Dialoghi

 

Questa casa fa schifo

Il questionario

A scuola di Gould

Il fast food

Cosa succede nella testa di un pazzo

La roulotte

L'acquisto della roulotte

La telefonata del rettore 

I geni vanno alle università

Tu vai a Couverney

Il padre di Gould arrivò di sera tardi


Questa casa fa schifo

- Questa casa fa schifo, - disse Shatzy.

- Sì, disse Gould.

- È una casa che fa schifo, credimi.

Tecnicamente parlando, Gould era un genio. A stabilirlo era stata una commissione di cinque professori che l'aveva esaminato, all'età di sei anni, sottoponendolo a tre giorni di test. In base ai parametri Stocken, risultò appartenere alla fascia delta: a quei livelli l'intelligenza è una macchina ipertrofica di cui è difficile intuire i limiti. Provvisoriamente gli assegnarono un QI di 108, cifra abbastanza mostruosa. L'avevano portato via dalla scuola elementare dove per sei giorni aveva cercato di sembrare normale, e l'avevano affidato a un'équipe di ricercatori universitari. A undici anni si era laureato in fisica teorica, con un lavoro sulla soluzione del modello di Hubbard in due dimensioni

- Cosa ci fanno le scarpe nel frigo?

- Batteri.

- Sarebbe?

- Studio dei batteri. Dentro le scarpe ci sono dei vetrini. Batteri grampositivi.

- Anche il pollo con la muffa è una faccenda di batteri?

- Pollo?

La casa di Gould era su due piani. Aveva otto stanze e altre cose tipo un garage e una cantina. In salotto c'era una moquette che imitava delle piastrelle di cotto toscano ma dato che era alta quattro centimetri la cosa non le riusciva un granché bene. Nella stanza d'angolo, al primo piano, c'era un calciobalilla. Il bagno era tutto rosso, sanitari compresi. L'impressione generale era quella di una casa signorile dove l'FBI era passata a cercare un microfilm con le scopate del Presidente in un bordello del Nevada.

- Come fai a vivere qui dentro?

- Non è proprio che ci vivo.

- È casa tua, no?

- Più o meno. Io ho due stanze al college, giù all'università. C'è anche la mensa, lì.

- Un bambino non dovrebbe vivere in un college. Un bambino non dovrebbe nemmeno studiarci, in un posto del genere.

- Cosa dovrebbe fare, un bambino?

- Che ne so, giocare col suo cane, falsificare le firme dei genitori, avere sempre il sangue dal naso, cose così. Certo non vivere in un college.

- Falsificare cosa?

- Lascia perdere.

- Falsificare?

- Almeno una governante, ti potrebbero almeno prendere una governante, non ci ha mai pensato tuo padre?

- Io ho una governante.

- Veramente?

- In un certo senso.

- In quale senso, Gould?

- Il padre di Gould era convinto che Gould una governante ce l'avesse, e che si chiamasse Lucy. Ogni venerdì, alle sette e un quarto, le telefonava per sapere se tutto era okay. Allora Gould gli passava al telefono Poomerang. Poomerang imitava benissimo la voce di Lucy.

- Ma Poomerang non è muto?

- Appunto. Anche Lucy è muta.

- Tu hai una governante muta?

- Non esattamente. Mio padre crede che io abbia una governante, la paga ogni mese con un vaglia postale, e io gli ho detto che è molto brava ma è muta.

- E lui per sapere come vanno le cose le telefona?

- Si.

- Geniale.

- Funziona. Poomerang è bravissimo. Sai, non è la stessa cosa sentire uno star zitto o sentir tacere un muto. È un silenzio diverso. Mio padre non ci cascherebbe.

- Dev'essere un uomo intelligente tuo padre.

- Lavora nell'esercito.

- Già.

[...]
- Tu ce l'hai un lavoro, Shatzy?

- No, Gould.

- Vuoi fare la mia governante?


Il questionario

 

Dato che non poteva venire a fare i colloqui di selezione, il padre di Gould faceva compilare alle candidate un questionario che lui stesso aveva redatto e che si faceva mandare per posta, riservandosi di scegliere la nuova governante di Gould in base alle risposte ottenute. Le domande erano 37, ma era molto raro che le candidate arrivassero alla fine. In genere si fermavano intorno alla quindicesima (15. Ketchup o maionese?). Molto spesso si alzavano e se ne andavano dopo aver letto la prima (1. Può la candidata ricostruire la serie di fallimenti che l'hanno portata oggi, alla sua età, e in stato di disoccupazione, a concorrere per un posto scarsamente retribuito e non privo di incognite?). Shatzy Shell sistemò sul tavolo le foto di Eva Braun e di Walt Disney, infilò un foglio nella macchina da scrivere, e batté la cifra 22.

- Leggimi un po' la 22, Gould.

- Veramente dovresti iniziare dalla prima.

- Chi l'ha detto?

- Ha il numero 1, Si inizia sempre dal numero 1.

- Gould?

- Sì.

- Guardami bene negli occhi.

- Sì.

Tu credi veramente che quando le cose hanno un numero, e una cosa in particolare ha il numero 1, allora quel che noi dobbiamo fare, che tu devi fare, e io, e tutti, è incominciare proprio da lei, per la precisa ragione che quella è la cosa numero 1?

- No.

- Splendido.

- Quale volevi?

- La 22.

- 22. È in grado la candidata di ricordare la cosa più bella che le è occorso di fare quando era bambina?

Shatzy rimase per un attimo a scuotere la testa e a mormorare incredula "le è occorso di fare". Poi si mise a scrivere.

[...]

Shatzy si voltò verso Gould, che non aveva perso una riga.

- Com'è?

- Mio padre non è colonnello.

- No?

- Generale.

