Berger, modificano «il senso della radice in senso proprio, quelle radici che ci legano al nostro passato»[4]. Il prefisso “iper” avrebbe in particolare il compito di «aprire tutte le grandi dimensioni di uno spazio nuovo» ovvero, secondo Franco Carlini, individuerebbe «una dimensione multipla rispetto alla classica linearità»[5].

È da sottolineare comunque, che, sebbene le accezioni di ipertestualità comprendano quella più prettamente informatica di software per creare nodi e link e quella di prodotto multimediale di tale software, è solo nell’ambito degli studi sul testo, terreno in cui più profonde sono le radici culturali tradizionali, che emerge il bisogno di fermarsi a definire l’ipertesto. L’intento è, plausibilmente, quello di riuscire a gestire l’impatto con le nuove dimensioni della testualità, nella consapevolezza, spesso conflittuale, di dover mettere in gioco il rapporto stesso con la propria tradizione culturale. Accostarsi all’ipertestualità può significare, infatti, dover procedere ad una più o meno radicale rivisitazione del proprio apparato concettuale, per cui appare necessario definire per potere, in un certo senso, dominare il nuovo e stabilire una relazione, sia essa di continuità o di rottura, con la tradizione.

La storia della scrittura, la teoria della letteratura, la semiotica, la narratologia, le scienze della comunicazione avvertono, in sostanza, di trovarsi sulla soglia di una prospettiva nuova e, sia che si tratti di una trasformazione della natura della testualità o, più prudentemente, di una nuova dimensione produttiva e fruitiva del testo, il definire l’ipertesto ritualizza l’accostamento alle nuove aperture focali della riflessione teorica.



[1] Jay David Bolter, Lo spazio dello scrivere, Vita e pensiero  2002,  XI

[2] Jay David Bolter, Lo spazio dello scrivere, Vita e pensiero  2002, 59

[3] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998, 66

[4] In B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999

[5] Franco Carlini, Lo stile del Web, Einaudi 1999, 46

 

2. Definizioni a confronto

La prima definizione dell’ipertesto, formulata nel 1965 da T. H. Nelson è ormai considerata un classico, oggetto di citazione in molte trattazioni: «scrittura non sequenziale, testo che si dirama e consente al lettore di scegliere; qualcosa che si fruisce al meglio davanti a uno schermo interattivo. Così come è comunemente inteso, un ipertesto è una serie di brani di testo tra cui sono definiti legami che consentono al lettore differenti cammini».

Le definizioni successive portano con sé l’eco di un dibattito più approfondito in cui si vengono a delineare posizioni differenziate.

Landow torna più volte sulla definizione dell’ipertestualità, sottolineandone la funzione di apertura della testualità tradizionale. La prima definizione è del 1991: «uso del computer per superare le caratteristiche di linearità, limitatezza e fissità del testo scritto tradizionale. A differenza della forma statica del libro, un ipertesto può essere composto e letto in modo non sequenziale; si tratta di una struttura variabile composta da blocchi di testo (quello che Roland Barthes chiamava lexìa) e da legami elettronici che li congiungono»[1]. La seconda definizione riprende le parole della precedente: «testo composto di blocchi di parole (o immagini) connesse elettronicamente da percorsi multipli, catene o tracce in una rete aperta (o libro elettronico). L’ipertesto in altre parole è una tecnologia dell’informazione nella quale un nuovo elemento il link (connessione, collegamento) svolge un ruolo centrale. Tutte le caratteristiche pratiche, culturali e cognitive di questo media derivano dal fatto che la connessione degli elementi (linking) crea un nuovo mondo di connessioni e di scelte per il lettore»[2]. L’ultima definizione segna il compimento del cammino concettuale del suo autore, ponendo in rilievo l’aspetto di apertura della testualità, in un’ottica vicina alla prospettiva decostruzionista: «l’ipertesto è un testo composto da blocchi di parole (o immagini) connesse elettronicamente secondo percorsi molteplici in una testualità aperta e perpetuamente incompiuta descritta dai termini collegamento, nodo, rete, tela, percorso»[3].

Pierre Levy si concentra sulla reticolarità ipertestuale: «tecnicamente un ipertesto è un insieme di nodi connessi da dei legami. I nodi possono essere delle parole, delle pagine, dei grafici o parti di grafici, delle sequenze sonore, dei documenti completi che possono essere degli ipertesti a loro volta. Gli items di informazione non sono collegati linearmente, come su una corda a nodi, ma ciascuno di essi, o la maggior parte, estendono i loro legami a stella, secondo un modello reticolare. Navigare in un ipertesto, dunque, è disegnare un percorso in una rete che può essere complessa quanto si vuole. Perché ogni nodo può contenere, a sua volta, tutta la rete»[4].

Anche i contributi più recenti degli studiosi italiani contengono personali definizioni di ipertesto e citazioni di definizioni accettate come classiche.

Paolo Ferri non rinuncia a inserire una propria definizione nella sua presentazione dell’ultima edizione de L’ipertesto di Landow di cui è il curatore: «l’ipertesto è, secondo una prima e rozza approssimazione, la connessione che nella maggior parte dei casi si attua all’interno di un media elettronico di elementi informativi – parole, testi, lessie, immagini, simboli – attraverso connessioni elettroniche (link) che permettono all’utente di muoversi liberamente tra i diversi elementi. In particolare una struttura ipertestuale permette di selezionare una determinata parola e di ricevere informazioni aggiuntive riguardo a essa semplicemente “cliccando” sulla medesima»[5].

Cadioli pone l’accento sulla struttura ipertestuale lasciando trasparire la funzione progettuale dell’autore: «l’ipertesto può così essere definito come una composizione di testi diversi (e immagini e suoni) uniti grazie a collegamenti che, stabiliti a priori, possono essere attivati (cioè portati in primo piano su uno schermo) secondo tempi (e gradi gerarchici) differenti, decisi dal lettore»[6].

Anche Gianfranco Bettetini evidenzia il ruolo della struttura: «l’ipertesto può essere letto come macrotesto composto di microtesti, tra loro connessi in una mappa-labirinto esplorabile dall’utente, in cui non sono presenti solo le origini dei rimandi intertestuali, ma anche le loro destinazioni. L’ipertesto si manifesta, allora, come visibilizzazione della struttura testuale in cui sono inclusi anche gli strumenti della sua interpretazione»[7].

Carlini offre la propria definizione mostrando, nel contempo, la poliedricità di un concetto le cui sfaccettature riflettono, in sostanza, le articolazioni interne del dibattito sull’ipertestualità: «la stessa definizione di ipertesto coinvolge comunque diversi piani. A livello logico un ipertesto è fatto di molti pezzi (o nodi), tra i quali vengono stabiliti dei percorsi (rami o link). In sostanza è l’analogo di una mappa o di una rete. Che i nodi siano fissi o dinamici, stabiliti una volta per tutte dall’autore, oppure modificabili dal lettore qui non importa. Così come non interessa se il contenuto di un singolo nodo (lexìa nella terminologia di Roland Barthes) sia puramente testuale o fatto anche di immagini e suoni. Quello che conta dal punto di vista concettuale è che i materiali sono organizzati per unità relativamente autonome, ognuna dotata di una coerenza almeno locale, e però collegate l’una all’altra secondo un qualche criterio. A livello pratico va aggiunto il contributo dell’informatica»[8]. 

