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Brani dai Barnum


Da Barnum Cronache dal Grande Show, Feltrinelli 1995
Quegli otto minuti di Natural Born Killers

DaBarnum 2. Altre cronache dal Grande Show, Feltrinelli, Milano 1998 

Complessità 1
Complessità 2

Piccole mezquite quotidiane

Tokyo 2



Da Barnum Cronache dal Grande Show, Feltrinelli 1995

Quegli otto minuti di Natural Born Killers

Una volta i film iniziavano piano. C’era il paese sperduto nel West, la vita di tutti i giorni, chi vive e chi muore, ma insomma, una cosa tranquilla: che poteva durare per sempre. La musica raccontava una serenità inattaccabile, e nel saloon si rideva, si giocava e si faceva l’amore. Poi arrivava uno straniero, che parlava poco e che sparava da dio: e lì il film iniziava davvero, nel senso che si scatenava un putiferio dell’altro mondo. Cose così.

Una volta i film iniziavano piano. Da un po’ di tempo gli americani hanno deciso che i film non iniziano: si spegne la luce e loro ti esplodono addosso: come se fossero iniziati mezz’ora prima. […] Una specie di spot del film piazzato all'inizio del film: tutto quello che stai per vedere è già lì, riassunto e compresso.

Lo spot con cui inizia Natural born killers, l’ultimo film di Oliver Stone, dura più o meno otto minuti. Due giovani entrano in una tavola calda, e massacrano tutti i presenti tranne uno: perché possa raccontare quello che ha visto. Sono otto minuti pazzeschi. Non tanto per quel che si vede: per come lo si vede. Inquadrature sghembe, bianco e nero e colori che si alternano, ralenti, sovrapposizioni di immagini, colonna sonora a più strati, frammenti di immagini che apparentemente non c’entrano (un lupo? un falco?), parlato e immagine non a sincrono, inquadrature deformanti, la luce alle volte naturale alle volte teatrale, la voce dei protagonisti assurda. Il tutto senza un percepibile senso logico: come se avessero girato il film in dieci modi diversi e poi l’avessero montato prendendo un’inquadratura qua e una là, a casaccio. Alla fine la tavola calda è un cimitero: e i tuoi nervi si sono fatti un viaggio vertiginoso. Tiri il fiato e ti sembra di aver visto mezzo film: sullo schermo appaiono i titoli di testa. Non è nemmeno iniziato.

Io, quegli otto minuti, sono tornato a vedermeli: diecimila lire, più di mille lire al minuto, ma valeva la pena. Volevo capire: perché lì è riassunto un modo di fare cinema che non è un bel modo o un brutto modo: è un modo diverso, in qualche modo rivoluzionario. E senza sapere bene cosa, mi sembrava chiaro che c’era qualcosa da imparare.

Sono cose complicate, e non è che sia facile comprimerle in un Barnum. Ma comunque: il fatto è che quelli là stanno abbattendo staccati dopo steccati, e stanno squarciando l’orizzonte della narrazione, e sfondando i muri della percezione: e, insomma, riescono a raccontare una storia con una potenza, un’intensità e una ricchezza d’impulsi che è spaventosa. Stanno andando oltre: e non lo fanno mettendo su opere d’arte d’avanguardia, per la libidine di pochi perversi intelligenti: lo stanno facendo con un prodotto popolare, artigianale e culturalmente medio come un film di successo. Dopo lo spot di otto minuti c’è il film che ne dura altri 120: ed è tutto così. La storia che racconta non è nemmeno molto importante, forse è perfino bruttina, un po’ scontata: ma come la racconta, questo non è scontato, questo è dinamite, se solo lo si guarda senza moralismi e senza pigrizia intellettuale. Quella è una spettacolarità che non ha paragoni, e che stabilisce una nuova unità di misura: ad essere onesti, bisognerebbe mettersi lì, con santa pazienza, e ritarare tutti i nostri strumenti narrativi. Inventare le ferrovie, quasi duecento anni fa, non cambiò di un metro la distanza tra Liverpool e Londra: ma stravolse l’idea stessa di distanza. I metri erano quelli di sempre, il cervello no. Nessun cervello degno di questo nome esce da Natural born killers uguale a prima.

