i barbari

I barbari



I barbari è un saggio scritto e pubblicato in trenta puntate da Alessandro Baricco su Repubblica dal 12 maggio al 21 ottobre del 2006. Le puntate sono contemporaneamente pubblicate online su Repubblica.it che mette a disposizione dei lettori anche un forum per i commenti intitolato Cronache dall'invasione.

Il 21 novembre 2006, la raccolta degli articoli, con qualche aggiunta e un rimaneggiamento dei titoli di capitoli e paragrafi, esce in formato libro, in edicola col giornale, per La biblioteca di Repubblica con il titolo I barbari.

Sia le puntate sul giornale, in edicola e online, sia il libro de La biblioteca di Repubblica sono illustrati da Gipi. Il libro è successivamente pubblicato da Fandango Libri nel 2006 e da Feltrinelli nel 2008, con il titolo I barbari. Saggio sulla mutazione.

Inizio

1. La mutazione che vedo intorno a me

NON sembra, ma questo è un libro. […]

sarà un saggio, nel senso letterale del termine, cioè un tentativo: di pensare: scrivendo. Ci sono alcune cose che mi va di capire, a proposito di quel che sta succedendo qui intorno. Per "qui intorno" intendo la sottilissima porzione di mondo in cui mi muovo io […]

Si fa un sacco di fatica a capire la propria zolla di terra, non resta molto per capire il resto del campo.

Ma forse in ogni zolla, a saperla leggere, c'è il campo intero.

[…] Dovendo riassumere, direi questo: tutti a sentire, nell'aria, un'incomprensibile apocalisse imminente; e, ovunque, questa voce che corre: stanno arrivando i barbari.

[…] Potrebbe essere, me ne rendo conto, il normale duello fra generazioni, i vecchi che resistono all'invasione dei più giovani, il potere costituito che difende le sue posizioni accusando le forze emergenti di barbarie, e tutte quelle cose che sono sempre successe e abbiamo visto mille volte.

Ma questa volta sembra diverso. E' così profondo, il duello, da sembrare diverso. Di solito si lotta per controllare i nodi strategici della mappa. Ma qui, più radicalmente, sembra che gli aggressori facciano qualcosa di molto più profondo: stanno cambiando la mappa. Forse l'hanno perfino già cambiata. Dovette succedere così negli anni benedetti in cui, per esempio, nacque l'illuminismo, o nei giorni in cui il mondo tutto si scoprì, d'improvviso, romantico. Non erano spostamenti di truppe, e nemmeno figli che uccidevano padri. Erano dei mutanti, che sostituivano un paesaggio a un altro e lì fondavano il loro habitat.

[…] Vorrei spiare la mutazione, non per spiegarne l'origine (questo è fuori portata) ma per riuscire anche lontanamente a disegnarla. […]

Spesso i libri iniziano con un rito che io amo molto, e che consiste nello scegliere un'epigrafe. […] Così, per questo libro, io avrei scelto quattro epigrafi. Giusto per segnare i bordi del campo da gioco. Ecco la prima: viene da un bellissimo libro uscito da poco in Italia (ed. il Mulino). L'ha scritto Wolfgang Schivelbush ed è intitolato La cultura dei vinti. […]

"Il timore di essere sopraffatti e distrutti da orde barbariche è vecchio come la storia della civiltà. Immagini di desertificazione, di giardini saccheggiati da nomadi e di palazzi in sfacelo nei quali pascolano le greggi sono ricorrenti nella letteratura della decadenza
dall'antichità fino ai giorni nostri".

Epigrafi 1

2. La seconda epigrafe viene da lontano

La seconda epigrafe di questo libro, viene da lontano. 7 maggio 1824. Beethoven presenta, a Vienna, la Nona Sinfonia. Come andò veramente quel giorno è una storia che prima o poi mi piacerebbe raccontare. […]

Era esattamente uno di quei momenti in cui alcuni umani si scoprono le branchie dietro alle orecchie e iniziano timidamente a pensare che loro starebbero molto meglio in acqua. Erano sulla soglia di una mutazione micidiale (l'abbiamo poi chiamata: romanticismo. Non ne siamo ancora usciti adesso). Quindi è molto importante andare a vedere cosa dissero e pensarono in quel momento. E allora ecco cosa scrisse un critico londinese, l'anno dopo, quando poté finalmente leggere e sentire la Nona. Ci tengo a dire che non era un fesso, e scriveva per una rivista autorevole che si chiamava The Quarterly Musical Magazine and Review. E questo fu ciò che scrisse, e che io metto qui, come seconda epigrafe:

"Eleganza, purezza e misura, che erano i principi della nostra arte, si sono gradualmente arresi al nuovo stile, frivolo e affettato, che questi tempi, dal talento superficiale, hanno adottato. Cervelli che, per educazione e abitudine, non riescono a pensare a qualcosa d'altro che i vestiti, la moda, il gossip, la lettura di romanzi e la dissipazione morale, fanno fatica a provare i piaceri, più elaborati e meno febbrili, della scienza e dell'arte. Beethoven scrive per quei cervelli, e in questo pare che abbia un certo successo, se devo credere agli elogi che, da ogni parte, sento fiorire per questo suo ultimo lavoro".

Voilà.

Quel che mi fa sorridere è che la Nona, ai giorni nostri, è esattamente uno dei baluardi più alti e rocciosi di quella cittadella che sta per essere assaltata dai barbari. Quella musica è diventata bandiera, inno, fortificazione suprema. È la nostra civiltà. […]

Epigrafi 2

3. Cosa sta per diventare il mondo

[…]La terza la devo a Walter Benjamin. […]

lui non cercava mai di capire cos'era il mondo, ma, sempre, cosa stava per diventare il mondo. Voglio dire che ad affascinarlo, nel presente, erano gli indizi delle mutazioni che, quel presente, avrebbero dissolto.

[…] Provo a essere più preciso: per lui capire non significava collocare l'oggetto di studio nella mappa conosciuta del reale, definendo cos'era, ma intuire in cosa, quell'oggetto, avrebbe modificato la mappa, rendendola irriconoscibile. […] Voglio dire che lui è stato uno dei primi a pensare che il DNA di una civiltà si costruisce non soltanto nelle curve più alte del suo sentire, ma anche, se non soprattutto, nelle sue sbandate apparentemente più insignificanti. […] C'è un frammento di Benjamin intitolato: Topolino. Voglio dire, quell'uomo […] al momento buono pensò che per capire il mondo - per capire il mondo, non per essere un erudito inutile - sarebbe stato opportuno capire chi? Topolino.

Eccola qui, allora, la terza epigrafe.

"Mickey Mouse" (W. Benjamin) […]

Epigrafi 3

4. Adesso il libro può davvero iniziare

[…] La quarta e ultima epigrafe a questo libro, la rubo a un altro sommo maestro. Cormac McCarthy. […] La storia è quella di una caccia all'uomo: un vecchio sceriffo insegue un killer spietato. Quanto allo sceriffo, per me entra nella galleria dei grandi personaggi da romanzo. Quanto al killer, è spietato in un modo così radicale e immorale e demoniaco, che il vecchio sceriffo riesce solo a dire: "Mi pareva di non aver mai visto uno come lui e mi è venuto da chiedermi se magari non era un nuovo tipo di persona." E già questa poteva essere una bella epigrafe, per un libro che cerca di capire i barbari che stanno arrivando. Ma in realtà, la citazione che ho scelto è un'altra. Perché è ancora più dura. E' uno sparo.

Non era difficile parlare con lui. Mi chiamava sceriffo. Ma io non sapevo cosa dirgli. Cosa si dice a uno che per sua stessa ammissione non ha l'anima? Perché gli si dovrebbe dire qualcosa? Ci ho pensato tanto. Ma lui era niente in confronto a quello che sarebbe venuto dopo.

Pum.

E così le quattro epigrafi sono scelte. Non per guadagnare spazio senza sforzo, ma mi piacerebbe riportarle adesso una sotto l'altra, perché in certo modo sono un'unica lunga frase, e sono lo steccato dentro cui pascolerà questo libro. […]

Vino 1

5. E' dall'alto che bisognerebbe guardare

[…] E' dall'alto che forse si può riconoscere la mutazione genetica, cioè le mosse profonde che poi creano, in superficie, i guasti che conosciamo. Io cercherò di farlo provando a isolare alcune mosse che mi sembra siano comuni a molti degli atti barbarici che rileviamo in questi tempi. Mosse che alludono a una precisa logica, per quanto difficile da capire, e a una chiara strategia, per quanto inedita. […] E allora ecco la prima mossa che vorrei isolare e comprendere. Si chiama:

Perdere l'anima.

[…]Ha anche un sottotitolo:

Impara a respirare con le branchie Google!

Voilà. Si inizia.

Partiamo da un'impressione assai diffusa, magari superficiale, ma legittima: ci sono oggi molti gesti, per anni appartenuti alle consuetudini più alte dell'umanità, che, lungi dall'agonizzare, si moltiplicano con sorprendente vitalità: il problema è che in questo fertile rigenerarsi, sembrano smarrire il tratto più profondo che avevano, la ricchezza a cui erano in passato arrivati, forse perfino la loro più intima ragione d'essere. Si direbbe che vivano a prescindere dal loro senso: che avevano, e ben definito, ma che sembra essere diventato inutile. Una perdita di senso.

Non hanno anima, i mutanti. Non ce l'hanno i barbari. Così si dice. […]

Vino 2

6. Se una cosa vende molto, vale poco

[…] Studiando la circoscritta invasione barbarica che ha colpito il villaggio del vino, uno può arrivare a disegnare la mappa di una battaglia: eccola qui: complice una precisa innovazione tecnologica, un gruppo umano sostanzialmente allineato al modello culturale imperiale, accede a un gesto che gli era precluso, lo riporta istintivamente a una spettacolarità più immediata e a un universo linguistico moderno, e ottiene così di dargli un successo commerciale stupefacente. Quel che gli assaliti percepiscono, di tutto ciò, è soprattutto il tratto che sale in superficie, e che, ai loro occhi, è il più evidente da registrare: un apparente smottamento del valore complessivo di quel gesto. Una perdita di anima. E dunque un accenno di barbarie.

L'ho detto: è solo un'ipotesi. E, ciò che è più importante: non è un'ipotesi che aiuta a capire i barbari ma soltanto a capire la loro tecnica d'invasione: come si muovono, non chi sono e perché sono così (che è, questa sì, la domanda affascinante). A me sembra comunque un passaggio necessario per arrivare, prima o poi, a capire: una stazione intermedia. Capisci come combattono e magari capirai chi sono. […]

L'animale

7. Bisogna guardare l'animale

[…] Dal vino si impara un'ipotesi importante: quando percepiamo un'evidente perdita di anima, lì stanno lavorando, sotto la superficie di un'apparente barbarie, eventi di natura diversa che è possibile riconoscere uno ad uno. […] In realtà è probabile che nessuno di quegli eventi sia sostanzialmente isolabile dagli altri, né giudicabile in sé, né tanto meno condannabile. Sarebbe come cercare di capire il movimento di un animale studiando solo le zampe anteriori, o la coda.

E' ovvio che, una volta isolato, qualsiasi segmento del corpo risulta fragile, immotivato, e perfino ridicolo. Ma è il movimento armonico di tutto l'animale, che bisognerebbe essere capaci di vedere. Se c'è una logica, nel movimento dei barbari, è solo leggibile a uno sguardo capace di assemblarne i diversi pezzi. Altrimenti è chiacchiera da bar.

[…] Ma se voi provate a collocare quell'illogico degrado culturale all'interno di una rete di eventi, alcuni dei quali probabilmente vi troverebbero entusiasti (che so, l'innovazione tecnologica, la liberalizzazione di una tecnica altrimenti riservata a una setta, la scelta di un linguaggio non esoterico e discriminante), se provate a interpretarla come sezione parziale di un movimento più complesso e ampio, allora essa cesserà di essere un grottesco passaggio a vuoto dell'intelligenza collettiva e inizierà ad assumere un profilo diverso: facilmente, inizierete a capire che in quel preciso punto, dove sembrano essersi perse forza e cultura, passano in realtà correnti fortissime di energia, generate da eventi prossimi, che sembrano avere bisogno, per esprimersi, di quella strettoia, di quella discesa, di quella ritirata strategica. Nell'apparente indigenza di quel particolare, trova appoggio una forza più ampia che, senza quella debolezza, non starebbe in piedi. Liberi poi di giudicare che, comunque, questa nuova forma di energia, di senso, di civiltà, non è all'altezza di quella precedente: questo è assolutamente possibile. Ma in questo modo avrete almeno evitato di liquidare la locomotiva a vapore in base alla considerazione che, confrontata a una carrozza a cavalli, essa risulta un oggetto raccapricciante, volgare, puzzolente e oltretutto pericoloso. […] Lo sguardo che si ferma su un tratto solo dell'invasione barbarica rischia la stupidità pura e semplice. […] 

Calcio 1

8. Baggio in panchina, la coda che sbatte

Anche quello è un villaggio sotto l'assedio dei barbari. Nel senso che è diffusa l'impressione che anche lì si sia smarrito lo spirito vero della faccenda, il suo tratto più nobile, se vogliamo: l'anima. […]In genere si fa risalire una simile catastrofe a un fenomeno ben preciso: l'avvento della televisione digitale e quindi l'allargamento radicale dei mercati e quindi l'entrata in circolo di grandi quantità di denaro. In sè la cosa non è sbagliata: ma, come ho spiegato, bisognerebbe riuscire a vedere l'intero animale in movimento. Baggio in panchina è la coda che sbatte. Il calcio di Sky sono le zampe anteriori che mulinano nell'aria. Ma l'intero animale? Riuscite a vederlo? Proviamo usando quello che abbiamo imparato dal vino. Complice una precisa innovazione tecnologia, un gruppo umano sostanzialmente allineato al modello culturale imperiale, accede a un gesto che gli era precluso, lo riporta istintivamente a una spettacolarità più immediata e a un universo linguistico moderno, e ottiene così di dargli un successo commerciale stupefacente. Proviamo: con l'invenzione della televisione digitale, uno sport che era stato di pochi ricconi e della televisione di Stato, finisce nelle mani di privati che, seguendo il modello dello sport americano, ne accentuano il tratto spettacolare, lo allineano alle regole del linguaggio moderno per eccellenza, quello televisivo, e in questo modo ottengono di spalancare il mercato, e di moltiplicare i consumi. Risultato apparente: il calcio perde l'anima. […]Incominciamo a poter mettere a fuoco, abbastanza velocemente, l'animale intero in movimento. Posso aiutarvi in questa impresa, posando per un attimo, accanto all'animale, una vecchia foto in bianco e nero?