Anche la definizione di Alearda Pandolfi e Walter Vannini mostra una certa articolazione. Gli stessi autori riconoscono che, per essere corretta e completa, si presta a più di una lettura: «l’ipertesto è un metodo di scrittura che utilizza il calcolatore per cucire fra loro le componenti di un opera in una rete; la lettura dell’opera (comunemente detta “navigazione”) avviene seguendo un percorso nella rete; il percorso è una scelta del lettore fra le alternative offerte dall’autore e viene determinato dal calcolatore sulla base dell’una, delle altre e di ulteriori condizioni specificate dall’autore»[9].

La visione di ogni autore sottolinea, così, aspetti diversi, tuttavia, le definizioni non entrano in contraddizione reciproca e non mettono in discussione quei caratteri dell’ipertesto individuati già dalle prime fasi del dibattito. Tutte le definizioni contengono una dimensione volta ad identificare gli elementi strutturali dell’ipertesto, ormai pacificamente individuati in nodi, link, ancore e percorsi, e una dimensione volta a chiarirne la natura concettuale. Anche su questo versante c’è una certa concordanza nell’individuare lo specifico dell’ipertesto nella reticolarità, nell’interattività dei percorsi produttivi e fruitivi, nonché, all’origine, nella tecnologia che fa di un ipertesto elettronico qualcosa di nuovo, impossibile da realizzare su carta.

Di volta in volta però l’accento si sposta dall’una all’altra di queste dimensioni e ne valorizza la portata in modo differente in dipendenza dall’angolo visuale scelto dalle differenti discipline e dalla collocazione culturale dello studioso.



[1] P. Delany-G. P. Landow  Hypertext, Hypermedia and Literary Studies: The State of  Art, 1991

[2] In G. P. Landow, L’ipertesto, Bruno Mondatori 1998, nota 20 pag 8 dell’introduzione di Paolo Ferri

[3] Landow 1993

[4] Levy, 1992 cercare citazione in Cadioli

[5] P. Ferri, Ipertesto, un nuovo spazio della scrittura, in G. P. Landow 1998, pagg. 5-6

[6] Cadioli pag 79

[7] B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999, XIII-XIV

[8] Franco Carlini, Lo stile del web,  p 46

[9] Alearda Pandolfi  Walter Vannini, Che cos’è un ipertesto, Castelvecchi 1996,  13   

 

3. Angoli visuali.

Gli approcci all’ipertestualità appaiono articolati, sia in termini di prospettiva disciplinare, sia di oggetto di attenzione, per cui, il confronto delle riflessioni degli studiosi richiede il preliminare inquadramento di esse all’interno del proprio angolo visuale[1].

Un utile strumento di orientamento può essere la mappa tracciata da Barbara Gasparini che identifica tre concetti di ipertesto su cui si polarizzano, gli sguardi teorici delle discipline coinvolte:

- la storia della scrittura e la psicologia cognitiva considerano l’ipertesto una tecnologia di scrittura;

- una parte della teoria della letteratura lo inquadra, al pari del libro, come un supporto per la diffusione e circolazione delle conoscenze;

- l’altra parte della teoria della letteratura e la semiotica trattano dell’ipertesto come costrutto testuale.

Poco sistematiche sono ancora le riflessione della filosofia che riportano, in linea di massima l’ipertesto nell’ambito del più generale problema della conoscenza.

Gasparini individua anche due scuole ben definite geograficamente, oltre che disciplinarmente: la scuola statunitense, che studia l’ipertesto con gli strumenti della psicologia cognitivista e della teoria della letteratura post-strutturalista, e la scuola francese e italiana che risente dell’impianto semiotico e strutturalista[2].

Un primo filone di studi, originatosi in area statunitense, pone l’accento sulla relazione tra forme di scrittura e sviluppo delle modalità di conoscenza e considera l’ipertesto come una tecnologia di scrittura di portata rivoluzionaria. La storia della scrittura riprende le teorie sull’influenza esercitata dalle tecnologie di scrittura sull’evoluzione di pensiero filosofico e forme di elaborazione concettuali di una data cultura e rivisita le tipologie di scrittura del passato anche per ricercarvi gli antecedenti delle modalità argomentative e rappresentative tipiche della scrittura ipertestuale. Le tappe evolutive dei supporti della scrittura sono ripercorse come evoluzioni dello spazio fisico di manifestazione del contenuto e considerate, come spiega Gasparini, «variabili rispetto alle trasformazioni diacroniche dell’atto di lettura» [3]. Punto di partenza è la transizione, a partire dal II secolo d.C. all’interno della cultura manoscritta, dalla forma di volumen a quella di codex, punto di arrivo è l’ipertesto che, da una parte riprende e trasforma gli strumenti di interfaccia della scrittura tipici della stampa e dall’altra parte recupera alcuni aspetti del rapporto col testo, tipici della fruizione dei manoscritti. Gasparini parla di una «riduzione» determinata dalla stampa rispetto alla fruizione tipica del manoscritto in termini di potenzialità dialogiche e di rilevanza degli elementi visivi[4]. Sotto entrambi gli aspetti l’ipertesto, per mezzo della sua intrinseca interattività e della facilità di inclusione di elementi visivi e acustici, permetterebbe il recupero e lo sviluppo di modalità fruitive emarginate dalla cultura del testo stampato, stabilmente monologico e preminentemente verbale.

Bolter parla dell’ipertesto come ri-mediazione delle precedenti tecnologie di scrittura con l’intento di mostrare che «l'ipertesto e le altre forme di scrittura elettronica portino la riconfigurazione o la ri-mediazione dei prodotti editoriali nell'aspetto e nei generi»[5].

Analizza le fasi della storia della scrittura a sostegno dell’argomentazione che «ciascuna di queste transizioni può essere chiamata “ri-mediazione”, nel senso che un medium nuovo prende il posto del medium in uso, ereditando e insieme riorganizzando le caratteristiche di struttura del vecchio medium e riformulando il suo spazio culturale».

Per Bolter, la ri-mediazione si presenta come una sorta di competizione culturale tra due o più tecnologie della comunicazione: «è insieme un omaggio e un oltraggio, perché il nuovo medium imita alcuni tratti del vecchio, ma allo stesso tempo si presenta, esplicitamente implicitamente, come suo miglioramento o superamento»[6].

Nella prospettiva della psicologia cognitiva l’ipertestualità è presa in considerazione nella sua attitudine a esprimere una forma di concatenazione retorica degli argomenti fondata su una logica associativa in luogo di quella causale. L’elemento caratterizzante è la struttura reticolare come «reificazione del processo di elaborazione del pensiero che procede per associazione»[7]. Aderiscono a tale concezione, diffusa in area statunitense, anche alcuni studiosi italiani. Pandolfi e Vannini considerano l’ipertesto uno strumento per pensare, per elaborare idee, come  «una sorta di memoria addizionale, dove registrare ciò che ci serve alla nostra maniera, senza alcun ordine prestabilito e con la possibilità di poter cambiare qualunque ordine abbiamo usato»[8]. Marco Alessandro Villamira ritiene addirittura che le tecnologie ipermediali consentirebbero una trasmissione della conoscenza molto più efficace rispetto al testo cartaceo, proprio perché «il movimento e l’interazione rientrano nelle nostre predisposizioni assai più di quanto vi possa rientrare lo stare fermi a decrittare un testo scritto rigido e non interattivo»[9].

