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Brani da Oceano mare


da Oceano mare


La settima stanza


 
La settima stanza

Tace e pensa, Elisewin.

- E non basta. Sai cosa ho scoperto? C’è un altro ospite, alla locanda. Nella settima stanza, quella che sembra vuota. Be’, non è vuota. C’è un uomo là dentro. Ma non esce mai. Dira non ha voluto dirmi chi è. Nessuno degli altri l’ha mai visto. Gli portano da mangiare in camera. Ti sembra normale?

Tace, Elisewin.

- Che posto è mai questo, dove la gente c’è ma è invisibile, o va avanti e indietro all’infinito, come se avesse l’eternità davanti per...

- Questa è la riva del mare, Padre Pluche. Né terra né mare. È un luogo che non esiste.

Si alza, Elisewin. Sorride.

- È un mondo di angeli.

Sta per uscire. Si ferma.

- Partiremo, Padre Pluche. Ancora qualche giorno e partiremo.

[...]

-Non fate le cose difficili, Padre Pluche. La questione è semplice. Voi credete davvero che Dio esista?

-Be’, adesso esistere mi sembra un termine un po’ eccessivo, ma credo che ci sia, ecco, in un modo tutto suo, ci sia.

-E che differenza fa?

-Fa differenza, Bartleboom, eccome la fa. Prendete per esempio questa storia della settima stanza... sì, la storia di quell’uomo, alla locanda, che non esce mai dalla sua camera, e tutto il resto, no?

-E be’?

-Nessuno l’ha mai visto. Mangia, a quanto pare. Ma potrebbe benissimo essere un trucco. Potrebbe non esistere. Un’invenzione di Dira. Ma per noi, comunque, ci sarebbe. La sera si accende la luce, in quella stanza, ogni tanto si sentono rumori, voi stesso, vi ho visto, quando ci passate davanti rallentate, cercate di guardare, di sentire qualcosa... Per noi quell’uomo c’è.

-Ma non è vero e poi quello è un matto, è un...

-Non è un matto, Bartleboom. Dira dice che è un gentiluomo, un vero signore. Dice che ha un segreto, tutto lì, ma è una persona normalissima.

-E voi ci credete?

-Non so chi è, non so se esiste, ma so chec’è. Per me c’è. 

Ed è un uomo che ha paura.

- Paura?

[...]

8. LA SETTIMA STANZA 

Si aprì la porta, e dalla settima stanza uscì un uomo. Si fermò un passo oltre la soglia e si guardò intorno. Sembrava deserta, la locanda. Non un rumore, non una voce, niente. Entrava il sole, dalle finestrelle del corridoio, tagliando la penombra e proiettando sui muri piccoli trailer di una mattina tersa e luminosa.

Dentro la stanza tutto era stato riordinato con cura volonterosa ma sbrigativa. Una valigia piena, ancora aperta, sul letto. Pile di fogli, sulla scrivania, penne, libri, una lampada spenta. Due piatti e un bicchiere, sul davanzale. Sporchi ma ordinati. Il tappeto, per terra, faceva una grande orecchia, come se qualcuno ci avesse fatto il segno per poi tornarci su, un giorno. Sulla poltrona c’era una grande coperta, ripiegata alla meglio. Si vedevano, appesi a una parete, due quadri. Identici.

Lasciandosi aperta la porta alle spalle, l’uomo percorse il corridoio, scese le scale canticchiando un motivetto indecifrabile, e si fermò davanti alla reception - volendola chiamare così. Non c’era Dira. C’era il solito librone, aperto sul leggìo. L’uomo si mise a leggere, intanto che si aggiustava la camicia nei pantaloni. Buffi nomi. Tornò a guardarsi intorno. Decisamente quella era la locanda più deserta nella storia delle locande deserte. Entrò nella grande sala, girò un po’ intorno ai tavoli, annusò un mazzo di fiori che stava invecchiando in un orrendo vaso di cristallo, si avvicinò alla porta a vetri e la aprì.

Quell’aria. E la luce.

Dovette socchiudere gli occhi, tanto era forte, e stringersi la giacca addosso, con tutto quel vento, vento da nord.

