Diesel e Poomerang



Il tacco a spillo sul marciapiede

Diesel e Poomerang guardavano le partite

Da Wizwondk

L'intervista con quelli della tivù

La cena al ristorante cinese

Larry Lawyer

Poreda

Le squadre giocano fino all'eternità

La campagna contro l'abuso del bancomat

Epilogo 


Il tacco a spillo sul marciapiede

Finì, comunque, che Diesel e Poomerang non arrivarono mai alla CRB perché all’incrocio tra la Settima Strada e il Boulevard Bourdon si trovarono davanti agli occhi, in mezzo al marciapiede, il tacco a spillo di una scarpa nera, rotolato lì da chissà dove, ma immobile come un minuscolo scoglio nel torrente in piena della gente lanciata verso la pausa pranzo.

- Diavolo -, disse Diesel.

- E quello cos’è? -, nondisse Poomerang.

- Guarda -, disse Diesel.

- Diavolo -, nondisse Poomerang.

Fissavano quel tacco nero, a spillo, e fu un niente vedere - un attimo dopo l’inevitabile flash di una caviglia in nylon scuro - vedere il passo che l’aveva perso, esattamente il passo, inteso come ritmo e danza, compasso femmina smaltato nylon scuro. Lo videro da prima nel pendolo danzante di due gambe sottili, e poi nello scarto morbido che il seno, sotto la camicetta, raccoglieva rimandandolo ai capelli - corti neri, pensò Diesel - corti biondi, pensò Poomerang - lisci e sottili abbastanza da danzare a quel ritmo, che nei loro occhi era ormai diventato corpo femminile, e umanità e storia quando improvvisamente si increspò sul minuscolo controtempo di un tacco che si mise a oscillare, a un passo, e si piegò, al passo successivo, staccandosi dalla scarpa e da quel ritmo tutto - di femmina umanità e storia - costringendolo a una cadenza - non proprio a una caduta - dove ritrovare l’equilibrio di una immobilità - il silenzio.

C’era un gran casino intorno a loro, ma nulla sembrava poterli schiodare da lì, Diesel ancora più curvo del normale, gli occhi fissi a terra, Poomerang con la mano sinistra a lisciarsi avanti e indietro il cranio rapato: la destra appesa alla tasca dei pantaloni di Diesel, come sempre. Guardavano un tacco a spillo nero, ma stavano vedendo in realtà quella donna scomporsi e rallentare, la videro girarsi per un attimo dicendo

- Merda

senza neppure per un istante pensare di fermarsi, come avrebbe fatto una donna normale - fermarsi, tornare indietro, recuperare il tacco, provare a riappiccicarlo tenendosi con una mano a un segnale stradale, senso vietato - neanche pensando di fare una cosa così ragionevole, ma continuando invece a camminare, giusto col vezzo di dire

- Merda

nel momento stesso in cui, escludendo di stropicciare la propria bellezza nel controtempo di una zoppia obbligata, si sfila la scarpa ferita, con un gesto leggero, senza smettere di camminare, e diventa poi definitivamente leggenda, per loro due, sfilandosi anche l’altra - compasso scalzo cromato nylon scuro - prende le scarpe, le butta in un cassonetto blu mentre già guarda intorno per cercare quel che subito trova, una vettura gialla che risale il viale lentamente: alza un braccio, dal polso scivola giù qualcosa d’oro, la vettura gialla mette la freccia, si ferma, lei sale, detta un indirizzo mentre raccoglie la gamba sottile - piede scalzo - sul sedile facendo salire la gonna e per un attimo balenare la tiepida prospettiva di un pizzo da autoreggente che scompare per qualche centimetro di coscia - bianca - e poi riappare nell’orlo di uno slip, poco più di un lampo che però si infila negli occhi di un signore in abito scuro che non smette di camminare ma si trascina dietro, appiccicato sulla retina, il tiepido lampo, che gli arroventa la coscienza e si abbatte sulla recinzione della sua narcosi da uomo stancamente sposato, con gran rumore di lamiere e lamenti.

Quel che successe fu che Diesel e Poomerang rimasero impastoiati nell’uomo in scuro, in verità, risucchiati dalla composta scia del suo turbamento, che li commuoveva, per così dire, e che li spinse lontano, fino a vedere il colore del suo scendiletto marrone e sentire il puzzo della sua cucina. Arrivarono a sedersi a tavola con lui, e notarono che la moglie rideva troppo alle battute che sbrodolavano dalla tivù accesa, mentre lui, il signore in abito scuro, le versava la birra nel bicchiere, tenendo per sé la bottiglia di acqua minerale, tiepida e non gasata, a cui lo costringeva da anni il ricordo di quattro remote coliche renali. Trovarono nel secondo cassetto del suo scrittoio settantadue pagine di un romanzo, incompiuto, che si intitolava L’ultima scommessa, e un biglietto da visita - Dr. Mortensen - con stampate sul retro due labbra di rossetto viola. La radiosveglia era sintonizzata su I02.4 Radio Nostalgia, e sull’abat-jour del comodino, per schermare la luce, c’era un opuscolo dei Bambini di Dio che teorizzava l’immoralità di caccia e pesca: il titolo, un po’ bruciacchiato dalla lampadina, recitava: Vi farò pescatori di uomini.

Stavano rovistando tra la biancheria intima della signora Mortensen quando, per banale e volgare associazione di idee, gli risalì nel sangue il ricordo del compasso femmina smaltato nylon scuro scossa feroce che li costrinse a precipitarsi indietro fino al taxi giallo, e a farli rimanere lì, sul bordo della strada, un po’ inebetiti dalla rovinosa scoperta rovinosa scomparsa del taxi giallo nelle viscere della città tutto il viale pieno di macchine, ma vuoto di taxi gialli e leggende accomodate sul sedile posteriore.

- Cristo, - disse Diesel.

- Sparita, - nondisse Poomerang.

- Sulla superficie curva del tacco a spillo nero fissarono un’intera città, migliaia di strade, centinaia di auto gialle, cieche.

- Persa, - disse Diesel.

- Forse, nondisse Poomerang.

- Come cercare un ago in un pagliaio.

- Cercare, ma non l’auto.

- Ce n’è a migliaia.

- Non l’auto gialla.

- Troppe auto.

- Non l’auto, le scarpe.

- Dove esattamente può andare un’auto gialla,

- Scarpe. Un negozio di scarpe.

- Dove lei ha detto che voleva andare.

- Un negozio di scarpe. Il più vicino negozio di scarpe.

- Ha guardato il taxista e ha detto...

- Il più vicino negozio di scarpe. Scarpe con tacco a spillo nere.

- ... il più bel negozio di scarpe, qui vicino.

- Toxon’s, Quarta Strada, secondo piano, scarpe femminili.

- Toxon s, pergiuda.

La ritrovarono davanti a uno specchio, scarpe nere ai piedi, tacco a spillo, e un commesso che diceva

- Perfette.

Allora non la persero più. Per un numero imprecisabile di ore catalogarono i suoi gesti e gli oggetti intorno a lei, come se testassero dei profumi. Era qualcosa che ormai avevano respirato, quando, dopo una cena interminabile, la seguirono fin nel letto di un uomo che sapeva di acqua di colonia, e con il telecomando non la smetteva più di far ripartire il Bolero di Ravel. Davanti al letto c’era un acquario, con un pesce viola, e molte stupide bollicine. Lui faceva l’amore in religioso silenzio: aveva appoggiato la vera d’oro sul comodino, di fianco a una confezione da cinque di profilattici di marca. Lei gli premeva le unghie sulla schiena, abbastanza forte da fargliele sentire, abbastanza dolcemente da non lasciare segni. Al settimo Bolero, disse

- Scusa

scivolò via dal letto, si rivestì, si infilò le scarpe nere, tacco a spillo, e se ne uscì, senza dire nulla. L’ultima cosa che videro di lei, fu una porta chiusa, dolcemente.