- Va be', generale. E il resto?

- Se vai avanti a questo ritmo finirai quando non avrò più bisogno di una governante.

- Questo è vero. Fammi un po' vedere...

- Gould le porse la lista delle domande. Shatzy ci diede un'occhiata, poi si fermò su una domanda del secondo foglio.

- Questa è veloce. Leggi un po'...

- 31. Può la candidata esporre per sommi capi qual è il sogno della sua vita?

- Posso. Il mio sogno è fare un western. Ho incominciato a farlo quando avevo sei anni e conto di non schiattare prima di averlo finito.

- Voilà.

Sommario

A scuola di Gould

 

- Ti accompagno.

- Perché?

- Voglio vedere questa benedetta scuola -, disse Shatzy.

- Così uscirono, tutt'e due, si poteva andare con il pullman, oppure a piedi, Facciamo un pezzo a piedi poi magari prendiamo il pullman. Okay, ma copriti.

- Cos'hai detto?

- Non so, Gould, cos'ho detto?

- Copriti.

- Ma va'.

- Giuro.

- Te lo sei sognato.

- Hai detto copriti, come se fossi mia madre.

- Dai, andiamo.

- L'avevi detto.

- Finiscila.

- Giuro.

- E copriti.

La strada era un po' in discesa, e c'erano per terra tutte le foglie cadute dagli alberi, perciò Gould camminava strascicando i piedi, come se avesse due talpe al posto delle scarpe, talpe che scavavano tunnel tra le foglie, facendo un rumore da sigaro che si accende, ma moltiplicato per mille. Rumore giallo, e rosso.

- Mio padre fuma il sigaro.

- Davvero?

- Gli piaceresti.

- Io gli piaccio, Gould.

- Come lo sai?

- Si capisce, dalla voce.

- Veramente?

- Si capiscono un sacco di cose, dalla voce.

- Ad esempio?

- Ad esempio, se senti uno con una voce bella, ma molto bella, una bella voce da uomo, no?

- Eh.

- Allora puoi giurarci, è brutto.

- Brutto.

- Peggio che brutto, molto brutto, tutto unto, che so, è alto così, o ha le mani grassocce, che gli sudano sempre, sempre un po' umide, hai presente?

- Boh.

- Come boh?

- Non so, non mi piace stringere le mani, non ho una grande esperienza in fatto di mani.

- Non ti piace stringere le mani.

- No. È idiota.

- Ah sì?

- Gli adulti hanno sempre mani troppo grandi, non ha senso che le facciano stringere proprio a me, è idiota anche solo pensare di farlo, non può uscirne altro che un pasticcio.

- Una volta ho visto alla tivù che consegnavano i Premi Nobel. Be', uno saliva, tutto vestito elegante, e poi non faceva che stringere mani, dall’inizio alla fine.

- Quella è un'altra storia.

- Quella è una storia che mi interessa. Raccontamela, Gould.

- In che senso?

- Il Nobel.

- E allora?

- Com'è che hanno deciso di fartelo vincere?

- Non hanno deciso di farmelo vincere.

- L'hai vinto, e basta?

- Non danno il Premio Nobel ai bambini.

- Potrebbero fare un'eccezione.

- Smettila.

- Okay.

- ...

- ...

- ...

- Va be', e allora com'è andata, Gould?

- Niente, è una sciocchezza, così, credo che sia un modo di dire.

- Strano modo di dire.

- Non ti piace, eh?

- Non è che non mi piaccia.

- Non ti piace.

- Lo trovo un po' strano, ecco. Come fai a dire a un bambino che lui vincerà il Nobel, può essere intelligente e tutto quello che vuoi, ma non puoi saperlo, magari lui non è così intelligente, magari non vuole vincere il Nobel, e comunque, anche se fosse, perché dirglielo?, è meglio lasciarlo in pace, lui fa quello che deve fare e poi una mattina si sveglierà e gli diranno l'hai sentita la notizia?, hai vinto il Nobel, fine.

- Guarda che nessuno mi ha detto...

- È come dire a uno quando morirà.

- ...

- ...

- ...

- Era solo un esempio, Gould.

- ...

- E dai, Gould, era solo un esempio... Gould, guardami.

- Che c'è?

- Era solo un esempio.

- Va bene.

- Gould si fermò, e si voltò indietro. C'erano le due strisce scavate dai piedi in mezzo alle foglie, belle lunghe, fino a lontano.

Potevi immaginare che qualcuno, magari ore dopo, ci avrebbe camminato mettendo i piedi nelle due corsie, lentamente, divertendosi a tenerli sempre nelle due corsie. Gould fece un salto di fianco e si allontanò camminando piano, cercando di non lasciare tracce. Guardò indietro le due strisce che si interrompevano, di colpo. Le avventure dell'uomo invisibile, pensò.

- Il pullman, Gould. Lo prendiamo?

- Sì.

Faceva tutto il viale e poi girava nel corso dove la strada risaliva, costeggiando il parco e passando davanti all'ospedale degli animali. Era un pullman rosso. A un certo punto arrivava alla scuola.

- Ehi, è bella -, disse Shatzy.

- Sì.

- È veramente bella, non l'avrei mai detto.

- Da qui non si vede, ma continua dietro, ci sono tutti i campi sportivi e poi va avanti ancora, per un sacco di tempo.

- Bella.

Se ne stettero lì, uno di fianco all'altra, a guardare. C'erano ragazzi che entravano e uscivano, e un grande prato, prima della scalinata, con dei sentierini e un paio di alberi enormi, un po' storti.

- Sai il campo, sotto casa, dove giocano a pallone? -, disse

- Gould.

- Sì.

- Ci sono quei ragazzini, che giocano a pallone.

- Sì.