Nelle riflessioni della filosofia sull’ipertestualità, l’ipertesto è affrontato come aspetto del problema della conoscenza. Da una parte l’ipertesto è uno strumento argomentativo del pensiero, dall’altra parte, è metafora dell’abitare il mondo e dell’attività cognitiva.

La questione della linearità del testo si intreccia con quella della linearità del pensiero e del ragionamento in  Socrates in the Labyrinth di David Kolb.

Kolb si chiede se sia possibile e come possa configurarsi un utilizzo degli ipertesti in filosofia[10]. Gino Roncaglia ne riassume commentandole le posizioni:

«Va subito notato come la prospettiva adottata da Kolb tenda ad accostare il problema della linearità dei testi filosofici a quello della linearità del pensiero. Sembra ragionevole presupporre che se riconoscessimo nel pensiero un fenomeno non lineare, avremmo un buon argomento a favore dell’utilità di strumenti non lineari nella sua espressione attraverso un testo, e che se d’altro canto riconoscessimo la linearità come fattore essenziale di un testo filosofico, avremmo un argomento (anche se forse non altrettanto buono) a favore della linearità del pensiero, o almeno del pensiero argomentativo. È chiaro tuttavia che queste tesi, pur plausibili, non sono in alcun modo scontate, e possono essere assai difficili da argomentare»[11].

A Kolb appare pacifica l’utilità degli usi soft dello strumento ipertestuale laddove esso aiuta il filosofo senza modificarne le abitudini argomentative lineari. Dispone quindi in ordine crescente di complessità quattro possibilità di utilizzo: «1) la possibilità di costruire un indice ‘strutturale’ del contenuto di un testo lineare, che evidenzi la scansione e la successione delle parti; 2) la possibilità di affiancare a un testo lineare (o a un corpus di testi lineari) un apparato di note, glosse, commenti, riferimenti bibliografici, e così via; 3) la possibilità di “sovraimporre” a una edizione di scritti lineari di un filosofo una rete di collegamenti incrociati fra le diverse opere o fra sezioni diverse di uno stesso testo, mettendo in rilievo collegamenti tematici e argomentativi che sarebbero altrimenti difficili da cogliere; 4) la possibilità di costruire un ipertesto collaborativo dinamico che funga da ‘luogo’ di discussione e dibattito fra più filosofi».

Meno scontata gli appare invece la possibilità di usi più radicali degli ipertesti in filosofia. Kolb si rivolge a forme di letteratura filosofica diverse dalla tradizionale argomentazione lineare come raccolte di meditazioni, pensieri, aforismi, diari, dialoghi, pensando a una tradizione che ha attaccato o semplicemente rifiutato la linearità e contrappone «una tradizione filosofica sostanzialmente argomentativa e lineare a una tradizione di pensiero più fluido e meno strutturato, in cui la linearità lascia spazio a una discorsività non architettonica, non finalizzata al raggiungimento di una conclusione definita». Kolb, tuttavia, non si limita a indicare questa direzione in quanto «sarebbe sbagliato ignorare che ogni argomentazione, anche la più serrata e lineare, comporta un universo fluido di presupposizioni». L’ipertesto diviene allora il medium naturale per l’espressione di questa “cornice fluida” che accompagna qualunque tipo di discorso filosofico, ne rompe la rigidità, e lo apre verso l’esterno». Da questo punto di vista, a Roncaglia sembra che Kolb suggerisca che «la differenza fra sistemi filosofici fortemente strutturati e lineari da un lato, e forme di testualità filosofica più libera e “irregolare” dall’altro, va vista come una differenza fra forme e manifestazioni alternative di un unico meccanismo di base: un gioco in cui si intrecciano, in modi certo diversi a seconda dei diversi autori, argomentazione strutturata e lineare, e intertestualità fluida e non lineare». La necessità di esprimere testualmente questo rapporto fra la rigidità delle forme e dei singoli percorsi argomentativi e la fluidità non lineare delle loro presupposizioni prospetta la necessità di strumenti testuali nuovi. «Per tale motivo, Kolb si dichiara programmaticamente interessato a forme “intermedie” di ipertestualità, nelle quali i nodi e i link fra i nodi danno vita a strutture che mediano fra la semplicità atomistica delle singole lessie e l’eccessiva complessità e libertà dei rimandi». E’ a questo tipo di ipertestualità che, presume Roncaglia, Kolb affida la risposta positiva ai quesiti di apertura ed è in questo senso che è possibile, e addirittura necessaria, una filosofia ipertestuale.

Il contributo più accreditato di filosofia dell’ipertesto è quello di Pierre Lévy.

Lévy preferisce utilizzare il termine “intelligenza” anziché “conoscenza” per sottolineare l’aspetto dinamico del pensiero (scegliere tra) anziché dare conto del solo aspetto di acquisizione di sapere (prendere con)[12]. Individua una fenomenologia dell’ipertesto, volta a identificarne le peculiarità gnoseologiche rispetto alle altre forme di scrittura, e un’etica dell’ipertesto,  che indaga i mutamenti che la tecnica ipertestuale produce sulla concezione del sapere e della conoscenza. Lo studio fenomenologico parte dall’analisi della tecnologia dell’ «interazione conviviale» – cioè la  tecnica delle interfacce capace di offrire alla disposizione dell’utente la ricchezza di soluzioni consentita dai programmi ipertestuali – e segue un percorso che arriva all’astrazione dei sei principi caratterizzanti l’ipertesto[13]. Lo studio etico parte dalla genealogia dell’ipertesto che, da peculiare tecnologia intellettuale, può essere trasportato a metafora dell’attività cognitiva, indaga i rapporti tra mente e ipertesto e arriva alla conclusione che pensiero individuale, istituzioni sociali e tecniche di comunicazione sono legate in rete a formare collettivi pensanti di uomini-cose. I princìpi della rete ipertestuale descrivono, infatti, oltre la fenomenologia ipertestuale, anche, metaforicamente, l’attività cognitiva, in quanto  «l’essere conoscente è una rete complessa in cui i nodi biologici sono ridefiniti ed allacciati da dei nodi tecnici, semiotici, istituzionali, culturali».

Il pensare come «divenire collettivo in cui si mescolano uomini e cose» è analizzato, secondo Lévy dall’ecologia cognitiva, che è «lo studio delle dimensioni tecniche e collettive della cognizione».

Lévy parla di «intelligenza collettiva» come dimensione collettiva dell’intelligenza data dalla memoria collettiva e da un immaginario collettivo e che diventa progetto quando l’uomo mette a disposizione della collettività le tecnologie che permettono una interazione tra gli individui. Si tratta di rileggere e riscrivere il mondo in termini ipertestuali «come un immenso mondo virtuale a partecipazione collettiva» in cui le nuove tecnologie creano un nuovo spazio, lo Spazio del sapere, dove l’aumento generale dei contatti, delle connessioni, degli scambi di ogni genere costruisce «un’umanità sempre più vicina a se stessa»[14]. Le tecnologie ipertestuali riconducono il dibattito culturale alla costruzione progressiva di una rete di argomenti e documentazioni sempre presente agli occhi della comunità, maneggiabile in ogni istante in cui il «ciascuno al suo turno», «uno dopo l’altro» cede il passo a una sorta di lenta scrittura collettiva, desincronizzata, sdrammatizzata, esplosa, come in crescita su sé stessa secondo una moltitudine di linee parallele, e tuttavia sempre disponibile, ordinata, oggettivata sullo schermo.