Pioggia. Asfalto a specchio tutt’intorno al tacco a spillo nero, lucido occhio lì a guardarli.

- Pioggia -, disse Diesel.

Alzarono lo sguardo, luce diversa, grigia, poca gente, rumore di pneumatici e pozzanghere. Scarpe marce, acqua giù nel collo.

Sugli orologi, un’ora inservibile.

- Andiamo -, disse Diesel.

- Andiamo -, non disse Poomerang.

Camminava difficile, Diesel, e lento, strascicando il piede sinistro, scarpa ridicola, immane, appesa a una gamba che cambiava idea sotto il ginocchio, e curvava malamente, sghembando ogni passo in danze cubiste. E respirava difficile, come un ciclista in salita, un respiro che era ritmo sporco e pena. Poomerang conosceva quel passo e quel respiro a memoria. Ci rimaneva attaccato e li ballava elegante, sfoggiando una stanchezza da maratona di tango.

L’uno e l’altro, vicini, e poi pezzi marci di città sulla strada di casa, luci liquide di semafori, auto in terza a far rumore di sciacquone, un tacco per terra, sempre più lontano, occhio bagnato, senza più palpebre, senza ciglia, occhio finito.


Diesel e Poomerang guardavano le partite

Dietro alla casa di Gould c’era un campo da pallone. Ci giocavano solo ragazzini, i grandi stavano in panchina a urlare, o sulla piccola tribuna in legno, a mangiare e urlare. C’era l’erba dappertutto, anche davanti alle porte e a centrocampo. Era un bel campo da pallone. Gould, Diesel e Poomerang stavano ore a guardare, dalla finestra della camera da letto. Guardavano le partite, gli allenamenti, tutto quello che c’era da guardare.

[...]

Diesel guardava perché gli piacevano i colpi di testa. Provava un piacere tutto particolare a sentire l’impatto del cranio contro il pallone, e ogni volta che accadeva diceva Pazzesco, tutte le sante volte, con un sorriso buono sulla faccia. Pazzesco. Una volta un ragazzino, là sotto, colpì di testa, la palla finì sulla traversa, rimbalzò indietro, il ragazzino la ricolpì di testa, centrò il palo, si tuffò in avanti e andò a raccogliere la palla di testa prima che toccasse terra, sfiorandola appena e mettendola in rete. Allora Diesel disse Davvero pazzesco. Le altre volte, invece, diceva solo Pazzesco.

Poomerang guardava perché cercava un’azione che aveva visto anni prima, alla tivù. A suo parere era stata così bella che non poteva essere sparita per sempre, doveva certamente vagolare per tutti i campi del mondo, e lui la stava aspettando, lì, su quel campo di ragazzini. Si era informato sul numero di campi da pallone che esistono al mondo - unmilioneottocentoquattro -  ed era perfettamente consapevole che le possibilità di vederla transitare proprio da lì erano minime. Ma in base a un calcolo effettuato da Gould, non erano comunque molto minori di quelle che ci sono a nascere muti. Dunque, Poomerang la aspettava. Di preciso, l’azione era la seguente: rinvio lungo del portiere, il centravanti salta sulla tre quarti e allunga il pallone di testa, il portiere avversario esce dall’area e calcia al volo, il pallone vola indietro oltre centrocampo, salta tutti i giocatori, rimbalza ai margini dell’area, scavalca il portiere stupefatto e si insacca a fil di palo. Da un punto di vista squisitamente calcistico, si trattava di una bizzarria deplorevole. Ma Poomerang sosteneva che sotto il profilo puramente estetico aveva visto poche volte qualcosa di più armonioso ed elegante. “Era come se tutto fosse finito in un acquario - nondiceva, cercando di spiegare -, come se tutto si muovesse a mollo nell’acqua, senza spigoli e lentamente, col pallone a nuotare nell’aria, senza fretta, e i giocatori tramutati in pesci, a guardare in su a bocca aperta, ruotando tutti insieme la testa a destra e sinistra, svagolati e dispersi, col portiere a branchie spalancate mentre il pallone lo scavalcava, e alla fine la rete di un pescatore furbo, a raccogliere il pesce palla e gli occhi di tutti, pesca miracolosa nel silenzio più assoluto da abisso marino su una distesa di alghe verdi rigate in bianco da un palombaro geometra.” Era il sedicesimo del secondo tempo. La partita finì due a zero.

Sommario

Da Wizwondk

Il sabato Shatzy li invitò tutti fuori a cena, così loro il pomeriggio passarono da Wizwondk, il barbiere, a farsi tagliare i capelli. Era pieno di gente, c’era la coda fuori dalla porta. Il sabato tutti si tagliavano i capelli.

- Il sabato a casa mia tutti fanno il bagno -, disse Diesel.

Quello sdraiato e insaponato fin nelle narici continuava a scatarrarsi la gola, ma in quella posizione certo non poteva sputare, e quindi incamerava. C’era da morire a pensare quello che avrebbe scaracchiato, al momento buono. Pale a girare dal soffitto mulinando peli capelli vecchie pubblicità di brillantina e profumo di acqua di colonia. Muri gialli, specchi con Brigitte Bardot mai invecchiata nel cuore di Wizwondk, qualcuno dice di lui che era prete, a casa sua, poi una storia di bambine, qualcosa del genere, Wizwondk il barbiere: il giovedì tagliava capelli gratis, “lo so io perché, e non ve lo dirò mai”. Poomerang se li faceva rapare a zero, Gould “li tagli meno che può, per favore”. Diesel non stava nelle sedie, così rimaneva in piedi, appoggiato al lavabo, e Wizwondk saliva su uno sgabello, saliva e scendeva, e tagliava, sfumatura alta, riga in centro. Per ora, comunque, tutti in coda, nel caldo di fuori, ad aspettare.

- K.O. tecnico alla terza ripresa -, disse Gould.

- Merda -, disse Diesel, prese una banconota bisunta dalla tasca e la passò a Poomerang. - Mi vuoi spiegare com’è rimasto in piedi per tutto quel tempo?

- Te l’avevo detto, quello era una rogna.

- Non bisogna fare fretta agli artisti, e Gorman è un artista -, nondisse Poomerang, intascando.

- E Mondini cosa dice? -, disse Diesel.

- Mondini aveva una faccia così, non voleva spiccicare parola. Dice che Larry fa il furbo, va là sopra e balla il tango.

- Baila baila.

- Avanti un altro, disse Wizwondk.