La cosa strana è che anche quando non c'è nessun pallone, in giro, loro ci giocano. Ogni tanto li vedi che tirano, nell'aria, o fanno finta di palleggiare. Magari ci danno di testa, ma non c'è nessun pallone, stanno solo corricchiando mentre aspettano che arrivi l'allenatore, o inizi la partita. Delle volte non sono nemmeno vestiti da calcio, hanno ancora la borsa in mano, e il cappotto addosso, ma intanto passano all'ala, o dribblano una sedia, cose così.

- ...

- ...

- ...

- Per me è uguale.

- ...

- La scuola, voglio dire, per me è quella cosa lì.

- ...

- Anche se non c'è nessun libro aperto, o professore, o scuola, niente, io... è la stessa cosa... non smetto mai di... non smetto mai.

- Hai capito?

- Forse.

- È una cosa che mi piace. Non smetto mai di pensarci.

- Buffo.

- Capisci?

- Sì.

- Non c'entra il Nobel, capisci?

Il bello è che neanche si guardavano, erano ancora lì, in piedi, con gli occhi a girovagare sulla scuola, il prato, gli alberi e tutto.

- Non parlavo sul serio, Gould.

- Veramente?

- Certo, dicevo così per dire, non mi devi stare ad ascoltare, sono l'ultima persona che devi ascoltare se l'argomento è la scuola. Credimi.

- Va bene.

- Non è il mio forte, la scuola, tutto qui.

- ...

- Scusa, Gould.

- Niente.

- Okay.

- Sono contento che ti piace.

- Cosa?

- Qui.

- Sì.

- È bello, qui.

- Sì. Però torna a casa, poi, okay?

- Certo che torno.

- Fa' così: torna.

- Sì.

- Okay.

Allora si guardarono. Prima no. Si guardarono un po'. Gould aveva un cappello di lana, un po' storto, che un orecchio era sotto il cappello e l'altro no. A vederlo così bisognava avere un occhio della madonna per capire che era un genio. Shatzy gli tirò giù il cappello sull'orecchio scoperto. - Ciao, - disse. Gould attraversò il cancello e iniziò a risalire il viale centrale, in mezzo al grande prato, senza mai voltarsi. Sembrava piccolissimo, in mezzo a tutta quella scuola, e Shatzy pensò che non aveva mai visto, in tutta la sua vita, qualcosa di più piccolo di quel ragazzino e la sua cartella, che risalivano il viale diventando, a ogni passo, più piccoli. Pensò che era uno scandalo permettere a un bambino di essere così solo, e che minimo minimo avrebbero dovuto mettergli alle calcagna un drappello di ussari, o qualcosa del genere, per scortarlo lungo quel viale e poi dentro, nelle aule, una ventina di ussari, anche qualcuno di più. Ma così, era tremendo.

- Così è tremendo -, disse a due ragazzotti che stavano uscendo, con i libri sotto il braccio e certe scarpe che sembravano scarpe a fumetti.

- Qualcosa che non va?

- C'è tutto che non va.

- Ah sì?

- I ragazzotti sghignazzavano.

- Lo conoscete uno che si chiama Gould?

- Gould?

- Sì, Gould.

- Il ragazzino?

- Sghignazzavano.

- Sì, il ragazzino.

- Certo che lo conosciamo.

- Cosa c'è da sghignazzare?

- Il signor Nobel, chi non lo conosce?

- Cosa c'è da sghignazzare?

- Ehi, sta' calma, sorella.

- Allora, lo conoscete o no?

- Sì che lo conosciamo.

- Siete suoi compagni?

- Chi, noi?

- Voi.

- Sghignazzavano.

- Quello non è compagno di nessuno.

- Cosa vuol dire?

- Non è compagno di nessuno, ecco cosa vuol dire.

- Non viene a scuola con voi?

- Lui ci vive, a scuola.

- E allora?

- E allora niente.

- Andrà a lezione come tutti gli altri, no?

- Ma che ti frega a te?, cosa sei, una giornalista?

- Non sono una giornalista.

- È la sua mammina.

- Sghignazzavano.

- Non sono la sua mammina. Lui ce l'ha una mamma.

- E chi è, Marie Curie?

- Fottiti.

- Ehi, sorella, prendila calma.

- Prendila calma tu.

- Tu sei fuori di testa.

- Fottiti.

- Ehi.

- Lasciala stare, è matta quella.

- Ma che cazzo vuole...

- Dai, lascia perdere...

- È matta.

- Vieni via, dai.

- Non sghignazzavano più.

- NON FARETE TANTO I FURBI QUANDO ARRIVERANNO GLI USSARI -, gli gridò dietro Shatzy.

- Ma senti quella.

- Lascia perdere, dai.

- LI APPENDONO PER LE PALLE, QUELLI COME VOI, E POI CI FANNO IL TIRO A SEGNO.

- È matta.

- Incredibile.

Shatzy tornò a voltarsi verso la scuola. - Vi appendono per le palle, - mormorò piano. Poi tirò su col naso. Faceva un freddo niente male. Guardò il grande prato, e gli alberi un po' storti. Li aveva già visti, degli alberi così, ma non si ricordava più dove. Davanti a qualche museo, forse. Faceva un freddo niente male. Tirò fuori i guanti e se li mise. Porco mondo, pensò. Guardò l'ora. C'erano ragazzi che uscivano e ragazzi che entravano. La scuola era bianca. Il prato era ingiallito. Porco mondo, pensò.

Poi si mise a correre.