Sarà ingenuo e sciocco: ma io, uscito da lì, ho pensato a quella cosa strana che è scrivere libri o, peggio ancora, scrivere teatro, e ho visto, nitida, l’immagine di uno in bicicletta che insegue un treno. Pigia sui suoi ridicoli pedali, mentre quello là scompare all’orizzonte, e se non ci fossero le rotaie nemmeno sapresti più dov’è finito. So benissimo che non è così, che un libro può andare più veloce di un film di Stone, ma so anche che scriverlo, un libro così veloce, è maledettamente difficile: e dopo questo film di Stone è, se è possibile, ancora più difficile. Certo, si può far finta di niente e continuare a scrivere belle storie in bella prosa, con l’unità stilistica, la voce narrante, gli aggettivi tutti a posto, il climax a metà, tutte quelle sante cose che fanno il galateo della buona letteratura. Ma a che serve? E soprattutto: chi ha ancora voglia di eccitarsi per quelle cose lì?

Così sono sceso dalla bici, l’ho posata per terra, e mi sono messo a pensare. Capace che passano cento Barnum prima che mi venga una idea decente. Ma non importa. Sono stufo di pedalare dietro al treno. Ci sarà pur un modo di pedalargli davanti.

 

Barnum 2. Altre cronache dal Grande Show, Feltrinelli, Milano 1998

Complessità 1

[…]

Complessità non è un romanzo, racconta una storia: vera. Quella dell’Istituto di Santa Fe. È successo che negli anni ottanta un gruppo di cervelloni si sia messo insieme a lavorare nel vago sospetto di avere, tutti quanti, un’idea in comune, e non era un’idea qualunque. […] quel che pensavano, ognuno a suo modo, era: il mondo funziona perché è un casino pazzesco. […] Provo a dirla più pulita: l’ordine è una prerogativa del caos. Il mondo non nasce né ordinato né semplice: diventa ordinato perché i sistemi ad altissima complessità su cui gira hanno un’oggettiva tendenza ad ordinarsi in schemi ordinati. Dunque il mondo funziona non perché è semplice, ma perché è dove è complesso, molto complesso, un casino.

Con un’espressione bellissima, i crani di Santa Fe hanno decifrato l’esatto punto in cui ciò che accade, accade: ai margini del caos. È quella la zona in cui, effettivamente, gli eventi generano se stessi. Il luogo e l’istante della Creazione. In principio era la complessità.

Ancora uno sforzo. Quando i crani di Santa Fe parlano di complessità, hanno in mente una cosa particolare. Non pensano a cose complicate: pensano a cose complesse. Un sistema complicato è un sistema dove le variabili, anche se numerosissime, agiscono tutte sullo stesso livello. Gli scacchi, ad esempio sono un sistema complicato: il numero delle combinazioni di mosse è enorme, ma sempre di mosse si tratta [...] il prezzo del cheeseburger fa parte, invece, di un sistema complesso: nasce sì dall’aritmetico rapporto tra domanda e offerta ma è condizionato anche da variabili di tutt’altro tipo: che tempo fa quel giorno, e chi è il ministro degli Interni. […] Lì sei ai margini del caos. Lì sei dove accade la Creazione.

A me, di tutta ‘sta faccenda, quel che lascia secco è questa idea di complessità: e pensare di collocarla al centro degli eventi.