Mondini era l’allenatore di Larry. Il Maestro, come dicono loro. Quello che l’aveva scoperto. Aveva capelli in testa duri e ricci come paglietta per lavare i piatti. Aveva tutta una storia.

poomerang - Mondini faceva il lattoniere, senza capirci molto, ma lo faceva. Riparò la latrina di una palestra e si innamorò della boxe. Al primo incontro finì al tappeto per sei volte. Tornato negli spogliatoi, si vestì, uscì e aspettò che comparisse quello che l’aveva spianato. Aveva un nome russo, Kozalkev. Mondini non stava in piedi dalle botte prese, ma lo seguì senza farsi vedere fino a quando quello non entrò in un bar. Mondini entrò anche lui. Ordinò una birra e andò a sedersi di fianco al russo. Aspettò un po’, poi gli disse: Insegnami. Kozalkev aveva combattuto cinquantatré volte, vendeva gli incontri, e ogni tanto si faceva dare dei pivelli per raddrizzare un po’ il suo record. Vaffanculo, rispose. Mondini, con grande calma, gli svuotò la birra sui pantaloni. Si fecero una rissa a calci e bicchierate fino a quando non li presero di forza e li cacciarono in cella, giù al commissariato. Per un’ora rimasero nella penombra, soli e silenziosi. Poi il russo disse: Prima cosa: la boxe la fai se hai fame. Non importa di cosa. Al mattino erano arrivati ai trucchi per colpire nelle reni senza farsi vedere dall’arbitro e protestando perché l’avversario si gira. Un pugno nelle reni è una cosa che ti fa male fin dentro agli occhi, per inciso.

diesel - Mondini diceva che per imparare a boxare basta una notte. E una vita intera per imparare a combattere. Lui smise a trentaquattro anni. Una carriera come tante, un solo incontro memorabile. Dodici riprese ad Atlantic City, con Barry “King” Moose. Finirono al tappeto quattro volte a testa. Sembrava dovessero ammazzarsi. L’ultima ripresa la passarono appoggiati l’uno all’altro, sfiniti, testa contro testa, con i pugni, sotto, a penzolare come batacchi scarichi: occuparono quegli ultimi tre minuti a insultarsi come bestie. Alla fine la diedero vinta a Moose, aveva degli agganci. Mondini cercò di dimenticare. Però una volta, che erano tutti davanti al televisore, e c’era qualcosa su un omicidio ad Atlantic City, qualcuno lo sentì mormorare: Bel posto, ci ho passato una settimana, una volta, una domenica sera.

- La diamo una ritoccatina a tutti questi capelli bianchi?

 poomerang - Mondini smise che aveva trentaquattro anni. L’ultimo incontro lo fece contro un nero di Filadelfia, anche lui agli sgoccioli. Quando lo vide salire sul ring, Mondini chiamò la moglie, che stava sempre in prima fila e le disse:

- Hai preso i soldi?

- Sì.

- Okay. Tutto su di me, ai punti.

- Ma...

- Non discutere. Su di me ai punti. E speriamo solo che quello ce la faccia a stare in piedi fino alla fine.

Mondini finì al tappeto alla seconda ripresa e poi di nuovo alla settima. Non combatteva male, ma non gli riusciva di veder partire quel maledetto gancio sinistro. Il nero lo staccava bene, non si vedeva che partiva. Gliene staccò uno alla decima, e lo mise giù secco. Mondini vide tutto mescolato per un po’. Poi vide sua moglie che lo guardava, chinata sul lettino degli spogliatoi. Allora azzardò un sorriso.

- Non preoccuparti. Ricominceremo.

- Già fatto -, gli rispose la moglie. - Ho puntato tutto sull’altro.

Fu con quei soldi che aprì la palestra. E divenne Mondini, quello vero. Il Maestro. Trovarne altri, di maestri come lui.

[...]

diesel - Una bella palestra. Palestra Mondini. Proprio sopra la porta, tanto per evitare equivoci, c’era scritto, in rosso, LA boxe la fai se hai fame. Poi c’era una foto di Mondini giovane, che mostrava i pugni, e una di Rocky Marciano, autografata. C’era un ring azzurro, un po’ più piccolo di quello regolamentare. E attrezzi dappertutto. Mondini apriva alle tre del pomeriggio. La prima cosa che faceva era attaccare l’orologio, quello che dava i round. C’era solo la lancetta dei secondi e ogni tre giri squillava e si fermava per un minuto. Mondini aveva una specie di riflesso condizionato. Quando l’orologio suonava sputava per terra e sorrideva: come se fosse uscito indenne da qualcosa. viveva in un tempo suo, frazionato in round da tre minuti e pause da uno Quando chiudeva la palestra, la sera tardi, l’ultima cosa che faceva, al buio, era staccare l’orologio. Poi se ne andava a casa, come una nave a cui avevano ammainato le vele.

poomerang - Portò un paio di pivelli fino al titolo nazionale, gente senza grande talento, ma lui li lavorava bene. Li massacrava di esercizi, poi, quando erano alla frutta, se li sedeva davanti e incominciava a parlare. Di tutto. E in mezzo alle altre cose, di boxe. Dopo mezz’ora quelli si alzavano e non avrebbero saputo ripetere nulla. Ma quando salivano sul ring azzurro, a fare i pugni, gli tornava tutto in mente, come tenere la guardia, come fintare il gancio, come girare intorno ai mancini. Appoggiato alle corde, Mondini li guardava in silenzio, senza perdere una mossa. Poi li mandava a casa senza dirgli una parola. Il giorno dopo, ricominciava. Gli allievi si fidavano di lui. Riusciva a tirare fuori il meglio da ciascuno di loro. Quando il meglio era prendersele di santa ragione ogni volta che salivano sul ring, Mondini li chiamava da parte, una sera come le altre, e gli diceva Ti riporto a casa, okay? Li caricava sulla sua berlina vecchia di vent’anni, e parlando di tutt’altro li portava a casa. Quando scendevano dalla macchina, scendevano anche dal ring. Lo sapevano. Qualcuno diceva: Mi spiace Maestro. Lui scrollava le spalle. E finiva lì. Andò avanti così per sedici anni. Poi arrivò Larry Gorman.

[...]

diesel - Larry Gorman aveva allora sedici anni. Un bel fisico, da medio massimo, una bella faccia, non da pugile, una bella famiglia, su ai quartieri alti. Entrò in palestra una sera che era già tardi. E chiese di Mondini. Il Maestro stava appoggiato alle corde, a guardare due che facevano i pugni. Quello biondo scopriva sempre il fianco destro. L’altro non c’aveva cuore. Il Maestro masticava amaro. Larry gli si avvicinò e disse: Salve, mi chiamo Larry, e vorrei fare la boxe. Mondini si girò, lo guardò per bene, poi gli indicò la scritta rossa sulla porta, e si rimise a seguire i due che se le davano. Larry neanche si voltò. La scritta l’aveva già letta. la boxe la fai se hai fame. In effetti non ho ancora fatto cena, disse. L’orologio squillò, i due smisero di darsele, Mondini sputò per terra e disse - Molto spiritoso. Vattene -. Un altro se ne sarebbe andato. Ma Larry era diverso, lui non se ne andava mai. Si sedette su una panchetta in un angolo, e non si mosse da lì. Mondini andò avanti ancora per due ore, poi la palestra iniziò a svuotarsi, tutti prendevano la loro roba e se ne andavano. Rimasero loro due. Mondini si mise il cappotto sulla tuta, spense la luce, andò verso l’orologio e disse: Se arriva qualcuno, abbaia. Poi staccò l’orologio, e se ne andò. Il giorno dopo, alle tre del pomeriggio, tornò in palestra, e Larry era lì. Sulla panchetta. Dammi una sola buona ragione per cui dovrei allenarti, gli disse Mondini. Vedere che effetto fa allenare il prossimo campione del mondo, rispose Larry.

poomerang - In un certo senso, Mondini lo odiava. Però passò un anno a ridisegnargli il fisico, a forza di esercizi massacranti. Gli toglieva i soldi da dosso, come diceva lui. Larry lavorava senza discutere, e intanto guardava gli altri, e imparava. Un allievo modello, non fosse stato per quella mania di non starsene mai zitto. Parlava in continuazione. Commentava. Non potevano salire sul ring, che lui cominciava. Magari era lì a saltare la corda, o anche per terra all’ottantesimo piegamento. Al primo pugno, partiva a commentare. Diceva la sua. Correggeva, consigliava, si incazzava. Lo faceva abbastanza a bassa voce, in genere, ma insomma era sfinente. Una sera, che era suppergiù un anno dal giorno in cui era arrivato, c’erano due sul ring, a fare i pugni, e lui non la smetteva. Ce l’aveva che uno dei due, quello più basso, non sapeva nascondere i colpi. Ed era troppo lento di gambe. Cos’è, s’è cagato nelle scarpe?, diceva. Mondini fermò i due. Fece scendere quello basso, si voltò verso Larry e gli disse: Sali. Gli mise i guantoni, il casco protettivo e il paradenti. Larry non era mai salito sul ring e non aveva mai dato un pugno a qualcuno in vita sua. L’altro era un massimo leggero, con sei incontri alle spalle, tutti vinti. Una promessa. Guardò il Maestro perché non sapeva bene cosa fare. Mondini fece un cenno col capo che voleva dire dacci giù duro che se mai ti fermo io. Larry si mise in guardia. Quando incrociò lo sguardo dell’altro, sorrise e con il paradenti che gli traballava in bocca riuscì a dire: Paura?

