Ruth racconta Shatzy




Introduzione

Ruth incontra Shatzy

Ruth racconta Shatzy

La fine di Shatzy


Introduzione      

Da quando aveva sei anni, Shatzy Shell lavorava a un western. Era l’unica cosa che le stesse veramente a cuore, nella vita. Ci pensava in continuazione. Quando le venivano delle buone idee, accendeva il suo registratore portatile e le diceva lì dentro. Aveva centinaia di cassette registrate. Lei diceva che era un western bellissimo.

[...]

Quella storia del western, tra l'altro, era vera. Shatzy ci lavorava da anni. All'inizio aveva accumulato idee, poi si era messa a riempire quaderni d'appunti. Adesso usava il registratore. Ogni tanto lo accendeva e ci diceva delle cose dentro. Non aveva un metodo preciso, ma andava avanti, senza fermarsi. E il western cresceva. 


Ruth incontra Shatzy

Diceva che bisognava immaginarsi Closingtown come un uomo sporto fuori dal finestrino di una diligenza, con tutto il vento in faccia. La diligenza era il Mondo, che faceva il suo bel viaggio nel Tempo: andava avanti macinando giorni e chilometri, e se tu ci rimanevi dentro, bene al riparo, neanche sentivi l'aria e la velocità. Ma se per una qualunque ragione ti sporgevi fuori dal finestrino, zac, finivi in un altro Tempo, e allora era polvere e vento fino a farti perdere il senno. Diceva proprio perdere il senno: e da queste parti non è un'espressione qualunque. Diceva che Closingtown era una città sporta fuori dal finestrino del Mondo, col Tempo che le soffiava in faccia, e la polvere dritta negli occhi a complicare tutto in testa. Era un'immagine che non era semplicissima da capire, ma piaceva molto a tutti, aveva fatto il giro dell'ospedale, credo che in qualche modo tutti ci trovassero una storia che vagamente conoscevano, o una cosa del genere. Lo stesso prof. Parmentier, una volta, mi disse che, se questo mi aiutava, potevo immaginare quello che mi succedeva in testa come qualcosa di non molto diverso da Closingtown. Succede che qualcosa strappa il Tempo, mi disse, e non si è più puntuali con niente. Si è sempre un po' altrove. Un po' prima o un po' dopo. Hai un sacco di appuntamenti, con le emozioni, o con le cose, e tu stai sempre a inseguirli o arrivare stupidamente prima. Diceva che quella era la mia malattia, volendo. Julie Dolphin la chiamava: smarrire il proprio destino. Ma quello era il West: si potevano ancora dire, certe cose. Lei le diceva.

 

Ogni tanto stavamo anche in cinque o sei ad ascoltare le sue storie. Ad essere precisi lei le raccontava a me, ma non mi dispiaceva se le ascoltavano anche le altre. Venivano nella mia stanza, la riempivamo tutta, qualcuna portava dei dolci. E ascoltavamo.

 

La prima volta che vidi Shatzy ero giù, nella sala di lettura.

Venne a sedersi vicino a me e disse:

- Tutto bene?

- Non so perché ma la presi per Jessica, una di quelle ragazze dell'università che venivano qui a fare pratica. Mi ricordavo che aveva un problema con una nonna, qualcosa come una nonna gravemente malata. Così le chiesi della nonna. Lei rispose e andammo un po' avanti a parlare. Solo dopo un po', a guardarla bene, mi venne in mente che non era Jessica. Non lo era affatto.

- Chi sei?

- Mi chiamo Shatzy. Shatzy Shell.

- Ci siamo mai viste prima?

- No.

- Allora ciao, io mi chiamo Ruth.

- Ciao.

- Vieni qui a far pratica?

- No.

- Sei un'infermiera?

- No.

- E allora cosa fai nella vita?

Lei ci stette un po' a pensare. Poi disse:

- Western.

- Western?

Non ero sicura di ricordarmi cos'erano.

- Sì, western.

Doveva essere una cosa che aveva a che fare con le pistole.

- E quanti ne fai?

- Uno.

- È bello?

- A me piace.

- Me lo fai vedere?

Fu esattamente così che iniziò quella faccenda. Per caso.

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Ruth racconta Shatzy

Le prime volte Shatzy veniva, restava un po', poi se ne andava.