Complessità 2

(Riassumo la puntata precedente. Un gruppo di cervelloni vari mette su un Istituto a Santa Fe, New Mexico, per rifondare la scienza su un principio apparentemente grullo in realtà geniale: il divenire del mondo accade in una zona precisa del reale, là dove il caos scivola di un passo oltre al casino puro e semplice e si cristallizza in sistemi ultracomplessi. Questi sistemi hanno una tendenza obbiettiva e verificabile a compattarsi in un ordine: ricostruire quella loro mossa significherebbe trovare il segreto del divenire. […] )

Dunque. Dicevo. La cosa che lascia secchi è questo mettere la complessità al centro del mondo. Pensare che essa sia il luogo denso in cui il reale trova la forza dinamica per cambiare, per assestarsi in qualche ordine, per acquistare un senso. Sembra ovvio ma non lo è: non c’è chiarezza se non nel grembo dell’oscurità, non c’è ordine se non ai margini del caos (non si potrebbe dire il contrario: il caos può esistere e basta, non deve nascere nel grembo di nessun ordine). Ora: di solito si ha nei confronti della complessità un atteggiamento sospettoso, di difesa. […]Ben che vada, la complessità è vissuta come uno spiacevole stato intermedio: una cosa da risolvere, da vincere, da superare. […] Quel che questo libro racconta, invece,è il piacere della complessità. Il bisogno della complessità. Insegna ad assumerla come terreno da abitare, non da fuggire o da superare. Bisogna starci a mollo e “sentire” come si muove: se stai lì, sei nella sala macchine del mondo. […] E il principio è: non è se stai nelle zone di chiarezza che sei vicino a capire: è quando riesci a muoverti nelle zone oscure. […] Esempio. Quando ti chiedono: perché ha scritto quel romanzo lì, in quel modo lì, con quella storia lì? Risposta: di preciso non lo so. Se rispondi, e dai una risposta chiara, senti che stai mentendo. Non è un modo di capire. Ma se dici “non so” , allora tu e quello che ti ha fatto la domanda siete entrati nella zona della verità: tutte le parole provvisorie che aggiunti dopo sono verità. E in effetti, quello che tu sai è che ciò che scrivi sta ai margini del caos, anzi è probabilmente un margine del caos, solo quello, tradotto in parole, nient’altro, è la mappa disegnata in parole di quella zona lì, del margine del caos. Quello che hai fatto è stare lì, in bilico, per più tempo possibile, tutto quello necessario perché quel caos si organizzasse quasi da sé in complessità, e dunque nell’inizio di un qualche ordine, di cui non sai veramente come funziona, ma senti che c’è, o che almeno ci sarà, quando qualcuno leggerà ci sarà. […]

In tutto questo ha il suo momento di autenticità il precetto, altrimenti discutibile, che le grandi opre d’arte non possano fare a meno di un superiore livello di complessità: che siano “difficili”. Si è fatto un gran terrorismo su questa faccenda, fino a concludere, nei periodi più bui, che un’opera, quando è difficile, probabilmente è un’opera d’arte. Demenziale. Ma qualcosa di sensato c’è. Perché se tu davvero lavori ai margini del caos, qualcosa di quel caos deve prolungarsi fino a segnare quel che fai, a morderlo. A sfigurarlo. Non puoi pensare di trafficare ai confini col caos senza sporcarti un po’, senza spiegazzarti la camicia, e la voce.

Va preso con le molle, ma forse è vero: se fai qualcosa che davvero è Creazione, hai lavorato ai margini del caos. E se hai lavorato lì, quel che hai fatto deve puzzare di caos. Non c’è santo. E se qualcuno storce il naso e non sente profumo di verbena, fregatene.

Piccole mezquite quotidiane


Mi rendo conto che è un po' come fare un Barnum sulla Torre di Pisa, ma il fatto è che ho visto la Mezquita di Cordova. C'era intorno questa specie di Africa dolce che si chiama Andalucia, e dappertutto feste postquaresimali, cioè impazzamenti collettivi sui passi illeggibili del flamenco. C'erano intorno tutte quelle case bianche che ti chiedi se le ripittano tutte le domeniche, e un sacco di tivù accese con dentro la corrida, che è una cosa strana, un po' come vedere la messa la domenica mattina, con scritto in basso a sinistra rai uno. C'era quella e altra roba intorno ma poi ho pagato diecimila lire, sono entrato in una porta, e dopo ero dentro a una cosa pazzesca: e si chiama Mezquita di Cordova. Non è per il monumento in sé, non è mica la pagina del weekend questa, è per quel che fa venir in mente: idee strane.