[...] 

diesel - Passarono i tre minuti, e l’orologio squillò. Mondini disse - Basta così -. Sfilò il casco a Larry e iniziò a slegargli i guantoni. Larry respirava affannosamente. Mondini gli disse - Ti riporto a casa okay? - Ci misero un po’, sulla berlina vecchia di vent’anni, a raggiungere i quartieri dei ricchi. Si fermarono davanti a una villetta tutta finestre e lampioncini. Mondini spense il motore e si girò verso Larry.

- Tre minuti e non gli hai tirato un solo pugno.

- Tre minuti e non mi son preso neanche un pugno -, rispose Larry.

Mondini fissò gli occhi sul volante. Era vero. Larry aveva passato il round a muoversi sulle gambe con un’agilità impressionante, e a ballare in tutte le direzioni, come se avesse avuto le rotelle sotto i piedi. L’altro aveva buttato dentro tutti i pugni che conosceva, senza mai riuscire a beccarlo. Se n’era sceso dal ring incazzato come una bestia.

- Quella non è boxe, Larry.

- Non volevo fargli del male.

- Non dire cazzate.

- Davvero, non volevo fargli...

- Non dire cazzate.

Mondini buttò un’occhiata alla villetta. Sembrava un annuncio pubblicitario per vendere felicità.

- Perché diavolo vuoi fare la boxe?

- Non lo so.

- Che diavolo di risposta è?

- È quel che dice anche mio padre. Che diavolo di risposta è?

Fa l’avvocato, lui.

- Si vede.

- Bella casa eh?

- Si vede dalla tua faccia.

Rimasero per un po’ lì, in quel silenzio da ricchi. Larry giochicchiava col portacenere della macchina. Lo apriva e lo chiudeva. Mondini non giochicchiava con niente perché stava ripensando a quello che aveva visto sul ring: il più grande talento che mai gli fosse passato per le mani. Era ricco, figlio di un avvocato e senza uno schifo di buona ragione per fare la boxe.

- Ci vediamo domani -, disse Larry, aprendo la portiera.

Mondini scrollò le spalle.

- Vaffanculo Larry.

- ’culo -, rispose lui allegramente, e se ne andò a casa.

Rimase per sempre il loro modo di salutarsi. Anche durante gli incontri, all’angolo, quando suonava la campana, Larry si alzava, Mondini sfilava via lo sgabello e immancabilmente si salutavano così.

- Vaffanculo Larry.

- ’culo.

Poi Larry andava, e vinceva. Ne vinse dodici una in fila all’altra. Tredici, con Sobilo.


Sommario

L’intervista con quelli della tivù

A casa di Gould erano arrivati quelli della tivù. Volevano fare un servizio per lo special del venerdì sera. Titolo: “Ritratto di un genio bambino”. Avevano piazzato la telecamera in salotto. Quel che avevano in mente era un’intervista di una mezz’ora. Contavano di tirarci fuori la storia tristissima di un ragazzino condannato dalla sua intelligenza alla solitudine e al successo. La genialità stava nell’aver trovato qualcuno la cui vita era una tragedia non perché era sfigato ma, al contrario, perché era un figo della madonna. Se non era proprio una genialità era sembrata almeno una buona idea.

Gould si sedette sul sofà, davanti alla telecamera. Poomerang si mise di fianco, seduto anche lui. Diesel non ci stava, sul sofà, così si sistemò per terra, anche se la cosa gli prese un po’ di tempo. E poi non era chiaro chi l’avrebbe mai tirato su da lì. Comunque. Sistemarono i microfoni e accesero gli spot. L’intervistatrice si stirò un po’ la gonna sulle gambe accavallate.

- Tutto bene, Gould? -, disse.

- Sì.

- Dovremmo solo provare i microfoni.

- Sì.

- Hai voglia di dirci qualcosa dentro, qualsiasi cosa?

- No, non ho voglia di dire qualcosa dentro questi microfoni, non lo farò mai neanche se mi pagate un birillione di...

- Va bene così, tutto a posto, okay, allora possiamo partire. Sei pronto?

- Sì.

- Guarda verso di me, okay? Lascia perdere la telecamera.

- D’accordo.

- Allora andiamo.

- Sì.

- Signor Gould... o posso chiamarti semplicemente Gould?

- ...

- Facciamo semplicemente Gould, va bene. Senti Gould, quando ti sei accorto che non eri un bambino qualunque, voglio dire, che eri un genio?

poomerang (nondicendo) - Dipende. Lei, ad esempio, quando si è accorta di essere cretina?, è successo tutto d’un colpo, o l’ha scoperto a poco a poco, dapprima confrontando i suoi voti con quelli dei compagni, poi notando che alle feste nessuno voleva giocare in squadra con lei quando si faceva “Indovina il film”?

- Gould?

- Sì?

- Volevo sapere... se ti ricordi, quando eri piccolo, di un aneddoto, qualcosa, per cui d’improvviso ti sentisti diverso dagli altri, diverso dagli altri bambini...

diesel - Sì, mi ricordo benissimo. Vede, si andava ai giardini, con gli altri, tutti bambini del quartiere... c’era l’altalena, lo scivolo, quelle cose lì... era un bel giardino, e si andava lì, al pomeriggio, se c’era il sole. Be’, io non lo sapevo, allora, che ero... diverso, diciamo, insomma, ero già grande ma... non lo può sapere un bambino se è diverso o cosa... io ero il più grande, tutto lì, e così un giorno salii la scala dello scivolo, era la prima volta, non te lo lasciavano fare se eri troppo piccolo, ma quel giorno nessuno mi vide, nessuno sapeva nemmeno bene quanti anni avevo, così io mi misi a salire quella scala, e quel che successe è che arrivato in cima mi sedetti nello scivolo e non funzionò, non ci stavo, col culo, nello scivolo, non ci stavo, ha presente?, ce la mettevo tutta ma quel bastardo di sedere non ne voleva saper di entrare... era idiota ma non c’era nulla da fare, non ci stava, il culo, nello scivolo. Così alla fine dovetti tornare indietro. Scesi dallo scivolo, ma dalla parte della scala. Lei lo sa cosa vuol dire scendere da uno scivolo dalla parte della scala? Ha mai provato? Con tutti che la guardano? Ha mai provato che sensazione è? Facile che l’ha provato, vero? C’è un sacco di gente, in giro, che scende dallo scivolo dalla parte della scala. Ha notato? C’è un sacco di gente a cui è girata storta, questa è la verità.

- Gould?

- Sì?

- Tutto bene?

- Sì.