Potevano anche passare giorni senza che la vedessimo. In quel periodo io ero interna all'ospedale. Era un periodo di quelli. Così potevano passare giorni senza che la vedessi. Poi non so come successe ma lei iniziò a fermarsi, e alla fine mi disse che l'avevano presa a lavorare lì. Non so. Non aveva un lavoro, credo. Aveva bisogno di lavorare. Non era proprio un'infermiera, non aveva studiato, ma faceva qualcosa di simile. Stava con i malati. Non che le piacessero tutti, questo no, ce n'erano alcuni che proprio non le andavano a genio. E mi ricordo che una volta la trovarono in un angolo, che piangeva, e non voleva dire perché. Possono essere molto sgradevoli, i matti, ogni tanto. Possiamo essere molto sgradevoli.

 

Anche quando io iniziai a tornare a casa, un paio di giorni la settimana, continuai a vederla, e ad ascoltarla, quando le veniva voglia di raccontare. Aveva un registratore, sempre, così quando le venivano delle idee le diceva lì dentro ed era un modo per non perderle. Pensai che potesse essere una buona idea. Che forse era un buon modo di mettere ordine fra le proprie cose. Per un certo periodo desiderai averlo anch'io, un registratore come quello. Così, se mi fosse capitato di vedere tutto lucidamente, tutto quello che era successo e tutto quello che non era successo, avrei potuto parlarci dentro. E avrei spiegato a me stessa come stavano le cose. Strane idee ti vengono in mente, ogni tanto.

Una volta Shatzy mi disse che lei aveva conosciuto il mio bambino.

Giravano anche molte voci, su di lei, all'ospedale. Dicevano che andava coi dottori. Che ci andava a letto, insomma. Non so.

Non ci sarebbe stato niente di male. Ce n'erano di sposati ma anche di non sposati e poi, in fondo, cosa vuol dire? Mio marito Halley diceva che era una buona ragazza. Chissà se lui mi è stato fedele quando proprio non c'ero con la testa, quando a mala pena lo riconoscevo. Sarebbe carino se lo avesse fatto. Sarebbe una cosa da riderci su per anni.

 

Il mio bambino si chiamava Gould.

 

Lo farà ripartire quell'orologio?, chiedevo a Shatzy, e glielo chiedevano un po' tutti. Lei rideva. Magari non lo sapeva neanche lei. Non so come si facciano i western. Voglio dire, se sai già all'inizio come vanno a finire oppure lo scopri dopo, a poco a poco. Non ne ho mai fatti, di western. Una volta ho fatto un bambino. Ma quella è una storia strana. E lì proprio non lo sapevi, prima, come andava a finire. Dice il dottore che quando sarò guarita dovrò mettermi lì, con pazienza, e raccontarmela. Ma non so quando succederà. Mi ricordo che si chiamava Gould, e anche tante altre cose, alle volte belle, che però mi fanno male, tutte.

Era l'unica cosa che odiavo, in Shatzy. Lei parlava di quel bambino, del mio bambino, come se niente fosse, e io questo non lo sopportavo, non volevo che lei ne parlasse, non so neanche come potesse essere sua amica, avrà avuto quindici anni più di lui, non volevo sapere cosa c'era tra di loro, non lo voglio sapere, portate via quella ragazza, non voglio più vederla, dottore lasciatemi in pace, che ci fa quella ragazza qui?, portate via quella ragazza, io la odio, portatela via o la ucciderò.

Diceva che Gould non aveva più bisogno di niente e di nessuno.

Rimase qui per sei anni. A un certo punto se n'era partita per Las Cruces, diceva che aveva trovato un lavoro in un supermercato, là. Ma poi, dopo qualche mese, la vedemmo ritornare. Non le andava che nel posto in cui lavorava era tutto un'offerta speciale.

Disse che passava il tempo a costringere gente a consumare più di quanto non avesse bisogno, e questo era idiota. Ricominciò a lavorare nell'ospedale. Qui in effetti è difficile che ogni due crisi isteriche te ne regalino una terza tirandoti dietro un buono per l'estrazione a sorte di un elettroshock gratis. In questo senso non le si poteva dare torto. Abitava da sola, in un alloggio qui vicino. Le dicevo sempre che doveva sposarsi. Lei mi diceva: Già fatto. Ma poi non mi ricordo più com'è che andava avanti la storia. Certo non aveva nessuno. È strano, ma era una ragazza che non aveva nessuno. È la cosa che non ho mai capito di lei: cosa mai facesse per rimanere, alla fine, così sola. Qui all'ospedale tutto andò in malora per quella faccenda del furto. Dissero che aveva rubato dei soldi, dalla cassa della farmacia. Cioè, dissero che lo faceva da mesi, che l'avevano già avvertita, ma niente, lei aveva continuato. Io credevo che non fosse vero, c'era gente che la odiava, qui dentro, capacissimi di farle le scarpe. Così le dissi che non ci credevo, che pensavo fosse tutta una montatura. Lei non disse niente. Prese le sue cose e se ne andò. Halley, mio marito, le trovò un lavoro da segretaria in un'Associazione per le vedove di guerra. Detto così non sembra, ma era abbastanza divertente. Le vedove di guerra fanno un sacco di cose che non ti immagineresti mai. Ogni tanto andavo a trovarla. Aveva la sua scrivania, il lavoro non era pesante. Aveva un sacco di tempo per starsene li a fare il suo western.