La teoria della letteratura di scuola statunitense, si muove in aree vicine al decostruzionismo e legge l’ipertesto in chiave funzionale alla conferma delle teorie post-strutturaliste, enfatizzando la rottura dei canoni della testualità tradizionale. L’ipertesto è inquadrato come un sostituto del libro, con tutti gli inconvenienti terminologici che ne derivano[15]. Gli stessi problemi che caratterizzano le accezioni del vocabolo “libro” si ripropongono infatti a proposito di “ipertesto”. Il termine “libro” può essere riferito a tre diverse entità: l’oggetto che supporta il testo, il testo  stesso, e una particolare tecnologia di scrittura e lo stesso ventaglio di accezioni può essere riferito a “ipertesto”, ma, in più,  la parola “testo” nel mondo ipertestuale comporta ulteriori inconvenienti terminologici, dato che è proprio la nozione di testo che va riconfigurata radicalmente a contatto con le nuove tecnologie. Secondo Landow, infatti, «l’ipertesto modifica drasticamente le esperienze rappresentate dalle parole leggere, scrivere e testo». La sua lettura dell’ipertestualità è da ricondurre all’interno del più ampio dibattito sulla letteratura nella post-modernità. Landow si muove sulla linea che da Barthes arriva a Derrida, collocandovi anche le teorie sull’ipertesto in termini di convergenza e  spingendosi fino al punto di affermare che «la teoria letteraria propone e l’ipertesto dispone; o, per essere meno teologicamente aforistici, l’ipertesto materializza molte idee e atteggiamenti suggeriti da Barthes, Derrida, Foucault e altri». Fa notare come Glas di Derrida e il personal computer siano apparsi quasi contemporaneamente e che, insieme, «concorrono consapevolmente e deliberatamente a rendere superato il tradizionale libro lineare e a sostituirlo con il nuovo ipertesto multilineare e multimediale».

La panoramica dei riferimenti di Landow si allarga al concetto di intertestualità di Julia Kristeva alla polifonia bachtiana, alla nozione di reti di potere di Michel Foucault, al pensiero rizomatico di Deleuze e Guattari[16] , ma la linea critica prevalente è quella che, da Barthes a Derrida, procede, selezionando opportunamente i contributi all’interno di ogni autore, verso l’affermazione dell’esautoramento del potere del testo tradizionale, basato sulla sua monolitica stabilità, linearità, gerarchia interna fissata una volta per tutte dall’autore. In quest’ottica di convergenza Landow coglie una sfumatura dissonante unicamente nei toni con cui gli studiosi di letteratura post-strutturalisti trattano degli ipertesti rispetto agli specialisti delle nuove tecnologie, giustificandola con «la diversità della tradizione intellettuale, nazionale e disciplinare da cui derivano»; così, mentre i primi esibirebbero una nostalgia crepuscolare nel prendere atto della crisi della testualità nella cultura della stampa, i secondi mostrerebbero più ottimismo, se non entusiasmo, guardando all’alba di una nuova testualità nella cultura digitale. È essenzialmente l’assolutizzazione del ruolo del lettore che impone la riconfigurazione concettuale di ciò che attiene la testualità, sia al livello di opera e di autore, sia al livello di letteratura e critica letteraria.

Cadioli commenta che, sebbene le teorie post-strutturaliste aprano nuovi orizzonti di grande rilievo, «sono state per lo più ricondotte, nell’ambito della divulgazione sull’ipertestualità, a una banale serie di equivalenze: fine della linearità = morte del libro = nascita dell’ipertesto = morte dell’autore = trionfo del lettore = trionfo della libertà individuale»[17].

Cadioli si confronta poi con le argomentazioni di Landow, assumendo la prospettiva della teoria della letteratura di scuola italiana e francese, di matrice strutturalista e riaffermando il ruolo dell’autore nell’organizzazione della struttura ipertestuale e la sopravvivenza della centralità del testo tradizionale che proprio l’ipertesto, come strumento di studio, sarebbe in grado di far risaltare.

«Ciascuno può passare da un testo all’altro, da un passo all’altro, in una sequenza non prevista, solo a patto di dissolvere l’esistenza dei singoli testi. È quanto auspicano i critici del post-modernismo, per i quali la casualità della successione dei brani – si potrebbe dire la decostruzione di una struttura prevista in precedenza – è motivo di nuove esperienze, tanto più che, eliminata dall’orizzonte la figura dell’autore e cancellato ogni progetto autoriale, la scrittura assume la funzione di pretesto per percorsi ed esperienze individuali, comunicabili solo con una nuova creazione letteraria». Anche l’interpretazione critica finirebbe col coincidere con gli scopi e le scelte di ogni lettura individuale. «I dibattiti che hanno opposto i critici negli ultimi decenni del novecento, sia nel confronto delle problematiche ermeneutiche sulla possibilità illimitata o meno dell’interpretazione, sia in quello dell’interesse per l’indagine diacronica, si ripropongono, nell’ambito della critica, a contatto con le potenzialità dell’ipertesto. E, come in altri dibattiti di storia della critica, si scontrano i diversi punti di vista di chi considera il critico solo un lettore – e dunque il testo critico una “nuova creazione”, fondata su una scrittura di secondo grado – e di chi invece considera la pratica critica, qualunque sia la metodologia utilizzata, come uno studio per la conoscenza dei testi e non una loro ri-creazione. Il critico lettore si trova ancora una volta opposto allo studioso di letteratura (per usare una terminologia di comodo)»[18]. Proprio quando, però, di fronte all’ipertestualità, il dibattito tra soggettività e oggettività della lettura sembrerebbe risolversi a favore della prima, Cadioli riafferma il ruolo del critico come studioso del testo nella sua centralità e alla scuola statunitense contrappone una lettura dell’ipertesto come strumento capace di facilitare una più approfondita conoscenza del testo stesso, nella sua dimensione stilistico-linguistica e storica al di là dell’intento soggettivo del lettore. L’ipertesto, in quest’ottica, anziché dissolvere la testualità tradizionale, può valorizzarla «esaminando le modalità della sua trascrizione, i suoi rapporti con altri testi (immagini, suoni), le sue relazioni tematiche, la sua trasmissione, le sue letture in chiave diacronica e non solo sincronica». Si delinea un uso dell’ipertesto come strumento di grande rilevanza proprio per gli studi tradizionali filologici e di critica testuale, in un contesto apparentemente opposto a quello in cui si muovono i critici post-strutturalisti.

Più che di alternativa, in effetti, si potrebbe parlare di due ottiche strettamente intrecciate, che rivelano, in buona sostanza, la vocazione prettamente tipologica dell’ipertestualità, la quale non consente una riduzione ad unità se non limitandosi a considerazioni generiche. Nelle realizzazioni concrete l’ipertestualità assume connotazioni peculiari che portano a evidenziarne in maniera differente la stessa natura concettuale e  a dare luogo agli inevitabili salti di prospettiva tra livelli di analisi differenti. Anche Cadioli, commentando Landow a proposito dell’ambiguità terminologica che ripropone per l’ipertesto gli inconvenienti di sinonimia tra testo e libro, ritiene che «proprio per questo è necessario distinguere, di volta in volta, caratteri e funzioni diverse dell’ipertesto di cui si parla»[19]. La nozione di ipertesto può essere associata a quella di libro nel senso di supporto di testi, di opera o testo in sé, o di tecnologia di organizzazione e trasmissione di testi, e in aggiunta, ogni volta che in regime ipertestuale si utilizza la parola testo si moltiplicano le sfaccettature di ognuna di tali prospettive.