Tutta la spiaggia, davanti. Posò i piedi nella sabbia. Se li guardava come se fossero tornati in quel momento da un lungo viaggio. Sembrava sinceramente stupito che fossero di nuovo lì. Rialzò la testa e aveva in faccia quell’espressione che ha la gente, ogni tanto, quando proprio ha la testa vuota, svuotata, felice. Sono momenti strambi. Saresti capace di fare, senza saper perché, qualsiasi fesseria. Lui ne fece una semplice semplice. Iniziò a correre, ma a correre come un matto, a perdifiato, inciampando e rialzandosi, senza smettere mai, correndo più veloce che poteva, come se lo stesse inseguendo l’inferno, e invece non lo inseguiva proprio nessuno, no, era lui che correva e basta, lui da solo, lungo quella spiaggia deserta, con gli occhi spalancati e il cuore in gola, una cosa che a vederlo avresti detto: Non si fermerà più.

Seduto sul suo solito davanzale, le gambe a penzoloni sul vuoto, Dood tolse gli occhi dal mare, si voltò verso la spiaggia e lo vide.

Correva da Dio, non c’era niente da dire.

Sorrise, Dood.

- Ha finito.

Aveva di fianco Ditz, quello che inventava i sogni e poi te li regalava.

- O è ammattito, o ha finito. 

Al pomeriggio, tutti in riva al mare, a tirare le pietre piatte per farle saltare, a tirare le pietre tonde per sentire poi pluff. C’erano tutti: Dood, sceso apposta dal suo davanzale, Ditz, quello dei sogni, Dol, che aveva visto tante navi per Plasson. C’era Dira. E c’era la bambina bellissima che dormiva nel letto di Ann Deverià, e chissà come si chiamava. Tutti lì: a tirar pietre nell’acqua e ad ascoltare quell’uomo uscito dalla settima stanza. Piano piano, parlava.

- Dovete immaginarvi due che si amano... che si amano. E lui deve partire. Fa il marinaio. Parte per un lungo viaggio, in mare. Allora lei ricama con le sue mani un fazzoletto di seta... ci ricama sopra il suo nome.

- June.

- June. Lo ricama con un filo rosso. E pensa: lui lo porterà sempre con sé, e questo lo difenderà dai pericoli, dalla tempesta, dalle malattie...

- Dai pesci grandi.

- ... dai pesci grandi...

- Dai pescibanana.

- ... da tutto. Ne è convinta. Però non glielo dà subito, no. Prima lo porta nella chiesa del suo villaggio e al prete dice: me lo dovete benedire. Deve proteggere il mio amore, e voi lo dovete benedire. Così il prete lo posa lì, davanti a sé, si china un po’ e con un dito ci disegna sopra una croce. Dice una frase in una lingua strana, e con un dito ci disegna sopra una croce. Riuscite a immaginarlo? Un gesto piccolissimo. Il fazzoletto, quel dito, la frase del prete, gli occhi di lei, che sorridono. Ce l’avete bene in mente?

- Sì.

- Allora adesso immaginate questo. Una nave. Grande. Sta per partire.

- La nave del marinaio di prima?

- No. Un’altra nave. Ma anche lei sta per partire. L’hanno tutta pulita per bene. Galleggia sull’acqua del porto. E davanti ha chilometri e chilometri di mare che l’aspetta, il mare con la sua forza immensa, il mare che è matto, forse se ne starà buono, ma forse la stritolerà con le sue mani, e se la ingoierà, chissà. Nessuno ne parla, ma tutti lo sanno, quanto è forte il mare. E allora, su quella nave, sale un omino, vestito di nero. Tutti i marinai sono in coperta, con le loro famiglie, le donne, i bambini, le madri, tutti lì, in piedi, in silenzio. L’omino cammina per la nave, mormorando qualcosa sotto voce. Va fino a prua, poi torna indietro, cammina lento tra i cordami, le vele piegate, le botti, le reti. Continua a mormorare cose strane, tra sé e sé, e non c’è angolo della nave in cui lui non passi. Alla fine, si ferma, in mezzo al ponte. E si inginocchia. Abbassa il capo e continua a mormorare in quella sua lingua strana, sembra che le parli, alla nave, che le dica qualcosa. Poi d’improvviso tace, e con una mano, lentamente, disegna il segno di una croce su quelle assi di legno. Il segno di una croce. E allora tutti si voltano verso il mare, e hanno lo sguardo di chi ha vinto, perché sanno che quella nave tornerà, è una nave benedetta, sfiderà il mare e ce la farà, nulla più può farle del male. È una nave benedetta.