 

Sulla scrivania aveva due foto incorniciate. Shatzy. Una era di Eva Braun, l'altra di Walt Disney.

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La fine di Shatzy

- Niente di personale, ma fra un po' ti esce l'uccello, ragazzo.

- Prego?

- Quel che vorremmo dire è che forse sarebbe più prudente se voleste abbottonarvi l'apposita apertura dei pantaloni proprio sotto la cintura, mister Wittacher.

Phil Wittacher si guarda. Si abbottona. Rialza lo sguardo sulle sorelle Dolphin.

- Ma cosa ho fatto di male, io?, - pensa.

Più o meno è l'ultimo pezzo di western che io abbia sentito dalla voce di Shatzy. Non so se ne avesse ancora un po', ma se l'aveva l'ha portato via con sé. Se n'è andata in un modo brutto e questo io dico che è un'ingiustizia, perché ognuno dovrebbe poter scegliere su che musica ballare la propria fine. Dovrebbe essere un diritto, o almeno un privilegio dei grandi ballerini. Io l'ho anche odiata, Shatzy, per un sacco di ragioni. Ma sapeva ballare, se capite cosa voglio dire. Era in macchina con un dottore, di notte, avevano un po' bevuto, o fumato, non mi ricordo. Pigliarono in pieno un pilone del viadotto, giù a San Fernandez. Guidava lui, e ci rimase secco, sul colpo. Shatzy invece la tirarono fuori che respirava ancora. La portarono all'ospedale e poi fu una cosa lunga, e dolorosa. Si era rotta un sacco di roba, e anche l'osso del collo, come si dice. Alla fine si ritrovò inchiodata in un letto d'ospedale, con tutto fermo per sempre, salvo la testa. Il cervello lavorava ancora, lei poteva guardare, sentire, parlare. Ma tutto il resto era come morto. Era una cosa da spaccarti il cuore. Shatzy era sempre stata una che non mollava facilmente. Aveva del talento se si trattava di spremere dalla vita qualcosa. Ma quella volta c'era poco da spremere. Non parlò per dei giorni, immobile, lì, nel suo letto. Poi un giorno mio marito, Halley, andò a trovarla. E lei gli disse: - Generale, per pietà, facciamola finita. - Disse proprio così. Per pietà. Il fatto è che mio marito, non so, si era affezionato a quella ragazza, rappresentava qualcosa, per lui, non l'avrebbe mai lasciata andare alla deriva, o cose del genere, non l'avrebbe mai fatto. Così trovò il sistema. La fece portare in un ospedale militare. Lì certe cose sono più facili da fare. I militari ci sono abituati, se così si può dire. Era anche abbastanza ridicolo perché in quell'ospedale c'erano solo ragazzi e lei era l'unica donna. Ci scherzava anche, lei. E il giorno prima di andarsene, quando io andai a salutarla, per così dire, volle che mi avvicinassi e poi mi disse se potevo andare in giro, lì, per l'ospedale e trovare un ragazzo che avesse voglia di venire un attimo fin da lei. Lo voleva carino. Cercai di capire cosa intendeva per carino, ma lei disse solo se potevo trovarlo con le labbra belle. Così io andai e alla fine tornai con un ragazzo che aveva una faccia bellissima, i capelli neri e una faccia bellissima, una cosa da farci un pensierino, davvero. Si chiamava Samuel. Quando fu lì, Shatzy gli disse: Mi baci? E lui la baciò, ma un bacio vero, una cosa da film, non finiva più. Il giorno dopo un medico fece quello che doveva fare. Credo che si trattasse di un'iniezione. Ma non lo so di preciso. Se ne andò in un attimo.

Ho in casa centinaia di sue cassette registrate, piene di western.

E ho in mente due cose che mi disse di Gould, che non dirò mai a nessuno.

L'abbiamo sepolta qui a Topeka. La frase sulla lapide l'aveva scelta lei. Nessuna data. Solo: Shatzy Shell, niente a che vedere con quello della benzina.

Ti sia lieve la terra, piccola.