[…] Se vado a ripescare la mia domenica sera adolescenziale e torinese è perché mi aiuta a mettere a fuoco un'altra mossa dell'animale, una mossa che la storia del vino non mi aveva fatto riconoscere, e che invece il calcio insegna chiaramente: tendenzialmente, i barbari vanno a colpire la sacralità dei gesti che aggrediscono, sostituendola con un consumo in apparenza più laico. Direi così: smontano il totem e lo disseminano nel campo dell'esperienza, disperdendone la sacralità. Esempio tipico: la partita della domenica, che adesso è anche il lunedì, il venerdì, il giovedì, in diretta, registrata, solo le azioni importanti, dovunque.

Il rito è moltiplicato, e il sacro è diluito. (Non è lo stesso per il vino che si può bere quando vuoi senza tanto scaraffare, abbinare, degustare, e tutte quelle cerimonie lì?). Ci potremmo addirittura chiedere se quando parliamo di perdita dell'anima, non stiamo in realtà rimpiangendo soprattutto quella perduta sacralità dei gesti: ci manca il totem. Eppure siamo una civiltà abbastanza laica, e sappiamo benissimo che qualsiasi passo in avanti nella laicità rimette in movimento il mondo e libera energie formidabili. Ma ci manca il totem. Ai barbari no. Loro il sacro lo smantellano. Sarà un bel momento quando capiremo con cosa lo sostituiscono […]

Calcio 2

9. Li ho visti abbracciarsi, da lontano

[…] l'idea di spettacolarità che il calcio ha scelto negli ultimi anni, più o meno da quando si è percepita una certa mutazione barbarica […] è una cosa che c'entra anche con la natura stessa del gioco, con la sua tecnica, con il suo tipo di organizzazione.

Per quello che importa a noi, la domanda è: se ai barbari è necessaria una spettacolarizzazione del gesto, come mai sono arrivati all'assurdo di eliminare proprio il punto più spettacolare dei quel gioco, cioè il talento individuale, o addirittura il marchio dell'artista, e cioè del numero 10? Perché vanno a colpire proprio il punto in cui quel gesto sembra assumere la sua dimensione più alta, più nobile, più artistica? Non è una domanda solo calcistica, perché, come oramai incomincerete a capire, è un fenomeno che possiamo trovare in quasi tutti i villaggi saccheggiati dai barbari. Vanno dritti dove è il cuore più alto della faccenda, e distruggono. Perché? E soprattutto: cosa ci guadagnano da un simile sacrificio? […] Se rinunci a Baggio è perché ti sei immaginato un sistema di gioco meno bloccato, in cui la grandezza del singolo è per così dire ridistribuita su tutti, e in cui l'intensità dello spettacolo è diffusa. Nei limiti di un gioco di squadra, il vecchio calcio viveva di molti duelli personali, e di una sostanziale divisione dei compiti. Il calcio moderno sembra essersi intestardito a spezzare questa parcellizzazione di senso, creando un solo evento a cui tutti, costantemente, partecipano. Nel difensore che attacca, come nell'attaccante che copre, sale in superficie un'utopia di mondo in cui tutti fanno tutto e in qualsiasi parte del campo. Forse nulla può restituire un simile modo di pensare come la bella espressione coniata dagli olandesi negli anni settanta: il calcio totale. […] Se tutti devono fare tutto, è difficile che tutti riescano a fare tutto benissimo: ed ecco la famosa tendenza alla medietà, tipica delle mutazioni barbare. La medietà è deprimente, per noi, ma non lo è per i barbari, per una ragione ben precisa, e calcisticamente verificabile: la medietà è una struttura senza spigoli in cui può passare un maggior numero di gesti. […] Quante possibilità in più genera all'interno di un gioco che in quanto a regole non è nemmeno cambiato un granché? Lo vedete il fattore di moltiplicazione? La regressione di una capacità genera una moltiplicazione di possibilità. Ancora uno sforzo: perché queste possibilità diventino reali, è necessaria ancora una cosa: la velocità. Per fare accadere tutto in qualsiasi parte del campo, devi correre veloce, giocare veloce, pensare veloce. La medietà è veloce. Il genio è lento. Nella medietà il sistema trova una circolazione rapida delle idee e dei gesti: nel genio, nella profondità dell'individuo più nobile, quel ritmo è spezzato. Un cervello semplice trasmette messaggi più velocemente, un cervello complesso li rallenta. […] Quando i barbari pensano alla spettacolarità, pensano a un gioco veloce in cui tutti giocano simultaneamente tritando un numero di possibilità più alto possibile. Se per ottenere questo devono mettere in panchina Baggio lo fanno, e in questo è inscritto un verdetto che troveremo in tutti i villaggi saccheggiati: un sistema è vivo quando il senso è presente ovunque e in maniera dinamica: se il senso è localizzato, e immobile, il sistema muore. […]

Libri 1

10. Stanno ammazzando Flaubert

[…] L'idea che il mondo dei libri sia attualmente sotto assedio da parte dei barbari è oggi tanto diffusa da essere diventata quasi un luogo comune. Nella sua vulgata, direi che poggia su due pilastri: 1) la gente non legge più; 2) chi fa i libri pensa ormai solo al profitto, e l'ottiene. Detta così, è paradossale: è chiaro che se fosse vera la prima, non esisterebbe la seconda. Quindi c'è qualcosa da capire. […] Partiamo da un dato certo: in effetti, da decenni l'industria editoriale dell'occidente aumenta in modo costante e significativo il proprio volume d'affari. […] Sommate tutto, e vi fate l'idea di un sistema che, in ogni suo passaggio, ha scelto di privilegiare l'aspetto commerciale rispetto a qualunque altro.

Per quanto ne so io, un quadro del genere descrive abbastanza fedelmente lo stato delle cose. Ci sono molte eccezioni e bisognerebbe fare molti distinguo, ma in effetti la tendenza sembra quella. Il punto che mi interessa, però, è: che tipo di mondo è stato generato da una mutazione del genere? L'equazione tra commercializzazione spinta e distruzione è reale? L'idea che si tratti di un genocidio in cui stiamo azzerando una civiltà preziosissima è un'idea intelligente, o falsamente intelligente? Non è che mi importi particolarmente del destino dei libri, è che lì si gioca una partita interessante: è vero che l'enfasi mercantile uccide il tratto più nobile e alto dei gesti a cui si applica? Stanno ammazzando Flaubert così come hanno messo in panchina Baggio e tolto dalle nostre tavole il Barbaresco? E se sì, perché diavolo lo stiamo facendo? Avidità pura e semplice?

Vorrei che provaste a pensarla così: l'enfasi commerciale, prima di essere una causa, è un effetto: è il quasi automatico defluire di un gesto in un campo improvvisamente spalancato. […] fino alla metà del settecento quelli che leggevano libri erano, sostanzialmente, quelli che li scrivevano: o magari che non li scrivevano ma avrebbero potuto farlo, o che erano fratelli di uno che li scriveva, insomma erano nei paraggi. Era una piccola comunità circoscritta, i cui confini erano determinati dal possesso dell'istruzione e dalla libertà dall'urgenza di un lavoro redditizio. Con l'avvento della borghesia si crearono le condizioni oggettive perché molta più gente avesse le capacità, i soldi e il tempo per leggere: erano lì, ed erano a disposizione. Il gesto con cui li si raggiunse, inventando l'idea (che doveva parere assurda) di un pubblico di lettori che non scrivevano libri, oggi lo chiamiamo: romanzo. Fu un gesto geniale, e lo fu, simultaneamente, da un punto di vista creativo e da un punto di vista di marketing. Il romanzo è il prodotto che ha reso reale un pubblico che era solo potenziale, e che esisteva solo sotto la pelle del mondo. Il fatto che il romanzo abbia prodotto denaro (e tanto) ci appare oggi quasi un corollario trascurabile: ci sembra più significativo il gesto di civiltà che vi riconosciamo: il pervenire a una superiore e formalizzata consapevolezza di sé e a una raffinata idea di bellezza. La distanza storica però non ci deve far perdere la comprensione delle cose reali: il romanzo ottocentesco era pensato per coprire l'intero mercato disponibile, mirava a tutti i lettori possibili, e da Melville a Dumas in effetti li raggiungeva tutti. Se oggi ci sembra un prodotto èlitario, è perché, per quanto spalancato, il campo di gioco di quella editoria rimaneva circoscritto, chiuso dai muri dell'analfabetismo e delle differenze sociali. Ma vorrei essere chiaro: tutto il campo disponibile, il romanzo se lo prese, in una delle operazioni commerciali più grandiose della nostra storia recente. Erano pochi, ma il romanzo se li prese tutti.

(Ora, se pensate al sistema settecentesco dei libri, a ogni sua rotella, non fate fatica a immaginare che l'irrompere del romanzo abbia, ai tempi, squassato tutto, imponendo una nuova logica. Facile che quella vecchia famiglia allargata di colti scrittori-lettori abbia guardato con disgusto a una commercio e a una produzione che metteva libri in mano a signore impreparate e garzoni che appena sapevano leggere. E infatti il romanzo borghese, ai suoi albori, fu percepito come una minaccia, e come un oggetto sostanzialmente nocivo (i medici, spesso, lo vietavano): di certo dovette apparire come uno smottamento del tratto nobile del gesto di scrivere e leggere. Facile che lo si attribuisse a un avida volontà di successo e di guadagno. E' un panorama che vi ricorda qualcosa?)

[…] L'illusione ottica che genera in noi la sensazione di un oggetto sofisticato e èlitario nasce dal fatto che quelle platee sono state, almeno fino agli anni 50 del novecento, molto ristrette, effettivamente èlitarie: ma ciò che le chiudeva al resto del mondo non era tanto una loro scelta selettiva di qualità, quanto la realtà sociale che ne limitava il raggio d'azione alle fasce più forti della popolazione. […] Prendete l'Italia degli anni 50. Erano gli anni in cui al Premio Strega andava gente come Pavese, Calvino, Gadda, Tomasi di Lampedusa, Moravia, Pasolini (ci sarebbe andato anche Fenoglio, ma dovette lasciare il posto a Calvino! Oggi non si hanno più quei problemi lì). Gli editori si chiamavano Garzanti, Einaudi, Bompiani, ed erano cognomi di persone vere! Se dobbiamo pensare a una civiltà che oggi è stata spianata dai barbari, eccola lì. Nella qualità dei libri, nella statura degli addetti ai lavori e perfino nelle modalità del lavoro e della commercializzazione (la piccola libreria, i recensori insigni, i risvolti fatti da Calvino) quegli anni sembrano rappresentare per noi il paradiso perduto. Ma che Italia era quella? Com'era, esattamente il campo in cui giocavano?

[…] Dico questo per tracciare i bordi del campo: indipendentemente da quello che avrebbero voluto fare, ai tempi quelli che vendevano libri lo potevano fare in un mercato oggettivamente piccolo. Oggi sappiamo che quell'ecosistema piuttosto angusto generò professionalità sublimi, autori geniali e riti nobilissimi. Ma c'è qualcosa che ci autorizza a pensare che tutto ciò sia nato in virtù di una ritrosia a commercializzare quel mondo, privilegiando la qualità delle persone e dei gesti? Credo di no. Ancora una volta, mi sembra piuttosto che loro possedessero tutto il campo possibile, con normale istinto commerciale, e ciò che noi oggi riconosciamo come qualità fosse esattamente l'espressione dei bisogni della ristretta comunità a cui si rivolgevano: perfino uno specchio delle loro abitudini, dei loro riti quotidiani (il libraio, la terza pagina dei giornali, la libreria in salotto...). Tutto il mercato che c'era, loro lo abitavano, e davano a quel mercato esattamente quel che chiedeva, sia nei prodotti, sia nei modi con cui li porgevano.

[…] Quel che voglio dire è che, nonostante le apparenze, contrapporre un'editoria di qualità del passato a un'editoria commerciale del presente è un modo inesatto di porre i termini della questione. In realtà sembrerebbe più plausibile ammettere che l'editoria si è sempre spinta fino ai limiti possibili della commercializzazione, con l'istinto che qualsiasi gesto ha di abitare tutto il terreno disponibile. Quello che possiamo registrare è che, in una certa contingenza storica, e in una certo panorama sociale, un'editoria costretta alla piccolezza da precisi blocchi sociali ha espresso una qualità (di prodotti, di modi) che era l'espressione esatta dei bisogni della microcomunità a cui si rivolgeva. Ma non sceglievano la qualità invece che il mercato: trovavano la qualità nel mercato.