In ogni caso, tuttavia, è da rilevare che, mano a mano che il dibattito sull’ipertestualità si declina dal piano teorico a quello delle realizzazioni, le differenze delle posizioni si smussano per lasciare il posto a qualche convergenza. Lo stesso Landow approda a posizioni meno distanti da quelle di Cadioli quando riconosce che «cercando una relazione fra ipertesto, strutturalismo e costruttivismo, bisogna ricordare che ci sono varie modalità e generi di ipertesto proprio come ci sono diverse modalità e generi di scrittura e di stampa»[20]. A tipologie diverse corrispondono, così, anche per Landow, diversi gradi di strutturazione dell’ipertesto e di autonomia del lettore.

Sull’ipertesto come costrutto testuale si focalizza la prospettiva semiotica, che considera l’ipertestualità come diverso modello di articolazione del significato, risultato di una particolare modalità di costruzione del testo e di tipo di lettura. Bettetini inquadra l’ipertesto come «un modo di comunicare attraverso una particolare organizzazione testuale»[21]. Anche qui l’aspetto più problematizzato è la lettura cooperativa, ma qui il problema teorico risiede nell’inserimento dell’ipertesto all’interno delle pratiche testuali. Il ruolo del progetto autoriale realizzato in una struttura ipertestuale è riconosciuto e presentato in termini di equilibrio dialettico con il ruolo del lettore interattivo. Riassume Gasparini: «lo studio semiotico dell’ipertesto è volto a ricercare al suo interno la presenza di una struttura che dia ragione delle relazioni tra i suoi elementi oppure le tracce di un progetto enunciativo che, di volta in volta, viene riconosciuto nello spazio logico, nello spazio visibile o in entrambi»[22].

Gli studi semiotici si saldano alla prospettiva dalla sociologia dei media negli studi di Fausto Colombo e Ruggero Eugeni sul testo visibile in cui il panorama sociale si avvicina sempre più ai testi e, per converso, i testi diventano oggetti inseriti nel sociale[23]. Ripercorrendo la storia del visibile, sociale e testuale, fino alla tappa più recente rappresentata dagli ipertesti, si assisterebbe a una testualizzazione delle immagini del reale che sempre più incorporerebbero procedure di orientamento e percorsi interpretativi improntati a quelli della visibilità testuale, e, al tempo stesso, alla refluenza della visibilità sociale (riferita  all’esperienza diretta della realtà da parte dei soggetti sociali) sui testi che si farebbero sempre più complessi nel costruire procedure di orientamento della propria fruizione mediante mezzi visibili.

Gli studi di sociologia e semiotica sviluppati in area europea convergono con gli studi pragmatici e vicini alla psicologia cognitiva statunitense nella prospettiva della communication research che, occupandosi degli effetti sociali dei media, considera l’ipertestualità in termini di tipo di processo comunicativo derivante dal consumo di ipertesti e in termini di contesto sociale in cui tale processo si inserisce. Il tema dominante, ma fortemente dibattuto, di questo filone è la presunta democratizzazione della comunicazione in regime ipertestuale che, tenderebbe a generare un processo comunicativo simmetrico. 

In conclusione, le discipline che si occupano di ipertestualità si accostano all’ipertesto con un atteggiamento di apertura al nuovo, ma contestualmente, tentano di ancorarne l’impatto alla propria specifica pertinenza, in una linea di continuità concettuale. Attraverso la propria metodologia, in sostanza, cercano, e spesso trovano, la conferma di posizioni teoriche riconoscibili anche in momenti estranei alla tecnologia digitale. Bettetini parla di archetipi concettuali che giocano il ruolo di ricondurre gli studi sull’ipertesto entro matrici culturali consolidate. Tali concetti condivisi, però, acquistano nella verifica alla luce dell’ipertesto una forma differente o tecnicamente più appropriata, per cui lo stesso apparato consolidato, nel tentativo di riassestarsi sotto l’urto del nuovo e di riassorbirlo in sé, si ritrova, infine, modificato.

Si può dire anche che le riflessioni sull’ipertesto si collocano alla confluenza tra crisi postmoderna e presa d’atto della diffusione della cultura digitale, punto in cui l’ipertesto, secondo Gasparini, «diviene il luogo di riconoscimento dell’indebolimento di una nozione chiusa e rigida di testo a favore di posizioni che ne enfatizzano lo statuto pragmatico e di evento comunicativo»[24]. Gli studi sull’ipertesto, così, pur originandosi in ambiti diversi, vengono ad assumere una funzione cerniera tra  dimensioni culturali differenti e scoprono, nel confronto, fecondi spunti di convergenza.



[1] In generale, Marco Alessandro Villamira individua due atteggiamenti fondamentalmente diversi nell’affrontare i rapporti con le macchine risalenti alla fine degli anni Settanta: “il primo e più diffuso atteggiamento, particolarmente nell’area cultuale italiana, consisteva in un approccio prettamente teorico ai problemi connessi all’uso del computer e non prendeva in particolare considerazione gli aspetti più propriamente fattuali. Il secondo approccio, segnatamente di matrice anglosassone, considerava parimenti importanti le componenti teoriche e quelle fattualmente operative. Le conseguenze dei due diversi approcci sono evidenti per tutti: il primo, salvo rare eccezioni, ha dato luogo a discussioni a volte anche molto approfondite, non sempre utili e con uno scarso impatto, sia teorico che pratico, sull’evoluzione del computer e sui rapporti tra la nostra specie e questo particolare tipo di macchine; il secondo ha dato come risultato la costante interazione e fertilizzazione tra teorie e pratica, consentendo interessanti e utili approfondimenti teorici e una formidabile ricaduta di applicazioni”.

[2] Gasparini in B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999, 29

[3] Gasparini in B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999, 34-35