- Okay, okay. Allora, senti... vuoi dirci come sono i tuoi rapporti con gli altri ragazzini, hai degli amici?, giochi, fai degli sport, cose così?

poomerang (nondicendo) - A me piace andare sott’acqua. Là sotto è diverso. Non c’è rumore, non puoi far rumore, anche se vuoi, non puoi farlo, è senza rumore, là sotto. Ti muovi lento, non è che puoi fare dei gesti bruschi, o che so, dei gesti veloci, devi muoverti lento, tutti sono costretti a muoversi lenti. Non ti puoi far male, non ti possono dare quelle stupide pacche sulle spalle, o cose del genere, è un bel posto. Soprattutto, è il posto ideale per parlare, lo sa? quello mi piace davvero, parlare là sotto, è il posto ideale, puoi parlare e... puoi parlare, ecco, tutti possono parlare, chiunque, se vuole, può parlare, è fantastico come si parla là sotto. Peccato solo che non c’è mai... non c’è quasi mai nessuno, questo è il vero difetto della faccenda, che lì sotto non c’è nessuno, a parte te, voglio dire, sarebbe un posto fantastico, ma non c’è quasi mai nessuno, a cui parlare, di solito, non ci trovi mai nessuno. È un peccato, non crede?

- Vuoi che facciamo una pausa, Gould? Possiamo smettere e ricominciare quando vuoi.

- No, va bene così, grazie.

- Sicuro?

- Sì.

- C’è qualcosa di cui vuoi parlare?

- No, preferisco se mi fa delle domande, è più semplice.

- Davvero?

- Sì.

- Okay... senti...

- …

- Senti... il fatto di essere un ragazzino... speciale, diciamo così... speciale... voglio dire, con gli altri ragazzini va tutto bene?

- Funziona?

diesel - Sa una cosa? È un problema loro. Ci ho pensato tante volte, e ho capito che le cose stanno così, è un problema loro. Io non ho problemi a stare con loro, posso prenderli per mano, parlargli, posso giocarci insieme, io non è che mi ricordi proprio sempre di essere fatto così, me lo dimentico, io, sono loro che non se lo dimenticano mai. Mai. Alle volte si vede che magari gli piacerebbe anche venirmi vicino, o che ne so, ma è come se avessero un po’ paura di farsi del male, o una cosa del genere. Non sanno prenderla per il verso giusto. Sono capaci magari di farsi un sacco di storie in testa, su quello che io posso fare e non fare, si immaginano chissà che, stanno sempre lì a pensare cosa può darmi fastidio, che so, cosa mi potrebbe offendere, o far incazzare, e così va tutto in malora, non devono fare così. Nessuno gli ha spiegato che quelli un po’ speciali, come dice lei, alla fine sono normali, hanno le stesse voglie degli altri, le stesse paure, mica è diverso, Si può essere speciali in una cosa e normali in tutto il resto, qualcuno dovrebbe spiegarglielo. Loro la fanno troppo complicata e così finisce che si stancano, poi lasciano perdere, li si può anche capire, se ne stanno alla larga, sei un problema per loro, capisce?, un problema. Nessuno va al cinema con un problema, creda a me. Voglio dire: se solo hai uno straccio di amico con cui andarci, al cinema, neanche ti sogni di andarci con un problema. Neanche si sognano di andarci con me. È così che va.

- Preferisci che parliamo della tua famiglia, Gould?

- Se vuole.

- Dimmi di tuo padre.

- Cosa vuole sapere?

- Non so... ti piace stare con tuo padre?

- Sì. Lui lavora nell’esercito.

- Sei fiero di lui?

- Fiero?

- Sì, voglio dire, sei... fiero... fiero di lui?

- ...

- E tua madre?

- ...

- Vuoi raccontarci di tua madre?

- ...

- ...

- ...

- Preferisci che parliamo della scuola? Ti piace essere quello che sei?

- In che senso?

- Voglio dire, tu sei famoso, la gente ti conosce, i tuoi compagni, i professori, tutti sanno chi sei. È una cosa che ti piace?

poomerang (nondicendo) - Senta, le racconto ’sta storia. Un giorno arriva uno, nel mio quartiere, uno di fuori, mi incrocia per strada e mi ferma. Voleva sapere se conoscevo Poomerang. Se sapevo dove poteva trovarlo. Io non dissi niente, così lui cominciò a spiegarmi, mi disse è uno senza capelli, alto più o meno come te, e non parla mai, lo conoscerai, no?, quello che non parla mai, lo conoscono tutti. Io continuai a stare zitto. Lui iniziò a scaldarsi, dai, disse, ne han parlato anche i giornali, quello che ha scaricato un camion di merda davanti alla CRB, per via di quella storia di Mami Jane, dai, uno sempre vestito di nero, lo conoscono tutti, va quasi sempre in giro con una specie di gigante, un suo amico. Sapeva tutto. Cercava Poomerang. E io ero lì. Vestito di nero. Zitto. Alla fine si incazzò. Urlava che se non mi andava di parlare potevo andare al diavolo, che modi sono, non si può nemmeno chiedere qualcosa a qualcuno, che mondo è.

Urlava. E io ero lì. Riesce a capire? Le riesce di capire che è una domanda idiota chiedermi se mi piace o no? Ehi, dico a lei, ce la fa a capire?

- Non ti va di parlare, Gould?

- Perché?

- Possiamo smettere, se vuoi.

- No, no, per me va benissimo.

- Be’, non è proprio che mi stai semplificando le cose.

- Mi spiace.

- Non importa. Succede.

- Mi spiace.

- Non so, cosa vuoi che ti chieda?

- …

- Non so, hai dei sogni, ad esempio... c’è qualcosa che ti sogni, per quando sarai grande, qualcosa che... un sogno, ecco.

diesel - Vorrei vedere il mondo. Sa qual è il problema? Nelle macchine non ci entro e sui pullman non mi fanno salire, son troppo grande, non ce l’hanno i sedili per me, è un po’ come la storia dello scivolo, è sempre la stessa faccenda, non c’è soluzione. È idiota, vero? Però intanto io vorrei vedere il mondo, e non c’è un sistema, me ne devo stare qua, e guardare le foto sui giornali, o sull’atlante. Anche i treni, è solo un casino, ci ho provato, era un casino. Non c’è soluzione. Io vorrei solo starmene lì e vedere il mondo passare dietro ai vetri di qualcosa abbastanza grande da portarmi via, tutto lì, sembra una cosa da nulla, e invece. Se proprio lo vuole sapere, è l’unica cosa che davvero mi manca, voglio dire, io sono contento di esser così come sono, non avrei voluto essere uno qualunque, come tanti altri, mi sta bene di essere così. L’unica cosa è quella lì. Mi sa che son troppo grande per riuscire a vedere il mondo, da grande. Solo quello. Veramente, solo quello mi fa incazzare.

- Credo che possa bastare, Gould.

Sommario

La cena al ristorante cinese

Nel settembre I988, otto mesi dopo la morte di Mami Jane, la CRB decise di sospendere la pubblicazione delle avventure di Ballon Mac, il supereroe dentista. Le vendite erano continuate a calare con sorprendente regolarità, e anche la decisione di introdurre un personaggio femminile che sovente mostrava le tette si era dimostrata inefficace. Nell’ultimo numero, Ballon Mac partiva per un pianeta lontano promettendo a sé e ai lettori che “un giorno luminoso di un domani migliore” sarebbe tornato. “Amen”, aveva commentato, con soddisfazione, Franz Forte, direttore finanziario della crb. Diesel e Poomerang comprarono centoundici copie di quell’ultimo numero. Con metodo, e nonostante la dubbia qualità della carta, si dedicarono per mesi al compito di pulirsi il sedere, ogni volta che ciò si rendeva necessario, con una pagina del giornalino. La piegavano poi in quattro, con grande cura, e la spedivano a Franz Forte, Direzione Finanziaria, crb. Dato che usavano buste sottratte ad alberghi, uffici pubblici, club sportivi, si rivelò impossibile per la segretaria di Franz Forte identificarle prima che finissero sulla scrivania del principale. Il quale si rassegnò ad aprire la cartella della posta, ogni giorno, con una certa circospezione.