Avevano perfino smesso di tirare pietre nell’acqua. Se ne stavano ormai immobili, ad ascoltare. Seduti sulla sabbia, tutti e cinque, e intorno, per chilometri, nessuno.

- Avete capito bene?

- Sì.

- Avete tutto quanto, per bene, negli occhi?

- Sì.

- Allora attenti. Che qui diventa difficile. Un vecchio. Con la pelle bianca bianca, le mani magre, cammina a fatica, lentamente. Risale la via centrale di un paese. Dietro di lui, centinaia e centinaia di persone, tutta la gente del posto, sfilano e cantano, si sono messi il vestito più bello, non manca nessuno. Il vecchio continua a camminare, e sembra da solo, completamente da solo. Arriva alle ultime case del paese, ma non si ferma. È così vecchio che gli tremano le mani, e anche un po’ il capo. Però guarda davanti a sé, tranquillo, e non si ferma neanche quando inizia la spiaggia, scivola tra le barche tirate in secca, con quel suo passo traballante che sembra cadere da un momento all’altro e poi non cade mai. Dietro di lui, tutti gli altri, qualche metro dietro, ma sempre lì. Centinaia e centinaia di persone. Il vecchio cammina sulla sabbia, ed è ancora più complicato, ma non importa, non vuol fermarsi, e poiché non si ferma, alla fine arriva davanti al mare. Il mare. La gente smette di cantare, si ferma a qualche passo dalla riva. Adesso sembra anche più solo, il vecchio, mentre mette un piede davanti all’altro, così lentamente, ed entra nel mare, lui solo, dentro il mare. Qualche passo, fino a quando l’acqua gli arriva alle ginocchia. Il vestito, fradicio, gli si è appiccicato a quelle gambe magre magre, pelle e ossa. L’onda scivola avanti indietro e lui è così sottile che pensi se lo porterà via. E invece niente, rimane lì, come piantato nell’acqua, gli occhi fissi davanti a sé. Gli occhi dritti in quelli del mare. Silenzio. Non si muove più nulla, tutt’intorno. La gente trattiene il fiato. Un incantesimo.

Allora

 il vecchio

 abbassa

 gli occhi,

 immerge

 una mano

 nell’acqua

 e

 lentamente

 disegna

 il segno

 di una croce.

Lentamente. Benedice il mare.

Ed è una cosa enorme, dovete riuscire a immaginarla un debole vecchio, un gesto da niente, e d’improvviso l’immenso mare ha una scossa, tutto il mare, fino all'ultimo orizzonte, trema, si scuote, si scioglie, scivola nelle sue vene il miele di una benedizione che incanta ogni onda, e tutte le navi del mondo, le burrasche, gli abissi più profondi, le acque più scure, gli uomini e gli animali, quelli che ci stanno morendo, quelli che hanno paura, quelli che lo stanno guardando, stregati, terrorizzati, commossi, felici, segnati, quando d’improvviso, per un istante, china il capo, l’immenso mare, e non è più enigma, non è più nemico, non è più silenzio ma fratello, e grembo mansueto, e spettacolo per uomini salvi. La mano di un vecchio. Un segno, nell’acqua. Guardi il mare, e non fa più paura. Fine.

Silenzio.

Che storia..., pensò Dood. Dira si voltò a guardare il mare. Che storia. La bambina bellissima tirò su col naso. Ma sarà vera?, pensò Ditz.

L’uomo se ne rimaneva seduto, sulla sabbia, e taceva. Dol lo guardò negli occhi.

- Ma è una storia vera?

- Lo era.

- E non lo è più?

- No.

- Perché?

- Non si riesce più, a benedire il mare.

- Ma quel vecchio ce la faceva.

- Quel vecchio era vecchio e aveva qualcosa dentro che adesso non c’è più.

- La magia?

- Qualcosa del genere. Una bella magia.

- E dove è finita?