 La Mezquita hanno incominciato a costruirla gli arabi, e l'hanno fatto nel 780: era una moschea. Nei duecento anni dopo l'hanno ingrandita tre volte, per star dietro al gigantismo di un città, Cordova, che le stava esplodendo intorno. Risultato: una cosa enorme, 180 metri per 130, aranceto compreso, che era d'ordinanza (gente raffinata, quella). Dentro, solo colonne, ma colonne a centinaia, seminate con la geometrica esattezza di un campo di girasoli (presente?), e le colonne tengono su un arco, poi continuano a salire e qualche metro più su ne tengono su un altro, si erano studiati gli acquedotti romani, avevano capito che c'era del genio lì dentro, e hanno rifatto tutto in piccolo (nel senso dell'altezza, di cui non gli fregava niente) e in grande (nel senso della larghezza, che gli fregava sì, quella). Una foresta di colonne, come hanno più volte detto i poeti di passaggio.

 Sarebbe già così una cosa da rimanere secchi, ma il bello deve ancora venire. Perché, a di-mostrazione che non sempre vince il migliore, nel 1200 i cristiani cacciarono gli arabi da Cordova e, trovandosi quel popò di roba, si affrettarono a consacrarla come una chiesa delle loro. Per trecento anni si limitarono a fare piccole modifiche, giusto per personalizzare un po' il locale. Poi, nel 1523, si concessero a un'idea geniale: costruire una cattedrale dentro alla moschea, proprio in centro, con l'altar maggiore, il coro, l'organo, tutto. Senza muri, però: come costruire l'interno di una chiesa in mezzo a una foresta di colonne. Ci misero trecento anni a farsi venire un'idea così pazza: ce ne misero 243 a realizzarla. Chiusero il cantiere nel 1766: un millennio dopo che quel posto era nato.

Allora bisogna immaginare: immaginare dove sei quando sei lì dentro. Tutto in uno spazio unico, ritagliato via dal mondo. Mille anni di storia, due modi così lontani di avere un dio, quello dei cristiani che ha bisogno di squarciare il cielo in alto, quello degli arabi che ha bisogno solo del vuoto intorno, le geometrie ubriache del barocco e quelle scientifiche delle colonne della moschea, voli gotici in alto, scacchiere per terra, santi dappertutto con facce e oggetti e storie, e pareti mute per i musulmani, solo ricamate da mosaici e splendide grafie sacre, marmo, legno, argilla, vetro, stucco, luce e ombra, croci e fiori, l'eco sontuosa sotto la cupola, l'eco limpidissima dentro la foresta di colonne, tutto e il contrario di tutto, e tutto in un solo luogo, in un solo momento, e non è un oggetto, non è un'immagine, è uno spazio, è una cosa che non vedi tocchi senti, è un cosa in cui sei. Ed è una: non è il pastrocchio di un cumulo di differenze: è una.

Allora ho pensato: è quella cosa lì che bisogna fare. Lasciando perdere il postmoderno, che a confronto è un souvenir made in Taiwan. Quella cosa lì è il modello di un’esperienza. E forse fare un film o un libro, o una roba per un teatro, sempre dovrebbe mirare a quell’esperienza lì. Oggi, almeno: nel tempo che è il nostro. Fare piccole mezquite. Non ci può riuscire una prodezza come quella lì, e d’altra parte per far quella c’han messo mille anni, e d’altra parte mica lavoriam per dio, noi, abbiamo fruitori più modesti. Ma l’idea è quella. Uno spazio-esperienza che cristallizza mille tempi diversi, e mondi, e materiali, e colori, incubi, mestieri, idee, fantasie, aranceti, croci ed echi. Quando ci sei dentro sei da un sacco di parti, e per un istante, ma sgranato su secoli.

Bisogna pur stare a coltivare qualche utopia, se no diventa tutto una questione di mercatino delle vanità, bricolage dell’anima, sfida sportiva su e giù per le classifiche, e cucina casalinga rilegata in corpo 11. già avevo da parte quella mezza idea del pedalare davanti al treno e non dietro.[1] Adesso ci metto insieme questa qui delle piccole mezquite. Dev’essere una specie di hobby: collezionare illusioni di cui non essere all’altezza.