Tutto ciò inclinerebbe a pensare che, di per sé, la commercializzazione spinta, come effetto dell'istinto a possedere tutto il mercato possibile, non è una causa sufficiente a motivare il massacro della qualità. Non lo è mai stato. Quindi, se continuiamo a percepire un'aria di apocalisse e invasione barbarica, dobbiamo chiederci piuttosto da cosa sia, veramente, generata, vietandoci la facile risposta che è tutta colpa di una cosca di affaranti. In fondo, forse la domanda corretta da porsi, sarebbe questa: che tipo di qualità è generato dal mercato che oggi vediamo all'opera? Che idea di qualità hanno imposto i barbari dell'ultima ondata, che sono venuti a invadere i villaggi del libro negli ultimi dieci anni? Cosa diavolo vogliono leggere? Cos'è, per loro, un libro? E che nesso ha, quello che hanno nella testa, con ciò che noi ancora riconosciamo come editoria di qualità? […]

Libri 2

11. Tutti i figli della stessa illusione

[…] La prima cosa che credo di poter dire è che i barbari non hanno spazzato via la civiltà del libro che hanno trovato […] Il responso di tecnici anche molto scettici sulla piega che il mercato dei libri sta prendendo, è che quella letteratura ha goduto dell'ampliamento del mercato: vende un po' di più, alle volte molto di più, praticamente mai molto di meno. […] Quello che ci induce a pensare il contrario è la prospettiva, il gioco delle proporzioni: […] Così, il mercato dei libri finisce per sembrarci come un enorme uovo al paletto, in cui il rosso, più grande che in passato, è l'editoria di qualità, e il bianco, dilagato a proporzioni enormi, è tutto il resto. In questo senso, volendo capire i barbari, quel che bisognerebbe fare è capire quel bianco […]

Il bianco è fatto di libri che non sono libri. La maggior parte di quelli che oggi comprano libri, non sono lettori. […] i barbari usano il libro per completare sequenze di senso che sono generate altrove. Quel che rifiutano, che non li interessa, è il libro che si rifà, completamente, alla grammatica, alla storia, al gusto della civiltà del libro: questo lo ritengono povero di senso. Non è inseribile in nessuna sequenza trasversale, e quindi gli deve parere terribilmente asfittico. O quanto meno: non è quello il gioco che sanno fare. […] i barbari tendono a leggere solo i libri le cui istruzioni per l'uso sono date in posti che NON sono libri.Riassumo: se uno va a vedere il bianco dell'uovo trova molti atteggiamenti semplicistici, ma anche l'affacciarsi di un'idea, strana e non idiota: il libro come nodo passante di sequenze originate altrove e destinate altrove. Una specie di trasmettitore nervoso, che fa transitare senso da zone limitrofe, collaborando a costruire sequenze di esperienza trasversali. Quest'idea è talmente lontana dall'essere idiota che ha iniziato perfino a modificare il rosso dell'uovo, a contagiarlo. […]

[…]Per me resta, ad esempio, formidabile il caso dei libri venduti insieme ai quotidiani.

[…]Spiegazioni ce ne possono essere tante. Ma per quel che importa a noi, in questo libro, la cosa illuminante è una: quel modo di vendere i libri dava l'impressione che quei libri fossero un segmento di una sequenza più ampia, che la gente usava correntemente, con grande fiducia e soddisfazione: erano un prolungamento del mondo di Repubblica, o del Corriere della sera, o della Gazzetta dello sport. La promessa, sottintesa, era che leggere Flaubert sarebbe stato un gesto perfettamente collocabile in sequenza col ricevere le notizie, avere quei gusti culturali, condividere una certa passione politica o praticare un medesimo hobby. La promessa, ancor più sottintesa, era che in qualche modo chi leggeva quel giornale aveva le istruzioni d'uso per poter far funzionare quegli strani oggetti-libro. In realtà non era così, perché poi Faulkner resta Faulkner, anche se ve lo mette in mano, con nonchalance, Eugenio Scalfari: per cui probabilmente li hanno comprati ma poi non li hanno letti: ma è bastato che qualcuno schiudesse la possibilità concettuale che Faulkner fosse collocabile in sequenza con altre narrazioni, per far sì che i barbari (o il tratto barbaro che è in noi, anche nei più obsoleti passatisti) rispondessero con istintivo entusiasmo. Risultato: hanno comprato Flaubert persone che mai e poi mai l'avrebbero comprato; e l'hanno ricomprato persone che ne possedevano già due copie. Tutti figli della stessa illusione: che, d'improvviso, l'autoriferimento della letteratura a se stessa si fosse magicamente spezzato. (E poi era simbolicamente così forte il fatto che li si potesse comprare in modo tanto semplice. "Mi dia anche questo, va'." Pochi euro. E via, con Faulkner dentro il giornale. Era veloce. Non sottovalutate questo: era veloce: era un gesto collocabile in una sequenza veloce di altri gesti. Non era andare in libreria, posteggiare, parlare un po' con il libraio e poi scegliere, riprendere la macchina e finalmente poter far altro. Era veloce. Eppure in mano avevi Faulkner, non Dan Brown. La intuite, la micidiale illusione?)

Libri 3

12. Il sapore dell'intuizione preziosa

[…] Mi ha aiutato a capirlo il fatto di esser cascato, tempo fa e per caso, su una pagina di Goffredo Parise. Sentite qua. E' un articolo su Guido Piovene. E inizia così: (Piovene) è il terzo grande amico della last generation. […] Sembrava spostare i termini della questione molto indietro: Parise scriveva cose del genere nel 1974!. E cos'era questa storia per cui già Calvino e Pasolini erano post? Ecco cosa diceva poco più in là: (La chiamo) ultima generazione perché ebbe tempo di goderla quella bellezza stilistica, e di vedere e vivere i frutti creativi e distruttivi di quell'animo, vita, guerre e arte, che appartengono oggi alla programmazione dei mercati industriale e politico. […] Piovene, come Montale e Moravia e al contrario di noi, aveva vissuto un certo numero di anni in cui la parola scritta fu espressione molto prima di comunicazione. Espressione molto prima di comunicazione. Ecco il punto. L'incrinatura. L'inizio della fine. Sono parole vaghe (espressione, comunicazione), ma io ci ho trovato il sapore dell'intuizione preziosa […] D'improvviso la parola scritta spostava il suo baricentro dalla voce che la pronunciava all'orecchio che l'ascoltava. Per così dire, risaliva in superficie, e andava a cercarsi il transito del mondo: a costo di perdere, nel commiato dalle sue radici, tutto il proprio valore.

Come intuì Parise, non si trattava di una semplice variazione allo statuto di un'arte: ne era la fine. Last generation. Quel che è venuto dopo, è già contagio barbaro, seppur molto prudente, graduale, riformista […] privilegiare la comunicazione non vuol dire scrivere cose banali in modo più semplice per farsi capire: significa diventare tasselli di esperienze più ampie, che non nascono, né muoiono, nella lettura. La qualità di un libro, per i barbari, sta nella quantità di energia che quel libro è in grado di ricevere dalle altre narrazioni, e poi di riversare in altre narrazioni. Se in un libro passano quantità di mondo, quello è un libro da leggere: se anche tutto il mondo fosse là dentro, ma immobile, privo di comunicazione con l'esterno, quello è un libro inutile. So che fa impressione, ma vi chiedo di assumere che questo sia, bene o male, il loro principio. E di capirne le conseguenze.

Lo voglio dire senza mezzi termini: nessun libro può esser una cosa del genere se non adotta la lingua del mondo. Se non si allinea alla logica, alle convenzioni, ai principi della lingua più forte prodotta dal mondo. Se non è un libro le cui istruzioni per l'uso sono date in luoghi che NON sono solamente libri. Dire che luoghi sono, non è facile: ma la lingua del mondo, oggi, indubitatamente, si forma in televisione, al cinema, nella pubblicità, nella musica leggera, forse nel giornalismo. E' una specie di lingua dell'impero, una specie di latino, parlato da tutto l'occidente. E' fatta da un lessico, da una certa idea di ritmo, da una collezione di sequenze emotive standard, da alcuni tabù, da una precisa idea di velocità, da una geografia di caratteri. I barbari vanno verso i libri, e ci vanno volentieri, ma per loro hanno valore solo quelli scritti in quella lingua: perché così non sono libri, ma segmenti di una sequenza più ampia, scritta nei caratteri dell'impero, che magari è partita dal cinema, passata da una canzonetta, approdata in tivù, e dilagata in Internet. Il libro, di per sé, non è un valore: il valore è la sequenza.

[…] E' spesso stupido dare una data precisa alle rivoluzioni, ma se penso al piccolo orticello della letteratura italiana, allora penso che il primo libro di qualità a intuire questa svolta, e a cavalcarla, sia stato Il Nome della Rosa, di Umberto Eco (1980, bestseller planetario). […] Per me è il primo libro scritto bene di cui si possa dire serenamente: le sue istruzioni per l'uso sono integralmente date in luoghi che non sono libri. […] Dopo quel libro, non c'è più stato rosso d'uovo al riparo da quella malattia.

[…] Se volevamo capire come combattono i barbari, ormai abbiamo alcuni strumenti per farlo. Finisce la prima parte di questo libro (Perdere l'anima), e inzia la seconda, quella che va dritta allo scopo: fare il ritratto al mutante, e la foto al barbaro. […]

Google 1

13. Era un libro su Google

[…] Era come cercare di adunare delle stelle nella figura compiuta di una costellazione: quello sarebbe stato il ritratto dei barbari.

Una innovazione tecnologica che rompe i privilegi di una casta, aprendo la possibilità di un gesto a una popolazione nuova.

L'estasi commerciale che va ad abitare quell'ingigantimento dei campi da gioco.

Il valore della spettacolarità, come unico valore intoccabile.

L'adozione di una lingua moderna come lingua base di ogni esperienza, come precondizione a qualsiasi accadere.

La semplificazione, la superficialità, la velocità, la medietà.

La pacifica assuefazione all'ideologia dell'impero americano.

Quell'istinto al laicismo, che polverizza il sacro in una miriade di intensità più leggere, e prosaiche.

La stupefacente idea che qualcosa, qualsiasi cosa, abbia senso e importanza solo se riesce a inserirsi in una più ampia sequenza di esperienze.

E quel sistematico, quasi brutale, attacco al tabernacolo: sempre e comunque contro il tratto più nobile, colto, spirituale di ogni singolo gesto.

Non ho dubbi, lo devo dire sinceramente, non ho dubbi che quello sia il loro modo di combattere. Non ho dubbi sul fatto che tutte quelle mosse loro le fanno simultaneamente, e quindi rappresentano ai loro occhi una mossa sola, siamo noi che siamo ciechi e non lo capiamo, per loro è molto semplice, è l'animale che corre, amen. E noi non lo capiamo, ma sotto sotto già abbiamo metabolizzato quel movimento, quella corsa, la conosciamo, in un certo modo, senza volerla conoscere, ma la conosciamo. A tal punto che quando uno di quegli elementi manca, non risponde all'appello, noi lo cerchiamo, sissignore, lo andiamo a cercare, perché ci manca. Come nel caso dei libri, pensateci, dove c'è tutto tranne l'invenzione tecnologica […] Sarebbe così più comprensibile tutto quanto, se già l'umanità leggesse su un unico supporto gommoso senza fili, su cui, a piacimento, comparissero i giornali, i libri, i fumetti, e links di tutti i tipi, e foto e film, sarebbe così più semplice capire perché Faulkner non lo legge più nessuno. Sarebbe più comprensibile l'animale, mentre invece così, senza le gambe posteriori, sembra solo uno scherzo grottesco, e dunque un'apocalisse senza ragione. (E infatti il villaggio dei libri è a tutt'oggi molto più una città aperta, in cui coabitano due civiltà, che un saccheggio compiuto in cui ha vinto una nuova cultura. Il tempo di inventare l'oggetto gommoso senza fili, e allora sì sarà un bel bagno di sangue intellettuale.)

Così non ho dubbi, e so che il ritratto dei barbari è nascosto là dentro, ed è inscritto in quelle poche righe, in quella specie di lista della spesa. […] a un certo punto, a furia di dormire su quella lista della spesa, l'animale l'ho visto, oh yes, era lì e correva, e si lasciava vedere. Non nitidamente, è ovvio, se ne correva nel fitto del bosco, si poteva giusto vederlo da lontano, ma era proprio lui, o almeno io credo che fosse proprio lui. E dove c'erano stelle, eccola là, una costellazione. E' tipico del mio non essere un barbaro, il fatto che tutto sia iniziato leggendo un libro. Non era Kant, neppure Benjamin, 'sta volta. Era un libro su Google.[…]

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14. Rendere accessibile tutto il sapere

[…] Google, è di fatto quel che di più simile all'invenzione della stampa ci sia stato dato di vivere. […]

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15. La velocità è generata dalla qualità

[…] Google nasce da lì. Dall'idea che le traiettorie suggerite da milioni di links avrebbero scavato i sentieri guida del sapere. […] Quello che mi interessa è isolare il principio attorno a cui è stato costruito Google, perché credo che lì ci sia una specie di trailer della mutazione in atto. Ne do più brutalmente possibile una prima enunciazione imperfetta: il valore di un'informazione, nel web, è dato dal numero di siti che vi indirizzano verso di lei: e quindi dalla velocità con cui, chi la cerca, la troverà. […] La velocità è generata dalla qualità, non il contrario. I proverbi, diceva Benjamin con una bella espressione, sono geroglifici di un racconto: la pagina web che trovate in testa ai risultati di Google è il geroglifico di tutto un viaggio, fatto di link in link, attraverso l'intera rete.