Imboccò il viale e lo fece tutto di corsa, fino alla scalinata, salì due gradini per volta ed entrò nella scuola. Si fece tutto un lungo corridoio, poi salì al secondo piano, entrò in una specie di mensa, uscì dall'altra parte, ridiscese di un piano, aprì tutte le porte che trovò, finì di nuovo fuori dalla scuola, attraversò un campo sportivo e un giardino, entrò in un edificio giallo, a tre piani, salì la scala, guardò in biblioteca e nei gabinetti, entrò negli uffici, prese un ascensore, seguì una freccia che diceva FONDAZIONE GRABENHAUER, tornò indietro, infilò un corridoio dipinto di verde, aprì la prima porta, guardò dentro l'aula, vide un signore in piedi dietro alla cattedra e nei banchi nessuno, tranne un ragazzino, seduto in terza fila, con una lattina di Coca in mano

- Shatzy.

- Ciao Gould.

- Che ci fai qui?

- Niente, volevo solo sapere se andava tutto bene.

- Va tutto bene, Shatzy.

- Tutto a posto?

- Sì.

- Bene. Come si fa a uscire da qui?

- Scendi giù e poi segui le frecce.

- Le frecce.

- Sì.

- Okay.

- Ci vediamo.

- Ci vediamo.


Sommario

Il fast food

- Ciao.

- Ciao -, disse Shatzy.

- Cosa prendete?

- Due cheeseburger e due succhi d’arancia.

- Patatine?

- No, grazie.

- Se prendete le patate costa uguale.

- Non importa, grazie.

- Cheeseburger, drink e patate, è la combinazione n. 3 -, disse indicando una foto alle sue spalle.

- Bella foto, ma non ci piacciono le patate.

- Potete prendere un doppio cheeseburger, combinazione n. 5, non ci sono le patate e costa uguale.

- Uguale a cosa?

- A un cheeseburger e succo d’arancia.

- Un doppio cheeseburger costa come un cheeseburger singolo?

- Sì, se scegliete la combinazione n. 5.

- Incredibile.

- Combinazione n. 5?

- No. Vogliamo un solo cheeseburger. Uno a testa. Niente doppi cheeseburger.

- Come volete. Ma buttate via dei soldi.

- Non importa, grazie.

- Due cheeseburger e due succhi d’arancia, allora.

- Perfetto.

- Dessert?

- Vuoi la torta, Gould?

- Sì.

- Allora aggiungi una torta, grazie.

- Questa settimana per ogni dessert ordinato ce n’è un altro in regalo.

- Splendido.

- Cosa prendi?

- Niente, grazie.

- Ma devi prenderlo, è in regalo.

- Non mi piacciono i dessert, non li voglio.

- Ma io devo dartelo.

- In che senso?

- È l’offerta della settimana.

- L’ho capito.

- Quindi devo dartelo.

- Come sarebbe a dire devi darmelo, io non lo voglio, non mi piace, non voglio diventare grassa come Tina Tumer, non voglio infilarmi mutande XXL, cosa devo fare, aspettare la prossima settimana per mangiare un cheeseburger e basta?

- Puoi sempre non mangiarlo. Prendere il dessert in regalo e non mangiarlo.

- E cosa lo prendo a fare?

- Puoi buttarlo.

- Buttarlo?, io non butto niente, buttalo tu, ecco, fai così, lo prendi e lo butti, okay?

- Non posso, mi licenzierebbero.

- Cristo...

- Sono molto severi, qui.

- Va bene, okay, lasciamo stare, dammi ‘sta torta.

- Sciroppo?

- Niente sciroppo.

- È gratis.

- lo so che e gratis ma non lo voglio, okay?

- Come vuoi.

- Niente sciroppo.

- Panna?

- Panna?

- C’è la panna, se vuoi.

- Io non voglio nemmeno la torta, come diavolo fai a pensare che voglia la panna?

- Non so.

- Lo so io: niente panna.

- Neanche per il ragazzino?

- Neanche per il ragazzino.

- Va bene. Due cheeseburger, due succhi d’arancia, una torta senza niente. Questo è per voi -, aggiunse, allungando verso Shatzy due cose avviluppate in carta trasparente.

- Cosa diavolo è?

- Chewingum, è in regalo, dentro c’è una pallina di zucchero, se la pallina è rossa vinci altri dieci chewingum, se è blu vinci una combinazione n. 6, gratis. Se la pallina è bianca, te la mangi e finisce lì. Comunque il regolamento è stampato sulla carta.

- Scusa un attimo.

- Sì?

- Scusa, eh...

- Sì.

- Mettiamo che per assurdo io prenda questo cavolo di chewingum, no?

- Sì.

- Mettiamo ancora più per assurdo che io me lo stia a masticare per un quarto d’ora e poi ci trovi dentro una pallina blu.

- Sì

- Allora dovrei portartela, tutta insalivata, e posartela qui, e tu mi daresti una grassa, fritta e caldiccia combinazione n. 6?

- Gratis.

- E secondo te, quando me la mangerei?

- Subito, credo.

- Io voglio un cheeseburger e un succo d’arancia, l’hai capito questo? Non so cosa farmene di tre pezzi di pollo fritto più una patatina media più una pannocchia imburrata più una Coca media.  non so cosa diavolo farmene.

- Di solito li mangiano.

- Chi?, chi li mangia? Marlon Brando, Elvis Presley, King Kong?

- La gente.

- La gente?

- Sì, la gente.

- Senti, me lo fai un favore?

- Certo.

- Riprenditi ’sti chewingum.

- Non posso.

- Li tieni da parte per il prossimo obeso di passaggio, eh?

- Non posso, davvero.

- Cristo...

- Mi spiace.

- Ti spiace.

- Davvero.

- Dammi ’sti chewingum.

- Non sono male, sono al gusto papaia.

- Papaia?

- Il frutto esotico.

- Papaia.

- È la moda di quest’anno.

- Okay, okay.

- Basta così?

- Sì, tesoro, basta così.