Tokyo 2

Tokyo Akihabara, detta Electric Town.

[…] Tutto inizia quando ti accorgi che dovunque ti volti, ti vedi: ci sono telecamere dappertutto e per sfoggiare le qualità del prodotto son tutte accese. e ti guardano, e ti risputano su uno schermo: piccolo, normale, enorme. Inizi ad avere gli incubi. Sei moltiplicato in tutte le dimensioni, per centinaia di volte. Se provi a scappare finisci in mezzo a macchine fotografiche, fotocopiatrici, telefoni, fax, scanner. Tutta roba che ha un unico scopo: riprodurre, replicare, moltiplicare. Allora ti immagini di farle funzionare tutte, nello stesso istante, davvero tutte: e senti la vertigine di un mondo fatto a pezzi ed esploso in infinite ripetizioni, espanso in una galassia di repliche perfette. E sparato in miliardi di occhi orecchie mani menti. […]

Tokyo è quel gioco. Sei dentro un videogame in cui tutto è già mondo esploso, e replicante. […] Repliche. Mondo in differita. Gigantesco fast food dell’anima. Non fa senso: se ci pensi è affascinante. Se ci pensi non è l’orrore di un buco nero riempito alla benemeglio: è una cosa più raffinata, l’hai già perfino studiata nei libri: il mondo senza centro, Dio è morto, la tecnica in Heidegger, l’ermeneutica, il pensiero debole, l’aura di Benjamin, il culto della rappresentazione di Adorno: se hai passato anni a leggerle, cose così, qui, alla fine, le vedi. Realizzate. Qui dove la gente non dice mai “io”, e non ha una parola per dire “niente”, quel che puoi toccare è un mondo senza centro, ma totalmente trasferitosi a orbitare nei suoi margini. Se c’è un buco nero, al centro, è ormai una cosa insignificante: ciò che accade, accade altrove. Qui non esiste il niente: rotea il tutto, vorticosamente, senza bisogno di nessun punto di appoggio. Se riesci a metabolizzare tutto questo, finisci per capire anche le cose più assurde. Per esempio quella cosa ridicola dei giapponesi che stanno sempre lì a fotografare […] sembra che scattino a casaccio […] Ma se stai un po’ a bagno nel videogame di Tokyo, rischi di capirla. Quando un giapponese fa click non sta fabbricandosi un ricordo, o inventandosi un suo sguardo personale da fermare: quel giapponese sta prendendo un pezzetto di mondo e lo sta mettendo in circolo nel sistema sanguigno del moderno: replicandolo, lo salva. Potrebbe lasciarlo andare alla deriva, mummificato in reperto archeologico: e invece gli regala una patente per circolare nella modernità, rendendolo artificiale e leggero, capace di galleggiare sulla corrente di questo Tempo. Alla fine arrivi anche a quell’assurdità dei giapponesi che amano l’Opera. […] Celebrano così, come in mille altri modi, il rito di questa modernità esasperata: navigano a cavalcioni su immagini proiettate, e con ciò evadono dalla città morta che una volta era la dimora dell’autentico, e adesso è un inutile quartiere abbandonato. […]

Non capirai mai se saresti capace di amarlo, veramente, un mondo così. Ha l’aria di un trailer del futuro che sta arrivando: ma se sarà un incubo o una goduria non lo capisci. Così, a caldo, propendi per la prima ipotesi. Ma se solo ci provi, qualcosa di maledettamente seducente lo senti. […]

Qui, in questo terminale del mondo, dove tutto rotola e passa come le fosse lo scolo del lavandino universale, se un uomo ascolta un walkman, tutta la musica del mondo può essere lì, in quel momento. […] Come una specie di infinito. Così è chiaro che lo pensi, a quel punto: il futuro sarà questo. Sarà un incubo, bellissimo.

 
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