E adesso, molta attenzione. Quello che mi colpisce, di un simile modello, è che riformula radicalmente il concetto stesso di qualità. L'idea di cosa è importante e cosa no. Non che distrugga completamente il nostro vecchio modo di vedere le cose, ma certo lo travalica, per così dire […]

Ecco: quel che c'è da imparare, da Google, è quel nome. Io non saprei trovarlo, ma credo di intuire la mossa che nomina. Un certa rivoluzione copernicana del sapere, per cui il valore di un'idea, di un'informazione, di un dato, è legata non principalmente alle sue caratteristiche intrinseche ma alla sua storia. E' come se dei cervelli avessero iniziato a pensare in altro modo: per essi un'idea non è un oggetto circoscritto, ma una traiettoria, una sequenza di passaggi, una composizione di materiali diversi. E' come se il Senso, che per secoli è stato legato un'ideale di permanenza, solida e compiuta, si fosse andato a cercare un habitat diverso, sciogliendosi in una forma che è piuttosto movimento, struttura lunga, viaggio. Chiedersi cos'è una cosa, significa chiedersi che strada ha fatto fuori da se stessa.

Lo so che l'ermeneutica novecentesca ha già prefigurato, in maniera molto sofisticata, un paesaggio del genere. Ma adesso che lo vedo diventato operativo in Google, nel gesto quotidiano di miliardi di persone, capisco forse per la prima volta quanto esso, preso sul serio, comporti una reale mutazione collettiva, non un semplice aggiustamento del sentire comune. Quel che insegna Google è che c'è oggi una parte enorme di umani per la quale, ogni giorno, il sapere che conta è quello in grado di entrare in sequenza con tutti gli altri saperi. Non c'è quasi altro criterio di qualità, e perfino di verità, perché tutti se li ingoia quell'unico principio: la densità del Senso è dove il sapere passa, dove il sapere è in movimento: tutto il sapere, nulla escluso. L'idea che capire e sapere significhino entrare in profondità in ciò che studiamo, fino raggiungerne l'essenza, è una bella idea che sta morendo: la sostituisce l'istintiva convinzione che l'essenza delle cose non sia un punto ma una traiettoria, non sia nascosta in profondità ma dispersa in superficie, non dimori dentro le cose, ma si snodi fuori da esse, dove realmente incominciano, cioè ovunque. In un paesaggio del genere, il gesto di conoscere dev'essere qualcosa di affine al solcare velocemente lo scibile umano, ricomponendo le traiettorie sparse che chiamiamo idee, o fatti, o persone. Nel mondo della rete, a quel gesto hanno dato un nome preciso: surfing (coniato nel 1993, non prima, preso in prestito da quelli che cavalcano le onde su una tavola; di solito scopano molto). […]

Esperienza

16. E il disegno è veloce o non è nulla

[…]Quel che posso farvi capire dei barbari, eccolo qui.

[…]Probabilmente, quello che in Google è un movimento che insegue il sapere, nel mondo reale diventa il movimento che cerca l'esperienza.

Vivono, gli umani, e per loro l'ossigeno che garantisce la non-morte è dato dall'accadere di esperienze. Tanto tempo fa, Benjamin, sempre lui, insegnò che fare esperienza è una possibilità che può anche venire a mancare. Non è data automaticamente, nel corredo della vita biologica. L'esperienza è un passaggio forte della vita quotidiana: un luogo in cui la percezione del reale si raggruma in pietra miliare, ricordo, e racconto. E' il momento i cui l'umano prende possesso del suo reame. Per un attimo ne è padrone, e non servo. Fare esperienza di qualcosa, significa salvarsi. Non è detto che sia sempre possibile.

Posso sbagliarmi, ma io credo che la mutazione in atto, che tanto ci sconcerta, sia riassumibile interamente in questo: è cambiato il modo di fare esperienze. C'erano dei modelli, e delle tecniche, e da secoli portavano al risultato di fare esperienza: ma in qualche modo, a un certo punto, hanno smesso di funzionare. Per essere più precisi: non c'era nulla di rotto, in loro, ma non producevano più risultati apprezzabili. […] Modelli nuovi, tecniche inedite: e ha ricominciato a fare esperienza. […] l'esperienza, per i barbari, è qualcosa che ha forma di stringa, di sequenza, di traiettoria: implica un movimento che inanella punti diversi nello spazio del reale: è l'intensità di quel lampo.

Non era così, e non è stato così per secoli. L'esperienza, nel suo senso più alto e salvifico, era legata alla capacità di accostarsi alle cose, una per una, e di maturare un'intimità con esse capace di dischiuderne le stanze più nascoste. Spesso era un lavoro di pazienza, e perfino di erudizione, di studio. Ma poteva anche accadere nella magia di un istante, nell'intuizione lampo che scendeva fino in fondo e riportava a casa l'icona di un senso, di un vissuto effettivamente accaduto, di un'intensità del vivere. Era comunque una faccenda quasi intima fra l'uomo e una scheggia del reale: era un duello circoscritto, e un viaggio in profondità.

Sembra che per i mutanti, al contrario, la scintilla dell'esperienza scocchi nel veloce passaggio che traccia tra cose differenti la linea di un disegno. E' come se nulla, più, fosse esperibile se non al'interno di sequenze più lunghe, composte da differenti "qualcosa".

Perché il disegno sia visibile, percepibile, reale, la mano che traccia la linea deve essere veloce, dev'essere un unico gesto, non la vaga successione di gesti diversi: è un unico gesto, completo. Per questo deve essere veloce, e così fare esperienza delle cose diventa passare in esse per il tempo necessario a trarne una spinta sufficiente a finire altrove. Se su ogni cosa il mutante si soffermasse con la pazienza e le attese del vecchio uomo con i polmoni, la traiettoria si disferebbe, il disegno andrebbe in pezzi. Così il mutante ha imparato un tempo, minimo e massimo, in cui dimorare nelle cose. E questo lo tiene inevitabilmente lontano dalla profondità, che per lui è ormai un'ingiustificata perdita di tempo, un'inutile impasse che spezza la fluidità del movimento. Lo fa allegramente perché non è lì, nella profondità, che trova il senso: è nel disegno. E il disegno è veloce, o non è nulla.

[…] In generale, i barbari vanno dove trovano sistemi passanti. Nella loro ricerca di senso, di esperienza, vanno a cercarsi gesti in cui sia veloce entrare e facile uscire. Privilegiano quelli che invece che raccogliere il movimento, lo generano. Amano qualsiasi spazio che generi un'accelerazione. Non si muovono in direzione di una meta, perché la meta è il movimento. Le loro traiettorie nascono per caso e si spengono per stanchezza: non cercano l'esperienza, lo sono. Quando possono, i barbari costruiscono a loro immagine i sistemi in cui viaggiare: la rete, per esempio. Ma non gli sfugge che la gran parte del terreno percorribile è fatto da gesti che loro ereditano dal passato, e dalla loro natura: vecchi villaggi. Allora quel che fanno è modificarli fino a quando non diventano sistemi passanti: noi chiamiamo questo, saccheggio.

Sarà banale, ma spesso i bambini insegnano. […] La noia era una componente naturale del tempo che passava. Era un habitat, previsto e apprezzato. Benjamin, ancora lui: la noia è l'uccello incantato che cova l'uovo dell'esperienza. Bello. E il mondo in cui siamo cresciuti la pensava proprio così. Adesso prendete un bambino di oggi e cercate la noia, nella sua vita. Misurate la velocità con cui la sensazione di noia scatta in lui, appena gli rallentate intorno il mondo. E soprattutto: capite quanto gli sia estranea l'ipotesi che la noia covi qualcosa di diverso da una perdita di senso, di intensità. Una rinuncia all'esperienza. […] il multitasking incarna bene una certa idea, nascente, di esperienza. Abitare più zone possibili con un'attenzione abbastanza bassa è quello che evidentemente loro intendono per esperienza. Suona male, ma cercate di capire: non è un modo di svuotare tanti gesti che sarebbero importanti: è un modo di farne uno solo, molto importante. Per quanto possa sembrare clamoroso, non hanno l'istinto a isolare ciascuno di quei gesti per compierlo con più attenzione e in modo da cavarci il meglio. E' un istinto che è loro estraneo. Dove ci sono gesti, vedono possibili sistemi passanti per costruire costellazioni di senso: e quindi esperienza. […] qualsiasi cosa percepiamo della mutazione in atto, dell'invasione barbarica, occorrerà guardarla dall'esatto punto in cui siamo adesso: e comprenderla come una conseguenza della trasformazione profonda che ha dettato una nuova idea di esperienza. Una nuova localizzazione del senso. Una nuova forma del percepire. Un nuova tecnica di sopravvivenza. Non vorrei esagerare, ma certo che mi verrebbe da dire: una nuova civiltà. […]

Anima

17. Il varco verso una qualche spiritualità

 […] Il movimento è il valore supremo. A quello, il barbaro è capace di sacrificare qualsiasi cosa. L'anima, ad esempio. […] Sospetto perfino che sia, consciamente o meno, il suo obbiettivo principale. Il barbaro non perde l'anima per caso, o per leggerezza, o per uno errore di calcolo, o per semplice miseria intellettuale: è che sta cercando di farne a meno.

[…] avevamo in mente qualcosa che ci sembra fare corpo con l'essenza stessa dell'essere umani: l'idea che l'uomo abbia in sé una dimensione spirituale (non religiosa, spirituale) capace di elevarlo oltre la sua natura puramente animale. Ora ci si dovrebbe chiedere: ma questa idea, da dove viene? E soprattutto: c'è sempre stata, o siamo passati anche da fasi di civiltà che ne facevano a meno?

[…] Per lunghissimo tempo, in realtà, l'occidente ha subordinato la rivendicazione di una qualche spiritualità umana alla benevolenza di un'autorità divina. Il luogo dello spirito era il campo della religiosità. Abbiamo chiamato Umanesimo l'istante, lunghissimo, in cui, ereditando intuizioni che venivano da lontano, un'élite intellettuale iniziò a immaginare che l'uomo portasse dentro di sé un orizzonte spirituale non riconducibile, semplicemente, alla sua fede religiosa. Ma non fu un'acquisizione facile né scontata. Prima che diventasse realmente dominio collettivo, comune sentire, passarono altri secoli. La fatica con cui l'intelligencija mise a fuoco gli strumenti per farla diventare reale, è nulla rispetto all'estraneità che per secoli la gente, la gente comune, dovette provare per una simile prospettiva. Non credo di dire una bestemmia se dico che, per lunghissimo tempo, l'idea di una dimensione laicamente spirituale dell'umano, restò, in occidente, privilegio di una casta superiore, di ricchi e intellettuali: per gli altri, c'era la religione rivelata. Ma non era la stessa cosa. Non è la cosa a cui alludiamo quando diciamo "anima", e pensiamo al gesto dei barbari che la cancellano. 

Ciò a cui pensiamo, quando diciamo anima, è qualcosa che in realtà è stato inventato abbastanza di recente. E' un brevetto della borghesia ottocentesca. Furono loro a far diventare di dominio comune la certezza che l'umano avesse, in sé, il respiro di un riverbero spirituale, e custodisse, in sé, la lontananza di un orizzonte più alto e nobile. Dove lo custodiva? Nell'animo.

Ne avevano bisogno. Adesso occorre capire che ne avevano bisogno. Erano praticamente i primi, da secoli, che cercassero di possedere il mondo senza detenere un'aristocrazia di rango sancita in modo quasi trascendente, se non direttamente per decreto divino. Loro avevano astuzia, intraprendenza, denaro, volontà. Ma non erano destinati al dominio, e alla grandezza. Avevano bisogno di trovare quel destino in se stessi: di dimostrare che una certa quale grandezza la possedevano senza bisogno che nessun altro gliela concedesse, né uomini, né re, né Dio. Per questo accelerarono a dismisura quel cammino che veniva da lontano, su dai greci del quinto secolo, passando per Cartesio e per la rivoluzione scientifica: riuscirono in un tempo sorprendente ad allestire quella grandezza, perfino mettendo a fuoco gli strumenti, disponibili a tutti, per coltivarla e trovarla in sé. Il complesso di idee, mode, opere d'arte, nomi, miti e eroi con cui fecero diventare questa ambizione un sentire collettivo, e addirittura comune, noi lo chiamiamo Romanticismo. […]

Musica classica

18. Beethoven si sarebbe potuto fermare lì

Non c'è nulla come la musica classica, per capire cosa avessero in testa i romantici. […]

In realtà, a voler essere cinicamente esatti, fu con Beethoven che nacque, davvero, l'idea di musica classica che noi abbiamo ereditato e che ancora usiamo. […] Non a caso Beethoven fu praticamente il primo a comporre simultaneamente per l'aristocrazia settecentesca e per la ricca borghesia del primo ottocento: stava in bilico su un confine, e aveva tutta l'aria di un testimone che sanciva la staffetta dal potere aristocratico a quello borghese. Il fatto che fosse apprezzato da entrambe dà un'idea della vertiginosa ricchezza di quel che fece: era una musica capace di emozionare due civiltà diverse e, in certo senso, antitetiche.

Il gesto strategicamente geniale dei romantici fu quello di adottarlo come padre fondatore di ciò che avevano in mente. E' difficile dire se a lui sarebbe piaciuto, ma loro lo fecero, e in questo dimostrarono un'astuzia e un'intelligenza sbalorditive. Beethoven fu per loro il lasciapassare per una nuova civiltà. […]

La Nona non era musica romantica: ma fondava il campo da gioco della musica romantica. Inventava e sanciva per sempre l'esistenza di uno spazio intermedio tra natura e divinità, tra la materiale eleganza dell'umano e il trascendentale infinito del sentimento religioso. Lì, precisamente lì, l'uomo borghese avrebbe collocato se stesso. Quando noi, eredi del romanticismo, usiamo generiche espressione come anima o spiritualità, indichiamo quello spazio. Quella terra intermedia.