Gould compì quattordici anni. Shatzy offrì a tutti una cena in un ristorante cinese. Nel tavolo di fianco al loro c’era una famigliola: padre, madre e una figlia, piccola. La figlia si chiamava Melania. Il padre si era messo in testa di insegnarle a usare le bacchette. Parlava con un accento un po’ nasale.

- Prendi la bacchetta con la manina... così... prima solo una, tesoro, prendila bene, vedi?, la devi stringere così tra il pollice e il medio, non così, guarda... Melania, guarda papà, la devi tenere così, ecco, brava, adesso stringi un po’, no, non così tanto, devi solo prenderla... Melania, guarda papà, tra il pollice e il medio, vedi, così, no, qual è il medio Melania?, è questo il medio, tesoro...

- Perché non la lasci in pace? -, disse a quel punto la moglie. Lo disse senza alzare gli occhi da una zuppa di abalone e germogli di soia. Aveva i capelli tinti di rosso e una camicetta gialla con i rinforzi di gommapiuma sulle spalle. Il marito continuò come se nessuno avesse detto niente.

- Melania, guardami, guarda papà, siediti bene, e prendi la bacchetta, dai, così... ecco, vedi che è semplice, ci sono milioni di bambini in Cina e non crederai mica che facciano tutte queste storie... adesso prendi l’altra, melania, siediti dritta, avanti, guarda come fa papà, una bacchetta e poi l’altra, con la manina, dài...

- E lasciala in pace.

- Le sto insegnando...

- Non lo vedi che ha fame?

- Mangerà quando avrà imparato.

- Sarà tutto freddo quando avrà imparato.

- per la miseria, sono suo padre, posso...

- Non gridare.

- Sono suo padre e ho tutti i diritti di insegnarle qualcosa visto che sua madre evidentemente ha di meglio da fare che educare la sua unica figlia che...

- Mangia con la forchetta, Melania.

- non se ne parla nemmeno, Melania, tesoro, ascolta papà, adesso facciamo vedere alla mamma che possiamo mangiare come una piccola, splendida bambina cinese...

Melania incominciò a piangere.

- L’hai fatta piangere.

- non l’ho fatta piangere.

- E cosa sta facendo allora?

- Melania, non c’è bisogno di piangere, sei una bambina grande, non devi piangere, prendi questa bacchetta, avanti, dammi la manina, dammi quella mano, ecco, brava, morbida, la devi tenere morbida, Melania, ci stanno guardando tutti, smettila di piangere e prendi questo cristo di bacchetta...

- Non dire parolacce.

- non ho detto parolacce.

Melania si mise a piangere più forte.

- melania, Melania ti stai per prendere una sberla, sai che papà ha pazienza ma a tutto c’è un limite, melania, prendi questa bacchetta o ci alziamo da qui e torniamo immediatamente a casa, e sai che non scherzo, avanti, prima una bacchetta e poi l’altra, forza, tra il pollice e l’indice, non l’indice, IL MEDIO, stringi adesso, così, brava, vedi che sei brava, su, adesso prendi l’altra, l’altra bacchetta tesoro, con l’altra mano, porca... la prendi con l’altra mano e la metti in questa mano, hai capito?, non è difficile, e smettila di piangere, cosa c’è da piangere?, vuoi diventare grande o no?, vuoi proprio rimanere una sciocca bambinetta di....

Allora Diesel si alzò. Era una fatica per lui, sempre, ma lo fece.

Si avvicinò al tavolo della famigliola, prese con una mano le due bacchette della bambina, e stringendo la mano le sbriciolò, proprio sopra il piatto di anatra laccata del padre.

Melania smise di piangere. Il ristorante era piombato in un silenzio che sapeva di fritto e di soia. Diesel parlò piano, ma potevano sentirlo anche in cucina. Si limitò a fare una domanda.

- Perché fate figli? -, disse. - Perché?

Il padre se ne stava immobile guardando davanti a sé senza osare voltarsi. La moglie aveva il cucchiaio a metà strada tra la bocca e la scodella. Guardava Diesel con stupefatto rimpianto: sembrava la concorrente di un quiz che conosceva la risposta ma non se la ricordava più.

Diesel si chinò sulla bambina. La guardò negli occhi.

- Piccola, splendida bambina cinese.

Disse.

- Mangia con la forchetta, o ti ammazzo.

Poi si voltò e tornò al suo tavolo.

- Mi passi il riso cantonese? - nondisse Poomerang.

- A modo suo, fu un bel compleanno.