Pagarono e andarono al tavolo. Appeso al soffitto c’era un monitor acceso sul canale FoodTV. Faceva delle domande. Se avevi la risposta giusta la scrivevi nell’apposito spazio sulla tovaglietta di carta e la consegnavi alla cassa. Vincevi una combinazione n. 2 In quel momento la domanda era: chi segnò il primo goal nella finale dei Campionati del Mondo I966?

I. Jeoffrey Hurst

2. Bobby Charlton

3. Helmut Haller

- Tre -, mormorò Gould.

- Non provarci nemmeno -, gli sibilò Shatzy, e aprì la confezione del cheeseburger. All’interno del coperchio le apparve una pecetta rosso fiammante. Sopra c’era scritto congratulazioni!!! hai vinto un altro hamburger! E più piccolo: Porta subito questo tagliando alla cassa, riceverai un hamburger gratis e un drink a metà prezzo! C’era anche un’altra frase, scritta di sbieco, ma Shatzy non la lesse. Richiuse con calma la confezione di plastica, lasciandoci il cheeseburger dentro.

- Andiamo -, disse.

- Ma non ho ancora nemmeno iniziato... -, disse Gould.

- Iniziamo un’altra volta.

Si alzarono, lasciando tutto lì, e andarono verso la porta. Li intercettò uno vestito da clown, solo che in testa aveva il cappellino del fast food.

- Un palloncino in omaggio, signora.

- Prendi il palloncino, Gould.

- Sul palloncino c’era scritto io mangio hamburger.

- Se lo attaccate alla porta di casa potete partecipare al concorso domeniburger.

- Attaccalo alla porta, Gould.

- Ogni domenica viene estratta una casa con il palloncino esposto e un camioncino provvede a scaricargli davanti alla porta 500 cheesebaconburger.

- Ricordati di liberare il vialetto davanti alla porta, Gould.

- C’è anche un congelatore da 300 litri in offerta speciale. Per conservare i cheesebaconburger.

- Si capisce.

- Se prende quello da 500 litri le regalano anche un microonde.

- Splendido.

- Se ce l’ha già può prendere un phon professionale a quattro velocità.

- Nel caso dovessi fare lo shampoo ai cheesebaconburger?

- Prego?

- O farmi lo shampoo col ketchup.

- Scusi?

- Dicono che dia lucentezza ai capelli.

- Cosa, il ketchup?

- Sì, non hai mai provato?

- No.

- Prova. Anche la salsa bearnese non è male.

- Sul serio?

- Toglie la forfora.

- La forfora non ce l’ho, grazie a dio.

- Ti verrà sicuramente se continui a mangiare salsa bearnese.

- Ma io non la mangio mai.

- Sì, ma ti ci lavi i capelli.

- Io?

- Certo, si vede dal phon.

- Quale phon?

- Quello che hai attaccato alla porta.

- Ma io non ce l’ho attaccato alla porta.

- Pensaci bene, ce l’hai messo quando ti è volato via il microonde a quattro velocità.

- Volato via da dove?

- Dal congelatore.

- Dal congelatore?

- Domenica, non ti ricordi?

- Scherzi?

- Ho la faccia di una che scherza?

- No.

- Risposta esatta. Lei ha vinto 500 litri di palloncini, le saranno consegnati in cheeseburger, ci vediamo, ciao.

- Non capisco.

- Non importa. Ci vediamo, eh?

- Il palloncino.

- Prendi il palloncino Gould.

- Lo vuoi rosso o blu?

- Il bambino è cieco.

- Oh, scusi.

- Non importa. Succede.

- Il palloncino lo prende lei?

- No, lo prende il bambino. È cieco, mica scemo.

- Glielo do rosso o blu?

- Non ce l’ha color vomito?

- No.

- Strano.

- Solo rossi o blu.

- Vada per il rosso.

- Ecco.

- Prendi il palloncino rosso, Gould.

- Ecco, tieni.

- Ringrazia, Gould.

- Grazie.

- Prego.

- Abbiamo altro da dirci?

- Scusi?

- Pare di no. Arrivederci.

- In bocca al lupo per domenica!

- Crepi.

Uscirono dal fast food. C’era un’aria fredda e tersa, da inverno pulito.

- Pianeta di merda -, disse piano Shatzy.

Gould se ne stava lì, in mezzo al marciapiedi, fermo, con in mano un palloncino rosso. Sopra c’era scritto io mangio hamburger.

- Ho fame -, disse.

Sommario

Cosa succede nella testa di un pazzo

Gould stava seduto per terra, sulla moquette alta quattro centimetri. Guardava una televisione. Quando tornò Shatzy erano le dieci passate. A lei piaceva andare a far la spesa di sera, sosteneva che la roba era stanca e così si lasciava comprare senza fare resistenza. Aprì la porta e Gould le disse ciao, senza togliere gli occhi dalla televisione. Shatzy lo guardò.

- Non aspettarti un granché, ma comunque se la accendi migliora. - Gould disse che non funzionava. Premeva tutti i tasti del telecomando ma non succedeva niente. Shatzy posò la spesa sul tavolo della cucina. Gettò uno sguardo verso il televisore spento. Era in finto legno, a meno che non fosse legno vero.

- Dove l'hai preso?

- Cosa?

- Dove l'hai preso il televisore?

Gould disse che l'aveva rubato Poomerang a un giapponese che vendeva piatti giapponesi fatti di cera. Disse che erano piatti nel senso delle cose da mangiare, tipo pollo e sedano, pesci crudi, cose così, da non crederci quanto erano perfetti, facevi fatica a capire che erano finti. Riuscivano a fare anche le minestre. Disse che non doveva essere facile fare una minestra di cera, bisognava saperci fare, non era una cosa che potevi improvvisare, così, su due piedi.