La musica classica è stata per secoli uno dei modi più precisi per abitare quella terra. […] C'è un momento esatto in cui ha iniziato ad andare in crisi: quando si sono fatti vivi i primi barbari.

Quello della musica classica è indubbiamente uno dei villaggi usciti peggio dall'invasione barbarica. Il suo evidente rifarsi a una civiltà del passato (addirittura maniacale nella fissazione su un repertorio fatalmente circoscritto) l'ha lasciato praticamente senza difese. I barbari, come abbiamo visto, non hanno l'istinto a distruggere e basta: quel che immediatamente cercano di fare è convertire quel che trovano in sistema passante. Ma la musica classica offre una resistenza a una simile metamorfosi che altri gesti non sfoggiano. Più che distruggere, allora, se ne sono semplicemente andati.

[…] il senso dell'operazione era di farvi vedere da vicino cosa intendiamo con espressioni come anima o spiritualità. Volevo portarvi a pensare che non sono tratti costitutivi dello stare in terra, ma derivano da un processo storico che ha avuto un suo inizio e probabilmente avrà una sua fine. E' altrettanto importante capire che noi usiamo quelle categorie nella formulazione che ne ha dato un preciso gruppo sociale in un preciso momento storico. Fa perfino sorridere dirlo, ma non abbiamo ancora cessato di usare parole d'ordine romantiche. E la resistenza che facciamo all'invasione barbarica spesso si riduce a un'inconsapevole difesa di principi romantici coniati secoli fa. […]


Monsieur Bertin

19. Strabordando con arrogante ineleganza

Eccolo qui. Monsieur Bertin. Anno 1833. […]

Monsieur Rivière

20. L'aspirazione borghese al dominio

[…] Quella certa idea di anima e di spiritualità è stata, in un certo contesto storico, una necessità. […]

Fatica

21. Si sono inventati l'uomo orizzontale

Noi dunque la chiamiamo ancora anima, o la inseguiamo girando attorno al termine spiritualità, e quel che vogliamo tramandare è l'idea che l'uomo sia capace di una tensione che lo spinge al di là della superficie del mondo e di se stesso, in un terreno in cui non è ancora dispiegata la totale potenza divina, ma semplicemente respira il senso profondo e laico delle cose, con la naturalezza per cui cantano gli uccelli o scorrono i fiumi, secondo un disegno che forse proviene davvero da una bontà superiore, ma più probabilmente sgorga dalla grandezza dell'animo umano, che con pazienza, fatica, intelligenza e gusto assolve per così dire al compito nobile di una prima creazione, che rimarrà l'unica, per i laici, e sarà invece grembo dell'incontro finale con la rivelazione, per i religiosi. […] Facciamo fatica a immaginare che l'uomo possa essere qualcosa di degno al di fuori di quello schema. Ma ciò che ci accade intorno, in questi tempi, ci costringe a rimettere in movimento le nostre certezze. Se la smettete per un attimo di considerare i barbari una degenerazione patologica che porterà allo svuotamento del mondo, e provate a immaginare che il loro sia un modo di tornare a essere vivi, scappando dalla morte, allora la domanda che vi dovete porre è: cos'è mai questa strada inedita che cerca il senso della vita attraverso l'eliminazione dell'anima? E ancor prima: cosa c'è, nell'anima, che li spaventa, che li respinge, come se fosse un luogo di morte invece che di vita?

Io ho in mente due risposte possibili: […] La prima ha a che vedere con il piacere. E con la verità. Terreno minato. Ma proviamoci. Nel paesaggio di monsieur Bertin c'era una categoria che la faceva da padrona: la fatica. Lo dico nel modo più semplice: l'accesso al senso profondo delle cose prevedeva una fatica: tempo, erudizione, pazienza, applicazione, volontà. Si trattava, letteralmente, di andare in profondità, scavando la superficie petrosa del mondo. […] A un ascoltatore di Vivaldi l'idea di risentire le Quattro Stagioni per capirle doveva sembrare come la pretesa di rivedere dei fuochi d'artificio per capire se erano stati belli. Ma la Nona pretendeva questo: il gesto della mente che ritorna sul suo oggetto di studio e fatica, e accumula nozioni, e scende in profondità, e alla fine comprende. […] Bisogna comprendere che questo genere di tour de force piaceva a monsieur Bertin, gli era assolutamente congeniale, e questo è facilmente spiegabile: la volontà e l'applicazione erano proprio le sue armi migliori, e, se vogliamo, erano ciò che faceva difetto a un'aristocrazia rammollita e stanca: se accedere al senso più nobile delle cose era una faccenda di determinazione, allora accedere al senso delle cose diventava quasi un privilegio riservato alla borghesia. Perfetto.

L'applicazione su larga scala - e in certo modo la degenerazione - di questo principio (la fatica come lasciapassare per il senso più alto delle cose), ha prodotto il paesaggio in cui ci troviamo oggi. La mappa che noi tramandiamo dei luoghi in cui è depositato il senso, è una collezione di giacimenti sotterranei raggiungibili solo con chilometri di cunicoli faticosi e selettivi. Il semplice gesto originario del fermarsi a studiare con attenzione, si è ormai affinato a vera e propria disciplina, impervia e articolatissima. […] Andrebbe anche bene così, ma il fatto è che la sproporzione ormai fra il livello di profondità da attingere e la quantità di senso raggiungibile è diventata clamorosamente assurda. Se vogliamo, la mutazione barbara scocca nell'istante di lucidità in cui qualcuno si è accorto di questo: se effettivamente scelgo di dedicare tutto il tempo necessario a scendere fino al cuore della Nona, è difficile che mi resti del tempo per qualsiasi altra cosa: e, per quanto la Nona sia un giacimento immenso di senso, da sola non ne produce la quantità sufficiente alla sopravvivenza dell'individuo. E' il paradosso che possiamo incontrare in molti studi accademici: il massimo della concentrazione su uno spigolo del mondo ottiene di chiarirlo, ma ritagliandolo via da tutto il resto: in definitiva, un risultato mediocre (che te ne fai di aver capito la Nona, se non vai al cinema e non sai cosa sono i videogame?). […] Guardate, non è un problema di fatica, di paura della fatica, di rammollimento. Ve lo ripeto: per monsieur Bertin quella fatica era un piacere. Aveva bisogno di sentirsi stanco, quel tour de force lo rendeva grande, e sicuro di sé. Ma chi ha detto che debba essere lo stesso per noi? […] Quella fatica è diventato un golem, e una micidiale forca caudina da cui è necessario passare. Ma perché? Non va smarrita, in questa liturgia borghese, la semplice intuizione originaria per cui l'accesso al cuore delle cose era un questione di piacere, di intensità di vita, di emozione? Non sarebbe lecito pretendere che fosse di nuovo così? Non sarebbe giusto rivendicare un tipo di fatica che fosse dilettevole, per noi, come quella fatica era dilettevole per monsieur Bertin?
Così i barbari si sono inventati l'uomo orizzontale. […] Avevano davanti il modello del borghese colto, chino sul libro, nella penombra di un salotto con le finestre chiuse, e le pareti imbottite: l'hanno sostituito, istintivamente, con il surfer. Una specie di sensore che insegue il senso là dove è vivo in superficie, e lo segue ovunque nella geografia dell'esistente, temendo la profondità come un crepaccio che non porterebbe a nulla se non all'annientamento del movimento, e quindi della vita. Pensate che non sia faticosa una cosa del genere? Certo che lo è, ma di una fatica per cui i barbari sono costruiti: è un piacere, per loro. E' una fatica facile. E' la fatica in cui si sentono grandi, e sicuri di sé. Mister Bertin.
[…] Bisognerebbe arrivare a pensare che non è un modo di eliminare la tensione spirituale dell'uomo, e di annientarne l'anima. E' un modo di superare l'accezione borghese, ottocentesca e romantica di quell'idea. Il barbaro cerca l'intensità del mondo, così come la inseguiva Beethoven. Ma ha le strade sue, per molti di noi imperscrutabili o scandalose. […]

proverò ad abbozzare un'altra buona ragione per far fuori monsieur Bertin. Ha a che vedere con la sofferenza, e con la guerra. […]

Guerra
22. L'allergia per la profondità

[…] Pensate anche solo a questo: è logico pensare che quella pretesa di spiritualità, di nobiltà d'animo e di pensiero, rappresentasse per molti borghesi un traguardo tanto necessario quanto impervio; ed è logico pensare che molta di quella tensione spirituale, cercata invano da molti individui in se stessi, sia defluita nella più agevole prospettiva di una spiritualità collettiva, generale: l'idea, alta, di nazione, se non addirittura di razza. Ciò che non era immediatamente rinvenibile nella pochezza dell'individuo, risultava evidente nel destino di un popolo, nelle sue radici mitiche, e nelle sue aspirazioni. Il fatto che una simile accumulazione di senso si sia concentrata maniacalmente su un ideale circoscritto e in fondo acerbo, quello della identità nazionale, può aiutare a capire come in un tempo relativamente breve la difesa di quel perimetro mentale e sentimentale sia diventata questione di vita o di morte. Una volta intrapresa una via quasi darwiniana in cui l'elemento spiritualmente più nobile maturava il diritto al dominio, non era poi semplice fermarsi alla distanza giusta dal disastro. La stessa cultura borghese, del resto, non sembrava avere in sé gli antidoti a una simile escalation. […] I barbari non tengono in gran conto la storia. Ma certo la mossa istintiva con cui rifuggono dal potere salvifico dell'anima ha molto l'aspetto del bambino che evita il tubo di scappamento su cui si è bruciato. E' qualcosa di meno di un ragionamento: è una mossa nervosa, animale. Cercano un contesto (una cultura) in cui un secolo come il novecento ritorni ad essere assurdo, come avrebbe dovuto apparire anche a quelli che lo fabbricarono. E se pensate al surfing mentale, all'uomo orizzontale, al senso disperso in superficie, all'allergia per la profondità, allora qualcosa potete intuire dell'animale che va a cercarsi un habitat che lo tenga al riparo dal disastro dei padri. Il tempo corto in cui dimorano nei pensieri non sembra un sistema per vietarsi pensieri che possano generare idolatrie? E quel modo di cercare la verità delle cose nella rete che intrattengono in superficie con altre cose, non sembra un'infantile ma precisa strategia per evitare di affossarsi in una verità assoluta e fatalmente di parte? E la paura per la profondità non è forse, anche, un riflesso condizionato dell'animale che ha imparato a sospettare di ciò che ha radici troppo profonde, tanto profonde da avvicinarsi al pericoloso statuto del mito? E il continuo svilimento della riflessione, che va a cercarsi forme volgari o commistioni impensabili, non sembra figlia dell'istinto a portarsi dietro, sempre, un antidoto alle proprie idee, prima che sia troppo tardi? […] Comunque: hanno paura di pensare serio, di pensare profondo, di pensare il sacro: la memoria analfabeta di una sofferenza patita senza eroismi deve crepitare, da qualche parte, in loro. Non è una memoria da rispettare? O almeno: da capire?

[…] Ecco una cosa inutile, a proposito dei barbari: averne paura. Dato che mi son scelto il compito di provare a disegnarli, come un naturalista d'altri tempi, avevo bisogno giusto di adottare, insieme a voi, le lenti giuste per vederli. Adesso che l'ho fatto posso portarvi nell'ultima parte di questo libro. Una serie di abbozzi: disegnini dei barbari. Ho in mente di tornare indietro a rivedere certe loro apparenti aberrazioni e riconoscervi il profilo di una figura, alla luce delle cose scoperte fin qua. […]

Spettacolarità

23. Dove noi cerchiamo risposta

Delizioso, quando si scollina, e, in un libro, intravedi la discesa. Per chi scrive e per chi legge.

[…] Per quello che ci ho capito io, il punto esatto in cui scatta la loro differenza è la valutazione di cosa possa significare, oggi, fare esperienza. Si potrebbe dire: incontrare il senso. E' lì che loro non si riconoscono più nel galateo della civiltà che li aspetta: e che, ai loro occhi, riserva solo cervellotiche non-esperienze. E vuoti di senso. E' lì che scatta questa loro idea di uomo orizzontale, di senso distribuito in superficie, di surfing dell'esperienza, di rete di sistemi passanti: l'idea che l'intensità del mondo non si dia nel sottosuolo delle cose, ma nel bagliore di una sequenza disegnata in velocità sulla superficie dell'esistente. Non saprei valutare se sia una buona idea o no, e forse non è nemmeno quello che voglio fare in questo momento: adesso mi interessa invece ricordare come tutti i tratti disturbanti e scandalosi che noi riconosciamo nello stile barbaro si motivino alla luce di quella prima mossa. Poi magari restano scelte che non condividiamo, ma è importante capire che sono sezioni di un paesaggio coerente, e fondato. Mi rendo conto che è dalle prime pagine di questo libro che vi sfinisco con questa storia della coerenza barbara, e che non sono una malattia senza spiegazioni, e che l'animale è uno […] Ci sono delle premesse, e ci sono delle conseguenze. Ricucire le prime alle seconde, please. […] Così, quel che farò in questa benedetta discesa, è annotare tutta una serie di sintomi di barbarie e ricollocarli nel paesaggio che è il loro. […]

1. Spettacolarità.

Dico spettacolarità, ma è per usare un eufemismo. In realtà parlo di tutta un'area di cose fastidiose che ruota intorno a espressioni come seduzione, virtuosismo, doping, e a aggettivi tipo facile, piacione, ruffiano. Che siano vini, modi di giocare a calcio, libri o palazzi, cercate i commenti della civiltà alle invasioni barbariche e ci troverete spesso almeno una di quelle espressioni. Il disagio è autentico, e testimonia davvero di una civiltà in cui, evidentemente, si era stabilita un'idea abbastanza precisa dell'equilibrio che ci deve essere, in qualsiasi artefatto, tra forza della sostanza e tratto seduttivo di superficie. Se volete, il termine totemico di kitsch definisce abbastanza bene il confine di quell'equilibrio: quando il tratto seduttivo straborda oltre il lecito o, peggio, si esibisce in assenza di qualsiasi sostanza degna di nota, scatta il kitsch. Tutto molto logico.