Con la forma codex, un particolare dispositivo tecnico, quale la legatura delle pagine, consente di usare il libro in  un modo inedito rispetto ai rotoli di papiro del volumen, applicando, nella ricerca di un’informazione la tecnica dello sfogliare. E’ così possibile accedere selettivamente al testo, per salti, utilizzando indici e stabilendo collegamenti intratestuali e intertestuali attraverso note. Gradatamente si compie il passaggio da un tipo di lettura elitaria, in cui solo una ristretta minoranza aveva la possibilità di decifrare la scrittura continua e di accedere ai manoscritti, a un modello di lettura un cui l’accostamento ai testi è facilitato da un costo minore della pergamena utilizzabile anche sul verso e da un formato più maneggevole. In seguito, la codifica di alcuni formati dei manoscritti identificherà ambiti di utilizzo e destinatari differenziati: l’edizione in folio, per le sue dimensioni sarà riservata ai piani d’appoggio universitari oltre che ai banchi degli scriptoria dei monasteri, il libro umanistico di medie dimensioni, il libellus tascabile si rivolgerà a contenuti e pubblico eterogenei. Landow sostiene  che “il testo di questi lettori era talmente diverso dal nostro che è sbagliato perfino pensare che l’esperienza della lettura fosse la stessa”. I testi erano privi di spazi tra le parole,  di maiuscole e di punteggiatura per cui la comprensione di essi era più facile se letti ad alta voce. La fruizione assumeva  così la forma di un genere di spettacolo. Un manoscritto era un oggetto raro, per cui l’accesso ad esso poteva comportare un viaggio scomodo costoso e pericoloso, tale da predisporre alla lettura  con un atteggiamento mentale molto diverso da quello di uno studioso moderno. Il testo, ad ogni lettura rischiava di corrompersi sia fisicamente, sia per le sovrapposizioni di glosse e commenti  del lettore o del copista, che facevano di ogni manoscritto una delle tante possibili varianti del testo. “Così, anche senza considerare la presenza di elementi estranei come l’impaginazione, gli indici, i riferimenti, i frontespizi e altri elementi della tecnologia del libro, l’incontro con il manoscritto e la sua successiva lettura rappresentava un insieme di esperienze diverso da quello che oggi diamo per scontato”. Gasparini ribadisce che “accanto alle circostanze di fruizione, occupa un posto centrale in questi studi la forma del supporto” e cita, in merito, Chartier quando afferma che “non esiste testo a prescindere dal supposto che permette di leggerlo (o ascoltarlo)”. … mettere rif Chartier da bibliografia Bettetini …Solo a partire dal XV secolo, nasce l’apparato paratestuale, che contribuisce a migliorare la leggibilità dei testi e che viene ridefinito oggi, alla luce della cultura informatica, come interfaccia della scrittura. Con l’evoluzione dei prodotti della stampa vengono approntate altre interfacce per altri tipi di lettura, si pensi al complesso apparato paratestuale di un quotidiano o di un periodico,  che permette di sorvolare sulle pagine e di concentrare la lettura sui testi selezionati a vista.

[4] Gasparini in B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999,  36

Prima della stampa il testo consentiva diverse forme di manipolazione e modifica attraverso le glosse e i commenti a margine che spesso venivano inseriti nelle successive trascrizioni. In questo modo il testo manteneva la dimensione dialogica tipica della cultura orale. Con la stampa il testo diventa qualcosa di definitivo, monologico, che non permette più cambiamenti.

La concezione puramente verbale della scrittura, tipica dell’universo culturale della stampa, implica che tutto il valore del testo sia attribuito all’informazione verbale che contiene, mentre  gli elementi visivi sarebbero del tutto secondari. Landow ricorda che “guardando alla storia della scrittura, si comprende che essa ha molti rapporti con l’informazione visiva, a cominciare dal fatto che molti sistemi alfabetici sono nati da geroglifici e da altre forme di scrittura originariamente a carattere grafico. I manoscritti medievali presentano poi una sorta di ipertestualità nella loro combinazione di caratteri di dimensioni diverse, note a margine, illustrazioni e decorazioni di vario genere, calligrafiche e pittoriche. La cecità nei confronti del ruolo che la componente visiva riveste nei testi non solo minaccia di frustrare i nostri tentativi di imparare come scrivere all’interno dello spazio elettronico, ma ha notevolmente distorto anche la nostra comprensione delle antiche forme di scrittura”. Così, “abituati alle tradizionali riedizioni a stampa di testi antichi, dimentichiamo spesso che le attuali versioni di opere originariamente create entro una cultura manoscritta sono idealizzazioni fittizie che producono un’esperienza del testo notevolmente alterata”

[5] Jay David Bolter, Lo spazio dello scrivere, Vita e pensiero  2002,  4

[6] Jay David Bolter, Lo spazio dello scrivere, Vita e pensiero  2002,  39

[7] Bolter in B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999,

[8] Alearda Pandolfi  Walter Vannini, Che cos’è un ipertesto, Castelvecchi 1996, 82 73

[9] M. A. Villamira, in AA. VV. Ipertesto… ma non troppo!!!, La nuova Italia, 2000, a cura di M. A. Villamira,  9

[10] D. Kolb, Socrates in the Labyrinth, in G. P. Landow (ed.), Hyper/Text/Theory, Baltimore & London: Johns Hopkins University Press, 1994, p. 323. Can we do philosophy using hypertext? What kind of work might a philosophical hypertext do? Could it do argumentative work, or would any linear argument be a subordinate part of some different hyperwork? But what is thinking if not linear? David Kolb ha scritto Socrates in the Labyrinth  in due diverse versioni, una lineare e una pienamente ipertestuale (D. Kolb, Socrates in the Labyrint: Hypertext, Argument, Philosophy, Cambridge: Eastgate Systems, 1995). Gino Roncaglia nota che «la struttura argomentativa delle due versioni appare differente; mentre la versione ipertestuale sembra prendere più decisamente posizione a favore della utilità degli ipertesti per la riflessione filosofica, la versione lineare discute la questione in maniera maggiormente neutrale, giungendo a conclusioni più aperte e problematiche».

[11] Gino Roncaglia, in Le comunità virtuali e i saperi umanistici, a cura di Paola Carbone e Paolo Ferri, Mimesis, Milano, 1999, pp. 219-242

[12] P. Lèvy, Le tecnologie dell’intelligenza, Synergon, Bologna 1990; L’intelligenza collettiva. Per una antropologia del cyberspazio, Feltrinelli, Milano 1996.

A. Dallapina http://people.etnoteam.it/maiocchi/iperfilos/2b-etica.htm , versione ipertestuale della tesi di laurea “il filosofo dell’ipertesto – Aspetti gnoseologici ed epistemologici della scrittura non sequenziale a proposito di Pierre Lévy”, relatore: prof Giulio Girello, correlatore: prof. Marco Maiocchi.

[13] Lèvy identifica sei principi dell’ipertesto. Principio di metamorfosi: “la rete ipertestuale è continuamente in costruzione e rinegoziazione”. Principio di eterogeneità: “i nodi e i legami di una rete ipertestuale sono eterogenei”. Principio di molteplicità e inscatolamento delle scale: “l’ipertesto si organizza su un modello “frattale”, cioè qualsiasi nodo o legame, all’analisi può rivelarsi composto di una rete”. Principio di esteriorità: “la rete non possiede unità organica, né motore interno”. Principio di topologia: “negli ipertesti, tutto funziona secondo il principio di prossimità”. Principio di mobilità dei centri: “la rete non ha centro, o piuttosto, possiede in permanenza diversi centri che sono come tenti punti luminosi continuamente in movimento”.

P. Lèvy, Le tecnologie dell’intelligenza, Synergon, Bologna 1990

[14] Ne L’intelligenza collettiva Lévy è interessato a descrivere la possibilità e l’auspicabilità di un nuovo spazio antropologico: lo Spazio del sapere, caratterizzato da società intelligenti a livello di massa.

Gli spazi antropologici individuati da Lévy sono quattro, i primi tre sono riconducibili ai tre tempi della mente descritti ne Le tecnologie dell’intelligenza, il quarto è lo spazio del sapere di cui l’ipertesto è metafora:

- la Terra, è lo spazio da «sempre presente» in quanto sfondo che permette l’apparire dell’uomo, l’attività mimetico-                linguistica-metamorfica lo consegna a vivere non in una «nicchia ecologica» ma in un cosmo che lui stesso traccia; 

- il Territorio, è lo spazio segnato dall’agricoltura, dallo stato, dalla città, dalla scrittura. Esso instaura con la Terra un «rapporto predatorio distruttivo»: fissando, delimitando, misurando. Ma la Terra torna sempre: straripando, emigrando;

- lo Spazio delle merci, è lo spazio che non appare semplicemente con lo scambio e il commercio ma quando «il vortice del denaro» supera le frontiere e le gerarchie del Territorio, quando il capitalismo «trasforma in merce tutto ciò che riesce a far rientrare nei suoi circuiti», subordinando il Territorio alla globalizzazione;

- lo Spazio del sapere, non è mai stato realizzato autonomamente, ma ha il volto virtuale degli intellettuali collettivi in «riassetto dinamico permanente». Non la conoscenza scientifica in sé ma «uno spazio del vivere-sapere e del pensiero collettivo che potrebbe organizzare l’esistenza e la socialità delle comunità umane».