- Come sarebbe a dire rubato?

- Gliel'ha portato via.

- È diventato matto?

- Il giapponese gli doveva dei soldi.

Disse che Poomerang gli lavava la vetrina tutte le mattine e il giapponese aveva sempre una scusa buona per non pagare, così Poomerang gli aveva nondetto che era stufo di aspettare, aveva preso il televisore di finto legno e se l'era portato via. Disse che magari era anche legno vero, ma se stai in un negozio di roba da mangiare fatta di cera, perfettamente uguale a quella vera, finisci per aspettarti che tutto sia falso, lì dentro, non ti riesce più di fare distinzioni precise. Allora Shatzy disse che in effetti doveva essere così, e aggiunse che a lei succedeva quando leggeva i giornali. Gould premette un tasto rosso sul telecomando, ma non successe niente.

- Tu conosci qualcuno che è pazzo, Shatzy?

- Pazzo pazzo?

- Uno che i medici dicono che è pazzo.

- Un pazzo vero.

- Sì.

Shatzy disse che credeva di averne visti alcuni, sì. Non era un bel vedere, all'inizio. È che fumano tutto il tempo, e non hanno il senso del pudore. Facile che ti vengono vicino e intanto si tengono il pisello in mano, disse. Non lo fanno per cattiveria, è che gli manca il senso del pudore. Probabilmente c'entra col fatto che non hanno più niente da perdere. Il che è una grande fortuna, aggiunse. Dopo un po' comunque ti abitui e allora può essere perfino una cosa molto gradevole, anche se gradevole non è la parola giusta. Emozionante. Disse che poteva essere una cosa emozionante.

- Tu lo sai cosa succede nella testa a uno che diventa pazzo? -, chiese Gould.

Shatzy disse che dipendeva da che razza di pazzo era. - Uno qualunque, - disse Gould. - Non so, - disse Shatzy. Credo che gli si rompa qualcosa dentro, per cui hanno dei pezzi che non rispondono più agli ordini. Loro danno degli ordini ma quelli si perdono per strada, non arrivano, o arrivano molto tardi e poi non tornano più indietro, continuano a ordinare la stessa cosa, ossessivamente, e non c'è verso di annullarli. Così va tutto in malora, è una specie di anarchia organizzata, tu apri il rubinetto e si accende la luce, il telefono squilla quando accendi la radio, il frullatore parte quando vuole lui, apri la porta del bagno e ti trovi in cucina, cerchi la porta per uscire e non la trovi più. Facile che non ci sia proprio più. Sparita. Chiuso lì dentro per sempre.

Shatzy si avvicinò al televisore. Voleva toccare il finto legno.

Disse che se non puoi uscirci, da una casa così, devi pur trovare un modo di viverci. Loro lo fanno. Da fuori non ci si capisce niente, ma per loro è tutto molto logico. Disse che un pazzo era uno che per farsi lo shampoo infilava la testa nel forno.

- Ha l'aria di essere divertente -, disse Gould.

- No. Non credo che sia molto divertente.

Poi disse che secondo lei era legno vero.

Gould era seduto per terra, sulla moquette alta quattro centimetri. Continuava a guardare la televisione. Shatzy disse che a casa sua avevano un tavolo di plastica verde, ma se ti avvicinavi e guardavi bene scoprivi che era legno, il che è insensato, se ci pensi, ma allora c'era quella mania della plastica, tutto doveva essere di plastica. Allora Gould disse che sua madre era impazzita. Era successo un giorno. Adesso sta in un ospedale psichiatrico, disse. Shatzy non disse nulla, ma si chinò sul televisore dove c'era un'ammaccatura, una specie di ammaccatura, e con l'unghia tirò via un pezzo di roba dura, scura. Poi disse che doveva essergli caduto, quel televisore, non c'era da stupirsi se non funzionava. Un televisore caduto è un televisore morto, disse.

- Sono venuti a prenderla un giorno e io non l'ho mai più vista. Mio padre non vuole che io la veda così. Dice che non devo vederla così.

- Gould...

- Sì?

- Tua madre se n'è andata quattro anni fa a vivere con un professore che studia i pesci.

Gould riprovò a schiacciare qualche tasto sul telecomando ma non successe nulla. Shatzy andò in cucina e tornò con una lattina aperta di succo di pompelmo. La posò in bilico sul bordo del divano. Era un divano blu, e stava più o meno davanti al televisore. Gould si mise a grattarsi una gamba col telecomando, proprio sopra la caviglia. Se c'è una cosa capace di farti impazzire è l'elastico delle calze troppo stretto. Continuava a grattarsi con lo spigolo del telecomando. Shatzy riprese in mano la lattina, si guardò un po' attorno, poi la posò sul tavolo, di fianco al vaso di petunie. Sembrava una che fosse lì ad arredare l'appartamento. Si sentiva il rumore del frigorifero che dalla cucina fabbricava freddo, tremando come un vecchio ubriacone. Allora Gould disse che l'avevano portata via di mattino presto, così lui aveva sentito del trambusto ma aveva continuato a dormire, e quando si era svegliato suo padre era lì che camminava avanti e indietro, vestito in borghese, con la cravatta un po' allentata sul colletto aperto della camicia. Disse che una volta era andato a cercare quell'ospedale, ma non gli era riuscito di trovarlo perché nessuno ne sapeva niente, e non aveva incontrato nessuno che lo volesse aiutare. Disse che all'inizio aveva pensato di scriverle ogni giorno, ma suo padre sosteneva che lei doveva rimanere molto tranquilla ed evitare le emozioni, così lui si era chiesto se leggere una lettera poteva essere un'emozione e dopo averci pensato un po' aveva concluso che sì. Così non le aveva poi scritto. Disse che si era informato e gli avevano detto che a volte quelli che vanno in quegli ospedali poi tornano, ma non aveva mai osato chiedere a suo padre se lei sarebbe tornata. Suo padre non amava parlare di quella storia, e anzi adesso che erano passati degli anni proprio non ne parlava più, solo qualche volta diceva che la mamma stava bene, ma non aggiungeva altro. Disse che è strano ma se doveva ricordarsi di sua madre la ricordava sempre che rideva, gli venivano in mente delle specie di foto e lei era sempre lì che rideva, e questo nonostante il fatto che per quanto lui potesse ricordare non si poteva dire che lei ridesse spesso, ma questo era quello che gli succedeva, che se pensava a lei, pensava a lei che rideva. Disse anche che nell'armadio della camera da letto c'erano ancora tutti i suoi vestiti, e che lei sapeva imitare le voci dei cantanti, cantava con la voce di Marilyn Monroe che sembrava sputata lei.