[…] Ciò che spesso dà fastidio, nella spettacolarità, è il suo nesso con la facilità, e quindi con l'attenuarsi della fatica. […] Pensate a questo esempio: cosa c'è di più spettacolare e dopato della prosa di Gadda? Poco, in letteratura. E allora come mai, d'incanto, quelle espressioni ci sembrano, nel suo caso, tutt'altro che negative? Una delle risposte possibili è: perché quella spettacolarità, e quell'uso dopato del linguaggio creano difficoltà, non facilità: moltiplicano la fatica e attraverso di essa conducono nel sottosuolo. […] Ma la spettacolarità dei barbari non produce fatica. La spettacolarità, in quello che fanno, appare giusto come una scorciatoia, una facilitazione, una droga. In più, spesso, sembra effettivamente avvitata su una sostanza appena appena percepibile, comunque friabile, spesso proveniente da modelli forniti proprio dalla civiltà, rimasticati e erosi. […]

Ma il punto di vista del barbaro, qual è?

Intanto, lui, della fatica, se ne frega. Non perché è scemo (non sempre, là), ma perché per lui, come abbiamo visto, non è un valore. O meglio: non essendo più un piacere, com'era per monsieur Bertin, non è un valore. Con una pervicacia che ha dell'ammirevole, il barbaro ha smesso di pensare che la via per il senso passi per la fatica, e che il sangue del mondo scorra in profondità dove solo un duro lavoro di scavo può raggiungerlo. […] Dunque il barbaro fa saltare uno dei criteri per avere in sospetto la spettacolarità. Il bello è come disintegra l'altro.

Se, di fatto, voi credete che il senso si dia in forma di sequenza e con l'aspetto di una traiettoria tracciata attraverso punti differenti, allora ciò che vi sta veramente a cuore è il movimento: la possibilità reale di spostarvi da un punto all'altro nel tempo sufficiente a non far svanire la figura complessiva. Ora: da cosa è generato quel movimento, cosa lo mantiene vivo? […] Il propellente di quel movimento è fornito, anche, dai punti in cui passa: che non consumano energia, come succedeva per monsieur Bertin (la fatica), ma la forniscono. In pratica il barbaro ha delle chances di costruire vere sequenze di esperienza solo se ad ogni stazione del suo viaggio riceve una spinta ulteriore: non sono stazioni, sono sistemi passanti che generano accelerazione […] Si potrebbe affermare che l'incubo del barbaro è rimanere invischiato dai punti in cui transita, o rallentato dalla tentazione di un'analisi, o addirittura fermato da un'inopinata deviazione verso la profondità. Per questo tende a cercare stazioni di passaggio che invece di trattenerlo, lo espellono. Cerca la cresta dell'onda, per poter surfare da dio. Dove la trova? Dove c'è quello che noi chiamiamo spettacolarità. La spettacolarità è un misto di fluidità, di velocità, di sintesi, di tecnica che genera un'accelerazione. […] Il barbaro va dove trova la spettacolarità perché sa che lì diminuisce il rischio di fermarsi. Dice: perché lì diminuisce il rischio di pensare, ecco la verità. Sì e no. Pensa meno, il barbaro, ma pensa reti indubbiamente più estese. Copre in orizzontale il cammino che siamo abituati a immaginare in verticale. Pensa il senso, tale e quale a noi: ma a modo suo.

[…] Se un tempo, dunque, l'equilibrio da salvaguardare era quello tra la forza di una sostanza e la seduzione della superficie, per il barbaro il problema si presenta in termini profondamente mutati: perché per lui la seduzione è una forma di forza, e la superficie è il luogo, esteso, della sostanza. Dove noi vediamo un'antitesi, o quanto meno due elementi di pasta diversa, lui vede un unico fenomeno. Dove noi cerchiamo una risposta, per lui non esiste la domanda.

Così, quando la civiltà critica, nell'artefatto barbaro, il tratto ruffiano, dopato, facile, dice simultaneamente una cosa vera e una falsa. E' vero che quel tratto è presente, ma è falso che questo sia, quanto meno nella logica barbara, un difetto. E' sostanza, non è accidente, si sarebbe detto un tempo. In quel tratto il barbaro disintegra il totem della fatica (e tutta la cultura che ne conseguiva) e si assicura la sopravvivenza del movimento (fondamento della sua cultura). Va da sé che restano criteri di buon gusto e di misura con cui giudicare, di volta in volta, l'artefatto venuto meglio e quello venuto peggio. Ma credo di poter dire che quando noi critichiamo nell'artefatto barbaro l'enfasi del tratto spettacolare, seduttivo, ruffiano, assomigliamo a uno che, davanti a una giraffa, scuotesse la testa comentando: gambe e collo troppo lunghi, un orrore. Il problema è che quello non è un cavallo oblungo e riuscito male: è una giraffa. Animale splendido: tanto tempo fa, era un regalo speciale, riservato ai re.

Volete un esempio che forse vi chiarirà tutto? Il cinema. […]

Nostalgia


Nostalgia
24. La spettacolarità generatrice del movimento


2. Cinema

Esempio di come la spettacolarità possa essere sostanza invece che attributo: il cinema. Il baraccone da luna park diventato arte. […]al cinema noi riconosciamo pregiudizialmente, e perdoniamo, una certa essenza spettacolare, necessaria al suo esistere. Nei film hollywoodiani ancora ci attardiamo a misurare il tratto spettacolare, e a valutare quanto la sua presenza nuoccia al senso, all'intelligenza, alla profondità. Ma, perfino lì, è un ragionamento un po' d'accademia, che stride col nostro istintivo adottare quegli stessi film come mitologia del nostro tempo. […] il cinema è quasi un simbolo riassuntivo, e totemico, del procedere barbaro: come restituire in un'unità velocemente percepibile una traiettoria che passa da punti così diversi tra loro. […] E, a livello più sofisticato, quell'eterno braccio di ferro tra il libro e il film, quando si fanno gli adattamenti: […]ti chiedi se quel che è successo non è in fondo, ancora una volta, un classico gesto barbaro: hanno trasformato un libro in un sistema passante. Nella loro logica, lo hanno salvato.

Il cinema come prototipo di ogni sistema passante. Un corso propedeutico all'architettura dei barbari.

[…] 3. Nostalgia.

Non si può capire nulla dei barbari senza capire che la civiltà da cui si sono eclissati continuano a portarsela dentro come una sorta di terra madre di cui non sono stati degni.

[…] Forse perfino il sottile complesso di colpa.

Strane esitazioni, piccoli gesti, inaspettate concessioni alla profondità, infantili solennità.

La mutazione è dolorosa: quindi sempre imperfetta, e incompleta.

4. Sequenze sintetiche.

Nel suo viaggiare in velocità sulla superficie del mondo cercando il profilo di una traiettoria che poi chiama esperienza, il barbaro incontra talvolta stazioni intermedie affatto particolari. Che so, Pulp fiction, Disneyland, Mahler, Ikea, il Louvre, un centro commerciale, la FNAC. Più che stazioni di transito, esse sembrano essere, in modi diversi, il riassunto di un altro viaggio: un condensato di punti radicalmente estranei tra loro ma coagulati in un'unica traiettoria, concepita da qualcuno al posto nostro: e da lui consegnataci. In questo senso offrono al barbaro una chance preziosissima: moltiplicare la quantità di mondo collezionabile nel suo veloce surfing […] Sono tutti macrooggetti anomali: li chiamerei sequenze sintetiche. Suggeriscono l'idea che si possano costruire sequenze proprie inanellando non tanto singoli punti di realtà, quanto concentrati di sequenze formalizzate da altri. Un impressionante effetto moltiplicatore, bisogna ammetterlo. Si può forse affermare che, una volta conosciute, il barbaro abbia scelto quelle sequenze sintetiche come luoghi di transito prediletti del suo andare: e quando costruisce stazioni di passaggio tende a costruirle su quel modello. […]

Per comprendere fino in fondo la faccenda, manca ancora un tassello. Si potrebbe obiettare che anche un libro di Flaubert era, ed è, una sequenza sintetica: un viaggio formalizzato, sintetizzato, confezionato per esser consumato senza spostarsi da casa. Ed è indubbiamente vero. E allora perché lui no e Disneyland sì? […] il barbaro cerca solo e sempre sistemi passanti: vuole stazioni intermedie che non soffochino il suo movimento, ma che, al contrario, lo rigenerino. Quando si accosta alle sequenze sintetiche (porzioni massicce di mondo coagulate in un unico punto) sa che corre un rischio: di rimanervi impantanato. Quelle stazioni promettono una tale convergenza di pezzi di mondo che rischiano di diventare stazioni finali: è lo spettro del binario morto. Per questo il barbaro predilige quelle sequenze sintetiche che conservano una specie di leggerezza e di fluidità strutturale: sono capaci di rendere veloce il passo che le attraversa, e impossibile un radicamento eccessivo dell'attenzione. Spesso, una simile acrobazia è riassumibile nel termine: spettacolarità. […]

Passato
25. Come zattere sopravvissute al naufragio


5. Passato

Se poi c'è una cosa che fa imbestialire la civiltà, è il tipo di rapporto che i barbari intrattengono con il passato. Non tanto con la storia passata: con la cultura del passato. E quella è una faccenda interessante.

In genere, la civiltà si regola ancora con i precetti di monsieur Bertin: la cultura del passato rappresenta il luogo delle nostre radici e quindi è, per antonomasia, il luogo del senso. […] Lo riassumerei così: il passato è uno dei luoghi privilegiati del senso: bisogna capire che non è mai finito, e rivive in ogni gesto che sa suscitarlo dall'oblio. Saperlo suscitare dall'oblio è una faccenda di fatica, rigore, studio e intelligenza. Voilà.

L'idea dei barbari, al proposito, è radicalmente opposta. La riassumerei così: il passato, come dice la parola stessa, è passato. Fine della discussione.

[…] A ben vedere, il passato è tutt'altro che assente dall'immaginario collettivo dei barbari. Diciamo che è presente, e molto, ma in una forma particolare. Il passato sta nella mente dei barbari come le cose vecchie o antiche stanno nei fumetti e nei film di fantascienza. […] i barbari lavorano su schegge del passato trasformate in sistemi passanti. Mentre per il nostro modello culturale il passato è un tesoro sepolto, e possederlo significa scavare fino a trovarlo, per il barbaro il passato è ciò che, del passato, risale in superficie e entra in rete con schegge del presente. […]

Un corollario affascinante di una simile posizione è questo: il passato è allineato su una sola linea, definibile come ciò che non è più. Mentre per la civiltà proprio il misurare ogni volta la distanza dal passato, e colmarla, e capirla, è il cuore della faccenda, assolto dalla sublime perizia dell'archeologo e dell'esegeta, per il barbaro quella distanza è standard: la colonna greca, il monocolo, la colt e la reliquia medievale sono allineati su un'unica linea, e accatastati nella stessa discarica. In certo modo, sono anche immediatamente reperibili […] un rapporto simile con il passato non è inedito, per gli umani occidentali, e ha i suoi nobili precedenti. […] ci facevano i poemi omerici, con idee strampalate del genere. E d'altronde: perfino ai tempi di monsieur Bertin, cos'era Ivanhoe se non un assemblaggio di quel tipo? E vogliamo ricordare l'antico Egitto dell'Aida? Monsieur Bertin dettava la linea, ma poi, sotto sotto, quelli facevano quel che gli pareva, fieri di una schizofrenia che, come vedremo, abbiamo ereditato allegramente.

Così, riassumendo, la civiltà insegna un discesa consapevole e colta nel passato, con l'obiettivo di riportarlo in superficie nella sua autenticità. I barbari costruiscono con le macerie, e aspettano zattere galleggianti con cui costruirsi la casa e decorarsi il giardinetto. E' talmente faticosa la prima soluzione, e ludica la seconda, che gli organi di controllo della civiltà (scuola, ministeri, media) hanno il loro bel da fare per impedire alla collettività tutta di scivolare giù per la china della barbarie. Per cui la disciplina si è ormai irrigidita a culto, e la vigilanza è ostinatissima. […] Forse, la vera linea di resistenza al saccheggio barbaro del passato la troverebbe una civiltà che invece di contestare ossessivamente la legittimità di quel gesto, si spingesse a giudicare quel che i barbari fanno col bottino della loro ruberia. Alla fine, quel che dovrebbe essere importante è cosa se ne fanno, di quelle macerie. […] Ma in genere devo registrare che la civiltà preferisce arroccarsi al di qua di un simile confronto, dietro alla sua personale muraglia cinese: continuando maniacalmente a pretendere che con quelle pietre si ricostruisca il tempio ad Apollo, e nient'altro.

E' una battaglia sensata, me ne rendo conto. Ma nel momento in cui ti accorgi di averla persa, rimane sensato continuare a combatterla.

