da novecento

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da Novecento


America

Tutta quella città


 
America

  Quello che per primo vede l'America. Su ogni nave ce n'è uno. E non bisogna pensare che siano cose che succedono per caso, no... e nemmeno per una questione di diottrie, è il destino, quello. Quella è gente che da sempre c'aveva già quell'istante stampato nella vita. E quando erano bambini, tu potevi guardarli negli occhi, e se guardavi bene, già la vedevi, l'America, già lì pronta a scattare, a scivolare giù per nervi e sangue e che ne so io, fino al cervello e da lì alla lingua, fin dentro quel grido (gridando), AMERICA, c'era già, in quegli occhi, di bambino, tutta l'America.

  Lì, ad aspettare.

  Questo me l'ha insegnato Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento, il più grande pianista che abbia mai suonato sull'Oceano. Negli occhi della gente si vede quello che vedranno, non quello che hanno visto. Così, diceva: quello che vedranno.

  Io ne ho viste, di Americhe... Sei anni su quella nave, cinque, sei viaggi ogni anno, dall'Europa all'America e ritorno, sempre a mollo nell'Oceano, quando scendevi a terra non riuscivi neanche a pisciare dritto nel cesso. Lui era fermo, lui, ma tu, tu continuavi a dondolare. Perché da una nave si può anche scendere: ma dall'Oceano...

Tutta quella città

  Tutta quella città... non se ne vedeva la fine... /

  La fine, per cortesia, si potrebbe vedere la fine? /

  E il rumore /

  Su quella maledettissima scaletta... era molto bello, tutto... e io ero grande con quel cappotto, facevo il mio figurone, e non avevo dubbi, era garantito che sarei sceso, non c'era problema/

  Col mio cappello blu/

  Primo gradino, secondo gradino, terzo gradino/

  Primo gradino, secondo gradino, terzo gradino/

  Primo gradino, secondo/

  Non è quel che vidi che mi fermò/

  È quel che non vidi/

  Puoi capirlo, fratello?, è quel che non vidi... lo cercai ma non c'era, in tutta quella sterminata città c'era tutto tranne/

  C'era tutto/

  Ma non c'era una fine. Quel che non vidi è dove finiva tutto quello. La fine del mondo/

  Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu, sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare. Loro sono 88. Tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere. Ma se tu/

  Ma se io salgo su quella scaletta, e davanti a me/

  Ma se io salgo su quella scaletta e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi/

  Milioni e miliardi di tasti, che non finiscono mai e questa è la vera verità, che non finiscono mai e quella tastiera è infinita/

  Se quella tastiera è infinita, allora/

  Su quella tastiera non c'è musica che puoi suonare. Ti sei seduto su un seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio/

  Cristo, ma le vedevi le strade? /

  Anche solo le strade, ce n'era a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una/

  A scegliere una donna/

  Una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire/

  Tutto quel mondo/

  Quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce/

  E quanto ce n'è/

  Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell'enormità, solo a pensarla? A viverla... /

  Io sono nato su questa nave. E qui il mondo passava, ma a duemila persone per volta. E di desideri ce n'erano anche qui, ma non più di quelli che ci potevano stare tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità, su una tastiera che non era infinita.

  Io ho imparato così. La terra, quella è una nave troppo grande per me. È un viaggio troppo lungo. È una donna troppo bella. È un profumo troppo forte. È una musica che non so suonare. Perdonatemi. Ma io non scenderò. Lasciatemi tornare indietro.

  Perfavore/

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  Adesso cerca di capire, fratello. Cerca di capire, se puoi/

  Tutto quel mondo negli occhi/

  Terribile ma bello /

  Troppo bello/

  E la paura che mi riportava indietro/

  La nave, di nuovo e per sempre/

  Piccola nave/

  Quel mondo negli occhi, tutte le notti, di nuovo/

  Fantasmi/

  Ci puoi morire se li lasci fare/

  La voglia di scendere/

  La paura di farlo/

  Diventi matto, così /

  Matto /

  Qualcosa devi farlo e io l'ho fatto/

  Prima l'ho immaginato/

  Poi l'ho fatto/

  Ogni giorno per anni/

  Dodici anni/

  Miliardi di momenti/

  Un gesto invisibile e lentissimo. /

  Io, che non ero stato capace di scendere da questa nave, per salvarmi sono sceso dalla mia vita. Gradino dopo gradino. E ogni gradino era un desiderio. Per ogni passo, un desiderio a cui dicevo addio.

  Non sono pazzo, fratello. Non siamo pazzi quando troviamo il sistema per salvarci. Siamo astuti come animali affamati. Non c'entra la pazzia. È genio, quello. È geometria. Perfezione. I desideri stavano strappandomi l'anima. Potevo viverli, ma non ci son riuscito.

  Allora li ho incantati.

  E a uno a uno li ho lasciati dietro di me. Geometria. Un lavoro perfetto.