- Sparita.

Non ci potevano credere, che fosse davvero sparita nel nulla.

- Giuri?

- Giuro.

Era proprio sparita.

L’uomo si alzò. Da lontano si vedeva la locanda Almayer, quasi trasparente in quella luce lavata dal vento del nord. Il sole sembrava essersi fermato nella metà più chiara del cielo. E Dira disse:

- Tu sei venuto qui per benedire il mare, vero?

L’uomo la guardò, fece qualche passo, le andò vicino, si chinò e le sorrise.

- No.

- E allora che ci facevi in quella stanza?

- Se il mare non lo si può più benedire, forse, lo si può ancora dire.

Dire il mare. Dire il mare. Dire il mare. Perché non tutto quel che c’era nel gesto di quel vecchio vada perso, perché magari un lembo di quella magia ancora vagola nel tempo, e qualcosa potrebbe trovarlo, e fermarlo prima che sparisca per sempre. Dire il mare. Perché è quello che ci resta. Perché davanti a lui, noi senza croci, senza vecchi, senza magia, dobbiamo pur averla un’arma, qualcosa, per non morire in silenzio, e basta.

- Dire il mare?

- Sì.

- E tu sei stato là dentro tutto ‘sto tempo a dire il mare?

- Sì.

- Ma a chi?

- Non importa a chi. L’importante è provare a dirlo. Qualcuno ascolterà.

L’avevano pensato, che era un po’ strano. Ma non in quel modo lì. In un modo più semplice.

- E ci vogliono tutti quei fogli per dirlo?

Dood se l’era sciroppato tutto da solo quel borsone pieno di carta, giù per le scale. Gli era rimasta lì, quella faccenda.

- Be’, no. Se uno fosse davvero capace, gli basterebbero poche parole... Magari inizierebbe da tante pagine ma poi, a poco a poco, troverebbe le parole giuste, quelle che dicono in una volta sola tutte le altre, e da mille pagine arriverebbe a cento, e poi a dieci, e poi le lascerebbe lì, ad aspettare, finché le parole di troppo scivolerebbero via dai fogli, e allora ci sarebbero solo da raccogliere quelle che restano, e stringerle in poche parole, dieci, cinque, così poche che a furia di guardarle da vicino, e di ascoltarle, alla fine te ne resta in mano una, una sola. E se la dici, dici il mare.

- Una sola?

- Sì.

- E quale?

- Chi lo sa.

- Una parola qualsiasi?

- Una parola.

- Ma anche tipo patata?

- Sì. Oppure aiuto!, o eccetera, non si può sapere, fino a quando non l’hai trovata.

Parlava guardandosi intorno nella sabbia, l’uomo della settima stanza. Cercava una pietra.

- Ma scusa... -, disse Dood.

- Eh.

- Non si può usare mare?

- No, non si può usare mare.

Si era alzato. L’aveva trovata, la pietra.

- E allora è impossibile. È una cosa impossibile.

- Chi lo sa, cos’è impossibile.

Si avvicinò al mare e la tirò lontano, nell’acqua. Era una pietra tonda.

- Pluff -, disse Dol, che se ne intendeva.

Ma la pietra iniziò a saltare, sul pelo dell’acqua, una volta, due, tre, non la smetteva più, saltava che era un piacere, sempre più lontana, saltava verso il largo, come se l’avessero liberata. Sembrava non volesse più fermarsi. E non si fermò più. 

L’uomo lasciò la locanda la mattina dopo. C’era un cielo strano, di quelli che corrono veloci, hanno fretta di tornare a casa. Soffiava vento da nord, forte, ma senza far rumore. All’uomo piaceva camminare. Prese la sua valigia e la sua borsa piena di carta, e si avviò lungo la strada che se ne andava, di fianco al mare. Camminava veloce, senza voltarsi mai. Così non la vide, la locanda Almayer, staccarsi da terra e disfarsi leggera in mille pezzi, che sembravano vele e salivano nell’aria, scendevano e salivano, volavano, e tutto portavano con sé, lontano, anche quella terra e quel mare, e le parole e le storie, tutto, chissà dove, nessuno lo sa, forse un giorno qualcuno sarà così stanco che lo scoprirà.

  

FINE