SommarioLarry Lawyer


In pochi giorni mandò al tappeto Park Porter, Bifi Ormesson, Frank Tarantini e Morgan "Killer" Bluman. Con Grey La Banca vinse per ferita, al terzo round. Pat McGrilley si fece fuori da solo, scivolando e andando a picchiare con la testa sul tappeto. Larry Gorman aveva ormai un record che non poteva passare inosservato. 21 combattimenti, 21 vittorie prima del limite. I giornali incominciarono a parlare del titolo mondiale.
DIESEL. - A Mondini lo disse Drink, il suo vice. Gli disse che sui giornali parlavano di Larry. Aveva dei ritagli, glieli aveva dati suo nipote. Mondini prese gli occhiali e si mise a leggere. Gli fece una strana impressione. Non aveva mai visto il nome di un suo allievo messo insieme a quello di campioni veri. Era un po' come comprare Playboy e trovarci delle foto di tua moglie. Alcuni giornali storcevano il naso e dicevano che di quelle 21 vittorie ce n'erano giusto un paio contro pugili veri. Un giornale, in particolare, sosteneva che era tutta una bufala e spiegava che il padre di Larry, un ricco avvocato, aveva speso un mucchio di soldi per portare il figlio fin lì, anche se non diceva esattamente come li avesse spesi. L'articolo era anche ben scritto, faceva ridere. Per quella storia del padre avvocato, Larry era sempre citato come Larry "Lawyer" Gorman. Mondini trovò che faceva abbastanza ridere. A parte quel giornale, comunque, gli altri prendevano la cosa molto sul serio. Boxing metteva Larry al sesto posto nella classifica mondiale. E su Boxe Ring c'era un corsivo dedicato a lui e intitolato "L'erede alla corona". Mondini si accorse che mentre lo leggeva gli si appannavano gli occhiali.
- Ehi Larry... Larry!, due battute per la radio...
- Non sono io a combattere, stasera, Dan.
- Solo due battute.
- Son venuto a vedere del buon pugilato, e basta, questa volta me la godo da sotto al ring.
- Hai qualcosa da dire a proposito di certi articoli che sono usciti su...
- Mi piace quel soprannome.
- Cosa vuoi dire?
- Lawyer. Mi piace. Credo che lo userò.
- Ricordiamo agli ascoltatori che è apparso su un quotidiano un duro articolo su Larry, scritto da...
- Larry "Lawyer" Gorman, suona bene, no? Credo che lo userò, la prossima volta fammi un piacere, Dan...
- Dimmi, Larry.
- In radiocronaca chiamami Lawyer. Mi piace.
- Come vuoi tu, Larry.
- Larry Lawyer.
- Larry Lawyer, va bene.
- Hai una macchia sul bavero, Dan, una roba di unto.
- Come?
- Hai una macchia di unto, sul bavero... lì, la vedi?... dev'essere unto.
POOMERANG. Mondini finì di leggere e capì che girava male.
Per come vedeva lui le cose, girava male. Quello della boxe era un mondo strano, c'era dentro di tutto, da quello che si divertiva a prendere a pugni il sacco a quelli che si guadagnavano da vivere, sul ring, cercando di non lasciarci la pelle. C'erano pugili puliti e pugili che giocavano sporco, ma alla fine era un mondo abbastanza vero, e a lui piaceva. La boxe. Quella che aveva conosciuto lui. Gli piaceva. Ma il titolo, il mondiale, la corona: quella era un'altra storia. Troppi soldi, in mezzo, troppa gente difficile da capire, troppa fama. E pugni pesanti, pugni diversi dagli altri.
Per come vedeva lui le cose, quella era una storia da cui girare al largo.
Capì che le cose stavano precipitando quando vide arrivare in palestra un tipo con gli occhiali scuri e i denti rifatti. Era uno del giro dei Casinò, quelli che organizzavano gli incontri importanti.
Se lo ricordava da pugile, una volta avrebbero anche dovuto combattere insieme, poi non se n'era fatto niente. Gli era spiaciuto: era uno di quei pugili che durano due riprese, poi iniziano a chiedersi cosa diavolo stanno facendo là sopra, con tutti i bei film da vedere che ci sono in giro. Un perdente programmatico. Adesso era ingrassato, e zoppicava un po'. Era venuto a salutare.
Fecero quattro chiacchiere. Larry non c'era.
DIESEL - Larry si allenava, e del titolo non parlava mai. Mondini lo metteva sotto di brutto, e lui non mollava. Sembrava che stesse in una bolla tutta sua, dove niente poteva veramente toccarlo. Mondini l'aveva già vista quella cosa lì: ce l'avevano addosso i campioni. Era un misto di forza inconfutabile e definitiva solitudine. Li metteva al riparo da qualsiasi sconfitta, e da ogni felicità. Così perdevano, imbattuti, tutta la vita. Un giorno Larry arrivò in palestra con una ragazza, una brunetta piccola e magra che si chiamava Jody. Aveva un maglione stretto e delle scarpe con molte stringhe. A Mondini parve molto bella, e in un modo, per così dire, gentile. Si sedette in un angolo, e guardò Larry allenarsi, senza dire una parola. Prima che l'allenamento fosse finito, si alzò e se ne andò. Un altro giorno Larry boxava con un ragazzo più giovane di lui, uno coraggioso, ma giovane, e a un certo punto iniziò ad andarci giù un po' troppo pesante. Mondini non aspettò che l'orologio suonasse i tre minuti: appoggiato alle corde disse: - Basta. - Ma Larry non si fermò. Picchiava con una cattiveria strana. E arrivò fino in fondo. Mondini non disse niente. Lasciò che Larry scendesse dal ring. Vide come Drink gli asciugava la schiena e gli toglieva i guantoni: con rispetto. Lo vide passare davanti allo specchio, prima di tornare nello spogliatoio, e fermarsi per un attimo, li davanti. Allora gli rivenne in mente la ragazza silenziosa, chissà perché, e un sacco di altre cose. Tirò una bestemmia a bassa voce, e capì che era arrivato il momento. Aspettò che Larry uscisse, tutto elegante, con il suo cappotto di cachemire. Staccò la spina dell'orologio. Poi disse:
- Ti porto a casa, Larry, okay?
POOMERANG - Attraversarono la città senza dirsi una parola.
La vecchia berlina di Mondini andava avanti solo con l'aria tirata al massimo. Fermi ai semafori sembravano una pentola a pressione alla terza ora di minestrone. Alla fine Mondini parcheggiò e spense il motore. Quartiere da ricchi e luci basse su prati all'inglese.
- Ti fidi di me, Larry?
- Sì.
- Allora adesso ti spiego,
- Va bene.
- Tu hai fatto 21 incontri, Larry Sedici di quelli li avrei vinti anch'io. Ma gli altri cinque, quelli erano pugili veri. Sobilo, Parker Morgan Biuman... quella è gente che ti fa passare la voglia di combattere. E con te non sono nemmeno arrivati in fondo.
- Hai un modo di boxare, tu, che loro non si sono mai immaginati.
- Ogni tanto, quando sei là sopra, guardo i tuoi avversari, ed è pazzesco come sembrino... vecchi. Sembrano film in bianco e nero.
- Non so dove tu abbia imparato, ma è così. Quella boxe non esiste, se non boxi tu. Mi credi?
- Sì.
- Allora adesso ascoltami bene. Ci sono due cose che devi capire.
- Okay.
- Prima: tu non hai mai preso un vero pugno in vita tua.
- In che senso?
- Tutti tirano pugni, Larry. Poi ce n'è tre, quattro al mondo che sono capaci a fare qualcosa di più: picchiare. I loro, sono pugni veri. Tu non hai idea di cosa siano. Quelli sono colpi che potrebbero ridisegnarti la carrozzeria della macchina. Dentro c'è tutto: coordinazione, forza, velocità, precisione, cattiveria. Sono capolavori. Dovrebbero portarci le scolaresche a vederli, come nei musei. Ed è bello vederli quando sei seduto davanti alla tivù, con una birra in mano. Ma se sei là sopra, è paura, Larry, pochi cazzi, è paura pura. E orrore. Si muore, di pugni come quelli. O si vive stupidi per tutta la vita che ti resta.
Larry non si mosse. Guardava fuori, davanti a sé. Disse solo:
- E la seconda cosa?
Mondini stette un po' in silenzio. Poi girò lo specchietto retrovisore verso Larry. Quel che avrebbe voluto dire era che i campioni del mondo non avevano una faccia come quella. Ma non gli veniva la frase. Voleva dire che bisogna avere un buco nero al posto del futuro per rischiare la vita sul ring, se no sei solo un giovinastro pazzo, innamorato di te, e basta. Forse voleva dire anche qualcosa su quella ragazza silenziosa. Ma non sapeva esattamente cosa.
Larry si guardò nello specchietto.
Vide una faccia da avvocato. Campione del mondo di boxe.
Mondini trovò una frase. Non era un granché, ma rendeva l'idea.
- Sai da cosa lo riconosci il grande pugile? Lui sa qual è il giorno in cui smetterà. Credimi Larry: il tuo giorno è adesso.
- Larry si voltò verso il Maestro.
- Dovrei smettere?
- Sì.
- Io dovrei smettere?
- Sì.
- Lei vorrebbe dirmi che Larry "Lawyer" Gorman dovrebbe smettere?
- Tu, Larry, tu devi smettere.
- Io?
- DIESEL - Perché i ricchi non capiscono un cazzo del resto dell'umanità, questo si sa, ma la cosa che nessuno vuol capire, è che il resto dell'umanità non ne sa un bel niente, dei ricchi, non ha nessuna possibilità di capirli. Devi esserci passato, per capire, devi esser stato ricco quando avevi sei anni, quando eri nella pancia di tua madre, quando eri un pensiero di tuo padre, ricco anche lui. Allora magari puoi capire. Se no, puoi solo sparare cazzate.
Che ne sai tu, per dire, di cos'è importante per loro? Di cosa conta veramente? O di cosa gli fa paura? Lo sapresti dire di te, forse.
Ma loro, che c'entrano? Stanno in un altro ecosistema. Tipo i pesci, per dire. Chi ci capisce niente di cosa vogliono, o dove stanno andando, e perché. Sono pesci. E possono crepare per quello che per te è vita. Una boccata d'aria e sono andati, una boccata d'aria qualunque di quelle che per te sono vita. Crepati. Larry era un pesce. Aveva tutto un suo mare attorno, e branchie difficili da vedere, e una vita da respirare in un modo che non puoi capire, guardando il mare, da riva, da qui.
POOMERANG - Larry non stette nemmeno troppo a pensarci. Rimise a posto lo specchietto retrovisore, guardò dritto negli occhi Mondini e disse:
- Io voglio arrivare lassù, Maestro. Voglio capire cosa si vede, da lassù.
Mondini scosse la testa.
- Non un granché se sei sdraiato al tappeto con gli occhi rovesciati.
Lo disse non per portare sfiga, lo disse per dir qualcosa, per evitare che tutto diventasse troppo serio. Ma per Larry era serio. Lui che scherzava su tutto, quella volta faceva dannatamente sul serio.
- Io ci voglio provare, Maestro. Mi porta lassù?
Mondini non si aspettava di essere lì per rispondere a delle domande. Era lì per far scendere quel ragazzo dal ring.
- Per favore, mi porta lassù?
- Mondini non se l'aspettava.
-Sì o no, Maestro?