- Marilyn Monroe?

- Sì.

- Marilyn Monroe.

- Sì.

- Marilyn Monroe.

Shatzy si mise a ripetere piano Marilyn Monroe, Marilyn Monroe, Marilyn Monroe, non la finiva più di ripeterlo, e a un certo punto prese la lattina in mano, di nuovo, e la svuotò nel vaso di petunie, Marilyn Monroe, Marilyn Monroe, fino all'ultima goccia, poi la posò di nuovo sul tavolino, e disse Marilyn Monroe ancora un sacco di volte andando in cucina, tornando indietro, cercando le chiavi, chiudendo la porta di casa, e poi andando verso la scala. Si tolse le scarpe. E un fermaglio con cui si teneva su i capelli. Il fermaglio se lo mise in tasca. Le scarpe le lasciò lì.

- Io vado a dormire, Gould.

...

- Scusami.

...

- Scusami, ma devo andare a dormire.

Gould rimase seduto, a guardare la televisione.

Pensò che doveva dire a Poomerang di riportarla indietro.

Il giapponese aveva una bella radio, un modello vecchio, poteva prendere quella. Aveva tutti i nomi di città, sul vetro davanti, e se giravi la manopola potevi spostare una piccola asta arancione, e viaggiare da tutte le parti del mondo.

Pensò che certe cose, con una televisione, non le potevi fare.

Poi non pensò più niente.

Sommario

La roulotte

 

Andava tutto vagamente storto, quella sera, pensò. Poi si tirò su la cerniera, spense la luce e andò a dormire.

Passò del tempo.

Pezzi di notte.

A un certo punto si svegliò. C'era Shatzy seduta per terra, di fianco al suo letto. Aveva la camicia da notte con sopra una felpa rossa. Stava masticando il sedere di una biro blu.

- Ciao Shatzy.

- Ciao.

La porta era semiaperta, e veniva della luce, dal corridoio

Gould richiuse gli occhi.

- Mi è venuta in mente una cosa -, disse Shatzy.

- ...

- Mi senti?

- Sì.

- Mi è venuta in mente una cosa.

Se ne rimase un po' zitta. Forse cercava le parole. Mordicchiava la biro, si sentiva il rumore della plastica, e un rumore come di cannuccia. Poi si rimise a parlare.

- Ho pensato questa cosa. Sai le roulotte?, quelle che si attaccano alle macchine, le roulotte, hai presente?

- Sì.

- Mi hanno sempre messo una tristezza bestiale, non so perché, ma quando le sorpassi in autostrada ti viene una tristezza bestiale, vanno sempre lentissime, con il padre nella macchina che guarda fisso davanti, e tutti che lo sorpassano, e lui con la sua roulotte attaccata, e la macchina un po' bassa dietro, chinata, come una specie di vecchietta con un sacco della spesa enorme, che cammina chinata, così piano che tutti la sorpassano. È una cosa tristissima. Però, anche, è una cosa che non riesci a non guardare, voglio dire, mentre sei lì che la sorpassi, ci getti sempre un'occhiata, la devi guardare, anche se lo sai che è solo una tristezza, giurato che ti volti a guardarla, tutte le volte. E se ci pensi bene, la verità è che c'è qualcosa che ti attrae in quella roba lì, nella roulotte, se scavi e scavi, sotto tutti quegli strati di mestizia, alla fine arrivi a intuire che c'è qualcosa, là in fondo, che ti attira, qualcosa che si è andato a nascondere fin laggiù, un po' come se avesse voluto diventare più prezioso, in quel modo, qualcosa che solo a scoprirlo ti piacerebbe, ma ti piacerebbe sul serio. Capisci?

- Più o meno.

- È anni che ci sto dietro, a questa storia.

Gould si tirò un po' su le coperte, faceva una specie di freddo.

Shatzy si avviluppò i piedi nudi in un maglione.

- Sai cosa? È un po' come con le ostriche. Mi piacerebbe un sacco mangiarle, è bellissimo vederle mangiare, ma mi han sempre fatto schifo, non c'è mai stato niente da fare, mi ricordano il catarro, hai presente?

- Sì.

- Come fai a mangiarle se ti ricordano il catarro?

- Non puoi.

- Appunto, non puoi. La roulotte, è la stessa cosa.

- Ti ricorda il catarro?

- Che c'entra, non mi ricorda il catarro, ma mi fa tristezza, capisci?, non sono mai riuscita a trovare una ragione, uno schifo ragione per pensare di come sarebbe bello avere una roulotte.

- Già.

- Per anni ci ho pensato e non ho mai trovato uno straccio ragione buona.

- Silenzio.

- Silenzio.

- Sai una cosa, Gould?

- No.

- Ieri l'ho trovata.

- Una ragione buona?