Democrazia

26. Sarebbe utile avere qualcuno capace di dare risposte

6. Tecnica.

Sistemi passanti, conoscenza come surfing, sequenze sintetiche, esperienze in forma di traiettoria: ormai dovreste riconoscere facilmente le forme e la logica del movimento del barbaro. Così potete capire una delle poche obiezioni sensate e fondate che la civiltà può avanzare: è solo tecnica senza contenuto. […] per il barbaro, in fondo, qualsiasi tessera del mondo equivale a un'altra: è il suo viaggio, il suo surfing, la sua sequenza che le rende, di volta in volta, significative. […] Praticamente il senso non è nelle cose: è generato dalla tecnica di chi le percepisce. E' un'idea non nuova, per carità, ma nel caso barbaro suona abbastanza inquietante: dato che la tecnica è, tutto sommato, alla portata di qualsiasi barbaro, bisogna abituarsi all'idea che la sequenza messa su da un perfetto imbecille sia generatrice di senso e, quindi, testimonianza di una qualche, inedita, forma di intelligenza. In pratica, finiremo per dare credito a qualsiasi fesseria che si dia in forma di sequenza superficiale, veloce, e spettacolare: così come in passato, ad esempio, abbiamo riconosciuto automaticamente come arte qualsiasi brano di musica colta che si desse in forma cervellotica e incomprensibile. […]

7. Democrazia.

E se l'avvento della democrazia fosse uno dei primi segnali dell'arrivo dei barbari? […] la democrazia ha molti tratti tipici del gesto barbaro. Pensate all'idea di polverizzare il senso (che nella politica è il potere) sulla superficie di tanti punti equivalenti (i cittadini) invece che mantenerlo ancorato a un unico punto sacro (il re, il tiranno). Pensate all'idea che il potere vada assegnato non all'uomo più nobile, neanche al migliore o al più forte, ma a quello più linkato (più votato). Pensate alla convinzione che il potere non ha nessuna legittimazione verticale (il re era l'eletto di Dio), ma ha una sua legittimazione orizzontale (il consenso dei cittadini): così che tutta la storia del potere si gioca in superficie, dove solo valgono i fatti attuali, e non c'entra con la profondità, dove varrebbero l'appartenere a una dinastia, o il professare una certa religione. Pensate alla storica, fisiologica propensione della democrazia a fare della medietà un valore, scegliendo sistematicamente di applicare le idee e le soluzioni che trovano il maggior consenso possibile. Pensate alla velocità con cui la democrazia rimette in gioco il potere […] Non sarà per caso che la democrazia è uno dei grembi della civiltà barbara, uno dei suoi luoghi di fondazione? O è solo un'illusione ottica?

[…] Io riesco, a mala pena, a intravedere la domanda. […] e mi spingo a rilevare come la democrazia assomigli alla barbarie soprattutto nei suoi tratti degenerati. […] non si capisce niente dei barbari se non si capisce che la loro mutazione è sempre imperfetta perché è condizionata da un'irrazionale nostalgia per il mondo che stanno distruggendo. […] Questa sensazione che la democrazia sia ormai una tecnica che gira a vuoto, celebrando un unico valore davvero riconoscibile, cioè se stessa. Non so se sia una mia perversione, o un sentire comune a molti. Ma certo si ha così spesso il dubbio che perfino i principi di libertà, uguaglianza, solidarietà che fondarono l'idea della democrazia siano per così dire scivolati sullo sfondo, e che l'unico valore effettivo della democrazia sia la democrazia. Quando si limitano le libertà individuali in nome della sicurezza. Quando si ammorbidiscono i principi morali per esportare, con la guerra, la democrazia. Quando si accorpa la complessità del sentire politico nella opposizione di due poli che, in realtà, si contendono una pugno di indecisi collocati in mezzo. Non è il trionfo della tecnica sui principi? E non assomiglia sorprendentemente allo stesso possibile delirio barbaro, che rischia di santificare una semplice tecnica, rendendola una divinità appoggiata su un vuoto di contenuti? Guardate negli occhi democrazia e barbarie: ci vedrete la stessa inclinazione a diventare meccanismi perfetti che scattano a ripetizione senza produrre null'altro che se stessi. Orologi che funzionano perfettamente, ma che non spostano nessuna lancetta.

Autenticità
27. La forza del senso per loro è altrove


8. Autentico.

Una splendida espressione che si coltivava con fervore ai tempi della civiltà era: l'autentico. Spesso lo mettevamo in connessione strettissima con un altro termine che ci era caro: l'origine. Avevamo questa idea che in profondità, all'origine delle cose e dei gesti, dimorasse il luogo aurorale del loro affacciarsi alla creazione: lì, dove essi inziavano, si poteva scorgere il loro profilo autentico. Lo immaginavamo, ovviamente, alto e nobile: e si misurava la tensione morale di un gesto o di un'idea o di un comportamento proprio misurando la sua prossimità all'autenticità originaria. Era un modo di impostare le cose piuttosto fragile, ma era chiaro, e felicemente normativo. […] Se c'è una cosa che i barbari tendono a polverizzare sono proprio le nozioni di autentico e di origine. Sono convinti che il senso si sviluppi solo dove le cose si mettono in movimento, entrando in sequenza le une con le altre, per cui la categoria di origine suona loro piuttosto insignificante. E' quasi un luogo di immobile solitudine in cui il senso delle cose è ancora tutto da venire. Dove noi vedevamo il nido sacro dell'autentico, dell'originario, loro vedono l'antro di una preistoria in cui il mondo è poco più che una promessa. Dove noi collocavamo l'esistere per eccellenza, autentico e puro, loro leggono soltanto un iniziale momento di pericolosa fragilità: la forza del senso, per loro, è altrove. E' dopo.

[…] Marilyn Monroe. Qual era l'autentico volto di quella donna? Importa davvero a qualcuno saperlo? […] Ciò che è realmente autentico, nella sua figura, è ciò che di quella figura si è cristallizzato nella percezione collettiva. Marylin Monroe è Marilyn Monroe, non Norma Jeane Mortensen (che era il suo nome autentico e originario).

Trasferite un simile ragionamento a qualsiasi evento: […] In questo genere di cose il giornalismo, e in genere i media, rappresentano effettivamente la punta avanzata di una barbarie trionfante. Più o meno consapevolmente praticano una lettura del mondo che sposta il baricentro delle cose dalla loro origine alle loro conseguenze. Bene o male, per il giornalismo moderno il punto importante di un fatto è la quantità di movimento che è in grado di generare nel tessuto mentale del pubblico. […] Per questo oggi è divenuto così difficile rifarsi a un senso autentico dei nostri gesti: perché siamo in bilico tra due visioni del mondo, e tendiamo ad applicarle, simultaneamente, tutt'e due. Da una parte conserviamo ancora tiepido il ricordo di quando il senso delle cose era concesso a chi avesse la purezza e il rigore di risalire il corso del tempo, e di accostarsi al luogo della loro origine. Dall'altra sappiamo ormai bene che esiste solo ciò che incrocia le nostre traiettorie, e spesso esiste solo in quel momento: intuiamo che è nel loro istante di massima leggerezza e velocità che le cose entrano a far parte di figure più ampie, dove noi riconosciamo la pregnanza di una scrittura, e dove abbiamo imparato a leggere il mondo. Così deambuliamo piuttosto smarriti, rimpiangendo il tempo in cui i gesti erano autentici, e vivendo quello in cui l'inautenticità è divenuta sinonimo di esistenza. […]

9. Differenza.

[…] Qual era il modello di sviluppo di quel mondo? Voglio dire, il suo modo di crescere, di perfezionarsi, di divenire? In genere, ciò che determinava il movimento era un passo avanti: un miglioramento, un superamento, un progresso. […] La saldatura del nuovo al vecchio assicurava l'autorevolezza; lo sprigionare del nuovo dal vecchio assicurava il successo. In questo modo il movimento di un particolare gesto creativo veniva ad assomigliare a una progressiva fioritura che esprimeva, alla fine, tutta la ricchezza di un seme originario. A monte di un simile modello dinamico è riconoscibile una convinzione fortemente radicata nel DNA della civiltà borghese e romantica: l'idea che il bello sia indissolubilmente legato a una qualche forma di progresso. Il gesto creatore aveva un valore quando produceva un passo avanti, e il nuovo aveva un valore quando portava a compimento il vecchio. Evidentemente mutuata dalla cultura scientifica (totem indiscusso, per quella civiltà) […] E' utile capire che, probabilmente, per i barbari, questo modello di sviluppo non significa quasi niente. […] Di sicuro hanno in mente un'altra idea di movimento. Il passo in avanti è una cosa che non capiscono: credono nel passo di fianco. Il movimento accade quando qualcuno è in grado di spezzare la linearità dello sviluppo, e si sposta di fianco. Non accade nulla di rilevante se non nella differenza. Il valore è la differenza, intesa come deviazione laterale dal dettato dello sviluppo. Prendiamo la moda, ad esempio. […] Se vai a vedere l'esatto punto in cui il sistema cambia, trovi poco più che uno spostamento laterale, la generazione di una differenza. […] Ancora una volta: lo fanno perché è coerente con i loro principi. Se il crepitare del senso è inscritto nelle sequenze disegnate dalla gente attraverso la giungla delle cose fattibili, l'obbiettivo di qualsiasi creatività non può essere che quello di intercettare quelle traiettorie e diventare parte di esse: la vedete la necessità di muoversi nello spazio? Nel passo di fianco, qualsiasi tradizione creativa va a cercare il senso là dove esso accade. Nella differenza, e non nel progresso, lo trova. Se volete, proprio il giornalismo, che è ormai una forma d'arte, vi fornisce l'esempio più chiaro: esso non racconta il mondo ma produce news, cioè considera come evento solo ciò che si dà come differenza rispetto al giorno prima. Non ciò che ne è sviluppo, progresso o al limite regresso[…]

Educazione
28. Siamo conservatori quasi per necessità


10. Schizofrenia

Se davvero ci troviamo nel bel mezzo di uno scontro tra civiltà e barbarie, non è una perdita di tempo fermarsi a capire, per un attimo, da che parte stanno le istituzioni a cui affidiamo il compito dell'educazione. […] se dobbiamo attenerci a una tendenza di massima, vincente sulle altre, allora penso si possa dire serenamente che a scuola si insegnano i principi della civiltà di monsieur Bertin e alla televisione domina l'ideologia dei surfer. […] Ma anche, si potrebbe dedurre, siamo una collettività in cui i principi della civiltà restano una specie di boccone prelibato, riservato a chi ha la possibilità di formarsi nelle istituzioni scolastiche, e la barbarie è una specie di ideologia di default, concessa gratis a chiunque, e consumata massicciamente da chi non ha accesso ad altre fonti di formazione. Cosa non inedita, nella nostra storia: la civiltà come lusso, e la barbarie come riscatto degli esclusi. […]

11. Politica culturale.

E in mezzo, tra televisione e scuola, c'è tutto il campo aperto della cultura e dell'entertainment. In parte è un terreno lasciato all'istinto del mercato. Ma in parte è presidiato invece dalla collettività, che lo gestisce secondo criteri che poi noi chiamiamo: politica culturale. […] Siamo conservatori quasi per necessità.

Comunque si giudichi la faccenda, possiamo quindi dire che, da noi, quando la collettività si muove per indirizzare il tempo della gente e le sue sortite culturali, lo fa con lo scopo di riaffermare e diffondere i principi della civiltà. […] Non sarebbe piuttosto sensato usare le stesse risorse per accompagnare il formarsi di quella strana, nuova, civiltà, magari costringendola a connettersi con la saggezza e il sapere che essa, sbrigativamente, tenderebbe a liquidare come anacronismo inutile?

[…] ci si è dati un gran da fare. A monte, il tipo di intelligenza non è cambiato molto, e anche le persone, e l'età di quelle persone: […] se è solo una questione di maquillage, allora è una falsa soluzione, e anzi è una resa che otterrà solamente di allungare l'agonia.

Quando, invece, enorme sarebbe il compito storico di una politica culturale se solo coloro che la pensano capissero che non il salvataggio furbesco del passato, ma, sempre, la realizzazione nobile del presente è quanto si deve fare per assicurare alle intelligenze una minima protezione dall'azzardo del mercato puro e semplice.

[…]

Eliche

29. Qualsiasi grande può regredire a inutile comparsa

12. Hamburger

[…] Forse uno degli stilemi esistenziali dei barbari è proprio questo schema: un centro fondativo che motiva il sistema e una periferia che magnetizza il senso. Posso fare un esempio plebeo? L'hamburger. Nella sua accezione barbaramente più alta e perfetta: l'hamburger di McDonald's. Il centro è la polpetta. Qualcuno ha in mente che gusto ha? Non ne ha, praticamente. Il senso di quella cosa da mangiare sta nel resto. […]E' uno schema mentale, ammettetelo. Una transumanza del senso verso le regioni periferiche dell'accessorio. Il senso nomade che si sostituisce al senso stanziale. Barbari.