Nello Spazio della Terra, il sapere è incarnato, distribuito nel clan, e la fenomenologia e l’empirismo radicale sono le teorie della conoscenza che meglio si adattano. Nel Territorio sono invece il Libro, il sistema, la teoria a dire il vero. Razionalismo, epistemologia, storia delle scienze, ermeneutica sono tutte concezioni che frequentano questo Spazio. Nello Spazio delle merci sono la biblioteca enciclopedica, la rete ipertestuale della circolazione dei saperi tecnoscientifici, la modellizzazione e la simulazione informatiche che relegano in secondo piano la teoria e l’esperienza. «Nel quarto spazio il sapere è immanente all’intellettuale collettivo».

Dal concetto di intelligenza collettiva trae ispirazione quello di “intelligenza connettiva”, elaborato da Derrick De Kerckhove, che si caratterizza come “pratica della moltiplicazione delle intelligenze le une in rapporto alle altre all’interno del tempo reale di un’esperienza”.

P. Lévy, L’intelligenza collettiva. Per una antropologia del cyberspazio, Feltrinelli, Milano 1996.

A. Dallapina http://people.etnoteam.it/maiocchi/iperfilos/2b-etica.htm , versione ipertestuale della tesi di laurea “il filosofo dell’ipertesto – Aspetti gnoseologici ed epistemologici della scrittura non sequenziale a proposito di Pierre Lévy”, relatore: prof Giulio Girello, correlatore: prof. Marco Maiocchi.

MediaMente, Due filosofi a confronto. Intelligenza collettiva e intelligenza connettiva: alcune riflessioni, intervista a P. Lévy e D. De KercKhove.  http://www.mediamente.rai.it/home/bibliote/intervis/d/dekerc05.htm

[15] Gasparini 31-32

[16] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998,  30

[17] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998,  32

[18] Cadioli esplicita a questo punto la metafora del critico navigante da cui trae spunto il titolo stesso del lavoro: “I sostenitori della coincidenza tra ipertesto e teoria della letteratura poststrutturalista tratteggiano la figura del critico lettore che si muove tra i flutti ipertestuali come quella del “navigante” alla ricerca dell’avventura imprevedibile, perché condotta all’insegna del piacere e dell’abbandono ai flussi del mare. Critico e lettore coincidono in colui che opera il collegamento tra testi diversi o tra parti di un testo (ipostesti, nodi, lessie) secondo piacere o necessità (essendo determinata quest’ultima dal fatto che ci sia o no un collegamento), più che per conseguire una meta. Del resto, come non c’è la possibilità di prefigurare un percorso, così non c’è la possibilità di prefigurare alcun obiettivo … La lettura critica prevista dai teorici poststrutturalisti dell’ipertesto applicato alla letteratura, quando parlano del passaggio senza condizioni da un testo all’altro, corrisponde alla navigazione dei cabinati per turisti, che fanno a meno di tracciare rotte, navigando a vista secondo la bellezza della natura o lo spirare dei venti. Questo tipo di navigazione – questo modello di lettura – già presente in molte letture critiche anche nel contesto dei libri a stampa, è ora teorizzato come “intrinsecamente naturale” alla forma dell’ipertesto. I navigatori per diporto apprezzano il paesaggio, sperimentando vari collegamenti possibili tra isolette e isolotti, costruiscono metafore sulle linee tracciate dalle rotte e sulla forma della costa, ma non sono interessati a conoscere altri aspetti del territorio percorso. Oltre a chi compie la scelta di navigare per diporto – di testo in testo, dove il testo, in questa direzione, non può dire nient’altro se non quello che il lettore vuole in fondo trovare – c’è chi invece, per continuare la metafora, vuole conoscere qualcosa di più della regione in cui si trova, vivendo non solo la dimensione spazio-temporale del qui e ora, ma interrogandosi sulle trasformazioni diacroniche del territorio, sui suoi rapporti con territori diversi, sulle indicazioni disegnate da altri sulle mappe già note, accettandole o rielaborandole”.

Cadioli fa notare che qui “lettore e critico coincidono, come in molte altre linee critiche novecentesche: il New Criticism negli Stati Uniti, l’ermetismo in Italia, la nouvelle critique in Francia. Il critico-lettore indicato come protagonista dell’età dell’ipertesto non condivide però nulla con il critico-lettore della tradizione, se non il totale disinteresse per ogni questione testuale che riguardi la filologia, il rapporto con la storia, la trasmissione del testo. Se il critico-lettore fondava la propria attività sull’intuizione individuale, sull’emozione personale, sull’impressione ricavata e meditata  in interiore homine dopo il confronto sulla pagina (spesso origine di un’attività ipertestuale nascosta), il critico-lettore nella dimensione ipertestuale si richiama piuttosto alla “casualità”  del percorso che attiva, spinto da tracce più o meno evidenti. Egli non sembra dispiegare la propria individuale sensibilità: l’origine del suo richiamo all’intertestualità avviene ora non tanto, o non solo, a partire dalla sua immaginazione o dalla sua meditazione, con il recupero di esperienze vissute o di letture (di tutti i tipi) compiute, quanto all’esplicazione di una intertestualità già sottesa alla struttura ipertestuale sotto forma di collegamenti resi visibili da pulsanti in evidenza. Il passaggio tra testi sembra cioè dettato più dalla coazione del gioco dei rimandi che dalla meditazione suggerita dalla scrittura”.

[19] Alberto Cadioli, Il critico navigante, Marietti 1998, 100

[20] Mediamente, La grande potenza del testo quando diventa ipertesto, intervista a G. P. Landow, Milano 26/11/1997

http://www.mediamente.rai.it/home/bibliote/intervis/l/landow02.htm

[21] B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999,  XI

[22] B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999, 32-33

[23] F. Colombo R. Eugeni, Il testo visibile, Carocci, Roma 1998,  12-14

[24] B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999,  33

 

4. Articolazione tematica del dibattito

Il dibattito sull’ipertesto si articola su più piani che talvolta si intersecano dando luogo ai nodi tematici portanti del confronto. Bettetini, nella sua introduzione a Gli spazi dell’ipertesto, parla anche di alcuni nodi centrali nelle riflessioni teoriche sulla produzione testuale pre-tecnologica che assolvono la funzione di archetipi atti a «contestualizzare i discorsi più rigorosamente focalizzati sull’ipertesto tecnologico»[1]. Tali linee di ricerca, i cui temi subiscono, a loro volta, una ricontestualizzazione in ambito ipertestuale, sono rintracciate, oltre che nel filone di studi sugli effetti della tecnologia del testo, anche negli studi sulla lettura cooperativa, in quelli su tipi particolari di testi anticipatori della struttura modulare e multicentrica dell’ipertesto, nonché nell’ideale enciclopedico  di magazzino del sapere universale che l’ipertesto sembrerebbe capace di realizzare.