- Ho trovato una ragione. Buona.

- Gould aprì gli occhi.

- Veramente?

- Sì.

Shatzy si girò verso Gould, appoggiò i gomiti sul letto e si chinò su di lui fino a guardarlo negli occhi, proprio da vicino. Poi disse:

- Diesel.

- Diesel?

- Già. Diesel.

- Sarebbe?

- Sai quella storia che mi hai detto tu? Quella storia che lui vorrebbe vedere il mondo ma non lo fanno salire sui treni, sugli autobus, non lo fanno salire, e in macchina non ci sta, quella storia lì. Me l'hai detta tu.

- Sì.

- Una roulotte, Gould. Una roulotte.

- Gould si tirò un po' su, sul letto.

- Cosa vuoi dire, Shatzy?

- Voglio dire che ce ne andiamo a vedere il mondo, Gould.

- Gould sorrise.

- Tu sei matta.

- No. Io no, Gould.

Gould tornò a infilarsi un po' giù, sotto le coperte. Se ne stette un po' lì a pensare, in silenzio.

- Credi che ci starebbe, Diesel, nella roulotte?

- Garantito. Se ne sta seduto là dietro, se vuole si sdraia, e noi lo portiamo in giro. Avrebbe la sua casa, e sarebbe dove vuole.

- Gli piacerebbe.

- Certo che gli piacerebbe.

- È un'idea che gli piacerebbe.

Faceva una specie di freddo. C'era la luce che veniva dalla porta, e nient'altro. Ogni tanto passava una macchina, giù in strada. Se volevi la potevi sentire: chiederti dove andava, a quell'ora, e ricamarci su un sacco di storie. Shatzy guardò Gould.

- Avremmo la nostra casa, e saremmo dove vogliamo.

Gould chiuse gli occhi. Pensava a una roulotte che aveva visto in un cartone animato, andava come una matta su una strada tutta a strapiombo sul nulla, andava come una pazza sbandando da tutte le parti, sembrava sempre che stesse per cadere, ma non cadeva mai, e intanto, dentro, tutti stavano a mangiare, ed erano a casa loro, la roulotte era piccola ma li teneva come una mano che tenesse un animaletto, senza schiacciarlo, e se lo portasse in giro.

Si erano anche dimenticati di lasciare uno a guidare la macchina, così se ne stavano tutti lì a mangiare, e avevano addosso qualcosa come una felicità, ma era qualcosa di più, come una splendida idiota felicità. Riaprì gli occhi.

- Chi guida?

- Io.

- E chi la compra la roulotte?

- Io.

- Tu?

- Io, certo. Ho dei soldi, io.

- Molti?

- Dei soldi.

- Costerà cara una roulotte.

- Vuoi scherzare? Dovrebbero pagarti, per comprare una roulotte.

- Non credo che loro la pensino così.

- Be', dovrebbero farlo.

- Non lo faranno.

- E allora pagheremo.

- Anch'io ho dei soldi.

- Vedi? Non è un problema.

- Ne avranno una che costa poco, no?, in mezzo alle altre.

- Certo che ce l'avranno. Vuoi che in tutto questo dannato paese non ci sia una roulotte che costa esattamente i soldi che noi abbiamo in tasca?

- Sarebbe idiota.

- Sarebbe da non crederci.

- Veramente.

Avevano tutt'e due, negli occhi, strade, e strade, e strade.

- Ce ne andiamo a vedere il mondo, Gould. Basta con queste pippe.

Lo disse con una voce allegra, e poi si alzò. Le si era ingarbugliato il maglione tra i piedi. Se ne liberò in qualche modo e rimase lì, in piedi, accanto al letto. Gould la guardava. Allora quel che lei fece fu chinarsi su di lui, avvicinarsi piano, posare le labbra sulle sue, poi staccarsi appena, e rimanere lì a guardarlo da così vicino. L

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Ne I barbari, Baricco individua il “trailer” di quella che ritiene una vera e propria mutazione culturale che coinvolge anche il mondo dei libri. Il libro diventa, in sostanza, «nodo passante di sequenze originate altrove e destinate altrove. Una specie di trasmettitore nervoso, che fa transitare senso da zone limitrofe, collaborando a costruire sequenze di esperienza trasversali».  Per Baricco «I barbari vanno verso i libri, e ci vanno volentieri, ma per loro hanno valore solo quelli scritti in quella lingua: perché così non sono libri, ma segmenti di una sequenza più ampia, scritta nei caratteri dell'impero, che magari è partita dal cinema, passata da una canzonetta, approdata in tivù, e dilagata in Internet. Il libro, di per sé, non è un valore: il valore è la sequenza » 

In quest’ottica, l’esperimento “barbaro” che questo lavoro si propone è quello di ricostruire un tratto sufficientemente ampio della sequenza, originata e destinata altrove, lungo la quale City si colloca come centro.

«Forse uno degli stilemi esistenziali dei barbari è proprio questo schema: un centro fondativo che motiva il sistema e una periferia che magnetizza il senso».

da I Barbari.  Saggio sulla mutazione – La biblioteca di Repubblica – 2006

Il nome labcity vuole suggerire simultaneamente l'idea di uno spazio-laboratorio in cui sperimentare ipotesi di lettura e quella di uno spazio-labirinto, immagine cara alle prime trattazioni sugli ipertesti e sul web. Allude anche a un altro nome: quello del sito abcity.it allestito dalla Rizzoli per il lancio di City. Il nome del sito, a sua volta , richiamava le iniziali di Barico, ab,  ma richiama anche l'idea di un abc, come un abbecedario sul libro, in linea con l'idea di questo sito. 








Ultima modifica

31 luglio 2016


Pubblicazione del sito: 3 luglio 2016