[…] 13. Elica

[…]Una cosa a cui bisogna prepararsi è che quando accade una mutazione, lì le gerarchie del giudizio vanno a pallino. Non è gradevole, ma è così. Lo dico nel modo più semplice: nella storia dei mammiferi il delfino è un eccentrico. In quella dei pesci, un padre fondatore. A parte ogni sfumatura di gusto, di comprensione, di giudizio, resta il fatto che ogni civiltà giudica i suoi predecessori dalla rilevanza che hanno avuto nel creare l'habitat mentale in cui quella civiltà vive. […] Se per una qualche anomalia del destino storico l'Ancien Régime avesse continuato a dominare il mondo, Boccherini sarebbe un grande e Beethoven un eccentrico. Ma nel mondo come l'abbiamo vissuto noi, Beethoven è, indiscutibilmente, un padre fondatore. Perfino il più oscuro degli artisti si guadagna un merito, agli occhi di una civiltà, se solo ha contribuito in piccola parte ad anticipare l'habitat mentale in cui poi, quella civiltà, è finita a dimorare. Il che deve indurre a capire come sia possibile anche il contrario: qualsiasi grande può regredire a inutile comparsa se una mutazione cambia il punto di vista, e rende difficile annoverarlo fra i profeti del nuovo mondo (Bach, per dire, restò pressoché invisibile per un sacco di tempo prima che una mutazione mentale rendesse rilevabile dai radar la sua immane presenza).

E' come la pala di un'elica. Dipende da dove ti piazzi, puoi vederla scomparire dietro l'affilata linea del suo taglio, o vederla allargarsi, bella grassa, sotto i tuoi occhi. Non è tanto una questione di forza della singola opera o del singolo autore: è la prospettiva che detta la regola: poi, solo dopo, interviene quella forza, a orientare i giudizi.

Così noi vediamo, retrospettivamente, solo il paesaggio che si può vedere da qui, e in questo modo riconosciamo le vette più alte, e misuriamo la grandezza.

[…] Dico questo per chiarire che se si accetta l'idea di una mutazione, e allegramente si inclina a lasciarla passare, ciò a cui bisogna essere preparati è la perdita secca di qualsiasi gerarchia preesistente, la frana di tutta la nostra galleria di monumenti. Resterà in piedi qualcosa, certamente. Ma nessuno può dire, oggi, cosa. […]

La Grande Muraglia
30. Dalla Grande muraglia

SIMATAI (Pechino) –

[…] Devo concludere che camminare per sette ore sulla Grande Muraglia è il modo più esatto di camminare per sette ore rimanendo nello stesso punto. Non c'è quasi divenire, e un unico gesto architettonico ti accompagna, immutabile, per chilometri, […] Quando ti sei spinto abbastanza in là da non incontrare proprio più nessuno, sorprendente ti risulta il potere ipnotico di quell'andare surreale, e i passi iniziano effettivamente ad apparirti come un discesa dentro se stessi, dove il barlume di movimento orizzontale che ancora percepisci tende a sfumare nella ben più chiara sensazione di una discesa verticale, quasi una caduta, lenta e ritmica, verso un punto cieco, sotto ai tuoi piedi. Così, mentre scambi la stanchezza per qualche forma di ascesi meditativa, il mondo effettivamente si spegne nel disegno della Muraglia, e la Muraglia si spegne nei tuoi passi, e i tuoi passi si spengono nelle mosse della tua mente, e alla fine resta il nocciolo duro di un pensiero, in questa aria tersa della mente che ho fatto migliaia di chilometri per raggiungere. Monsieur Bertin, penso. La cara vecchia tecnica di monsieur Bertin. Pazienza, fatica, silenzio, tempo, e profondità. Per ricompensa: il pensiero. La prossimità al senso delle cose.

Così mi fermo, e per un attimo ho l'assoluta e errata certezza della superiorità indiscutibile del modello di monsieur Bertin. L'unico modo possibile di pensare, penso. Altro che i barbari. Naturalmente so che non è vero, ma quassù non c'è nessuno a controllare, e non se ne accorgerà nessuno se, per un attimo, baro.

Così, con chiarezza, alla fine, e in modo penosamente antico, mi si srotola davanti agli occhi quel che ho imparato da questo libro, e quel che ho compreso.

[…] la Grande Muraglia è una costruzione relativamente recente: un paio di secoli di lavoro, tra Millequattro e Milleseicento. Fu il parto di una singola dinastia, i Ming: la loro spettacolare ossessione. Apparentemente, l'idea era quella di difendersi dalle scorrerie dei nomadi del nord […] C'erano almeno due altre soluzioni possibili. La prima era invadere i barbari e sottometterli: abbastanza logica, per un impero, ma difficile da realizzare. […] La seconda opzione era piegarsi a commerciare con loro. Dico piegarsi perché l'idea di scambiare delle merci con i barbari era ritenuta una debolezza ai limiti dell'impensabile […] Così, per secoli, l'establishment militare e intellettuale cinese si esercitò intorno a quel dilemma delle tre possibilità: attaccare, commerciare o tirare su un muro? Suonava come un problema di strategia militare, ma loro ne fecero un problema quasi filosofico, intuendo che prendere una decisione equivaleva a scegliere una certa idea di se stessi, una certa definizione di cosa fossero l'impero e la Cina. Sapevano che attaccare e commerciare erano gesti che in qualche modo costringevano l'impero a uscire dalla tana, e l'identità cinese a misurarsi con l'esistenza di gente diversa. Il muro, invece, sembrava la sanzione stessa della compiuta perfezione dell'impero, la certificazione fisica del suo essere il mondo intero. Così facevano finta di interpellare i generali, ma era dai filosofi che si aspettavano una risposta. Insegnandoci, per sempre, che nel proprio rapporto coi barbari ogni civiltà reca inscritta l'idea che ha di se stessa. E che quando lotta con i barbari, qualsiasi civiltà finisce per scegliere non la strategia migliore per vincere, ma quella più adatta a confermarsi nella propria identità. Perché l'incubo della civiltà non è essere conquistata dai barbari, ma esserne contagiata: non riesce a pensare di poter perdere contro quegli straccioni, ma ha paura che combattendoci può uscirne modificata, corrotta. Ha paura di toccarli. Così prima o poi l'idea a qualcuno viene: l'ideale sarebbe mettere un bel muro tra noi e loro. […] Era l'unico sistema di combattere senza sporcarsi le mani e rischiare contagi. Era l'unico sistema per annientare qualcosa di cui non erano disposti ad ammettere l'esistenza. Da un punto di vista filosofico, era geniale. Dal punto di vista militare, va detto, non funzionò mai. […] Così, ecco quello che siamo autorizzati a pensare della Grande Muraglia: non era tanto una mossa militare, quanto mentale. Sembra la fortificazione di un confine, ma in realtà è l'invenzione di un confine. È un'astrazione concettuale, fissata con tale fermezza e irrevocabilità da diventare monumento fisico e immane.

È un'idea scritta con la pietra. L'idea era che l'impero fosse la civiltà, e tutto il resto fosse barbarie, e quindi non-esistenza. L'idea era che non c'erano gli umani, ma cinesi da una parte e barbari dall'altra. L'idea era che lì in mezzo ci fosse un confine: e se il barbaro, che era nomade, non lo vedeva, adesso l'avrebbe visto: e se il cinese, che era impaurito, se lo dimenticava, adesso se lo sarebbe ricordato. La Grande Muraglia non difendeva dai barbari: li inventava. Non proteggeva la civiltà: la definiva. Per questo noi la immaginiamo lì da sempre: perché antichissima è l'idea, cinese, di esser la civiltà e il mondo intero. […] Così, quando Marco Polo andò laggiù e raccontò tutto quel che vide, della Muraglia non fece parola. Possibile? Non solo possibile, ma logico: Kublai Khan era un mongolo, l'impero che Marco Polo vide era quello dei barbari vincitori che erano scesi dal nord e si erano presi la Cina. Esisteva nella loro mente quell'idea di confine? No. E, sparita dalla mente, la Grande Muraglia era poco più che qualche singolare fortificazione sperduta nel nord: per qualsiasi Marco Polo, era invisibile.

Così noi, oggi, nella Grande Muraglia possiamo leggere la più monumentale e bella enunciazione di un principio: la divisione del mondo tra civiltà e barbarie. Per questo sono venuto fin quassù. Volevo camminare sull'idea a cui avevo dedicato un libro. E capire qui cosa avevo imparato.

Lo voglio dire nel modo più semplice. Qualsiasi cosa stia accadendo, quando abbiamo percepito la spina nel fianco di una qualche razzìa, la mossa che abbiamo scelto di fare è stata alzare una Grande Muraglia. Apparentemente lo abbiamo fatto per difenderci. E siamo tuttora convinti in buona fede che sia per quello. […] Ma la verità è che non stiamo difendendo un confine: lo stiamo inventando. Ci serve quel muro, ma non per tenere lontano quel che ci fa paura: per dargli un nome. Dove c'è quel muro, noi abbiamo una geografia che conosciamo, l'unica: noi di qua, e di là i barbari. Questa è una situazione che conosciamo. È una battaglia che sappiamo combattere. Al limite possiamo perderla, ma sapremo che abbiamo combattuto dalla parte giusta. Al limite possiamo perdere, ma non perderci. E allora avanti con la Grande Muraglia.

E invece è una mutazione. Una cosa che riguarda tutti, nessuno escluso. […] È una mutazione. Non un leggero cambiamento, non un'inspiegabile degenerazione, non una malattia misteriosa: una mutazione compiuta per sopravvivere. La collettiva scelta di un habitat mentale diverso e salvifico. Sappiamo anche solo vagamente cosa l'ha potuta generare? Mi vengono in mente di sicuro alcune innovazioni tecnologiche, decisive: quelle che hanno compresso spazio e tempo, strizzando il mondo. Ma probabilmente non sarebbero bastate se non fossero coincise con un evento che ha spalancato lo scenario sociale: la caduta di barriere che fin qui avevano tenuto lontana una buona parte degli umani dalla prassi del desiderio e del consumo. A questi homines novi, ammessi per la prima volta al regno dei privilegi, dobbiamo probabilmente l'energia cinetica indispensabile a realizzare una vera mutazione: non tanto i contenuti di quella mutazione, che sembrano ancora il prodotto di alcune élites consapevoli, ma di sicuro la forza necessaria a metterla in opera. E il bisogno: questo è importante: il bisogno. Probabilmente viene da loro la convinzione che senza mutazione saremmo finiti. Dinosauri in estinzione.

Quanto a capire in cosa consista, precisamente, questa mutazione, quello che posso dire è che mi pare poggi su due pilastri fondamentali: una diversa idea di cosa sia l'esperienza, e una differente dislocazione del senso nel tessuto dell'esistenza. Il cuore della faccenda è lì: il resto è solo una collezione di conseguenze: la superficie al posto della profondità, la velocità al posto della riflessione, le sequenze al posto dell'analisi, il surf al posto dell'approfondimento, la comunicazione al posto dell'espressione, il multitasking al posto della specializzazione, il piacere al posto della fatica. Uno smantellamento sistematico di tutto l'armamentario mentale ereditato dalla cultura ottocentesca, romantica e borghese. Fino al punto più scandaloso: la laicizzazione brusca di qualsiasi gesto, l'attacco frontale alla sacralità dell'anima, qualunque cosa essa significhi.

[…] Non c'è confine, credetemi, non c'è civiltà da una parte e barbari dall'altra: c'è solo l'orlo della mutazione che avanza, e corre dentro di noi. Siamo mutanti, tutti, alcuni più evoluti, altri meno, c'è chi è un po' in ritardo, c'è chi non si è accorto di niente, chi fa tutto per istinto e chi è consapevole, chi fa finta di non capire e chi non capirà mai, chi punta i piedi e chi corre all'impazzata in avanti. Ma eccoci lì, tutti quanti, a migrare verso l'acqua. Per un certo tempo ho pensato che fosse una condizione legata a una certa generazione, quelli tra i trenta e i cinquant'anni: ci vedevo lì, in mezzo al guado, con la mente di qua e il cuore di là, mezzi mammiferi mezzi pesci, strappati in due da una mutazione arrivata troppo tardi o troppo presto: piccoli penosi monsieur Bertin sul surf. Ma scrivendo questo libro mi è apparso sempre più chiaro che quella condizione è di tutti, che il destino incerto e la schizofrenia irrevocabile dei primi mutanti è il dettato, ilare, che ci spetta. […] ognuno di noi sta dove stanno tutti, nell'unico luogo che c'è, dentro la corrente della mutazione, dove ciò che ci è noto lo chiamiamo civiltà, e quel che ancora non ha nome, barbarie. A differenza di altri, penso che sia un luogo magnifico.

[…] Non c'è mutazione che non sia governabile. Abbandonare il paradigma dello scontro di civiltà e accettare l'idea di una mutazione in atto non significa che si debba prendere quel che accade così com'è, senza lasciarci l'orma del nostro passo. Quel che diventeremo continua a esser figlio di ciò che vorremo diventare. Così diventa importante la cura quotidiana, l'attenzione, il vigilare. Tanto inutile e grottesco è il ristare impettito di tante muraglie avvitate su un confine che non esiste, quanto utile sarebbe piuttosto un intelligente navigare nella corrente, capace ancora di rotta, e di sapienza marinara. Non è il caso di andare giù come sacchi di patate. Navigare, sarebbe il compito. Detto in termini elementari, credo che si tratti di essere capaci di decidere cosa, del mondo vecchio, vogliamo portare fino al mondo nuovo. Cosa vogliamo che si mantenga intatto pur nell'incertezza di un viaggio oscuro. I legami che non vogliamo spezzare, le radici che non vogliamo perdere, le parole che vorremmo ancora sempre pronunciate, e le idee che non vogliamo smettere di pensare. È un lavoro raffinato. Una cura. Nella grande corrente, mettere in salvo ciò che ci è caro. È un gesto difficile perché non significa, mai, metterlo in salvo dalla mutazione, ma, sempre, nella mutazione. Perché ciò che si salverà non sarà mai quel che abbiamo tenuto al riparo dai tempi, ma ciò che abbiamo lasciato mutare, perché ridiventasse se stesso in un tempo nuovo.

(21 ottobre 2006)