Poreda

 - Com'è finita con Mondini? Lo porta al mondiale, o no?
- Forse.
- Sarebbe?
- Non si capisce.
- Come sarebbe a dire non si capisce?
- Adesso c'è che son venuti quelli del Tropicana, il Casinò, e hanno offerto un sacco di soldi per metter su un match Larry contro Benson.
- Benson lui?
- Lui.
- Cazzo.
- Già. Solo che Mondini ha detto - Grazie mille, un'altra volta.
- No!
- Sì. Dice che prima Larry deve fare un altro incontro.
- È pazzo?
- Non si capisce cos'ha in testa. Dice solo che Larry deve fare quell'altro incontro, prima, e poi si vedrà.
- Ma Benson è la scorciatoia per il mondiale, se Larry lo fa fuori...
- Niente da fare, Mondini non ci sente da quell'orecchio.
- È ammattito, il vecchio.
- No, è che ha qualcosa in testa. L'altra sera Larry l'ha preso di brutto e gli ha detto - Maestro, lei mi deve una risposta. Mondini l'ha guardato e poi ha detto: Dopo il prossimo incontro, Larry, e l'incontro lo scelgo io.
- Dai...
- Allora Larry si è fatto una risata e ha detto: - Va bene, okay, come vuole lei, Maestro, chi devo tirare giù?
- Giusto, chi diavolo deve tirare giù?
- Qui viene il bello.
- Cioè?
- Mondini è strano, non si capisce cos'ha in testa.
- Cazzo vuoi dire, Gould?
- Con tutti i pugili che ci sono in giro, è strano, non si capisce...
- Allora, chi diavolo ha scelto?
- Non lo indovinereste mai.
- E dai...
- Gould si voltò un attimo a guardare Shatzy, laggiù, col prof. Bandini. Poi disse piano: Poreda.
- Chi?
- Poreda.
- Stanley Poreda?
- Già.
- Poreda quello con le braccia rotte?
- Lui.
- Che diavolo c'entra?
- Ve l'avevo detto che non ci credevate.
- Poreda?
- Stanley Hooker Poreda.
- Che figlio di puttana.
- Puoi dirlo forte.
- Poreda... cazzo.
- Poreda.
POOMERANG - Stanley Poreda si era ritirato due anni prima. Lo avevano fatto ritirare, per essere precisi. Aveva venduto un incontro, solo che le cose erano andate storte. L'avversario era un signorino imparentato con un boss di Belem. Aveva un bello stile, ma quanto a potenza era un disastro, non avrebbe tirato giù neanche un ubriaco. Poreda era un artista nel simulare K.O., ma nelle prime quattro riprese non gli arrivò un solo pugno che assomigliasse con un minimo di approssimazione a un pugno vero. Avrebbe voluto andar giù, e tornarsene a casa. Ma non c'era verso di strappare un pugno decente da quella specie di ballerino sfiatato. Così, tanto per far qualcosa, alla fine del quarto round entrò con un jab e doppiò col gancio. Niente di speciale. Ma il ballerino finì giù. Lo salvò il gong. Tornato nell'angolo, Poreda si vide arrivare un tipo tutto elegante, con in bocca una sigaretta con il filtro di carta dorata. Nemmeno se la sfilò dalle labbra quando si chinò su Poreda e gli sibilò: - Verme, provaci ancora e sei fottuto.
Se la tolse solo quando, subito dopo, sputò nella bottiglia d'acqua e disse al secondo: - Dai da bere al ragazzo, ha sete. - Poreda era, nel suo genere, un professionista. Prese la bottiglia, bevve un sorso senza fare una piega, poi sentì il gong. Il ballerino si alzò un po' traballante ma arrivato a centro ring ebbe la forza di dire a Poreda: - Facciamola finita, miserabile. - Giusto, pensò Poreda. Gli aprì la guardia con un paio di jab, poi entrò con un montante e chiuse con un gancio destro. Il ballerino volò indietro come un fantoccio.
Quando atterrò sembrava uno caduto dal decimo piano. Poreda si tolse il paradenti, andò dritto verso l'angolo del ballerino e si limitò a dire: - Date da bere al ragazzo, ha sete. - Dieci giorni dopo, due ragazzotti entrarono di sera a casa sua, con le pistole in mano. Gli spaccarono entrambe le braccia, schiacciandole prima una poi l'altra nella porta. - Capolinea, - pensò Poreda.
DIESEL - Lui aveva iniziato proprio con Mondini. Due o tre incontri, poi il Maestro l'aveva beccato ad andar

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Ne I barbari, Baricco individua il “trailer” di quella che ritiene una vera e propria mutazione culturale che coinvolge anche il mondo dei libri. Il libro diventa, in sostanza, «nodo passante di sequenze originate altrove e destinate altrove. Una specie di trasmettitore nervoso, che fa transitare senso da zone limitrofe, collaborando a costruire sequenze di esperienza trasversali».  Per Baricco «I barbari vanno verso i libri, e ci vanno volentieri, ma per loro hanno valore solo quelli scritti in quella lingua: perché così non sono libri, ma segmenti di una sequenza più ampia, scritta nei caratteri dell'impero, che magari è partita dal cinema, passata da una canzonetta, approdata in tivù, e dilagata in Internet. Il libro, di per sé, non è un valore: il valore è la sequenza » 

In quest’ottica, l’esperimento “barbaro” che questo lavoro si propone è quello di ricostruire un tratto sufficientemente ampio della sequenza, originata e destinata altrove, lungo la quale City si colloca come centro.

«Forse uno degli stilemi esistenziali dei barbari è proprio questo schema: un centro fondativo che motiva il sistema e una periferia che magnetizza il senso».

da I Barbari.  Saggio sulla mutazione – La biblioteca di Repubblica – 2006

Il nome labcity vuole suggerire simultaneamente l'idea di uno spazio-laboratorio in cui sperimentare ipotesi di lettura e quella di uno spazio-labirinto, immagine cara alle prime trattazioni sugli ipertesti e sul web. Allude anche a un altro nome: quello del sito abcity.it allestito dalla Rizzoli per il lancio di City. Il nome del sito, a sua volta , richiamava le iniziali di Barico, ab,  ma richiama anche l'idea di un abc, come un abbecedario sul libro, in linea con l'idea di questo sito. 








Ultima modifica

31 luglio 2016


Pubblicazione del sito: 3 luglio 2016