Un tentativo di districare il complesso intreccio di nodi tematici – archetipi e spunti prettamente ipertestuali – deve partire dalla classificazione di  differenti livelli di astrazione tra i temi dibattuti dagli studiosi e dal successivo confronto delle riflessioni sui diversi temi. Partendo dal livello più estensivo, relativo alle definizioni della stessa natura concettuale dell’ipertesto e all’identificazione delle differenze di prospettiva disciplinare e culturale, si può arrivare alle ipotesi applicative di tecniche e strumenti ipertestuali a contenuti concreti.

Ai livelli più estensivi, e spesso preliminarmente ad ogni altra considerazione, è affrontato  il nodo relativo all’impatto dell’evoluzione delle tecnologie digitali. Ogni disciplina coinvolta affronta il tema dal proprio angolo visuale e, in linea di massima, si possono distinguere effetti sullo sviluppo della cultura, dei generi letterari e delle teorie della letteratura, effetti sulle pratiche testuali di lettura e scrittura, effetti sulle modalità cognitive dei soggetti coinvolti nei processi culturali ed effetti sociali. Si confrontano le posizioni di chi esalta il ruolo rivoluzionario, di rottura con la tradizione culturale, delle tecnologie digitali con le posizioni di chi interpreta i mutamenti in chiave gradualistica e riconosce una certa continuità nell’evoluzione culturale, anche sotto la spinta delle nuove tecnologie.

A livelli più intensivi le riflessioni si declinano nell’analisi dei caratteri dell’ipertestualità e degli effetti prettamente testuali di essa. Le diverse discipline e correnti teoriche concordano nell’identificare i caratteri su cui fondare lo statuto dell’ipertesto nella reticolarità e nell’interattività, supportate dalla tecnologia elettronica che consente alla testualità reticolare interattiva di realizzarsi in strutture complesse e di rendere attivabili istantaneamente i collegamenti tra i testi. Il dibattito qui vede scontrarsi le posizioni di chi inquadra la specificità elettronica come un dato meramente quantitativo, che aggiunge mole di informazioni e velocità di reperimento delle stesse a strutture reticolari di per sé concepibili su carta, e le posizioni di chi identifica nella specificità elettronica la capacità di operare il salto di qualità che rende le strutture ipertestuali non più ipotizzabili su carta.

Il tema cruciale del dibattito è, tuttavia, la problematizzazione dello statuto che assume la testualità reticolare e interattiva  nell’ambiente ipertestuale. L’ipertesto, infatti, mette in discussione il rapporto fra spazio della scrittura, testo e soggetti comunicativi e provoca la crisi dei canoni della testualità cartacea, sia rispetto all’organizzazione e alla gerarchia interna delle parti costitutive del testo, sia  rispetto ai ruoli di  autore e lettore.

Punto di partenza è l’idea che i collegamenti elettronici esplicitati e posti in risalto rispetto agli altri segni della scrittura, invitino a connettere nodi con velocità di attivazione istantanea e a strutturare complesse articolazioni di percorsi, scardinando così la monoliticità del testo lineare. Punto di arrivo è l’ulteriore snodo da cui si diramano, pur rimanendo interdipendenti, due linee di approfondimento: lungo una linea, si procede alla riconfigurazione degli studi sul testo a livello di intertestualità e intratestualità e si indaga sull’impatto dell’ipertestualità nel rapporto tra autore e testo; lungo l’altra linea, si procede alla riconfigurazione degli studi sulle pratiche di lettura a livello di interattività dei percorsi fruitivi e si indaga sull’impatto dell’ipertestualità nel rapporto tra autore e lettore.

Si confrontano le posizioni degli studiosi, come Landow, vicini alla prospettiva decostruzionista, con le posizioni degli studiosi che si muovono nell’area di derivazione strutturalista. Sul versante della testualità, i primi proclamano l’estinzione nel regime ipertestuale del concetto di testo lineare, stabile e chiuso, e, conseguentemente affermano l’indebolimento del ruolo dell’autore, mentre i secondi continuano a ritenere valido il concetto di struttura, sia pure multilineare e aperta,  realizzata in un ordine posizionale degli elementi, frutto delle scelte progettuali di un autore. Sul versante della lettura, all’esaltazione dell’assoluta libertà del lettore nella costruzione del testo prospettata dai teorici vicini al decostruzionismo, si contrappone la considerazione della lettura ipertestuale come processo interattivo che si realizza nella ricerca di un punto di equilibrio, dinamico e sempre rivedibile, frutto della dialettica tra i ruoli del lettore e dell’autore, nonché dei contenuti dell’ipertesto.

Sui contenuti degli ipertesti si apre un nodo del dibattito che avvicina il livello di discussione alle realizzazioni concrete dell’ipertestualità.

Il primo passo viene mosso negli studi più recenti, e soprattutto nella comunicazione in rete dei gruppi di ricerca universitari, sul tema dell’identificazione di tipologie ipertestuali – utili alla classificazione e all’analisi dei prodotti ipertestuali disponibili sul mercato dei CD-Rom e in Rete – al fine della verifica su di essi delle ipotesi di lavoro elaborate in sede teorica.

Intorno alla distinzione tra ipertesti creativi e ipertesti strumentali alla conoscenza si sviluppa una delle più feconde branche del dibattito che denota la raggiunta maturità del discorso sull’ipertestualità nonché l’avvenuta acquisizione del suo oggetto – gli ipertesti concretamente sperimentati – nel panorama culturale degli studi umanistici.

Il terreno dell’ipertestualità in ambito letterario, finora dominio delle avanguardie cyberpunk, per il campo creativo, e delle biblioteche digitali, per il campo strumentale alla conoscenza, comincia ad essere frequentato dagli studiosi della testualità tradizionale.

Lo scenario che si prospetta è quello di una ripresa, ad opera degli ipertesti, proprio di quegli studi sul testo, filologici, critici, narratologici, che le nuove metodologie sembravano lasciare sullo sfondo per favorire lo studio della  dimensione navigazionale soggettiva della testualità, disancorata da ogni limite imposto dal testo tradizionale.

L’abolizione dei confini tra il discorso critico e il suo oggetto, prospettata da una parte degli studiosi e sperimentata in ambito didattico dalle università americane con la pratica della “scrilettura” si contrappone agli studi che utilizzano metodologie ipertestuali per l’interpretazione del testo come opera di un autore in un contesto.

Alla prospettiva dell’ipertesto come forma di riconfigurazione della narrativa stessa, oltre che degli studi su di essa, si contrappone chi considera gli ipertesti narrativi semplicemente come un nuovo genere, rivolto più a chi ama gli ipertesti che a chi ama la narrativa o, ancora, come un’auspicabile pratica didattica o addirittura ludica, ma non li ritiene ipotizzabili come sbocco evolutivo per la narrativa dell’era digitale.

A tutti i livelli del dibattito sembra che l’ipertestualità inneschi delle spinte che si preannunciano come dirompenti ma che sulla strada dell’approfondimento vengono riassorbite nel panorama culturale esisteste, contribuendo semmai ad arricchirlo e a modificarlo nel lungo periodo, gradatamente e per integrazioni più che per sostituzioni.



[1] B. Gasparini, in G. Bettetini B. Gasparini N. Vittadini, Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, 1999, XV